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LE RAZZE, LE CLASSI SOCIALI E L’ABBANDONO

DI PAUL KRUGMAN

nytimes.com

Ogni volta che siete tentati di dire che l’America sta facendo dei passi in avanti sul problema della razza – che il pregiudizio razziale non è più così importante come lo è stato in passato – ecco che arriva l’atrocità di turno a smentire il vostro compiacimento.

Quasi tutti si sono resi conto – quanto meno lo spero – che quello di Freddie Gray non è stato un incidente isolato. E’ una vicenda per qualche verso unica solo perché, per una volta, sembra esserci la reale possibilità che possa essere fatta giustizia.

E così i distruttivi disordini di Baltimora, almeno, saranno serviti a qualcosa: a richiamare l’attenzione sulle grottesche disuguaglianze che avvelenano la vita di tanti, troppi americani.

Mi preoccupa il fatto, tuttavia, che la centralità rivestita in questa particolare storia dalla razza e dal razzismo possa trasmettere la falsa impressione che l’estenuante povertà e l’alienazione dalla società siano unicamente esperienze nere.
In realtà, gran parte (se non tutto) dell’orrore che si vede a Baltimora e in molti altri luoghi è un qualcosa che ha davvero a che fare con le “classi sociali” e con gli effetti devastanti dell’estrema e crescente disuguaglianza.

Prendiamo ad esempio i problemi della salute e della mortalità. Molte persone hanno fatto notare che ci sono una serie di quartieri neri, in Baltimora, dove l’aspettativa di vita non regge il confronto con i paesi poveri del Terzo Mondo. Ma ciò che è davvero sorprendente, a livello nazionale, è il modo in cui il tasso di mortalità, conseguenza delle disparità di classe, si sia impennato anche tra i bianchi.

La mortalità tra le donne bianche, in particolare, è aumentata notevolmente a partire dal 1990, con l’ascesa che si è concentrata tra la popolazione povera e poco istruita. L’aspettativa di vita, tra i bianchi meno istruiti, sta diminuendo a tassi che ricordano il crollo della speranza di vita nella Russia post-comunista.

Sì, queste morti in eccesso sono il risultato della disuguaglianza e della mancanza di opportunità, anche quando la loro causa diretta risiede in certi comportamenti auto-distruttivi. L’abuso dei farmaci da prescrizione [palese il riferimento agli psicofarmaci], il fumo e l’obesità sono responsabili di un sacco di morti premature, ma c’è una ragione perché tali comportamenti sono così diffusi, e questa ragione ha a che fare con un’economia che lascia indietro decine di milioni dipersone.

E’ sconfortante dover leggere i commenti di alcuni opinionisti, che ritengono la povertà come una semplice questione di “valori”, ovvero che i poveri hanno fatto, misteriosamente, delle scelte sbagliate e che tutto sarebbe andato bene se avessero adottato i “valori della classe media”.

Forse, ma solo forse, poteva essere un argomento sostenibile quattro decenni fa, ma a questo punto dovrebbe essere ovvio che i “valori della classe media” prosperano soltanto in un’economia che offre posti di lavoro “adeguati alla classe media”.

Il grande sociologo William Julius Wilson ha sostenuto, tempo fa, che i cambiamenti sociali tra i neri (ampiamente denunciati), come ad esempio il declino della famiglia tradizionale, avrebbero causato la scomparsa di lavori ben pagati nei quartieri poveri delle città.

La sua tesi conteneva un’implicita previsione: se altri gruppi razziali dovessero affrontare una simile perdita di opportunità di lavoro, il loro comportamento cambierà in modo similare.

E così è stato. Il ristagno dei salari – che in realtà stanno calando, in termini reali, per la metà delle persone occupate – e l’instabilità sono stati seguiti da un forte calo dei matrimoni, con un aumento delle nascite fuori dal matrimonio e molto altro ancora.

