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L'ECONOMIA HA FALLITO, IL CAPITALISMO E' GUERRA, LA GLOBALIZZAZIONE VIOLENZA

DI GIULIANO BALESTRERI

repubblica.it

Intervista a Serge Latouche

Il teorico della decrescita felice interviene al Bergamo Festival: “Il libero scambio è come la libera volpe nel libero pollaio”. E poi critica l’Expo: “E’ la vittoria delle multinazionali, non certo dei produttori. Serve un passo indietro, siamo ossessionati dall’accumulo e dai numeri”

“La globalizzazione è mercificazione”. Peggio: “Il libero scambio è come la libera volpe nel libero pollaio”. E ancora: “L’Expo è la vittoria delle multinazionali, non certo dei produttori”. Serge Latouche, francese, classe 1940, è l’economista-filosofo teorico della decrescita felice, dell’abbondanza frugale “che serve a costruire una società solidale”. Un’idea maturata anni fa in Laos, “dove non esiste un’economia capitalistica, all’insegna della crescita, eppure la gente vive serena”.

Di più: la decrescita felice è una delle strade che portano alla pace. E Latouche ne parlerà il 12 maggio al Bergamo Festival (dall’8 al 24 maggio) dedicato al tema “Fare la pace”, anche attraverso l’economia. L’economista francese, in particolare, si concentrerà sulla critica alle dinamiche del capitalismo forzato che allarga la distanza fra chi riesce a mantenere il potere economico e chi ne viene escluso. Ecco perché, secondo Latouche, la decrescita sarebbe garanzia e compensazione di una qualità della vita umana da poter estendere a tutti. Anche per questo “considerare il Pil non ha molto senso: è funzionale solo a logica capitalista, l’ossessione della misura fa parte dell’economicizzazione. Il nostro obiettivo deve essere vivere bene, non meglio”.

Abbiamo sempre pensato che la pace passasse per la crescita e che le recessioni non facessero altro che acuire i conflitti. Lei, invece, ribalta l’assioma.
Fa tutto parte del dibattito. Per anni abbiamo pensato proprio che la crescita permettesse di risolvere più o meno tutti i conflitti sociali, anche grazie a stipendi sempre più elevati. E in effetti abbiamo vissuto un trentennio d’oro, tra la fine della Seconda guerra mondiale e l’inizio degli anni Settanta. Un periodo caratterizzato da crescita economica e trasformazioni sociali di un’intensità senza precedenti. Poi è iniziata la fase successiva, quella dell’accumulazione continua, anche senza crescita. Una guerra vera, tutti contro tutti.

Una guerra?
Sì, un conflitto che ci vede contrapposti gli uni agli altri per accumulare il più possibile, il più rapidamente possibile. E’ una guerra contro la natura, perché non ci accorgiamo che in questo modo distruggiamo più rapidamente il pianeta. Stiamo facendo la guerra agli uomini. Anche un bambino capirebbe quello che politici ed economisti fingono di non vedere: una crescita infinita è per definizione assurda in un pianeta finito, ma non lo capiremo finché non lo avremo distrutto. Per fare la pace dobbiamo abbandonarci all’abbondanza frugale, accontentarci. Dobbiamo imparare a ricostruire i rapporti sociali.

Un cambio rotta radicale. Sapersi accontentare, essere felici con quello che si ha non è certo nel dna di una società improntata sulla concorrenza.
E’ evidente che un certo livello di concorrenza porti beneficio a consumatori, ma deve portarlo a consumatori che siano anche cittadini. La concorrenza non deve distruggere il tessuto sociale. Il livello di competitività dovrebbe ricalcare quello delle città italiane del Rinascimento, quando le sfide era sui miglioramenti della vita. Adesso invece siamo schiavi del marketing e della pubblicità che hanno l’obiettivo di creare bisogni che non abbiamo, rendendoci infelici. Invece non capiamo che potremmo vivere serenamente con tutto quello che abbiamo. Basti pensare che il 40% del cibo prodotto va direttamente nella spazzatura: scade senza che nessuno lo comperi. La globalizzazione estremizza la concorrenza, perché superando i confini azzera i limiti imposti dalla stato sociale e diventa distruttiva. Sapersi accontentare è una forma di ricchezza: non si tratta di rinunciare, ma semplicemente di non dare alla moneta più dell’importanza che ha realmente.

