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L'ETICA DI BITTORRENT: SI VUOLE PUNIRE LA PIRATERIA O CRIMINALIZZARE LA CONDIVISIONE ?

DI NILE BOWIE

Russia Today

Per coloro che vivono in una moderna città densamente popolata, c’è una forte possibilità di ritrovarsi, proprio in questo momento, in prossimità di una quelle trasmissioni network wireless che hanno violato la legge sul copyright.

L’architettura di rete decentralizzata conosciuta come comunicazioni peer-to-peer (P2P) permette di condividere su internet file di ogni tipo con altri utenti senza scambio di denaro, una tecnologia oggi usata quotidianamente da milioni di persone. Per alcuni, questo tipo di scambio rappresenta un cambiamento verso un nuovo paradigma di condivisione di arte e cultura, potenzialmente in grado di promuovere un nuovo tipo di produttore di contenuti, che si configurerebbe anche come consumatore, dando allo stesso tempo luogo a un nuovo modello di economia decentralizzata. Per coloro che sono interessati al mantenimento della preminenza delle leggi sul copyright su tali mezzi di distribuzione, i milioni di persone che si servono di queste nuove abitudini di consumo sono paragonabili ai pirati di Renegade e devono essere fermati.
La maggior parte del file-sharing si svolge tramite BitTorrent, e coinvolge un host website [sito ospitante, Ndt] capace di supportare un indice di file torrent scaricabili tramite applicazioni separate direttamente dall’utente. Il contenuto stesso non è collocato in un singolo disco rigido centralizzato, ma rimane nei singoli dischi dei milioni di utenti che hanno condiviso quel file tramite un network P2P, rendendo il file sharing molto difficile da regolare. Il tipo di file condiviso va dai film, passando per la musica, fino ai software e agli e-book. Tutto ciò senza alcuno scambio monetario, come ognuno di noi farebbe con un amico.
Così come è accaduto con i produttori di video e audio cassette, i videoregistratori, la televisione via cavo, i lettori mp3 e simili, gli studios hollywoodiani e l’industria discografica considerano suddette innovazioni come una minaccia mortale alla loro attività, tanto che il file sharing è diventato attualmente oggetto di una vera e propria caccia alle streghe da parte della Motion Picture Association of America (MPAA) e della sua controparte, la Recording Industry Association of America (RIIA).

Internet 2.0

Prima dell’avvento del digitale, le informazioni venivano scambiate tramite ingombranti pacchi di carta e dischi di plastica. Internet si è inizialmente sviluppata come mezzo per ovviare tali limitazioni fisiche per mezzo della creazione di una rete decentralizzata che avrebbe permesso agli utenti di connettersi l’uno con l’altro a dispetto della loro reale distanza. Dalla prospettiva di chi sente la necessità di condividere file, Internet rispetta esattamente gli obiettivi che ci si era prefissati. Per l’industria della proprietà intellettuale, decisa a punire i trasgressori della legge sul copyright (coloro che scambiano file protetti dal diritto d’autore), Internet non può continuare a esistere nelle attuali modalità. In seguito al notevole sforzo di quelle lobby, sta emergendo fra i legislatori una tendenza a sviluppare una regolamentazione di vasta portata per il controllo di internet e il radicale cambiamento del modo in cui essa opera. La morale della favola è che le industrie e le corporation a capo di quelle stesse lobby aspirano a oltrepassare la regolamentazione per dare al settore privato, sotto la maschera della difesa della proprietà intellettuale, un vasto potere su Internet e i suoi contenuti, e, insieme, allungare in modo sensibile la durata dei diritti d’autore già esistenti.

La libertà quasi anarchica della rete è molto probabilmente l’istanza più rappresentativa e democratica della società industriale, e l’ideologia del “fondamentalismo del copyright” mina tale modalità di scambio. Poiché il file-sharing si svolge attraverso mezzi privati e network decentralizzati, la legge sul copyright non può essere applicata senza violare la privacy dei singoli utenti da parte di un’eventuale sorveglianza di massa che monitorerebbe le abitudini di condivisione.
Come potrebbe essere un Internet 2.0 regolato? Basandoci su disegni di legge non approvati, qualche idea viene alla mente. Siti web e blog potrebbero essere chiusi senza l’ordine di un tribunale anche nei casi più marginali di violazione del copyright; gli utenti colpevoli di aver condiviso dei file si vedrebbero tagliare la banda larga e sarebbero costretti al pagamento di multe costose; sarebbero comuni ricerche sugli hard disk da parte della polizia e degli uffici immigrazione negli aeroporti, e molto di più. La battuta finale per i lobbisti legati alle corporate sarebbe convincere i governi a deregolamentare e liberalizzare il mercato e lo spazio economico regolando i mezzi di comunicazione come Internet per proteggere l’economia deregolamentata in grado di preservare i profitti monopolistici delle industrie. La libertà è riservata al mercato, non all’individuo.

