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L’ARABIA SAUDITA PUO’ ANDARE IN ROVINA PRIMA CHE L’INDUSTRIA PETROLIFERA STATUNITENSE SI PIEGHI

DI AMBROSE EVANS PRITCHARD

telegraph.co.uk

Redazione: è troppo tardi perché l’OPEC possa fermare la rivoluzione dello “shale”. Ogni aumento dei prezzi petroliferi sarà limitato dall’aumento della produzione statunitense. L’OPEC si è di fatto sciolta. Era comunque veramente poco quello che avrebbe potuto fare per combattere i progressi della tecnologia americana. I costi di perforazione nel settore dello “shale” si sono ridotti del 50% e si ridurranno di un ulteriore 30% in un prossimo futuro. Ulteriori giacimenti da sfruttare in Argentina, Australia e Cina. La spesa sociale è l’unico collante che tiene insieme il medievale regime wahhabita, catturato nella versione mediorientale della “Guerra dei Trent’anni”

Se il mercato dei futures sul petrolio esprime valori corretti, l’Arabia Saudita comincerà a trovarsi nei guai nel giro di due anni e sarà in piena crisi esistenziale entro la fine del decennio.

Il prezzo del petrolio statunitense, con consegna a Dicembre 2020, è attualmente a 62,05 dollari/barile, la qual cosa implica un drastico cambiamento nel panorama economico sia del Medio Oriente che di tutti i paesi dipendenti dalla rendita petrolifera.

I sauditi hanno fatto un’enorme scommessa, lo scorso Novembre, quando hanno smesso di sostenere i prezzi del petrolio scegliendo d’invadere il mercato per scacciare i rivali, aumentando la propria produzione fino a 10,6 milioni di b/d [barili al giorno], in faccia alla recessione.

Se l’obiettivo era quello di soffocare il settore degli “idrocarburi di scisto” negli Stati Uniti, i sauditi hanno malgiudicato la situazione, sottovalutando grossolanamente la minaccia crescente dello “scisto”.

La “Bank of America” sostiene che l’OPEC si è ormai “effettivamente sciolta” … e potrebbe anche chiudere i suoi uffici a Vienna, risparmiando così del denaro.

La Banca Centrale Saudita, nel suo ultimo rapporto sulla stabilità, ha sostenuto che: “Contrariamente a quanto si era pensato, è ormai evidente che i produttori non-OPEC non sono poi così sensibili ai bassi prezzi del petrolio, almeno nel breve periodo”.

Ed ha aggiunto: “La conseguenza principale [dei prezzi bassi] è stata la sospensione nello sviluppo dei nuovi pozzi di petrolio, e non la riduzione dell’estrazione dai pozzi esistenti. Per ottenere quest’effetto ci vuole una maggiore pazienza”.

Un esperto saudita è stato molto schietto: “La politica non ha funzionato e non funzionerà mai”.

Provocando il crollo del prezzo del petrolio, i sauditi ed i loro alleati nel Golfo hanno certamente eliminato una serie d’iniziative ad alto costo nell’Artico russo, nel Golfo del Messico, nelle acque profonde del medio-Atlantico e nel Canada – con riferimento alle sabbie bituminose presenti in questo paese.

I consulenti della “Wood Mackenzie” affermano che le maggiori compagnie nel settore degli idrocarburi hanno accantonato 46 grandi progetti, rimandando investimenti per 200 miliardi di dollari.

Il problema, per i sauditi, è che il settore statunitense degli idrocarburi di scisto non è ad alto costo, è per lo più mediamente costoso. Come ho riferito nei reports sul forum energetico “CERAWeek” che si è tenuto a Houston [1], gli esperti dell’IHS pensano che quest’anno le aziende del settore “shale” possano ridurre i costi del 45% – e non solo perché estraggono, intelligentemente, solo dai pozzi ad alto rendimento.

Le tecniche avanzate di pad-drilling [2] consentono ai frackers [operatori del settore] di perforare cinque o dieci pozzi in direzioni diverse, partendo dallo stesso sito. I Drill-bits intelligenti [3], guidati dai computers, possono trovare facilmente le fessure nella roccia. I nuovi dissolvable-plugs [4] promettono di far risparmiare 300.000 dollari per pozzo.

John Hess, della “Hess Corporation”, ha dichiarato che: “Abbiamo ridotto i costi di perforazione del 50%, ed intravediamo per il futuro un’ulteriore riduzione del 30%”.

