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LE ELITES FINANZIARIE INTERNAZIONALI CAMBIANO I GOVERNI PER ATTUARE L’AUSTERITA’

DI ISMAEL HOSSEIN ZADEH

counterpunch.org

Molti paesi sono afflitti da ogni sorta di ribellione armata, guerra civile e sanzione economica, da “democratici” colpi di Stato e guerre da “cambio di regime”. Tra questi paesi contiamo l’Ucraina, il Venezuela, la Siria, la Thailandia, l’Iran, l’Afghanistan, l’Iraq, l’Egitto, lo Yemen, la Somalia ed il Libano. Anche nei paesi capitalisti al centro del sistema la stragrande maggioranza dei cittadini è sottoposta alle brutali guerre dell’austerità economica.
Sebbene non costituiscano una novità, negli ultimi anni le convulsioni sociali sembrano essere diventate più numerose e più frequenti, soprattutto dopo il misterioso attacco dell’11 Settembre 2001 al World Trade Center, e dopo il crollo finanziario statunitense del 2008, che ben presto ha portato ad analoghe implosioni finanziarie e crisi economiche in Europa ed altrove.

Nonostante le notevoli differenze, queste turbolenze sociali hanno due caratteristiche in comune. La prima è che esse sono in gran parte indotte, nutrite ed orchestrate dal di fuori, ovvero dagli Stati Uniti e dai loro alleati – in collaborazione, naturalmente, con gli “alleati di classe” all’interno dei vari paesi.

La seconda è che, contrariamente al modello storico delle rivoluzioni sociali, dove le masse disperate ed i diseredati si ribellano alle élites che li rovinano, nella maggior parte delle recenti rivolte sono queste ultime ad aver istigato insurrezioni e guerre civili contro le masse.

Le due caratteristiche, ovviamente, sono fortemente intrecciate fra di loro: riflettono, in sostanza, gli interessi ed i piani di collaborazione delle plutocrazie internazionali, attuati contro il restante 99% del globo.

COMBATTERE CONTRO L’AUSTERITA’ ECONOMICA UNIVERSALE

La motivazione ufficiale offerta dagli Stati Uniti e dai loro alleati, secondo cui il sostegno alle forze di opposizione anti-governative in luoghi come la Siria, l’Ucraina ed il Venezuela aveva il solo obbiettivo di diffondere la democrazia, è priva di qualsiasi fondamento, ma può invece essere interpretata come un pretesto per esportare il neoliberismo e diffondere l’economia dell’austerità.

Abbondanti ed inconfutabili prove dimostrano che nei luoghi in cui sono stati eletti governi che non erano di gradimento delle potenze occidentali, questi poteri hanno mobilitato i loro alleati locali, ed ingaggiato qualsivoglia forza mercenaria, al fine di rovesciarli, annullando in tal modo il voto della maggioranza.

Di questi interventi fanno parte la Rivoluzione Arancione in Ucraina [2004 e 2014], la Rivoluzione delle Rose in Georgia [2003], la Rivoluzione dei Cedri in Libano [2005], la Rivoluzione dei Tulipani in Kirghizistan [2005] e la Rivoluzione Verde in Iran [2009]. Ne fanno parte anche le agitazioni in Venezuela contro l’ultimo governo di Hugo Chavez [regolarmente eletto], e quelle contro il suo successore, Nicolás Maduro, ed infine il rifiuto [e la rimozione] del governo di Hamas, regolarmente eletto in Palestina.

Se ne deduce che alla base delle rivolte attuate per rimuovere i regimi sgraditi [seppur legalmente insediati], ci sono forze che vanno ricercate altrove, ed in particolare nella necessità di espansione ed accumulazione del capitale a livello globale.

Vengono presi di mira tutti i leaders socialisti, socialdemocratici, populisti o nazionalisti che non abbracciano le politiche economiche neoliberiste [e che potrebbero ostacolare l’apertura dei loro mercati interni al capitale straniero], in vista della loro sostituzione con dei leaders compiacenti, per arrivare infine a dei meri stati-satellite.
Niente di nuovo, naturalmente, nessun nuovo tentativo di spiegare l’imperialismo economico … si tratta di un concetto vecchio come l’internazionalizzazione stessa del commercio e degli investimenti. Quello che c’è di relativamente nuovo, è il fatto che gli Stati Uniti e le altre grandi potenze capitaliste, avendo recentemente intrapreso delle politiche economiche di austerità, si aspettano che le “domande interne” degli altri paesi ne seguano l’esempio [ovvero che siano ridotti i consumi ed il welfare, ndt].

