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LA VERGOGNA DEI GULAG AMERICANI

DI CHRIS HEDGES
truthdig.com

Se, come scrisse Fëdor Dostoevskij, “il grado di civiltà di una società si può valutare entrando nelle sue carceri”, qui siamo davanti ad una nazione di barbari. La nostra vasta rete di prigioni federali e statali, con qualcosa come 2.3 milioni di reclusi, fa a gara con i gulag degli stati totalitari. Non appena sparisci dietro le pareti del carcere diventi una preda. Da stuprare. Da torturare. Da picchiare. Isolamenti prolungati. Privazioni sensoriali. Discriminazioni razziali. Reti di bande. Lavori forzati. Cibo rancido. Bimbi incarcerati alla stregua degli adulti. Prigionieri forzati a prendere medicinali che inducono all’apatia. Impianti di ventilazione e riscaldamento inadeguati. Scarse cure sanitarie. Dure sentenze per crimini non violenti. Bonnie Kerness e Ojore Lutalo li incontrai entrambi a Newmark, New Jersey, dopo che, qualche giorno prima, avevano combattuto, come forse pochi prima di loro, nel comitato americano per il monitoraggio delle prigioni (AFSCPW, n.d.t.) contro i crescenti abusi nei confronti dei prigionieri (specialmente l’uso dell’isolamento). Lutalo, una volta diventato membro dell’esercito per la liberazione dei neri (BLA, n.d.t.), un ramo delle Pantere Nere, scrisse a Kerness per la prima volta nel 1986, durante la sua detenzione alla prigione di stato di Trenton, ora chiamata prigione dello stato del New Jersey. Le raccontò il mondo oscuro e degradante dell’isolamento; il mondo di detenuti come lui, trattenuti in cosiddette unità di controllo di gestione, che lui chiamò “una prigione nella prigione”. Prima di essere rilasciato nel 2009, Lutalo rimase nell’unità di controllo gestione per 22 dei 28 anni comminatigli per il secondo dei suoi due crimini- il primo fu una rapina in banca e il secondo per un conflitto a fuoco con uno spacciatore. Mantenne la sanità mentale, mi disse, seguendo un rigido programma fatto di esercizi svolti nella sua piccola cella; qui scrisse, meditò e ritagliò giornali per fare collages che rispecchiassero le sue condizioni in carcere.

“Le guardie in assetto antisommossa all’improvviso ti svegliavano all’una del mattino, ti obbligavano a toglierti i vestiti, ti facevano arrabattare le tue cose e ti spostavano in un’altra cella, solo per il gusto di tormentarti”, raccontò quando parlò a Newark. “Hanno preso dei cani addestrati per attaccarti ai genitali. Passavi un giorno 24, il giorno dopo 22 ore chiuso nella tua cella. Se non hai un forte obiettivo in mente non sopravvivi psicologicamente. L’isolamento è studiato per annullare mentalmente i carcerati e ho visto tanti non farcela”.

La lettera di Lutalo fu la prima indicazione, per Kerness, che il sistema carcerario americano aveva creato nuove speciali strutture che secondo le leggi internazionali sono una forma di tortura. Le scrisse: “Come finisce se porti alla disperazione qualcuno che non lo è? Cosa succede se mi crei lo stress psicologico di sapere che la gente aspetta solo che mi auto-distrugga?”

Le tecniche di privazione sensoriale e isolamento prolungato sono state sperimentate durante la Guerra Fredda dalla CIA. Alfred McCoy, autore del libro “A proposito di tortura: gli interrogatori della Cia, dalla Guerra Fredda alla Guerra al terrorismo”, scrisse che “chi interroga ha capito che il dolore fisico, non importa quanto violento sia, spesso produce una resistenza maggiore”. Così, la CIA ha optato per il meccanismo più efficace del “disorientamento sensoriale” e del “dolore auto- inflitto”, dice McCoy. (Un esempio di come portare a dolore auto- inflitto è obbligare il prigioniero a stare in piedi senza muoversi oppure mantenere altre posizioni dure da mantenere per un lungo periodo). La combinazione, ritengono gli psicologi del governo, porterebbe le vittime a pensare di essere esse stesse la causa delle loro sofferenze, portandole ad un più rapido annientamento psicologico. Il disorientamento sensoriale combina forti sensazioni a forti privazioni sensoriali. Isolamenti prolungati sono intervallati da intensi interrogatori. Caldo estremo seguito da freddo altrettanto estremo. A una luce accecante segue totale oscurità. Un rumore continuato e fortissimo è seguito dal silenzio.