Scott Sheffield, della “Pioneer Natural Resources”, sostiene la stessa cosa: “Abbiamo appena perforato, in 16 giorni, un pozzo profondo 18.000 piedi [1 piede = 0,3048 mt] nel Bacino Permiano [5]. L’anno scorso ce n’erano voluti 30”.

Gli impianti di perforazione nel Nord America sono scesi a 664, dai 1.608 di Ottobre, ma la produzione è comunque salita al picco ultra-quarantennale di 9.6 miliardi di b/d, toccato a Giugno. Ed ha concluso: “… ed abbiamo appena cominciato a reinvestire i proventi”.

Rex Tillerson della Exxon Mobil ha dichiarato che: “Il treno-merci del ‘petrolio di scisto’ nord-americano continuerà a viaggiare”.

Ed ha aggiunto che la resilienza del settore-parallelo, quello dello shale-gas, è tale da consigliare di non perdere troppo tempo a leggere il rig-count [conteggio dei pozzi in funzione]. I prezzi del gas sono crollati, dal 2009, da 8 a 2,78 dollari/piede3, mentre il numero degli impianti per l’estrazione del gas è sceso da 1.200 a 209. Eppure la produzione è aumentata del 30%, nello stesso periodo.

Fino ad ora gli operatori del settore si sono cautelati con dei “contratti di copertura” [ritiro garantito delle quantità estratte]. Lo stress-test arriverà nei prossimi mesi, perché questi contratti sono in scadenza. Ma anche se decine dei “sovraesposti frackers” dovessero fallire, conseguenza dei mancati finanziamenti, non ci sarà comunque niente di buono per l’OPEC.

I pozzi saranno ancora lì, insieme alla tecnologia e alle infrastrutture. Le aziende più forti assorbiranno quelle più deboli ad un prezzo molto basso, rilevando i loro progetti. Una volta che il petrolio dovesse di nuovo arrampicarsi a 60 d/b, o anche a soli 55 d/b – dal momento che la soglia dei costi continua a scendere – potranno alzare la produzione in modo quasi istantaneo.

L’Opec deve ora affrontare un permanente vento contrario. Ogni aumento del prezzo sarà limitato da un aumento della produzione negli Stati Uniti. L’unico vincolo sarà quello della reale dimensione delle riserve statunitensi che possono essere estratte a metà prezzo, ma questa dimensione potrebbe essere molto più grande di quanto si era inizialmente supposto … per non parlare delle possibilità parallele in Argentina e in Australia, o della possibilità del “fracking pulito” in Cina – la tecnologia del “plasma a impulsi” [6] taglia il fabbisogno idrico necessario per l’estrazione.

Il Sig. Sheffield ha detto che già il “Bacino Permiano” del Texas, da solo, potrebbe produrre 5-6 milioni di b/d nel lungo termine, più del gigantesco giacimento Ghawar in Arabia Saudita, il più grande del mondo.

L’Arabia Saudita si è effettivamente arenata. Questo paese basa sul petrolio il 90% delle sue entrate di bilancio. Non c’è nessun altro settore di cui parlare, dopo ben 50 anni dall’inizio del boom petrolifero.

I cittadini non pagano le tasse sui redditi, sugli interessi o sui dividendi azionari. La benzina, sovvenzionata, costa 12 centesimi [di dollaro] al litro. L’elettricità viene venduta a 1,3 centesimi al chilowattora. La spesa clientelare è esplosa, dopo la “Primavera Araba”, per soffocare il dissenso.

Il Fondo Monetario Internazionale stima che il deficit di bilancio raggiungerà il 20% del PIL, quest’anno, ovvero circa 140 miliardi di dollari. Il “prezzo dell’equilibrio fiscale” è 106 d/b [l’immagine a seguire indica il prezzo in dollari/barile cui il petrolio dovrebbe essere venduto perché i paesi indicati possano pareggiare il bilancio pubblico 2015].

Lungi dal ridurre le spese, Re Salman continua a sperperare i soldi del paese. Ha elargito un bonus di 32 miliardi di dollari, in occasione della sua incoronazione, per tutti i lavoratori ed i pensionati.

Ha inoltre lanciato una guerra molto costosa contro gli Houthi dello Yemen ed è impegnato in una massiccio rafforzamento militare – del tutto dipendente dalle armi importate – che spingerà l’Arabia Saudita al quinto posto nella classifica mondiale dei paesi che più spendono per la difesa.

