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LE SCIENZE SOCIALI E LA DISTRUZIONE DELL'INDIVIDUALIT

DI JON RAPPOPORT

Jon Rappoport’s Blog

E’ possibile che nessuno di voi sia interessato alle pratiche sessuali degli abitanti dell’isola di Trobriand e, comunque neanche a ciò che fa qualche tribù amazzonica durante una noiosa giornata di martedì.
Ma ciò che hanno scritto i sociologi e gli antropologi su tali argomenti è ritenuto molto più scientifico degli appunti presi da qualcuno su ciò che la gente fa in un parco giochi nel parco.

Emile Durkheim (1858-1917), uno dei fondatori della sociologia, coniò l’espressione “inconscio collettivo” e insisteva sull’esistenza di qualità innate che esistono nella società al di sopra dell’individuo.

Esponendo le proprie assurde teorie, giunse al punto di sostenere che persino il suicidio fosse una di queste qualità. Come se questo specifico fenomeno fosse al di là di ogni possibile scelta individuale, scrisse infatti: “L’uomo è tanto più vulnerabile all’autodistruzione quanto più egli è distaccato da ogni collettività, cioè quanto più egli vive in maniera egoista”.

In altri termini, secondo Durkheim, l’individuo che rigetta le norme di una società deve quindi essere avvolto a sua volta in qualcosa di moralmente ripugnante e quindi senza alternative.
Nel suo libro, The Division of Labour in Society (1893) Durkheim confeziona la coscienza morale nel seguente modo: “renditi utile a compiere una determinata funzione”.
Alludeva con questo come ad una specie di comando dettato dall’inconscio collettivo. La rappresentazione in pratica del singolo umano come parte dell’ingranaggio della macchina.

Dal brodo primordiale della “sociologia”, la lunga storia sordida di questa disciplina accademica arriva a qualcosa di questo tipo: Peter Callero, del dipartimento di sociologia della Western Oregon University, ha scritto un libro dal titolo: Il mito dell’individualismo: come le forze sociali formano le nostre vite (2013).

“I più oggi credono che un individuo sia una persona con una identificazione indipendente e distintiva, cosa che comunque, rimane nel mito”.

Quando Callero scrive frasi come “identificazione” non parla di carte d’identità, né di numeri della previdenza sociale. In verità parla dell’assenza di unicità del singolo individuo. Asserisce infatti che le differenze fra due persone siano insignificanti in quanto quei due non sono “individui” nel senso stretto, bensì gruppo.
Questo degrado dello spirito individuale umano non è comunque accidentale. Fa parte di un programma a largo raggio di propaganda mirata al controllo della società a 360°
“La cruda verità è che il credo individualista di ognuno per se stesso e Dio per tutti è la causa principale dall’angoscia in cui si riversa la civiltà occidentale (….) Qualsiasi merito questo credo possa aver avuto nelle passate società agricole e industriali non può essere applicabile in era di scienza, tecnologia e economia razionalizzata. Quello che una volta era utile alla società è divenuto un pericolo” (Charles Beard, 1931)
Beard, storico di fama, non sembra distinguere la differenza fra la prepotenza effettuata da un singolo e la libertà individuale di scegliere e vivere la propria vita. Per lui la società deve basarsi su un’organizzazione in cui l’individuo si deve accontentare delle briciole.

“La filosofia empirica britannica è individualista. Ed è certamente chiaro che se l’unico criterio per distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato è quello dell’uomo come singolo, non resta spazio per un “patto sociale”, cosa che invece sempre coinvolge un largo numero di persone. E se egli rifiuta ogni giudizio o prova che non siano il proprio, manca dello strumento base per fornire le risposte” (Jacob Bronowski, Scienza e valori umani, 1956).
Bronowski è del tutto convinto che ascoltare le opinioni altrui e non mutare le proprie sia sbagliato e che si debba accettarlo come se nulla fosse! Ma qui siamo alla follia! Gli individui sono ben capaci di scegliere per se stessi in quale patto sociale far parte o no.
Ancora su questo punto, Beard e Bronowski erano entrambi individui dai risultati individuali altissimi che, arrivati in “cima” hanno cominciato a celebrare una specie di società dove si cercherebbe di appiattire l’individualità in una media.