“La fusione di queste due tecniche, disorientamento sensoriale e dolore auto- inflitto, crea una sinergia di traumi fisici e psicologici, la cui somma è un martellamento del piano esistenziale dell’identità personale”, scrisse McCoy.

Dopo aver parlato con Lutalo, Kerness iniziò a difendere strenuamente lui e gli altri prigionieri chiusi nelle unità di isolamento. Pubblicò con il suo ufficio un manuale di sopravvivenza per coloro che stavano in isolamento e insieme un libricino intitolato “Tortura nelle prigioni americane”. Iniziò così a mettere insieme più storie di prigionieri tenuti in isolamento.

“Il mio vassoio per il cibo era stato spruzzato con macis o detergenti, … feci umane e urine lasciate dalle guardie che portavano il vassoio con la mia colazione, pranzo e cena…”, sembra abbia detto un prigioniero in isolamento nel Wabash Valley Correctional Facility a Carlisle, Indiana in “Tortura nelle prigioni americane”. “Ho potuto assistere alla metamorfosi di persone sane di mente iniziare ad auto- mutilarsi, soffrire di paranoia, di attacchi di panico, di fantasie ostili di vendetta. Un Prigioniero poteva ingoiare un pacco di pile stilo o ficcarsi una matita nel pene. Potevano tagliarsi per poter avere un contatto con le infermiere o solamente per attirare un po’ l’attenzione. Questi stessi uomini iniziarono a lanciare feci e altri escrementi umani ogni giorno, come fosse un gioco riconosciuto. Altri la mangiavano oppure si cospargevano di feci come fosse una crema per il corpo… I secondini usano una forma di freno, un letto su cui erano state applicate delle strisce di velcro. Entrambe le mani legate ai polsi ed entrambi i piedi alle caviglie. I prigionieri potevano restare in quella posizione per 3 o anche 6 ore ogni volta. Spesso dovevano togliersi i vestiti di dosso. L’unità speciale di isolamento usava anche [delle pompe] su questi uomini … Quando le prigioni iniziano ad essere sovraffollate, i secondini ti mettono in due per branda. I temi del sovraffollamento portano ad una serie di problemi i quali sfociano spesso in violenza … i secondini mettono intenzionalmente un carcerato per crimini sessuali con gli altri prigionieri con l’unica intenzione di vederlo pestato o magari ucciso”.
Nel 1913 la Eastern State Penitentiary di Philadelphia sospese l’internamento in isolamento. I prigionieri nelle prigioni americane non furono messi in isolamento in gran numero prima dei tumulti del 1960 con l’aumento dei movimenti pacifisti e di difesa dei diritti, nonché l’affermazione di gruppi radicali come le Pantere Nere. La Trenton State Prison stabilì nel 1975 un’unità di controllo, o unità di isolamento per i prigionieri politici, molti dei quali estremisti di colore, come Lutalo, che lo stato volle separare dal resto della popolazione carceraria. Furono messi in isolamento non per aver trasgredito a qualche regola della prigione, ma per le loro convinzioni rivoluzionarie: convinzioni che le autorità carcerarie non volevano che si diffondessero tra i prigionieri. Nel 1983 la prigione federale a Marion, in Illinois, istituì una zona recintata e permanente, essenzialmente una “zona di controllo” permanente grande quanto la prigione stessa. Dal 1994 il Federal Bureau of Prisons utilizzò il modello della Marion per costruire la sua prigione di massima sicurezza a Florence, Colorado. Esplose l’uso di un prolungato isolamento e della privazione sensoriale. “Unità speciali di internamento” furono formate per i malati di mente. Furono formate “unità di controllo per gruppi minacciosi per la sicurezza” per coloro che erano accusati di attività connesse a gruppi criminali. “Unità di controllo per le comunicazioni” furono formati per isolare i musulmani etichettati come terroristi.