La famiglia reale saudita sta guidando la causa sunnita contro l’arrembante Iran sciita, in un’aspra lotta per il predominio in tutto il Medio Oriente.

Jim Woolsey, il precedente Direttore della CIA, ha dichiarato che: “In questo momento i sauditi hanno una sola cosa in mente, gli iraniani. Il problema è molto serio. I procuratori dell’Iran sono attivi in Yemen, Siria, Iraq e Libano”.

Il denaro è cominciato ad uscire dell’Arabia Saudita [per fini clientelari esterni] dopo la “Primavera Araba”, con un deflusso netto di capitali pari all’8% annuo del Pil, anche prima del crollo del prezzo del petrolio. Il paese, da allora, sta bruciando le sue riserve in valuta estera ad un ritmo vertiginoso.

Le riserve, che erano salite a 737 miliardi di dollari nel mese di Agosto del 2014, sono scese a 672 miliardi a Maggio di quest’anno. Ai prezzi correnti, sono in calo di almeno 12 miliardi al mese.

Khalid Alsweilem, un ex funzionario della Banca Centrale Saudita, ora occupato presso la Harvard University, ha detto che il deficit di bilancio deve essere coperto quasi dollaro per dollaro, attingendo alle riserve.

Le riserve finanziarie saudite non sono particolarmente grandi, considerando il sistema di cambio fisso del paese [con il dollaro]. Kuwait, Qatar e Abu Dhabi hanno riserve pro-capite tre volte maggiori.

Ed ha aggiunto: “Noi siamo molto più vulnerabili [degli altri Paesi del Golfo]. E’ questo il motivo per cui il nostro rating sovrano, AA-, è solo al quarto posto fra i Paesi del Golfo. Non possiamo permetterci di perdere il nostro cuscino [l’ammortizzatore costituito dalle riserve] nei prossimi due anni”.

Standard & Poor ha abbassato l’outlook a “negativo” lo scorso mese di Febbraio: “Consideriamo l’economia dell’Arabia Saudita come non diversificata e vulnerabile al calo, notevole e costante, dei prezzi del petrolio”.

Il Sig. Alsweilem ha scritto, in un relazione per la Harvard University, che l’Arabia Saudita possederebbe ulteriori assets per 1.000 miliardi di dollari, se avesse adottato il modello norvegese – ovvero un fondo sovrano per rimettere in circolo il denaro, invece di utilizzarlo come un salvadanaio a disposizione del Ministero delle Finanze.

Questa relazione ha causato una tempesta, a Riyadh. “Siamo stati fortunati in passato, perché il prezzo del petrolio ha recuperato per tempo. Ma non possiamo contarci di nuovo”, egli ha concluso.

L’OPEC si è interessata della questione dello “shale” troppo tardi anche se, forse, era veramente poco quello che avrebbe potuto fare per combattere i progressi della tecnologia americana.

Col senno del poi, è stato un errore strategico tenere i prezzi così alti per così tanto tempo [palese il riferimento a quando il petrolio quotava ben oltre i 100 d/b], permettendo ai frackers – e all’industria del solare – di “diventare grandi”. Il “genio” non può più essere rimesso nella bottiglia.

I sauditi, ora, sono intrappolati. Anche se avessero fatto un accordo con la Russia e orchestrato un taglio della produzione per far aumentare i prezzi – fatto tutt’altro che semplice – avrebbero potuto guadagnare solo qualche anno, rimandando più in là nel tempo la produzione degli idrocarburi di scisto.

In ogni caso, le riserve saudite [in valuta estera] potranno scendere fino a 200 miliardi di dollari entro la fine del 2018. I mercati reagiranno molto prima, vedendo la scritta sul muro. La fuga dei capitali accelererà.

Il governo potrà tagliare gli investimenti, per un po’ di tempo – come ha fatto a metà degli anni ’80 – ma alla fine dovrà affrontare un’austerità draconiana. Non può permettersi né di sostenere l’Egitto né di tenere in vita l’esorbitante macchina del clientelismo politico in tutto il mondo sunnita.

La spesa sociale è l’unico collante che tiene insieme il medievale regime wahhabita, considerando l’agitazione della minoranza sciita nella provincia orientale, gli attacchi terroristici dell’ISIS e i contraccolpi dell’invasione dello Yemen.

C’è solo la spesa “diplomatica” alla base della sfera d’influenza dell’Arabia Saudita, catturata nella versione mediorientale dell’europea “Guerra dei Trent’anni”, ed ancora convalescente dagli shocks derivati dall’aver schiacciato una rivolta democratica [la Primavera Araba].

