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LE MULTINAZIONALI NON HANNO SPRECHI

DI JAVIER GUZMÁN
Rebelión

Le grandi aziende tramutano lo sperpero alimentare nel nuovo “trending topic” del marketing sociale aziendale.

Gli attuali dati sugli sprechi alimentari sono uno scandalo etico e morale. Gli ultimi studi realizzati nell’Unione Europea stimano che in Europa si perdono o sperperano tra il 30% e il 50% degli alimenti sani e ancora commestibili lungo tutti gli anelli della catena agroalimentare fino ad arrivare al consumatore finale.

Le quantità alimentari che annualmente si sprecano nei 27 stati membri sono 89milioni di tonnellate, ossia 179kg per abitante, e questo senza contare quelle di origine agricola generate nei processi di produzione né gli scarti del pescato rigettato a mare.

La stessa FAO segnala, in un’informativa sui rifiuti alimentari, che nell’anno 2007 la terra coltivata per generare sprechi era di 1,4miliardi di ettari, il 28% della superficie coltivabile a livello mondiale, in un momento storico in cui c’è sempre più pressione su queste risorse ai fini non alimentari, come gli agrocombustibili o le semplici speculazioni finanziarie.

In Spagna non facciamo eccezione, annualmente buttiamo 2,9 milioni di tonnellate di alimenti, quando, secondo la Caritas, in Spagna ci sono 9 milioni di persone che vivono in una situazione di povertà (con meno di 6000 euro all’anno).

Questa situazione ha fatto in qualche maniera scattare l’allarme al Parlamento dell’UE, che nel 2012 ha approvato una risoluzione, imponendo agli stati membri lo studio di strategie tese a ridurre del 50% gli sprechi entro il 2050, a questo corrisponde una forte campagna per la riduzione dei rifiuti alimentari lanciata dal Ministero dell’Agricoltura, sorprendentemente attuata subito dalla grande distribuzione alimentare con le aziende che investono grandi risorse.

Campagne che a priori sembrano giuste a tutto il mondo, necessarie e vediamo di buon occhio le aziende in testa a questo obiettivo, e sembra che lo hanno raggiunto.

Però, andando a leggere le parole in piccolo, vedremo che si tratta di campagne con obbiettivi ed elementi in comune, principalmente quello di nascondere deliberatamente le responsabilità dell’attuale industria agroalimentare nella quantità, tenuta nascosta, di rifiuti alimentari prodotti. Provando a farci credere che l’attuale spreco alimentare non è una conseguenza del modello agroalimentare imposto negli ultimi anni dalle grandi aziende.

La principale linea argomentativa di tutte le aziende è quella di lasciarci intendere che il principale colpevole degli osceni sprechi a livello globale sia il consumatore. Un consumatore che compra troppo, che non sa utilizzare i prodotti, che non legge la data di scadenza, e che è sprecone per natura. Un consumatore irresponsabile, da educare e che deve prendersi carico di tutta la colpa della catena alimentare, trattandolo come un divoratore compulsivo e grande stupido.

Così il primo consiglio che troviamo nella brochure del Ministero dell’Agricoltura dice: “Scegli i tuoi prodotti secondo le necessità della tua casa. Prima di programmare un acquisto controlla lo stato degli alimenti che hai in casa, soprattutto i prodotti freschi o con data di scadenza. Pianifica il menù giornaliero o settimanale tenendo conto del numero di persone che mangiano.”

Però. Realmente i grandi colpevoli di questo disastro siamo noi consumatori? Le grandi aziende e i governi non hanno colpe in merito?

Sicuramente i consumatori hanno le loro responsabilità, però se mettiamo a fuoco le industrie e le loro strategie cominceremo a vedere i contorni di una responsabilità immensamente superiore.

Responsabilità in termini di quantità, l’Europarlamento insiste sul fatto che “gli agenti della catena alimentare” sono i primi responsabili: l’industria apporta il 39% dei rifiuti, mentre ristoranti, catering e supermercati sono responsabili per un 14% e il 5% del totale. Imprese, governi e lobby alimentari hanno dato per inevitabili queste percentuali.

Responsabilità nel consumo finale. visto che la maggior parte dei rifiuti domestici sono dovuti al loro confezionamento, sconti, 2 per 1 e altri tipi di strategie delle grandi catene di supermercati che negli ultimi anni hanno sostituito il commercio locale e determinato il nostro consumo. Se non ci credete vi basti sapere che nel nostro paese (nda.: si sta parlando della Spagna) al giorno d’oggi circa l’80% degli acquisti alimentari sono fatti nei supermercati, ipermercati e discount. Così che i piccoli negozi sono passati da 95000 che erano nel 1998 ai 25000 nel 2004. Ogni giorno di più si restringe l’imbuto del consumo sotto una falsa apparenza di diversità.

