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L'ISIS NON SERVE PIU'. IL NUOVO FRONTE E' LA PROXY WAR IN YEMEN, CON RUSSIA E IRAN NEL MIRINO

DI MAURO BOTTARELLI

rischiocalcolato.it

Chi c’è dietro la strage di Ankara? Il premier turco, Ahmet Davutoglu, in un primo momento ha indicato come potenziali sospetti Isis e Pkk ma anche le sigle di estrema sinistra Dhkp-c e Mlkp. Insomma, praticamente tutti tranne servizi segreti e altri gruppi filo-statali, ipotesi che gli analisti non scartano a priori e che anche la popolazione turca ritiene probabile, visto che la folla ha immediatamente gridato alla strage di Stato.

Una situazione di caos a soli venti giorni dalle elezioni, dove secondo i sondaggi l’Akp di Erdogan rischia di ritrovarsi senza la maggioranza assoluta di cui aveva goduto per 13 anni: a negargliela, guarda caso, sarebbe l’ingresso dei curdi in Parlamento.

E con un situazione della valuta come questa,
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con la lira turca che sta letteralmente collassando nel cross con il dollaro e delle riserve ancora peggiore,
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visto che sono scese sotto quota 100 miliardi di dollari per la prima volta dal 2012, non stupirebbe che qualche “apparato” dello Stato sia stato tentato dalla mossa estrema per incolpare i curdi ed evitare a Erdogan guai politici ancora peggiori e instabilità politica assicurata, un qualcosa che agenzie di rating e mercati non tarderebbero a punire. E invece no, perché stando alle ultime indicazioni provenienti da Ankara sarebbe proprio un gruppo legato all’Isis il principale sospettato. E perché mai attaccare uno Stato che fino ad ora aveva chiuso più di un occhio sull’attività di Daesh? Perché non giocarsi la carta curda in chiave elettorale e di repressione? Forse perché la strategia questa volta è più grande e di più ampio respiro. E, soprattutto, non riguarda solo la Turchia.

Se infatti fosse confermato – anche ad arte – il coinvolgimento diretto dell’Isis o di qualche gruppo ad esso affiliato, allora la cosa prenderebbe un’altra piega. E non nel senso comune che si può intendere, ovvero un ampliamento del fronte anti-Califfato che veda unite la coalizione che bombarda dall’estate del 2014 alla Russia e agli Hezbollah. No, a mio modo di vedere se venisse ufficializzata la matrice islamista radicale, la prima cosa da fare – al netto dell’abbandono del fronte siriano da parte degli Usa di fatto già in atto e con molti analisti che parlano della peggiore debacle militare dopo il Vietnam – sarebbe quella di spostare immediatamente l’attenzione dalla Siria al fronte iraniano. Nella fattispecie, nella “guerra per procura” o “proxy war” che si sta combattendo in Yemen, dove le forze saudite stanno bombardando da settimane, con un bel cotè di civili ammazzati, tra cui 13 durante un pericolosissimo banchetto di nozze a cui è stata negata anche una commissione d’inchiesta (in compenso Ryad oggi è a capo della Commissione per i diritti umani dell’Onu).

13 Killed in Yemen Wedding Bombing

13 Killed in Yemen Wedding Bombing

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Ufficialmente Ryad è intervenuta per impedire che Il Paese finisca smembrato nelle mani dei terroristi ma, in realtà, per stroncare gli Houthi, supportati dall’Iran. Insomma, per i sauditi il governo legittimo sarebbe ancora quello del fuggitivo Abd Rabbo Mansour Hadi, riparato proprio a Ryad. Ma vediamo un po’ la situazione in Yemen, pressoché misconosciuta ma già oggi gravissima, visto che dallo scorso marzo – quando sono iniziati i raid sauditi – sono già 5428 i morti, un milione e mezzo gli sfollati, mentre i profughi sono già 114mila, molti di loro in fuga verso la Somalia.