In altre parole, non è più sufficiente che un paese apra i propri mercati agli investimenti ed al commercio con le potenze economiche occidentali. E’ altrettanto importante che i leaders di questi paesi smantellino i rispettivi programmi di welfare, ed attuino le misure di austerità imposte dal neoliberismo.

Ad esempio, dopo aver resistito per anni alle pressioni imperialiste, il defunto leader libico Muammar al-Gheddafi, nel 1993, smise di opporsi, concedendo maggiori quantità di petrolio [ed altre opportunità di lucrosi commerci] alle multinazionali delle potenze occidentali. Messo sotto pressione, smantellò anche la tecnologia nucleare che aveva installato nel paese, nella speranza di compiacerle e di essere conseguentemente “lasciato in pace”, per così dire.
Nessuna delle concessioni che egli fece, però, si rivelò abbastanza soddisfacente per gli Stati Uniti e per i loro alleati, visto che il suo regime nel 2011 fu violentemente rovesciato, ed al-Gheddafi fu letteralmente massacrato dalle bande di rivoltosi che erano state addestrate ed armate dalle potenze occidentali.

Perché tutto questo? Perché gli Stati Uniti ed i loro alleati si aspettavo di più, volevano che egli seguisse le linee-guida economiche degli “esperti” della finanza globale [vale a dire dei “consiglieri” economici statunitensi ed europei del Fondo Monetario Internazionale e dell’Organizzazione Mondiale del Commercio], volevano che egli smantellasse, in breve, i robusti programmi di welfare del suo paese, e che ristrutturasse la sua economia secondo il modello del neoliberismo.
Il trattamento criminale di cui al-Gheddafi è stato oggetto, aiuta a spiegare le ragioni per cui le potenze imperialiste hanno tramato per rovesciare i regimi socialisti/populisti di Hugo Chavez e del suo successore in Venezuela, dei fratelli Castro a Cuba, di Rafael Correa Delgado in Ecuador, di Bashar al-Assad in Siria e di Evo Morales in Bolivia.
Aiuta anche a spiegare perché sono stati rovesciati i governi nazionalisti regolarmente eletti di Mohammad Mossadeq in Iran, di Jacobo Arbenz in Guatemala, di Kusno Sukarno in Indonesia, di Salvador Allende in Cile, dei sandinisti in Nicaragua, di Jean-Bertrand Aristide ad Haiti ed infine di Manuel Zelaya in Honduras.

Il programma imperialista per il rovesciamento sia di Gheddafi che degli altri sostenitori “insubordinati” dei programmi di welfare, è parte essenziale di quell’agenda infernale attuata per smantellare quegli stessi programmi a casa propria.
La forma, il contesto e le modalità della distruzione possono essere differenti, ma i continui attacchi alle condizioni di vita dei libici, degli iraniani, dei venezuelani e dei cubani sono essenzialmente della stessa natura di quelli condotti contro le condizioni di vita dei lavoratori e dei poveri degli Stati Uniti, del Regno Unito, della Francia e degli altri degenerati paesi capitalisti.

Fanno tutti parte delle stesse guerre unilaterali che sono in corso su scala globale. Che siano effettuate con mezzi militari, oppure con i “non-violenti” [apparentemente] strumenti giudiziari o legislativi, non c’è una differenza sostanziale riguardo il loro impatto sulla vita delle persone e sui loro mezzi di sussistenza.
Se da un lato le potenti istituzioni plutocratiche dei paesi capitalisti “centrali” non riescono a smantellare con facilità l’economia del “New Deal”, le riforme socialdemocratiche ed i programmi di welfare all’interno dei loro stessi paesi, i cittadini dei paesi più piccoli e meno sviluppati [quali ad esempio la Libia di al-Gheddafi, il Venezuela o Cuba], dall’altro, non vogliono essere privati dei programmi di sicurezza sociale attuati dallo Stato.
L’intolleranza delle plutocrazie globali nei riguardi di queste economie “irreggimentate”, deriva dal timore che i forti programmi economici attuati da quei governi possano servire da “cattivo esempio” per i cittadini dei paesi capitalisti “centrali”.