Comunque il mondo è pieno di esperti che si innalzano e poi predicano il collettivismo, diventando così una specie di sovvertitori sociali. Credendo di avere gli strumenti per decidere in che tipo di mondo si debba vivere, dal momento che lor signori non ne fanno più parte.
Liberati dagli obblighi nei quali vorrebbero legarci, loro possono pontificare e schematizzare riguardo alla società, l’economia e i costrutti politici nei quali il Gruppo è tutto.
Questo è elitarismo bello e buono!

Citando Orwell:
“non si può dire e, ad ogni modo, non viene neanche detto così spesso, che il collettivismo non è di per sé democratico, ma, al contrario dà ad una minoranza un potere cosi grande che neanche l’Inquisizione spagnola si sarebbe mai sognata di raggiungere”. (George Orwell, 1944)

La gente che cerca di imporre una società preprogrammata sugli altri non ha molto da dire nel campo della libertà. Perché dovrebbero poi? Questa è come un Jolly e appartiene all’individuo, individuo che viene considerato come un ostacolo al cosiddetto progresso di gruppo.
Il succo della sociologia e dell’antropologia, che vengono propinate agli studenti universitari nei nostri college, è il seguente:

Conosci il gruppo.

Queste pseudo discipline hanno prosperato perché le elite che detengono il vero potere stanno facendo di tutto per sradicare il concetto stesso di individuo.
Perché qualcuno dovrebbe perpetuare il mito che questi due soggetti accademici siano “scienze sociali” poi? In queste non c’è niente di scientifico! I loro praticanti potranno forse concepire modelli di computer o al più dibattere su meriti , presi nella loro generalità, di una cultura rispetto ad un’altra. Ma per il resto il loro scopo non è né più né meno che pianificare un sistema di gestione a livello mondiale. Un sistema nel quale l’individuo svanisce.

Jon Rappoport è di due opere del calibro di THE MATRIX REVEALED e EXIT FROM THE MATRIX, Jon è stato candidato al congresso dalla California, fornisce consulenze ai privati, i cui scopi rimangono l’espansione del Potere creativo individuale. Nominato per un premio Pulitzer, in seguito alla sua carriera trentennale come reporter che ha scritto vari articoli sui più disparati argomenti per le più diverse riviste , come CBS Healthwatch, LA Weekly, Spin Magazine, Stern, e altre riviste negli Usa e in Europa. Jon ha tenuto conferenze e seminari sulla salute, la politica globale, la logica e il potere creativo, in varie parti del globo. Si possono ricevere gratuitamente le sue mail iscrivendosi su www.nomorefakenews.com

Fonte: http://jonrappoport.wordpress.com

Link: http://jonrappoport.wordpress.com/2014/01/09/social-sciences-and-the-destruction-of-individuality/.

09.01.2014

Traduzione per www.comedonchiscitte.org a cura di MEMNONE

Pubblicato da Truman

  • Black_Jack

    Intanto Emile Durkheim dice una cosa un pelino diversa.
    Anzi secondo lui le società più evolute sono quelle in cui comincia a realizzarsi una forma di distinzione individuale per cui, curiosamente, a un certo punto fa tutto un discorso per dimostrare che la Francia è più evoluta dell’Inghilterra.
    Secondo il signor Rappoport la mette in mdo ricattatorio per cui se non sei individualista sei un collettivista quindi sei un sovietico staliniano. Scemenze anche abbastanza dozzinali.