I consumatori però possono trarre beneficio dallo concorrenza.
Benefici effimeri: in cambio di prezzi più bassi, ottengono salari sempre più bassi. Penso al tessuto industriale italiano distrutto dalla concorrenza cinese e poi agli stessi contadini cinesi messi in crisi dall’agricoltura occidentale. Stiamo assistendo a una guerra. Non possiamo illuderci che la concorrenza sia davvero libera e leale, non lo sarà mai: ci sono leggi fiscali e sociali. E per i piccoli non c’è la possibilità di controbilanciare i poteri. Siamo di fronte a una violenza incontrollata. Il Ttip, il trattato di libero scambio da Stati Uniti ed Europa, sarebbe solo l’ultima catastrofe: il libero scambio è il protezionismo dei predatori.

Come si fa la pace?
Dobbiamo decolonizzare la nostra mente dall’invenzione dell’economia. Dobbiamo ricordare come siamo stati economicizzati. Abbiamo iniziato noi occidentali, fin dai tempi di Aristotele, creando una religione che distrugge le felicità. Dobbiamo essere noi, adesso, a invertire la rotta. Il progetto economico, capitalista è nato nel Medioevo, ma la sua forza è esplosa con la rivoluzione industriale e la capacità di fare denaro con il denaro. Eppure lo stesso Aristotele aveva capito che così si sarebbe distrutta la società. Ci sono voluti secoli per cancellare la società pre economica, ci vorranno secoli per tornare indietro.

Oggi preferisce definirsi filosofo, ma lei nasce come economista.
Sì, perché ho perso la fede nell’economia. Ho capito che si tratta di una menzogna, l’ho capito in Laos dove la gente vive felice senza avere una vera economia perché quella serva solo a distruggere l’equilibrio. E’ una religione occidentale che ci rende infelici.

Eppure ai vertici della politica gli economisti sono molti.
E infatti hanno una visione molto corta della realtà. Mario Monti, per esempio, non mi è piaciuto; Enrico Letta, invece, sì: ha una visione più aperta, è pronto alla scambio. Io mi sono allontanato dalla politica politicante, anche perché il progetto della decrescita non è politico, ma sociale. Per avere successo ha bisogno soprattutto di un movimento dal basso come quello neozapatista in Chiapas che poi si è diffuso anche in Ecuador e in Bolivia. Ma ci sono esempi anche in Europa: Syriza in Grecia e Podemos in Spagna si avvicinano alla strada. Insomma vedo molto passi in avanti.

A proposito, Bergamo è vicina a Milano. Potrebbe essere un’occasione per visitare l’Expo.
Non mi interessa. Non è una vera esposizione dei produttori, è una fiera per le multinazionali come Coca Cola. Mi sarebbe piaciuto se l’avesse fatto il mio amico Carlo Petrini. Si poteva fare un evento come Terra Madre: vado sempre a Torino al Salone del Gusto, ma questo no, non mi interessa. E’ il trionfo della globalizzazione, non si parla della produzione. E poi non si parla di alimentazione: noi, per esempio, mangiamo troppa carne. Troppa e di cattiva qualità. Ci facciamo male alla salute. Dovremmo riscoprire la dieta mediterranea. Però, nonostante tutto, sul fronte dell’alimentazione vedo progressi. Basti pensare al successo del movimento Slow Food.

Giuliano Balestreri

Fonte: www.repubblica.it

Link: http://www.repubblica.it/economia/2015/05/10/news/latouche_decrescita_felice-113782708/?ref=HRLV-4

10.05.2015

Pubblicato da Davide

  • 1Al

    Analisi perfetta. Da incorniciare.