L’impero del business dall’interno

La più nota difesa della necessità del copyright sostiene che la libera condivisione è dannosa per i produttori di contenuti stessi, e che se il file-sharing continuerà indisturbato, l’industria dello spettacolo entrerà in bancarotta e la creatività ne sarebbe paralizzata. Tale linea di pensiero manca l’obiettivo. Il telefilm Breaking Bad è diventato un fenomeno culturale, e più di tre milioni di utenti hanno scaricato l’ultima stagione uscita di recente. Il creatore dello show Vince Gilligan ha dichiarato ai media che il download illegale ha incrementato la popolarità dello show e ha portato alla visione dello show molta gente che altrimenti non avrebbe preso in considerazione l’evento.

Studi pubblicati dalla London School of Economics and Political Science suggeriscono che il file-sharing abbia un effetto positivo sull’industria creativa: gli autori dell’articolo promuovono una definizione più obiettiva delle politiche sul copyright. Concordemente ai dati riportati dalla ricerca, l’industria creativa non è in declino, e anche nell’era del P2P, Hollywood ha raggiunto nel 2012 cifre da record al botteghino con incassi di 35 miliardi, mentre l’industria musicale ha compensato le perdite causate dalla bassa vendita di CD con le vendite digitali e i concerti dal vivo.

Altri studi recenti condotti in Svezia, Norvegia e Gran Bretagna mostrano che con il digitale gli utili per le etichette sono diminuiti, mentre i profitti per gli artisti sono aumentati. Gli artisti guadagnano decisamente di più vendendo i loro brani digitalmente che con i miseri compensi ricevuti sui CD fisici, mentre l’infrazione del copyright attraverso il file-sharing e l’upload su Youtube fa molto più che creare rumore. L’ anonimato è uno dei problemi più significativi per un aspirante musicista, e servizi come SoundCloud consentono agli artisti di far conoscere gratuitamente il proprio lavoro per mezzo di licenze Creative Commons (ente no profit, Ndt), fatto che segnala un nuovo modello economico che unisce maggiormente l’artista con il suo pubblico. Le ricerche mostrano che chi condivide file spende più denaro nell’entertainment rispetto a chi non lo fa, così i sostenitori del copyright danneggiano se stessi andando contro i loro migliori consumatori.

Come il protagonista di Breaking Bad- un insegnante di chimica di liceo diventato produttore di meth cook- i promotori della proprietà intellettuale sono nell’impero del business e non lasceranno che il loro status sia compromesso molto facilmente.

La riforma del copyright e la rinascita del P2P

Anche se il download P2P rimane tecnicamente illegale se il materiale scambiato è protetto da copyright, esso ha un incredibile potenziale per l’apprendimento e la disponibilità di materiale culturale nella società. Se le istituzioni educative statali abbracciassero il vento di cambiamento invece di rigettare le risorse sorvegliando Internet, l’impatto sarebbe enormemente positivo senza contare la crescita di capitale umano, la generazione di un diverso tipo di profitto e di un’altrettanto nuova forma di attività economica. Altrove in presenza di ostacoli, il P2P presenta svariate possibilità- non solo per l’educazione, ma anche per lo studio personale grazie all’accesso a documenti, file di testo o software a cui alcuni non potrebbero avere accesso in altro modo. Se il file-sharing fosse utilizzato piuttosto che criminalizzato, vi sarebbero significative trasformazioni nella società, specialmente per i ceti bassi che più di tutti hanno difficoltà nell’accesso a un’educazione d’alto livello e ai media culturali.

Il file-sharing può avere un valore etico e implementare il libero accesso ai software e alle tecnologie, tendenze che saranno accelerate dalla crescente diffusione della stampante 3D. I governi comprenderanno che una riforma del copyright volta a legalizzare la condivisione di file in P2P senza fini di lucro sarebbe una misura altamente popolare, specialmente alle urne in paesi avanzati sul piano tecnologico e con una larga percentuale di votanti under 40. In politica internazionale, una posizione ferma su una questione controversa spesso corrisponde al malcontento di una delle due parti in causa. Giudicando dalla parte dell’opposizione generale alla privatizzazione e regolamentazione di internet richiesta dal cartello dei difensori del copyright, criminalizzerebbe ulteriormente la distribuzione non- commerciale di prodotti diventando di nuovo causa di malcontento, ma per milioni di persone.

Nile Bowie, analista politico e fotografico attualmente residente a Kuala Lumpur, Malaysia. Può essere contattato su Twitter o all’indirizzo nilebowie@gmail.com

Fonte: Russia Today

Link: http://rt.com/op-edge/torrent-piracy-sharing-law-440/

19.10.2013

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di G.

Pubblicato da Truman

  • neutrino

    La criminalizzazione della pirateria è principalmente una scusa che i governi utilizzano per porre limiti arbitrari al paradigma P2P. E’ questo, in quanto comunicazione decentralizzata, che risulta indigesto a qualsiasi regime. Finché le comunicazioni avvengono in modalità “broadcast” è ancora possibile riuscire a controllarle: basta chiudere l’emittente (sito web, radio o televisione). Nel momento in cui esse non hanno una singola origine, l’unico modo per controllarle è un controllo capillare ed automatizzato di tuttta la rete e dei contenuti cambiati, al momento difficile da attuare.