Furono formate anche unità di custodia protettiva volontaria e involontaria. Le unità amministrative di segregazione e punizione furono create con lo scopo di isolare prigionieri detti psicologicamente disturbati. Il tutto fu stabilito in aperta violazione della convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, nel patto delle Nazioni Unite per i diritti civili e politici, nonché della Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale.

Kerness la chiamò “la guerra in casa” e disse di ritenerla l’ultima variazione della lunga guerra ai poveri, specialmente alle persone di colore.

“Non si può parlare di ex sistemi alla Jim Crow”, disse Kerness. “Il passaggio dallo schiavismo ai Black Codes, dai lavori forzati alle leggi di Jom Crow per fronteggiare l’attivismo politico, dei poveri, dei giovani, dei veterani negli anni ’60 ha continuato ininterrottamente fino ad arrivare all’esclusione delle persone povere e di colore. Le pratiche fasciste sofisticate del ferma- e- perquisisci, dell’accusare di vagabondaggio persone di colore o rientranti in un determinato codice condiviso di razzismo, nelle città dell’interno; queste e altre pratiche sono state messe in atto con il risultato di riempire le nostre carceri. In un sistema nel quale il 60% dei detenuti è di colore, dove gli studenti di colore subiscono a scuola pene più dure dei loro colleghi bianchi, dove il 58% dei giovani afro (americani)… viene mandato nelle prigioni per adulti, dove le donne di colore hanno il 69% in più di possibilità di essere incarcerate e dove le sentenze per offese razziste vanno spesso per le lunghe, ecco, qui l’idea di uguaglianza razziale non esiste. Il razzismo che si respira è palpabile”.

“Negli anni ’60, quando le ultime leggi di Jim Crow furono rovesciate, questo insieme di nuove pratiche diffusesi con l’applicazione della legge, fu congegnato per permettere la continuazione del sistema carcerario crea- soldi, che ha al suo interno una nuova schiavitù”, afferma. “Fino a che non riconosciamo profondamente che all’apice del sistema c’è un controllo sociale e la creazione di un mercato di gente di colore e povera, nulla potrà cambiare”. L’autrice nota che più della metà delle persone che si trovano nel sistema penitenziario non hanno mai fisicamente colpito un’altra persona, ma “spesso quasi tutte hanno fatto del male a loro stesse”. E non solo la giustizia spazza via i poveri e le persone di colore, ma la schiavitù nel sistema carcerario è permessa secondo il 13° emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America, che recita: “La schiavitù e altre forme di costrizione personale, non potranno essere ammesse negli Stati Uniti, o in luogo alcuno soggetto alla loro giurisdizione, se non come punizione di un reato per il quale l’imputato sia stato dichiarato colpevole con la dovuta procedura”.

Questo, afferma Kerness, “è centrale nella trasformazione dalla schiavitù a quella che l’ambiente carcerario chiama neo- schiavitù”. La neo- schiavitù è parte integrante del complesso dell’industria carceraria, nel quale centinaia di migliaia di prigionieri nazionali, primi fra tutti i soggetti di colore, sono obbligati a fare lavori involontariamente e per più o meno un dollaro l’ora. “Se ti capita di chiamare all’ufficio per il turismo del New Jersey ti potrà tranquillamente succedere di parlare con una prigioniera dell’istituto penitenziario femminile Edna Mahan, che sta guadagnando 23 centesimi all’ora e non ha alcuna possibilità di negoziare la propria base oraria o le condizioni di lavoro”, afferma la Kerness.

I corpi dei poveracci, dei giovani disoccupati, hanno poco valore nelle strade, ma lo acquistano dietro le sbarre.