  • Oxymen

    l’analisi di Latouche convince ma manca di prospettiva storica. Il capitalismo ha strappato masse immense dalle campagne per catapultarle nelle città. Le torri con oroglogio sono il simbolo dell’avvento del tempo lineare su quello circolare, tipico del medioevo e indietro. Se l’avvento dell’agricoltura e pastorizia ha stabilmente cambiato i nostri rapporti con la natura innescando una simbiosi critica che in qualche modo l’ambiente agreste riusciva a mitigare, con l’avvento delle città tali criticità sono esplose in tutta la loro virulenza. La peste, figlia di commerci da una parte e di pessima situazione igienica nelle città dall’altra, ha fatto pagare uno scotto terribile al decantato Rinascimento (Venezia ad esempio quasi scomparve come potenza marinara e commerciale). E siamo ancora agli inizi del capitalismo. Nell’era industriale in cambio di "comodità" come l’acquistare beni di prima necessità invece di produrli in proprio, il capitalsimo ha avvelenato l’ambiente: fiumi e laghi non più balneabili, mari ridotti ad ammassi di liquami o poco meno. Cementificazioni selvagge, quartieri dormitorio e vie di comunicazione veloci per trasportare facilmente merci e persone, questo il diktat del dopoguerra. Poi il capitalismo ha capito che si guadagnava di più con la speculazione. Quindi dopo avere avvelenato il pianeta quindi la parte fisica (non che adesso abbia smesso…) avvelena pure la parte metafisica, facendo entrare prepotentemente l’economia nel virtuale (o il virtuale nell’economia, come preferite). Etica protestante come segno della vicinanza al divino, e dio diventa esibizione di denaro e di potere. L’avvelenamento da capitalismo è ormai completato.

    Scrive Latouche "Dobbiamo decolonizzare la nostra mente dall’invenzione dell’economia.".
    Ammesso sia la ricetta giusta, chi si incarica di farlo? Basta guardare questo sito, che pure è uno dei migliori in rete. Il fattore economico la fa da padrone, sia che si osservi la società da destra che da sinistra. Da Adam Smith a Marx il fattore economico è ormai entrato a far parte del nostro immaginario collettivo, è diventata la partita della domenica al bar sport. Se togli la partita, il bar sport non ha più ragione di esistere.
    La politica ha ormai da tempo cedto il passo all’economia ed in realtà i veri centri decisionali non sono più i parlamenti (luoghi deputati alla gestione della polis) ma le banche. I soldi li hanno loro, e con i soldi con questo immaginario collettivo si fa tutto. I soldi colonizzano ed i soldi generano soldi, questa è la spirale infernale nella quale ci siamo cacciati.

  • Truman

    Ottimo Latouche, solo un punto mi appare migliorabile, dove dice:

    “una crescita infinita è per definizione assurda in un pianeta finito”. Qui si può dire di meglio.  Una crescita materiale infinita è impossibile, ma è del tutto praticabile una crescita infinita di ciò che è immateriale. Ad esempio la cultura è prevalentemente immateriale, a volte si appoggia a supporti (es. libri, computer) ma può crescere in modo illimitato senza eccessivi problemi.

    Ma il vero settore dove la crescita infinita è possibile è il denaro, il quale da molto tempo ha smesso di essere materiale, se ne lascia qualche traccia per non svelare il trucco, ma il vero denaro è oggi soprattutto contabilità all’interno di computer. In questo modo il denaro della finanza è cresciuto incontrollato (incontrollato dai popoli e dalla politica, intendo) prendendo il potere su tutto e distruggendo furiosamente risorse reali e vite umane. Il virtuale vince sul reale, anche per la sua capacità di crescere illimitatamente. E allora dobbiamo imparare a controllare la crescita infinita, perchè essa impatta sulle nostre vite.

    Ancora una volta, i sacerdoti della religione dominante ingrassano grazie a saperi virtuali, che forniscono loro potere reale. Le loro conoscenze dei meccanismi fantastici della creazione di denaro dal nulla, denaro utilizzabile per corrompere tutte le persone di cui hanno bisogno, le rendono enormemente forti. Finchè la gente non si rende conto che, per adeguarsi al potere costituito, si è messa in mano ad un Dio cattivo, che odia le persone e le vuole distruggere. Quando la gente si rende conto che il Dio è cattivo e non la ama, quel Dio diventa Satana. Su questi archetipi bisogna lavorare, sulla voglia di pace e conformismo delle masse e sulla rabbia che si scatena quando Dio mostra invece di essere Satana mascherato.