Come ci mostra questo grafico,
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tutte le criticità sono peggiorate per la società yemenita, mentre quest’altro
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mostra come quello della fame sia un pericolo enorme, visto che lo Yemen importa il 90% del cibo e sono circa 13 milioni i cittadini che hanno accesso molto difficoltoso ai generi alimentari, questo nel Paese che già ha uno dei tassi di malnutrizione più alti al mondo. Quest’altro grafico
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ci mostra come il medesimo problema si palesi per l’acqua, visto che già oggi lo Yemen è sulla strada per diventare il primo Paese al mondo a terminarne fonti e scorte e vista l’assenza di pompe idrauliche per l’acqua potabile, in moltissimi bevono da bacini non sicuri, di fatto un rischio sanitario enorme in una Paese dove metà della popolazione non ha accesso ai servizi sanitari base. Quest’ultimo grafico
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ci mostra come il Paese sia poi ormai sempre più dipendente dagli aiuti internazionali. L’Onu ha dichiarato la necessità di 1,6 miliardi di dollari per aiutare lo Yemen ma ad oggi ne ha ricevuti solo 733,6 milioni, un bel 54% netto in meno. Insomma, la conta di profughi e vittime pare destinata a crescere, al di là delle pessima mira dei piloti sauditi.

Tornando al conflitto, ecco le posizioni e gli interessi in campo. La coalizione che sta bombardando lo Yemen include cinque membri del Gulf Cooperation Council – oltre all’Arabia Saudita ci sono Kuwait, Emirati, Qatar e Bahrein – e anche, a detta dei sauditi, Pakistan, Marocco, Giordania, Egitto e Sudan: ovvero, Ryad è andata a battere cassa dai Paesi cui ha fornito supporto diplomatico e finanziario. Di più, l’Arabia Saudita ha incassato anche il sostegno esterno dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Se è ampiamente riconosciuto che l’Iran abbia fornito armi e addestramento agli Houthi, non si riesce a definire quale tipo di controllo eserciti sulle forze sciite ed è altamente probabile che mantengano una forte autonomia sia decisionale, sia operativa. Impegnato in Iraq in funzione anti-Isis, l’Iran qui punta a rafforzare il controllo sulla regione in un tetris di alleanze e quindi, se gli Usa appoggiassero l’Arabia Saudita – come hanno paventato e come potrebbe convenirgli ora, dopo la debacle siriana – potrebbero finire per scontrarsi sul campo yemenita.
Ieri, poi, la probabile svolta. In Iraq, dove le forze filo-iraniane sono impegnate nel contrastare l’avanzata dell’Isis, pare sia stato colpito addirittura il convoglio del leader del Califfato, Abu Bakr al-Baghdadi. Insomma, ucciso il leader, ora si può parlare di fine dell’Isis? Per mano irachena e non russa, per giunta? Mi puzza molto di copertura. O, peggio, false flag in piena regola.

Ma non basta, perché alle dispute decennali tra Stati dell’area e a quelle ancor più antiche all’interno dell’Islam,
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a mio modo di vedere un’altra chiave di lettura strategica è la politica energetica che Vladimir Putin ha messo in campo con il suo intervento in Siria. Questa potrebbe, infatti, anche essere finalizzata a rafforzare l’influenza russa sull’OPEC, visto che Mosca ha già rapporti privilegiati con Venezuela e Iran e ora sta gettando le basi per una partnership anche con l’Iraq. La strategia è chiara, unirsi ai Paesi che più stanno soffrendo a livello di break-even fiscale la scelta saudita di non tagliare la produzione (ovvero Iran, Iraq, Angola, Nigeria, Libia, Algeria, Ecuador e Venezuela), di fatto creando un fronte di pesante contrasto al nucleo forte guidato da Ryad e che contempla anche Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Qatar.

In vista del meeting del 4 dicembre prossimo a Vienna, dove si dovrà decidere se continuare a produrre ai massimi o tagliare, una spaccatura del genere – senza sapere poi cosa accadrà in Siria e nell’area da qui a due mesi – in seno all’OPEC potrebbe risultare fatale per Ryad. Tanto più che se la volontà russa sarà quella di arrivare a un calo dell’output per consentire un aumento dei prezzi, l’Arabia non potrà contare sull’alleato Usa, visto che il comparto shale oil avrebbe solo da guadagnare da un ridimensionamento del cartello petrolifero e da un aumento delle valutazioni.

Ma oltre a queste criticità, l’OPEC a guida saudita deve fare i conti proprio con il nodo Iran. Teheran, infatti, potrebbe presto tornare sul mercato con l’eliminazione delle sanzioni a seguito dell’accordo sul nucleare e ha già fatto sapere che entro sei mesi sarebbe in grado di aumentare la sua produzione di 1 milione di barili al giorno dagli attuali 2,8 milioni.
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Finora l’Arabia non si è preoccupata, visto che per rimettere a regime gli impianti Teheran avrà bisogno di molto denaro di cui oggi non dispone ma la prospettiva che sia la Russia, magari attraverso accordi bilaterali con le sue aziende energetiche o con il Fondo sovrano, a finanziare il ritorno dell’Iran sul mercato è un’ipotesi che i sauditi ora devono prendere in considerazione.