La seconda argomentazione è che le aziende devono impegnarsi a migliorare l’efficienza di tutto il processo, migliorare la catena del freddo, etc…, però dove avvertono di avere poco margine fanno tutto il possibile. Alla fine aggiungono un altro anello alla catena…..e così hanno fatto.

Così uno degli elementi comuni di questa campagna è quello d’integrare le banche alimentari nella catena agroalimentare. In questa maniera prendono due piccioni con una fava, migliorano l’immagine aziendale e riducono i costi del trattamento dei rifiuti.

Una strategia che alla fine rende cronico un intervento assistenziale e che di norma sarebbe d’emergenza temporanea come sono le banche alimentari, facendole invece diventare parte integrante della “catena”, dimenticando che questi interventi generano stigmatizzazioni sociali e molte volte l’offerta alimentare non è poi adeguata, con mancanza di alimenti freschi, con alimenti trasformati, poveri di nutrimento e sproporzionati a livello di energie, grassi saturi e carboidrati, favorendo così malattie cardiovascolari, diabete, etc…

Tuttavia queste campagne vengono spacciate come elementi centrali, punti di forza, per la stessa UE o la FAO per la riduzione dei rifiuti alimentari come l’impegno per l’agricoltura locale e i piccoli negozi locali.

L’attenzione per quest’altro modello di produzione e consumo evita dispersioni in tutte le fasi della catena, principalmente nella fase di produzione perché non è soggetta ai canoni dell’agroindustria e dove la diversità è un valore di fronte all’”omogeneizzazione” imposta ai distributori e grossisti.

Nella fase di distribuzione perché non necessita di una grande catena del freddo e di trasporto per arrivare al consumatore finale.

Infine perché la vendita diretta migliora l’incontro tra offerta e domanda, consumando esattamente ciò di cui necessitiamo.

Inoltre la UE riconosce che questo tipo di modello ha altri grandi benefici, come ad esempio la creazione di prezzi equi per i produttori, creazione di posti di lavoro, indotto, dinamizzazione del territorio e rivalorizzazione del mondo rurale, incremento generale della qualità nutritiva degli alimenti, etc…

Per questo, in altri paesi d’Europa, scommettono su questo modello, ad esempio la Francia, che ha sviluppato diverse strategie per promuovere la produzione e trasformazione locale, iniziative legislative, come adeguare le norme igienico-sanitarie e le caratteristiche della piccola produzione, iniziative dirette come ad esempio l’acquisto di alimenti per la scuola, ospedali, università, etc. fatto esclusivamente da agricoltori e allevamenti locali, e convertendo lo sviluppo dell’agricoltura locale in uno dei pilastri centrali della sua strategia contro gli sprechi.

Nel nostro paese (Spagna) nessuna di queste politiche viene attuata, il fatto è molto chiaro paragonando i dati della vendita diretta fatta dagli agricoltori con i dati francesi, appena un 3% contro il 20% dei loro colleghi francesi.

Come si dice, nelle questioni di rifiuti alimentari tutti siamo responsabili e tutti dobbiamo fare qualcosa, tuttavia dobbiamo dire che non tutti abbiamo le stesse responsabilità, e che questa campagna è lontana dall’ indicare come responsabili i grandi colpevoli di questa situazione, li esentano e li nascondono, o addirittura li aiutano a convertire i rifiuti alimentari nell’ultimo “trending topic” (argomento di moda, nota CdC) del marketing sociale delle imprese.

Javier Guzmàn. Direttore del VSF Giustizia Alimentare Globale

Fonte: www.rebelion.org

Link: Las multinacionales no tienen desperdicio

26.12.2013

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIANLUCA MARTIN

Pubblicato da Truman

  • albsorio

    "La stessa FAO segnala, in un’informativa sui rifiuti alimentari, che
    nell’anno 2007 la terra coltivata per generare sprechi era di
    1,4miliardi di ettari, il 28% della superficie coltivabile a livello
    mondiale…"

    Perchè allora non convertire da intensiva a biologica o quasi l’agricoltura? Magari ci guadagnano anche i contadini in soldi e salute, nostra e loro.

    Chissà poi se gli "scarti industriali" non nascondono delle quote di fatturato in nero.