  • Hamelin

    Criminalizzano la mancanza di controllo.
    Ormai vogliono avere il controllo di ogni cosa , ora viene fuori che la NSA spia mezzo mondo quando si sapeva già da 20 anni che con il progetto ECHELON lo avrebbero fatto .
    Questa ulteriore restrizione delle libertà personali rientra nella loro visione di un mondo nuovo popolato da schiavi e dei.

  • alvise

    Quello che non accetto, da un punto di vista squisitamente tecnico, è il reato di condivisione.Quando la gente legge sui media che qualcuno è stato condannato perché “condivideva” files, tecnicamente è errato.Chi condivide è il P2P non la persona fisica.Esempio.Se uso un FTP per trasferire file, è vero che è lo “strumento” digitale FTP che fa l’Upload materialmente, ma è sempre l’utente che controlla e gestisce le operazioni. Il P2P non funziona così, il P2P fa dowload su quello che richiedo io, ma l’Upload lo fa arbitrariamente il P2P, anche se si conosce il funzionamento e si sa bene che un P2P può fare e fa Upload. Come il Mulo per esempio, ma non è detto che come utente lo sappia, e d’altra parte i P2P non sono vietati dalla legge.Qualcuno potrebbe obbiettarmi che una pistola non è vietata dalla legge anche per chi non ha il porto d’armi, purchè la custodisca in casa, ma non per questo deve uccidere qualcuno.Non è la stessa cosa.Una pistola si sa che ha la funzione di far del male, di un P2P non è detto che invece lo si conosca nelle sue funzioni

    Ma rimane il fatto che, tecnicamente non è fisicamente l’utente a fare Upload, e quindi etimologicamente il verbo “condividere” è sostanzialmente errato, e quindi non può essere denunciato per “condivisione”, mentre invece non sta condividendo niente come persona fisica, come si può fare con l’FTP.Se si deve giustamente mettere in galera qualcuno, si dovrebbe imprigionare il P2P, quello che fisicamente fa l’Upload. Che poi a ben pensarci, sempre dal punto di vista tecnico, un P2P non fa nemmeno Upload, se mai è l’eMule di altri utenti che fa download dei file, quindi cosa sta condividendo l’utente visto che non sta inviando nulla?Ci ho pensato a questo e sono convinto di avere un po di ragione.Se prendiamo le persone trovate in flagrante dowload di files pe…, il reato più grave è il reato di condivisione.Secondo me l’individuo dovrebbe invece essere denunciato si per ritenzione di quella roba, e quindi subire il giusto giudizio penale, ma non quello di condivisione.Se io fossi l’avvocato difensore di tale persona (visto che sarei pagato per difenderlo), mi batterei contando su questa sottile differenza, poi sarebbe interessante confrontarsi con gli esperti del tribunale

  • Diapason

    I distributori (badare: non “produttori”: solo distributori) di opere d’ingegno o artistiche giustificano gli alti prezzi dei prodotti da loro venduti “perché c’è la pirateria”.
    E’ esattamente il contrario: esiste la pirateria perché i prezzi sono alti.
    Io un film (ormai uscito dal circuito cinema da 3 o 4 mesi) lo pagherei volentieri 4 o 8 euro (a seconda della confezione, dei contenuti aggiuntivi…)
    In fondo, è tutto sommato il costo della corrente usata dal pc sempre acceso con torrent attivo + l’usura del pc stesso + le ore di contratto-provider necessarie per il download dello stesso titolo + l’assenza di garanzie circa la qualità audio-video…

    Ma sicuramente NON lo pagherei 16, 26, 36 euro o più.
    …E’ una rapina: mi stai dando qualcosa di ORMAI VECCHIO, ad un costo SUPERIORE rispetto al costo del biglietto del cinema quando il film era appena uscito !!!
    Mi sento preso per il Q-LO…
    E allora ti frego con torrent: così sono io che prendo per il Q-LO te, ignobilmente avido distributore di contenuti.
    Ecchissenefréga se il film che scarico da torrent non ha un audio eccellente o spiexella un po’ sulle scene scure: la soddisfazione di aver visto un film a costo zero (“prendetevela in quel posto, majors“) val bene qualche minimo sacrificio quaitativo.
    E’ una questione di comune buon senso, quello che viene dalla pancia…

    Riguardo agli altri aspetti, quelli evidenziati dall’articolo (condividendo liberamente il sapere, le fasce meno abbienti della popolazione planetaria avrebbero accesso ad una istruzione altrimenti troppo costosa) è sicuramente tutto possibile in nuce (non vengono considerati problemi accessori importanti: molti Paesi non hanno corrente sufficiente per sostenere milioni di pc accesi, e quand’anche l’avessero, non hanno i pc o le mega-connessioni internet necessarie, etc..) ma c’è la possibilità che ulteriori meravigliosi (ma anche deleteri) sviluppi non possano venir immaginati prima dell’accettazione, da parte dei poteri, che equiparare i costi di download “illegale” ai costi di acquisto è l’unica strada affinché il download “illegale” cessi di essere una preoccupazione per i distributori di contenuti.