Per questo, vedo l’accordo sul nucleare iraniano a forte rischio di sabotaggio o false flag, visto che l’anno prossimo si vota negli Usa per le presidenziali (con lobby degli armamenti e lobby ebraica sempre influentissime sulle scelte politiche dei candidati) e che la Boeing, il cui contributo alla politica americana è contenuto in questo snapshot,
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attende fiduciosa commesse per la sua nuova bomba anti-bunker. Eccola,
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denominata Mop o Massive Ordnance Penetrator, è l’evoluzione dell’ordigno da oltre 13.500 chilogrammi che nel 2012 fu giudicato insufficiente dalla forze armate Usa per un eventuale intervento risolutore in Iran. Perché questa scelta, se alla fine con l’Iran si tratta e si firmano accordi? A rispondere è stato lo scorso aprile un ufficiale statunitense, interpellato sotto anonimato dal Wall Street Journal: «Se dici che tutte le opzioni sono sul tavolo, allora devi avere qualcosa di credibile sul tavolo». Nella fattispecie non un accordo, ma una bomba.
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Ma c’è di più. Nonostante la vulgata generale sia quella di un raffreddamento dei rapporti tra Usa e Israele, la verità di solito si palesa sempre dietro le quinte. I funzionari del Pentagono, infatti, pur avendo negato l’intenzione di fornire la cluster bomb a Tel Aviv, già la scorsa primavera hanno inviato un segnale chiaro attraverso un video in cui veniva utilizzato il nuovo ordigno per un test (prima su un obiettivo esterno, poi in un bunker localizzato con una grande X), immagini che mostravano chiaramente come i tecnici militari Usa abbiano condiviso i dettagli tecnici della bomba con le loro controparti israeliane. Insomma, in parole povere, gli Stati Uniti stanno solo aspettando che Israele – casualmente sotto attacco non solo della cosiddetta “Intifada dei coltelli” ma ora anche dei kamikaze, con l’esercito che ha richiamato i riservisti – presenti l’offerta giusta: ovvero?

Fare in modo che l’accordo con l’Iran salti, garantendo a Israele la possibilità di chiudere i conti una volta e per sempre con Teheran e offrendo agli Usa ciò che più vogliono, un nuovo ordine in Medio Oriente con l’alleato saudita sempre più influente e il rimbalzo alle stelle del prezzo del petrolio. Ecco perché forse la proxy war yemenita è (o diventerà rapidamente) più importante del fronte ufficiale siriano. E perché forse, da oggi, l’Isis – non più funzionale agli interessi Usa e sauditi nell’area, visto che ha portato con sé il controproducente effetto collaterale dell’intervento russo e del consolidamento dell’influenza di Mosca nell’area – sparirà gradualmente dalle prime pagine dei media mainstream. Dove magari, magicamente, apparirà lo Yemen. E magari qualche strage strappalacrime da attribuire, direttamente o indirettamente, all’Iran. Ma magari mi sbaglio.

Mauro Bottarelli

Fonte: www.rischiocalcolato.it

Link: http://www.rischiocalcolato.it/2015/10/lisis-ora-non-serve-piu-il-nuovo-fronte-e-la-proxy-war-in-yemen-con-russia-e-iran-nel-mirino.html

12.10.2015

Pubblicato da Davide

  • Aironeblu

    Un po’ troppe forzature nella ricostruzione di questo scenario – sì, magari Bottarelli si sbaglia – ma alcune previsioni indirettamente azzeccate, come la scomparsa nel nulla dell’ISIS nei prossimi mesi, e la continuazione del blocco Usrael. Però lo Yemen come false flag per attaccare Iran e Russia lo lascerei all’autore.

  • Simplicissimus

    Pezzo interessante per le notizie che fornisce, anche se la loro interpretazione è completamente campata per aria

  • cardisem

    Mah! Per me è già tanto difficile conoscere ed interpretare i fatti accaduti. Figuriamoci quelli non ancora accaduti e che si pensa accadranno…
    Non so a cosa servano questo genere di analisi.