Isabel Sawhill della “Brookings Institution” ha scritto: “I neri hanno affrontato, e continueranno ad affrontare, solo delle sfide. Ma quando cerchiamo le ragioni per cui i neri meno qualificati non riescono a sposarsi e ad unirsi alla classe media, scopriamo che in gran parte sono le stesse ragioni per cui il matrimonio e uno stile di vita da classe media sono impossibili da raggiungere anche per un crescente numero di bianchi”.

Come ho già detto, è scoraggiante dover vedere certi opinionisti che ancora sostengono che sono i poveri stessi a causare la propria povertà, da cui avrebbero potuto facilmente sfuggire se solo si fossero comportati come i membri della classe medio-alta.

Ed è parimenti sconfortante dover vedere gli stessi opinionisti che ancora alimentano il mito, largamente sfatato, che abbiamo speso inutilmente delle somme ingenti nella lotta alla povertà (a causa dei “valori” di cui sopra, evidentemente).

In realtà, la spesa federale per i programmi means-tested [riservati a coloro i cui redditi e i cui capitali sono al di sotto di certi limiti] diversi da Medicaid [programma federale sanitario che aiuta la popolazione con un basso reddito] ha oscillato per decenni tra l’1 e il 2% del PIL, aumentando in periodi di recessione e diminuendo in fase di ripresa.

Questi non sono un sacco di soldi! Si tratta di cifre di gran lunga inferiori a quelle spese da altri paesi avanzati – e non tutti quei soldi, poi, vanno alle famiglie al di sotto della soglia di povertà.

Nonostante questo, le misure che correggono i problemi ben rilevati dalle statistiche dimostrano che, tutto sommato, abbiamo fatto dei veri progressi contro la povertà. E ne faremmo molti di più se fossimo generosi verso i bisognosi anche solo una frazione di quanto pensiamo di esserlo.

Il punto è che non ci sono davvero più scuse per quel fatalismo con cui contempliamo i mali della povertà in America. Fare spallucce, attribuendo il tutto alla mancanza dei “valori” [tipici della classe media] è un atto di malvagio abbandono.

I poveri non hanno bisogno di lezioni sulla morale, hanno bisogno di maggiori risorse e di migliori opportunità economiche, che possiamo entrambe permetterci di fornire, dalla “formazione” ai “sussidi” (per garantire salari minimi più alti). Baltimora e l’America non devono più essere così ingiuste.

Paul Krugman

Fonte: www.nytimes.com

Link: http://www.nytimes.com/2015/05/04/opinion/paul-krugman-race-class-and-neglect.html?rref=collection%2Fcolumn%2Fpaul-krugman&_r=0

4.05.2015

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da FRANCO

Fra parentesi tonda ( … ) le note dell’Autore
Fra parentesi quadra [ … ] le note del Traduttore

Pubblicato da Davide

  • Toussaint

    Paul  Krugman propone
    un concetto importante. Gli incidenti non sono una conseguenza del solo razzismo,
    ma sono soprattutto una questione di “classe sociale”, e quindi di “lotta di
    classe”.

    Visto che in Italia (ma anche in Europa) la sinistra e i
    sindacati sono passati da Antonio Gramsci alla Goldman Sachs, c’è voluto giusto
    un keynesiano da New York (ma anche Bagnai) a ricordarci che sì, ci vorrebbe in
    effetti un po’ di sana lotta di classe.

    Cosa aggiungere? Sono pienamente d’accordo.

  • FBF

    La ghigliottina?

  • FBF

    I DISTRUTTIVI DISORDINI DI BALTIMORA E IL SUCCESSIVO DISCORSO
    COMPLETO DEL PRESIDENTE OBAMA STRANAMENTE TRADOTTO IN ITALIANO e  trasmesso interamente i TV quasi fosse il Presidente della Repubblica Italiana a fine anno, sono serviti come monito ai
    nuovi arrivati in italia o ai loro figli? La mamma dell’anno che bastonava il figlio
    travestito da Black Bloc –
    è stata naturalmente la ciliegina sulla torta.

  • ROE

    Anch’io sono d’accordo. Ma per fare una lotta di classe efficace non bastano idee e volontà, serve organizzazione e per organizzare servono i mezzi.