Possiamo tuttavia constatare che l’industria petrolifera statunitense ha una maggiore capacità di resistenza rispetto al traballante edificio politico dell’OPEC.

Ambrose Evans-Pritchard

Fonte: www.telegraph.co.uk

Link:http://www.telegraph.co.uk/finance/oilprices/11768136/Saudi-Arabia-may-go-broke-before-the-US-oil-industry-buckles.html

5.08.2015

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da FRANCO

Fra parentesi quadra le note del Traduttore, ed inoltre:

[1] Pubblicati da Come Don Chisciotte qui: http://comedonchisciotte.org/controinformazione/modules.php?name=News&file=article&sid=14981 e qui: http://comedonchisciotte.org/controinformazione/modules.php?name=News&file=article&sid=15030] [2] Pad-Drilling: http://www.eia.gov/todayinenergy/detail.cfm?id=7910

[3] Drill-Bit Intelligente: https://en.wikipedia.org/wiki/Drill_bit

[4] Dissolvable-Plug: http://www.slb.com/services/completions/multistage_stimulation_systems/dissolvable_plug_and_perf/infinity.aspx

[5] Bacino Permiano: https://it.wikipedia.org/wiki/Bacino_Permiano

[6] Plasma Pulse Technology, http://www.novasenergy.com/

Pubblicato da Davide

  • Stodler

    Bisognerebbe vedere se questo tipo di articoli non siano dei messaggi a Ryad e se soprattutto il prezzo del petrolio di scisto tenderà a diminuire.

    Se il prezzo di produzione tenderà a diminuire per l’Arabia saudita e  gli altri paesi del golfo sarebbe la fine.
    Sarà la fine anche del terrorismo sponsorizzato dagli al saud?
  • marcoferro

    spero che questi papponi che spendono e spandono e finanziando anche il terrorismo tipo l’isis, si trovino con le pezze al culo insieme agli usa.

  • Aironeblu

    Molto interessante, complimenti a Evans-Pritchard per questa ennesima analisi della situazione, che una volta tanto si apre verso prospettive più pacifiche: gli USA a perforare il proprio suolo a 6 km di profondità invece di bombardare il Medio Oriente per saccheggiarne le risorse, e i Sauditi Reali appesi ai loro vecchi pozzi dalla popolazione inferocita… Unico e non trascurabile effetto negativo di questa spinta tecnologica, le ripercussioni ambientali, sia a livello geologico che atmosferico. Ma inquina di più una perforazione shale o una guerra all’uranio impoverito?

  • Toussaint

    L’industria dello “shale”
    consentirà agli Stati Uniti di vincere anche questa volta la battaglia
    geopolitica globale. Non mi fa piacere – anzi! – ma credo che, a questo punto,
    si debba ammetterlo.

    L’indipendenza energetica, il
    diventare un esportatore netto di idrocarburi, consentirà loro di raggiungere l’equilibrio
    della bilancia commerciale, ed a questo punto non avranno nemmeno più bisogno
    dei petrodollari.

    L’iperinflazione conseguente
    ai QE è palesemente un’invenzione del liberisti (monetaristi, austriaci e compagnia cazzeggiante. La moneta è endogena,
    ripetiamocelo qualche volta
    ), l’oro come alternativa al dollaro una palese idiozia,
    impantanati per non dire altro i BRICS (con
    gravi conseguenze sullo sviluppo economico asiatico e sudamericano
    ), diviso
    il mondo arabo (divide et impera, sunniti
    contro sciiti
    ), per gli europei e l’euro lasciamo stare (l’euro non è mai stato un rivale, semmai una
    stampella
    ), il Giappone insieme all’Europa ingabbiato nei TTP e TTIP etc., le
    problematiche geostrategiche globali a questo punto assumono un’importanza
    relativa, e non hanno altra soluzione che la pax americana.

    Fa un po’ tristezza, ma cos’altro
    aggiungere? 

  • PietroGE

    1. La tecnologia è più importante dei giacimenti di energia e materie prime.

    2.L’esempio della Arabia Saudita che in 50 anni non ha diversificato la sua economia purtroppo non è unico. Molti dei Paesi produttori pensano che la manna petrolifera continuerà a nutrirli in eterno.