Nel 1947, in un momento di onestà, l’ex Presidente degli Stati Uniti, Harry Truman, sostenne che la missione non dichiarata degli Stati Uniti era quella di globalizzare il loro sistema economico: “Il mondo intero dovrebbe adottare il sistema americano. Il sistema americano può sopravvivere, in America, solo se diventa un sistema mondiale” [1].
Lord Cecil Rhodes [conquistatore di gran parte dell’Africa per conto dell’Impero britannico], durante i bei tempi dell’Impero, sostennne, allo stesso modo, che il modo più semplice per raggiungere la pace fosse, per l’Inghilterra, quello di convertire ed aggiungere il resto del mondo alle sue colonie [con l’eccezione degli Stati Uniti, della Germania e di poche altre potenze occidentali di quel tempo].
L’equivalente mafioso alle dichiarazioni di Truman o Rhodes potrebbe essere un qualcosa del tipo: “o fai come ti diciamo noi, oppure ti spezziamo le gambe”.

L’idea sottostante alla schietta affermazione di Truman – ovvero che il mondo “dovrebbe adottare il sistema americano” – è stata sempre considerata come una “missione sacra”, e ha guidato la politica estera degli Stati Uniti fin da quando questo paese ha soppiantato l’autorità britannica come principale potenza al mondo.

Spiega, ad esempio, il principale motivo alla base delle ostilità della Guerra Fredda, tra gli Stati Uniti [ed i loro alleati] da un lato, e l’Unione Sovietica [con i suoi alleati] dall’altro. Se da un lato la “minaccia del comunismo” è stata la motivazione ufficiale per l’inizio e l’escalation di queste ostilità, ci sono prove convincenti, dall’altro, che non solo Joseph Stalin ed i suoi successori non avevano alcuna intenzione di muovere guerra contro gli Stati Uniti ed i loro alleati, ma che hanno svolto, nei fatti, un ruolo di contenimento verso i movimenti rivoluzionari indipendenti di tutto il mondo.
“Si dimentica spesso – ha sottolineato Sidney Lens – che negli anni immediatamente successivi alla guerra, egli [Stalin] aveva assunto posizioni estremamente moderate … La sua nazione aveva perso in guerra 25 milioni di persone, ed aveva un disperato bisogno di aiuto per la ricostruzione. Continuò per lungo tempo a coltivare speranze di convivenza. Lungi dall’essere un rivoluzionario, Stalin, in quegli anni, mise la sordina alla rivoluzione” [2].

Coltivando la speranza di una convivenza pacifica, e per venir incontro agli Stati Uniti ed alle altre potenze occidentali, Stalin spesso consigliò [e talvolta ordinò] ai partiti comunisti, ed in generale a quella parte della sinistra europea e mondiale che era favorevole a Mosca, di astenersi da quelle politiche rivoluzionarie che avrebbero potuto compromettere l’auspicata possibilità di convivenza.

L’obiettivo [o la missione] di convertire le altre economie capitaliste al loro sistema, ci aiuta a spiegare perché gli Stati Uniti si siano impegnati in così tante operazioni militari, ed abbiano messo in atto così tanti “colpi di stato” e “cambi di regime” in tutto il mondo.

La “Federation of American Scientists” ha registrato un lungo elenco di impegni militari all’estero degli Stati Uniti. Questo elenco dimostra che, nel primo decennio successivo al crollo del muro di Berlino [1989-1999], gli Stati Uniti si sono impegnati in 134 operazioni di questo tipo, la maggior parte delle quali del tutto sconosciute ai cittadini americani [3].
Le élites finanziarie globali sostituiscono i governi “riottosi” non solo nei paesi meno sviluppati, ma anche nei paesi capitalisti “centrali”. Fanno tutto questo non tanto manu-militari, ma attraverso due sottili [ma potenti] mezzi: (a) le elezioni truccate dal denaro – spacciate come “democratiche” – e (b) il binomio costituito dalle “istituzioni finanziarie” e dalle “agenzie di rating”, come ad esempio il Fondo Monetario Internazionale [FMI], le Banche Centrali ed “agenzie” come Moody’s, Standard & Poor e Fitch Group.