  • PietroGE

     Latouche parla come se il pianeta fosse abitato da uomini già ricchi che non si accontentano di quello che hanno. E poi ha dimenticato totalmente il fattore demografico. Dovrebbe andare a Lampedusa a vedere con i suoi occhi quello che è disposta a fare la gente per arrivare ad avere un po’ di benessere e proporla a loro la decrescita felice.

    Con l’esempio del Laos poi torna di nuovo il mito del buon selvaggio.

    Sono d’accordo solo sul fatto che la globalizzazione è stata un disastro e che lo spreco va combattuto così come la distruzione ambientale. Per questo però ci vogliono decisioni molto impopolari.

  • Hamelin

    Il Potere glielo forniamo noi giocando al loro gioco .
    Per vincere basta smettere di giocare .

    Il loro incubo è che noi lo capiamo e li abbandoniamo .
    Che cosa se ne fa un ricco dell’oro e dell’argento se nessuno gli vende un chicco di grano con cui sfamarsi ? Niente .

    Paradossalmente il loro potere è dato dagli ultimi ( e dal loro desiderio di sostituirsi nello stesso sistema o di avvicinarsi almeno ai primi stile "American Dream") .

    Senza di essi molti dei vecchi ricchi papponi del pianeta non sarebbero nemmeno in grado di stirarsi una camicia o cucinare due uova .

    Il problema per loro si pone quando giungono agli eccessi e tutte le incongruenze delle loro menzogne si manifestano simultaneamente .

    Di solito la buttano in Guerra , pagando gente per sterminare altra gente ( soprattutto per sterminare i pensanti e stroncare cosi’ la consapevolezza del loro gioco ) .

    Una volta sterminati qualche miliardo di persone ed avendo cancellato la storia e consapevolezza delle persone riscrivono la realtà come meglio li pare ( come hanno fatto dopo la 2° Guerra Mondiale , o la conquista barbara chiamata Unità d’Italia ) .possono quindi tranquillamente ripartire con il loro gioco .

    Proprio come in Matrix loro hanno bisogno di una Zion da distruggere ciclicamente perchè il loro sistema di potere e dominio possa continuare indisturbato .

  • ottavino

    La civiltà delle macchine, della tecnica e della scienza, non ama i piccoli gruppi, le comunità che stanno per i cavoli loro, coltivano le loro terre, vivono di poco.

    Per poter sviluppare la società tecno-scientifica siamo giunti a questo punto e la società tecno-scientifica non mollerà la presa facilmente.
  • albsorio

    Se la decrescita felice non funzionerà sui nuovi poveri della società occidentale estremizzata economicamente c’è sempre il manganello.

  • Fedeledellacroce

    "Il loro incubo è che noi lo capiamo e li abbandoniamo"
    Piuttosto il loro incubo é che ci rivoltiamo con la violenza e li giustiziamo, loro e tutta la progenie!

    "Che cosa se ne fa un ricco dell’oro e dell’argento se nessuno gli vende un chicco di grano con cui sfamarsi ?"
    Ci paga 20 uomini armati che il grano se lo prendono tutto!
    Gratis

  • Fedeledellacroce

    Ma davvero pensi che a Lampedusa gli Africani ci vanno perché non gli piace casa loro?
    Ma se francesi, ammerigani e inglesi da decenni buttano bombe e destabilizzano con colpi di stato e milizie mercenarie clandestine. vedi Boko-Haram, possibile che non ti passa per la testa, nemmeno per un attimo fugace, che scappano dal caos creato dall’occidente?

  • Fedeledellacroce

    Ha ragione Latouche.
    D’altronde l’Italia e gli italiani sono giá in decrescita (recessione) solo che non é felice……….
    Da buon filosofo ci indica l’attitudine mentale, l’approccio per riscoprire ricchezze dimenticate.
    Dimenticate ma ancora molto preziose.