“Le persone mi hanno detto che il sistema di giustizia criminale non funziona”, dice la Kerness. “Sono arrivata a scoprire invece che funziona perfettamente (come solo la schiavitù sa funzionare) come una questione di linea economico- politica. Com’è possibile che in Newark un ragazzo di 15 anni, bollato dallo Stato come inutile per l’economia e che non ha alcuna speranza di conseguire un diploma o di trovare un lavoro, può improvvisamente generare dai 20000 ai 30000 dollari l’anno una volta entrato nel sistema giudiziario criminale? L’espansione delle prigioni, della libertà condizionata e vigilata, dei sistemi della corte e della polizia, ha portato un’enorme burocrazia suppletiva, che a sua volta è stata una manna per chiunque, dall’architetto al negoziante; tutti con un aspetto in comune: percepire uno stipendio sfruttando degli esseri umani in catene. La criminalizzazione della povertà è un business molto lucrativo e abbiamo rimpiazzato la rete di sicurezza sociale con una trappola”.

Le prigioni sono da una parte immensamente costose – lo Stato ha speso qualcosa come 300 milioni di dollari fino al 1980- e come ha sottolineato Kerness, anche immensamente redditizie. Le prigioni funzionano precisamente come gli apparati militari- industriali. I fondi sono pubblici e il profitto privato.

“La privatizzazione nell’apparato industriale carcerario include società che da una parte sono pagate per mandare avanti le prigioni e dall’altra speculano sui lavori forzati”, spiega la Kerness. “Nello Stato del New Jersey, il cibo e i servizi sanitari vengono forniti da corporations, che hanno come principio il guadagno. Una recente esplosione dell’industria privata è l’affiliazione della Corrections Corporations of America con il governo federale, per detenere circa un milione di persone. Usare soldi della comunità per arricchire pochi privati cittadini è la storia del capitalismo ai massimi livelli”.
Chi esce di prigione è miseramente impreparato al re- inserimento. Si portano addosso gli anni di trauma che hanno dovuto sopportare. Spesso soffrono di malattie endemiche dovute alla lunga incarcerazione, come l’epatite C, la tubercolosi e l’HIV. Spesso non hanno accesso ai farmaci per le loro malattie fisiche o mentali. Trovare lavoro diventa difficile. Diventano alienati e sono spesso rigettati da amici e famiglia. Più del 60% di loro ritorna in prigione.

“Come si fa a insegnargli ad uscire dal degrado?”, chiede la Kerness. “Quanto serve per insegnargli a sentirsi al sicuro, a darli un senso di rinvigorimento in un mondo dove spesso tornano a casa psicologicamente e fisicamente degradati e in occupabili? Ci sono diverse ragioni per le quali gli ex- detenuti non lo fanno e la più importante è perché è previsto che non ci riescano”.

Kerness è da tanto tempo un’ attivista impegnata. Nel 1961, a 19 anni, lasciò New York per lavorare per dieci anni alla lotta per i diritti civili in Tennessee, compreso un anno al Centro di educazione e ricerca Highlander, dove insegnavano Rosa Parks e Martin Luther King Jr. Dal 1970 fu coinvolta nelle campagne abitative per i poveri del New Jersey. Iniziò a prendere contatti con famiglie di detenuti e ciò la portò a fondare Prison Watch.

Le lettere che si riversano nel suo ufficio lasciano basiti. Detenute che denunciano giornalieri abusi sessuali perpetrati da parte delle guardie. Una detenuta scrisse: “Non c’era scritto nella mia sentenza che avrei dovuto fare sesso orale con le guardie”. Altre detenute scrissero delle persone mentalmente disturbate, lasciate a marcire in prigione. Dalla California scrissero che un uomo mentalmente disturbato si cosparse di feci e le guardie lo gettarono sotto l’acqua bollente ustionandogli il 30% del corpo.