Un rapporto di valutazione sfavorevole effettuato da queste “agenzie”, può creare il caos nella situazione economica, finanziaria e valutaria di un determinato paese, condannando così il suo governo al collasso ed alla sostituzione.
Attraverso questi sistemi alcuni governi, durante le turbolenze finanziarie degli ultimi anni, sono stati sostituiti, come ad esempio in Grecia ed in Italia. Non è stato necessario un cambio di regime attraverso l’uso di metodi tradizionali o militari, il “soft-power” – ovvero il “colpo di stato” finanziario costruito dal FMI e dalle “agenzie di rating” – è servito allo scopo in modo ancor più efficace.

LA GUERRA DI CLASSE SU SCALA GLOBALE

Come abbiamo visto, tutte le insurrezioni ed i complotti messi in atto per cambiare i regimi sgraditi [sia con i tradizionali mezzi militari che con quelli tipici del “soft-power”], rappresentano essenzialmente una sola cosa: una dissimulata guerra di classe attuata a livello mondiale, un’implacabile guerra economica che l’1% della popolazione mondiale [ovvero l’oligarchia finanziaria ed economica] ha dichiarato al resto dell’umanità.

La lotta di classe in una società di tipo piramidale non è ovviamente un fatto nuovo. Quello che invece c’è, di relativamente nuovo, è l’aumento esponenziale che è stato impresso al suo ritmo, la sua diffusione ed orchestrazione a livello globale.

Mentre gli attacchi dell’austerità neoliberista alle condizioni di vita dei cittadini dei paesi “centrali” sono formalmente cominciati più di tre decenni fa – con l’economia supply-side [sul fronte dell’offerta, ndt] orchestrata dal Presidente Ronald Reagan e dal Primo Ministro britannico Margaret Thatcher – la brutalità di questi attacchi è diventata molto più dirompente nel corso dell’attuale crisi finanziaria ed economica, iniziata con il crollo del 2008 negli Stati Uniti d’America.
Approfittando del collasso economico [la “terapia dello shock”, come l’ha definita Naomi Klein], l’oligarchia finanziaria globale, con i suoi delegati posti nei governi dei singoli paesi capitalisti “centrali”, hanno portato avanti un sistematico “colpo di stato” economico contro le popolazioni, le cui devastazioni comprendono:

• Trasferimento di decine di migliaia di miliardi di dollari dal settore pubblico alle oligarchie finanziarie, attraverso gli spietati tagli dell’austerity;

• Ampia privatizzazione dei beni e dei servizi pubblici, tra cui gli insostituibili monumenti storici, i luoghi di inestimabile interesse culturale, e gli essenziali servizi sociali quali la sanità, l’istruzione e le forniture d’acqua;

• Sostituzione del welfare statale con quello di tipo aziendale/bancario;

• Assegnazione della maggior parte dell’emissione monetaria governativa [e della creazione di credito in generale] agli investimenti speculativi, invece che agli investimenti nell’economia reale;

• Sistematico indebolimento delle garanzie pensionistiche per milioni di lavoratori [sia i colletti blu che quelli bianchi] e funzionari pubblici;

• controllo sempre più pressante delle politiche economiche e finanziarie, effettuato dai rappresentanti dell’oligarchia finanziaria.

Tutte queste politiche hanno aggravato in maniera significativa la già sbilenca distribuzione del reddito in questi paesi. I tagli massicci alla spesa sociale hanno portato ad enormi trasferimenti di risorse economiche dal basso verso l’alto. Questi trasferimenti, in effetti, hanno più che compensato le perdite subite nel 2008 dagli speculatori finanziari.
Negli Stati Uniti, ad esempio, quell’1% che costituisce la parte più ricca della popolazione possiede ora il 40% della ricchezza dell’intero paese, mentre l’80% ne possiede solo il 7%. Allo stesso modo, quell’1% porta ora a casa il 24% del reddito totale del paese, rispetto al 9% di quattro anni fa [4].

Come sottolineato in precedenza, tutto ciò dimostra che, seppur gli attacchi neoliberisti ai popoli dei paesi capitalisti “centrali” possano non sembrare così violenti come quelli che infuriano, ad esempio, in Venezuela, Siria o Ucraina, il loro impatto sulle condizioni di vita di quelle popolazioni non è meno devastante.