    Non solo; non contento delle idiozie sparate a gratis tipo chiamare la sociologia "sordida disciplina accademica" rivelando o intenti bassamente persuasivi o qualche fissazione di cui non conosciamo l’origine; non contento di questo afferma:

    "Queste pseudo discipline hanno prosperato perché
    le elite che detengono il vero potere stanno facendo di tutto per
    sradicare il concetto stesso di individuo."

    Ma è esattamente il contrario, le élites stanno sottomettendo il popolo inculcandogli a tutti i costi il mito assurdo dell’individualismo.
    Una distinzione individuale è possibile solo in un gruppo forte e strutturato ossia è possibile e ha senso solo nelle élites.
    Le classi subalterne non sono un gruppo strutturato e men che meno "forte" per cui l’individualismo coatto spinge le persone a rinnegare il proprio precario senso di appartenenza per arrivare a considerare come l’unico valido quello dei dominanti.
    E per poter essere ammesso nella ruling class, ovviamente più o meno come servo o anche solo avventizio, è pronto a tradire i propri fratelli e a vendersi l’anima.
    A livello delle classi subalterne (cioè noi) il primo passo da fare è il consolidamento della comunità, la creazione di ideali fondanti, lo spirito di sacrificio per il gruppo.
    Solo dopo l’avvenuta strutturazione di questo senso di appartenenza avrebbe senso iniziare a ipotizzare i primi passi nella direzione di una maggiore individualizzazione (che comunque, come dimostra il senso di comunità delle élites, non può prescindere da legami di gruppo molto forti e addirittura, sotto molti aspetti, condizionanti).

    Insomma qual’è il trucco da sgamare?

    Che dicono che

    individualismo=libertà

    Balla assoluta. E i legami affettivi, che pure sono impegnativi e condizionanti, sono molto ma molto più importanti della libertà.

  • DaniB

    Articolo delirante. Chi sia costui e che cosa possa essere il "potere creativo dell’individuo" risulta un mistero.Prendo la pubblicazione come una provocazione intellettuale.

  • Sokratico

    Io sono un ricercatore in Scienze Sociali, un antropologo, alla Sorbona di Parigi e questo articolo dice una quantità tale di idiozie di cui si fa fatica a fare l’elenco, figuriamoci una smentita rigorosa.

    Innanzitutto, citare (male) un’opera del 1893 non permette di inferire niente sullo sviluppo della disciplina nel secolo seguente. Altrimenti, citando i testi medici dell’epoca il giudizio sulla medicina di oggi sarebbe impietoso.

    Sostenere che "le elite" vogliono la scomparsa dell’individuo è abbastanza cretino, visto la frenetica individualizzazione, anzi atomizzazione, cui il mondo moderno è stato sottoposto nell’ultimo secolo, quasi ad esclusivo beneficio di una economica di mercato e di consumo che, mi sembra, le elites amano assai.

    Che poi l’antropologia abbia come suo succo "conosci il gruppo" è una tale stupidaggine che non si può neppure cominciare a contestare: posso dire solamente che la metodologia antropologica ha il suo centro nella "osservazione partecipante", cioè in estrema sintesi vivere INSIEME agli altri e vedere "come si vede il mondo" da quella prospettiva, analizzando le proprie stesse esperienze e le rappresentazioni che le persone ti rimandano. "conosci il gruppo", come no…

    Che poi queste scienze abbiano appurato che "nessuno è un’isola" e che l’identità non nasce in solitudine né indipendentemente dal gruppo…si caro amico: è scientifico, ormai sono acquisizioni perfino della psichiatria. E neppure degli ultimi anni.

    Cfr Vygotski "Pensiero e linguaggio" 1933  in cui osserva la nascita del linguaggio, della memoria e di altre funzioni superiori (cioè non presenti alla nascita) come fenomeno PRIMA inter-individuale e POI intra-individuale.

  • Black_Jack

    Cito:

    "ormai sono acquisizioni perfino della psichiatria"

    Vedo una nota appena appena polemica…;)

    (sono d’accordo ovviamente)