    3.Si può stimare, grossolanamente, a 300 milioni o forse più, la popolazione mondiale che vive, direttamente o indirettamente, della rendita petrolifera. Se con i progressi della tecnologia si riuscirà in futuro a produrre energia con la fusione nucleare, che farà tutta questa gente? Si metterà sui barconi in direzione dell’Europa?

  • Caleb367

    C’è un problema con l’analis di Evans.Pritchard, secondo me: che non prende in considerazione che l’industria dello shale gas americana sia una bolla speculativa. Infatti, è facile trovare in rete articoli e inchieste sulle molte note oscure del gas di scisto americano, dall’elevato costo di estrazione e raffinazione, il mistero sulla sua effettiva qualità, i danni provocati alle falde acquifere (non si sa nemmeno che cocktail di solventi venga sparato nel sottosuolo, per via di un escamotage legale che consente alle imprese operanti di non fornire campioni per l’analisi per "proteggere segreti industriali". E intanto a centinaia di km di distanza dai rubinetti esce acqua mista a metano), a un altro mistero riguardante le riserve strategiche (secondo alcuni il governo americano ha riversato sul mercato le proprie riserve strategiche di gas e petrolio per manipolare i prezzi).
    Linko un articolo di forbes.com (http://www.forbes.com/sites/billpowers/2014/09/03/the-popping-of-the-shale-gas-bubble/) e ne copio un estratto:
    Make no mistake; shale gas production over the past 12 years has been nothing short of phenomenal.  From a standing start a dozen years ago, shale gas production has grown to account for nearly 50 percent of America’s gas production. However, the shale gas boom is rapidly maturing and we are quickly approaching a point where shale gas production heads into decline.  In fact, the majority of shale gas basins in America are already exhibiting declining production.

  • Toussaint

    Il problema è a chi credere.
    AEP sostiene (e non è la prima volta), portando a supporto delle proprie tesi
    numerosi e qualificati pareri, che la tecnologia d’estrazione si è sviluppata
    al punto tale da aver ridotto i costi del 50%, con un altro 30% che ci si
    aspetta per un prossimo futuro.

    Inoltre, la Plasma Plus Technology,
    risolvendo il problema dell’acqua, elimina la principale delle obiezioni, tant’è
    vero che dovrebbe permettere l’estrazione anche in Cina.

    Ci sono giacimenti immensi in
    tanti luoghi del mondo, peraltro “facili” (ovvero senza problematiche politico-religiose-culturali),
    senza parlare dei giacimenti Algerini, che sembrerebbero contenere la bellezza
    di 45.000 miliardi di mc (fai il conto con una sfruttabilità solo al 20%).

    Le società del settore,
    inoltre, stanno costruendo impianti di liquefazione (e quindi i ri-gasificatori)
    investendo decine di miliardi di dollari. Perché dovrebbero farlo se non
    avessero gas a sufficienza, o se lo shale fosse troppo costoso?

    Insomma, tenderei a credere a
    AEP. Non mi fa piacere, ma non possiamo nemmeno chiudere gli occhi, ci piaccia
    o meno (io sarei fra i “meno”). La tecnologia è riuscita a superare qualsiasi
    obiezione. Anche questioni come il “picco” del petrolio sembrano superate.

    Probabilmente diminuiranno gli
    investimenti nelle tecnologie pulite alternative. Forse non è un caso che
    quella della fusione a freddo è in mano anch’essa agli statunitensi (CdC pubblicò
    un articolo, al riguardo), forse proprio per bloccarla. Adesso vogliono fare i soldi con lo shale. Che gli
    risolve tanti problemi, di bilancia commerciale e geo-strategici.

  • ebertuol

    Quanta acqua inquinata…

    Io, nel mio piccolo, cambiero’ l’auto e prendero’ una eletrica o con ancora meno impatto ambientale (oggi ho una Smart).
    Chi ha il SUV ‘e un cafone.
  • raniran

    Inquina decisamente di più una guerra moderna,  a base di U impoverito, anche perché poco quantificabile e localizzabile….l’Uranio (e forse altri elementi chimici ultrapesanti di cui non ci è dato sapere perché a scopo militare) si degrada molto lentamente, le radiazioni emesse fanno danno per tanto tempo.