I PLUTOCRATI DI TUTTO IL MONDO SONO UNITI

Le rimozioni dei governi sgraditi sono progettate e realizzate, in generale, attraverso forme di collaborazione transfrontaliere, ovvero dalle oligarchie finanziarie dei paesi imperialisti in collaborazione con quelle autoctone dei paesi meno sviluppati.

Oltre ad attuare costantemente la strategia dello star-dietro-le-quinte, i rappresentanti del capitale transnazionale [ed i loro delegati nei governi capitalisti] s’incontrano regolarmente in occasione delle conferenze internazionali, per sincronizzare le loro politiche ed i loro affari transfrontalieri.

Un obbiettivo importante degli ultimi anni è stato quello di attuare prima, e radicare poi, misure di austerità e politiche neoliberiste in tutto il mondo. Queste conferenze includono il World Economic Forum di Davos [in Svizzera], i meetings annuali del FMI e della Banca Mondiale, il G20, l’Aspen Institutes Ideas Festival, il forum annuale del Bilderberg Group e quello dei magnati dei media allo Herb Allen’s Sun Valley – e questo elencando solo alcuni di questi meetings politici internazionali.

Attraverso le sue operazioni e le sue strategie globali, il capitale transnazionale si è sentito libero dai vincoli nazionali e dagli impegni domestici, ed ha spostato a livello mondiale, con successo, la correlazione fra le forze di classe e le alleanze sociali.

Le élites odierne del capitalismo globale “stanno diventando una comunità trans-globale di ‘uguali’ che hanno in comune più cose tra di loro che con i loro connazionali”, scrive Chrystia Freeland, Global Editor di Reuters, che ben le conosce. Ed aggiunge che: “sia che mantengano le loro residenze primarie a New York o a Hong Kong, oppure a Mosca o a Mumbai, oggi i super-ricchi sono sempre più una nazione a sé stante” [5].

CONSEGUENZE DELLA GLOBALIZZAZIONE VISTE DAL BASSO

Quali conclusioni si possono trarre da tutto ciò? Cosa possono fare le persone per proteggere il loro lavoro, le loro fonti di sostentamento, le loro comunità ed il loro ambiente? Cosa possono fare le comunità costituite dalla gente comune per minare le strategie globali di quell’1% della popolazione che blocca le riforme sociali ed economiche [di sostegno]?
Analogamente alle élites del capitalismo internazionale che, nella loro lotta contro i lavoratori, non sono vincolate dalla territorialità o dai confini nazionali, anche la classe operaia ha bisogno di coordinare, allo stesso modo, una risposta internazionale.

Un primo passo, che potrebbe avere una notevole funzione deterrente verso le strategie del capitale transnazionale [ricatto al mondo del lavoro ed alle comunità con minacce quali la distruzione o l’”esportazione” dei posti di lavoro], è senz’altro quello di rimuovere le esche che inducono alla delocalizzazione degli impianti, alla fuga dei capitali e all’outsourcing.

Rendere il costo del lavoro comparabile a livello internazionale sarebbe a questo scopo fondamentale … comporterebbe l’istituzione di salari e di benefits a livello internazionale, ovvero alla parità del costo del lavoro all’interno della stessa azienda e dello stesso mestiere, che sia soggetto sia (a) al costo della vita che (b) alla produttività di ogni singolo paese.
Una strategia di questo tipo potrebbe sostituire, all’attuale corsa al ribasso tra i lavoratori dei diversi paesi, sia una contrattazione coordinata che delle politiche comuni volte alla salvaguardia dei loro interessi, ovviamente a livello globale.

Anche se tutto ciò potrebbe sembrare, a prima vista, troppo radicale, non lo è più di quanto lo sia l’azione condotta dal capitalismo transnazionale, considerando che quell’1% della popolazione mondiale sta coordinando su scala globale le sue strategie contro il restante 99% delle popolazioni.

Se in una fase precedente dello sviluppo capitalistico il motto “lavoratori del mondo unitevi” non sembrava altro che un sogno stravagante di Karl Marx, l’internazionalizzazione del capitale, l’abbondanza delle risorse materiali e gli sviluppi della tecnologia – che hanno notevolmente facilitato l’organizzazione transfrontaliera ed il coordinamento delle azioni – hanno trasformato questo sogno in un’impellente necessità.

Le istituzioni e le organizzazioni del “capitale” e del “lavoro” [ovvero i capisaldi della produzione capitalistica] si sono evolute più o meno rapidamente, nel tempo e nello spazio.

Così, quando la produzione era locale, il mondo del lavoro era costituito da falegnami, calzolai, muratori ed altri artigiani organizzati essenzialmente nelle loro comunità locali. Ma, quando la produzione capitalistica è diventata nazionale, anche il mondo sindacale lo è diventato.

Ora che la produzione capitalistica è diventata globale, anche le organizzazioni sindacali hanno l’assoluta necessità di diventare internazionali, al fine di salvaguardare sé stesse ed i diritti delle loro comunità, contro i capricci del libero e spensierato capitale transnazionale.

Molti sostengono che questi non sono tempi propizi per parlare di alternative radicali al capitalismo. La situazione attuale, nel panorama sociale e politico delle nostre società, sembra sostenere questi sentimenti di pessimismo. In molti paesi del mondo, sia gli alti livelli della disoccupazione, che la rivalità internazionale nel mondo del lavoro [combinata con l’offensiva neoliberista dell’austerità], hanno messo sulla difensiva la classe operaia e le altre comunità di base.
La deriva del socialismo, della socialdemocrazia e del laburismo europei verso economie di mercato di tipo statunitense, unita all’erosione della loro ideologia, del loro potere e del loro prestigio, hanno portato i lavoratori di quei paesi alla confusione.

Il crollo dell’Unione Sovietica [nonostante alcuni socialisti abbiano sempre preso le distanze da quel sistema] perseguita quel che resta del socialismo, ed è probabile che continuerà a farlo per qualche tempo a venire. Tutto ciò ha comprensibilmente portato i lavoratori, e le altre comunità di base, alla confusione ed al disorientamento.
Niente di tutto ciò, tuttavia, comporta che non ci sia via d’uscita allo status quo. Karl Marx ha sostenuto che il capitalismo non è solo “distruttivo”, ma anche “rigenerativo”. Quando cattura i mercati mondiali, universalizza il capitale e sconvolge le condizioni di vita delle popolazioni, allo stesso tempo diffonde i semi della propria trasformazione.
Se da un lato il capitalismo ha creato problemi e preoccupazioni alla maggior parte della popolazione mondiale, ha creato dall’altro quelle condizioni materiali e quelle tecnologie che possono agevolare la comunicazione e la cooperazione, e che permettono ai cittadini di poter avviare azioni e soluzioni alternative.

Nessuno può dire quando la maggioranza della popolazione mondiale [il 99% a livello globale] arriverà alla determinazione di utilizzare le tecnologie e le risorse materiali esistenti, al fine di migliorare l’organizzazione e la gestione dell’economia mondiale.

Ma sia il potenziale che le traiettorie di lungo termine del percorso sociale ed economico globale puntano in quella direzione. La distanza esistente tra quel momento e la situazione attuale – ovvero la distanza tra le nostre immediate frustrazioni e quella sfuggente civiltà che noi desideriamo – può essere percorsa solo se ci decidiamo, finalmente, a fare i passi necessari verso quell’obbiettivo [6].

Ismael Hossein-Zadeh è professore emerito di Economia alla Drake University di Des Moines, Iowa. E’ autore di “The Political Economy of US Militarism” [Palgrave-Macmillan 2007], di “Soviet Non-Capitalist Development: The Case Of Nasser’s Egypt” [Praeger Publishers 1989] e, più di recente, di “Beyond Mainstream Explanations of the Financial Crisis” [di prossima pubblicazione, Routledge, 29 Aprile 2014]. E’ stato un collaboratore di “Hopeless: Barack Obama and the Politics of Illusion” [AK Press 2012].