    Estrarre "olio di scisto" cioè idrocarburi dalle profondità rimane energeticamente molto dispendioso, poi gli ammerigani raccontano in giro per il mondo che hanno una tecnologia moderna e più vantaggiosa…..lo fanno per imbonirsi gli incerti ed impaurire i nemici in campo energetico ( Arabia, Russia ecc…)

    ALe

     

  • raniran

    Se la direzione è questa…società energivora e combustibili fossili sempre a disposizione: LA VEDO DURA VERSO IL 2100 quando col livello dei mari alzato di troppi cm, inquinamento in tutte le matrici e popolazione oltremisura ci saran guerre civili e non

    da far sembrare un merdoso film come madmax una barzelletta e Orwell 1984 un’antica Profezia.

    ALe

  • raniran

    Ciao

    Non credo, i combustibili fossili (ancora grazie alla genialità dello Zio Sam) saranno sempre troppo utilizzati….

    La popolazione ora in aree in "sviluppo" esigerà sempre più di assomigliare al "tecnologicoavanzatoprogressista" mondo anglosassone-americano che noi incarniamo…

    Grazie ud una globalizzazione culturale condita di primaverearabe questo sputo di pianete diventerà a breve invivibile… nasceranno GUERRE a non finire…

    qui su cdc, se ancora c’avran risparmiati, CI DIVERTIREMO.

    ALe

  • raniran

    Ciao,

    ne avranno un danno si

    ma non finirà l’ISIS perché è MADE IN USA

    e si sa , quei prodotti sono destinati a durare in base alla loro funzione.

    ALe

  • raniran

    Ciao,

    pure io lo spero, sono l’effettiva rovina dell’Umanità

    però non riesco ad essere ottimista come te…

    Prevedo non una ma più guerre dovute soprattutto:

    1) all’aumento/concentrazione di popolazione di diverse etnie in spazi sempre più ristretti

    2) l’interesse generale verso le risorse di idrocarburi fossili.

    3) Possibili epidemie letali sempre più diffondibili grazie agli scambi di merci/persone sempre più rapidi ed intensi.

    ALe

  • raniran

    ..tanto per raccontartene una

    quante migliaia di tonnellate di munizioni contenenti U impoverito hanno lasciato nell’ Adriatico (mera pozzanghera) gli yankee fa Aviano in primis partivano ad uccidere, nella guerra in yugoslavia (siamo pieni di basi usa e non ci lamentiamo ..): per alleggerire il carico (se lo potevano pure permettere) smollavano ordigni all’U235 nell’Adriatico.

    Ale

  • Aironeblu

    Speriamo allora che restino a casa loro a fare buchi… ^^

  • raniran

    Lo shale cioè l’estrazione di idrocarburi a pressione iniettata è un caro prezzo ambientale; gli si ritorcerà contro, succederanno macelli ambientali (specie in usa), quasi quasi ne godo perchè ‘sti bastardi se le cercano mi dispiace già per le future vittime civili +o- inconsapevoli).

    L’estrazione con quella modalità è fortemente distruttiva nei confronti dell’Ambiente quindi anche delle persone.
  • raniran

    Lo shale cioè l’estrazione di idrocarburi a pressione iniettata è un caro prezzo ambientale; gli si ritorcerà contro, succederanno macelli ambientali (specie in usa), quasi quasi ne godo perchè ‘sti bastardi se le cercano mi dispiace già per le future vittime civili +o- inconsapevoli).

    L’estrazione con quella modalità è fortemente distruttiva nei confronti dell’Ambiente quindi anche delle persone.
  • raniran

    ..potresti rispondermi che la Cina (ad oggi in recessione ma con altri vari brics grande produttrice di gas serra)per il fatto che inquina così non dipenda da usa…

    Il discorso è molto complesso, ci provo:
    per stare al passo coi tempi globalizzati e globalizzanti i cinesi hanno messo su una grande industria chimica capace di sfornare quasi tutti i giocattoli che han fatto "felici" i miei e  i tuoi figli, ora certe mosse economiche sotterranee hanno messo in ginocchio lo yuan con svalutazioni senza precedenti, facendo crollare in primis le borse cinesi…
    la guerra che gli usa vogliono combattere senza per ora voler spargere sangue su suoli delicati è quella economica, come con Putin facendo pompare dagli amici arabi quantità di greggio sul mercato globale in Cina si è sviluppata con attacchi probabilmente informatici o grazie a qualche infiltrato ben pagato (da dollari non yuan eheheh).
    Furbi gli ammerigani, in Africa usano la mano pesante scatenando immigrazioni (controllate..ma solo per loro) verso l’europa, che così non potrà fare altro che chiedere aiuto ..a chi?
    MAVAFFANCULO