Fonte: www.counterpunch.org

Link: Link Originale: http://www.counterpunch.org/2014/02/28/how-international-financial-elites-change-governments-to-implement-austerity/

28.02.2014

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di FRANCO

Riferimenti:

[1] Citazione da “Globalization or Empire” di Jan Nederveen Pieterse. Routledge 2004, pag 131.
[2] “The Military-Industrial Complex”, Kansas City, MO: Pilgrim Press e the National Catholic Reporter 1970, p. 19.
[3] Cfr. Ismael Hossein-Zadeh, “The Political Economy of U.S. Militarism”, Palgrave-Macmillan 2006, p. 88.
[4] Henry Blodget, “America Today: 3 Million di Overlords and 300 Million Serfs” Business Insider, 10 Aprile 2013, disponibile all’indirizzo: < http://www.businessinsider.com/wealth-and-income-inequality-in – America – 2013-4 ? op = 1 >.
[5] “The Rise of the New Global Elite”, The Atlantic, Gennaio-Febbraio 2011, disponibile all’indirizzo: < http://www.theatlantic.com/magazine/archive/2011/01/the-rise-of-the-new-global-elite/308343 / >.
[6] Per una discussione dettagliata di questo problema, si veda Ismael Hossein-Zadeh, “Beyond Mainstream Explanations of the Financial Crisis”, Routledge [pubblicazione il 29 aprile, 2014], capitolo 8.

Pubblicato da Davide

  • gm

    Un buon articolo…c’è solo un "piccolo problema" per realizzare quella
    auspicata unione internazionale dei lavoratori che sia capace di rispondere alla
    sostanziale unione dei capitalisti globali (detto per inciso, l’articolista li
    vede un pò troppo come un qualcosa di omogeneo mentre tali non sono perché sono
    portati per natura a scannarsi anche tra di loro)… Il piccolo problema
    consiste nel fatto che mentre la cosiddetta classe globale capitalista (sulla
    cui esistemza credo poco, ma trascuriamo questo particolare) rappresenta l’1%
    della popolazioine e, quindi, può facilmente riunirsi per elaborare le proprie
    strategie comuni,;gli altri invece, cioè i lavoratori che sono vittime di
    quelli,  sono miliardi di persone peraltro completamente diversi gli
    uni dagli altri per lingua, per cultura, per tradizione, per religione, per
    fede politica ecc. ecc.
    Riuscire a unificare, organizzare tutte queste
    diversità mi sembra francamente un compito impossibile.
    Forse sarebbe meglio
    accontentarsi di unificare i lavoratori all’interno dei singoli paesi o,
    tutt’al più, all’interno di una zona limitata … non penso – tanto
    per fare un esempio che ci riguarda – ai lavoratori di tutta la Ue (sono troppi
    anche loro) ma almeno a quelli più simili tra di loro come potrebbero essere i
    lavoratori spagnoli, greci, italiani!
    Se si riuscisse a fare una cosa del
    genere almeno in alcuni paesi, poi probabilmente potrebbero seguire e
    organizzarsi anche i lavoratori degli altri paesi.

     

  • cardisem

    Ho poco tempo ed ho letto saltando il testo dell’articolo, che mi piace e sul quale mi riservo di tornare. Anche il primo commento è interessante. Aggiungo che a mio avviso non si spiegherebbe tutta la gran cagnara di Renzi sulle “riforme”, mentre i fondamentali dell’economia stanno a zero e la gente (almeno in parte) soffre la fame e i suicidi aumentano. Per me la “cagnara” si spiega con una ristrutturazione del potere in funzione repressiva: la Grecia docet. Il peggio per noi deve ancora venire, quando non ci consentiranno la benché minima forma di protesta.

    Aggiungo ancora che il peggior nemico è il sistema mediatico che agisce sulla “forza dell’opinione”. In soldoni, un Renzi ci sta fottendo, ma i giornali e le televisioni sono capaci di far credere agli stessi fottuti che Renzi sta operando per il loro bene, ottenendo forse e al massimo una pizza sola al mese da dividere in tutta la famiglia…

    Forse il problema della rivoluzione è tutto qui: smascherare chi ti inganna. E i giornalisti sono in prima fila… Difficile trovare un mestiere più infame. Naturalmente, quando dico giornalisti non parlo delle eccezioni che confermano la regola: un mio amico, grande giornalista di guerra, abbandonò disgustato la professione e me ne raccontò di molte, che a mia volta non posso raccontare.

  • cardisem

    P.S.
    Per chi dovesse da me desiderasse una minore genericità e una formula rigorosa, potrebbe essere questa:
    «L’informazione è una "emanazione” del potere».
    A lui il compito di svilupparla, risalendo alle fonti.