Disse Kerness che le lettere che riceve dai prigionieri presentano una litania di “condizioni inumane, freddo, sudiciume, cure mediche brutali, isolamento continuativo, ce dura a volte anni, uso di sistemi di tortura, molestie, brutalità e razzismo”. I prigionieri le mandarono un quadro complessivo fatto di “4-5 costrizioni, come cappucci, legacci, letti con cinghie per l’immobilizzazione, granate stordenti, fucili stordenti, cinghie stordenti, cappucci sporchi di saliva e catene per la vita e le gambe”. Malgrado tutto questo, il maggior tormento , le dicono i prigionieri, è la sofferenza psicologica causata dalla “tortura senza contatto”, che include “l’umiliazione, la privazione del sonno, il disorientamento sensoriale, la luce e il buio estremi, l’estremo freddo o l’estremo caldo”, nonché “il lungo isolamento”. Queste tecniche, disse la Kerness, sono scientemente create per provocare un “sistematico attacco ad ogni stimolo umano”.

L’uso della deprivazione sensoriale fu applicato dal governo con i detenuti “estremisti” degli anni ’60, ivi inclusi membri delle Black Panthers, del Black Liberation Army, del movimento portoricano di liberazione e dell’American Indian Movement; per non parlare degli ambientalisti, degli anti- imperialisti, degli attivisti per i diritti civili. E’ stato esteso poi oggi ai militanti musulmani, agli avvocati delle prigioni e ai prigionieri politici.

Molti di questi prigionieri politici facevano parte dei movimenti radicali neri clandestini degli anni ’60, che combattevano la violenza. Alcuni, come Leonard Peltier e Mumia Abu Jamal, sono molto conosciuti, ma molti hanno poca visibilità pubblica; tra questi ultimi citiamo Sundiana Acoli, Mutulu Shakur, Imam Jamil Al-Amin (conosciuto come H. Rap Brown, quando nel 1960 era consigliera del Comitato Coordinativo Studentesco Non-Violento), Jalil Bottom, Sekou Odinga, Abdoul Majid, Tom Manning e Bill Dunne.

Coloro che stavano nel sistema per cercare di resistere ad abusi e maltrattamenti furono colpiti duramente. I detenuti del sovraffollato Southern Ohio Correctional Facility, una prigione di massima sicurezza in Lucasville, Ohio, si rivoltarono nel 1993 dopo anni di continui maltrattamenti, rituali degradanti di pubblica umiliazione e di presunti omicidi da parte delle guardie carcerarie.
I circa 450 detenuti, che unirono le fazioni avverse all’interno della prigione (I Fratelli Ariani e i neri Gangster Disciples), riuscirono a tenere per 11 giorni. Fu una delle più lunghe rivolte di detenuti nella storia degli Stati Uniti d’America. Nove prigionieri e una guardia furono uccisi dai prigionieri stessi durante la rivolta. Lo Stato rispose con la solita furia. Prese 40 prigionieri e li spostò nel Penitenziario di Stato dell’Ohio (OSP), una mega prigione nei pressi di Youngstown, che fu costruita nel 1998. Qui i prigionieri sono mantenuti in isolamento 23 ore al giorno, in celle grandi 2×4 m. I prigionieri del OSP non vedono praticamente mai il sole e non hanno contatti umani.

Coloro che furono accusati di aver partecipato alla rivolta, rimasero in quella condizione dal 1993. Cinque prigionieri- Bomani Shakur, Siddique Abdullah Hasan, Jason Robb, George Skatzes e Namir Abdul Mateen- invischiati nella rivolta, furono condannati a morte. Sono detenuti in isolamento nel braccio della morte.

Afferma Kerness che le società- prigioni a scopo di lucro hanno creato una classe dirigente come quella degli schiavisti sudisti, che è “dipendente dai poveri, dalla gente di colore per poter avere un introito”, e descrive i dipartimenti correttivi federali e di stato come uno “stato mentale”. Questo stato mentale, spiega nell’intervista, “porta ad Abu Ghraib, Bagram e Guantanamo e a ciò che sta accadendo proprio ora nelle prigioni americane”.

Finché il profitto rimarrà un incentivo ad incarcerare esseri umani e il nostro sistema corporativo abbonderà di lavori in esubero, c’è poca speranza che il sistema detentivo venga riformato. Lo si potrebbe fare rendendo sano il nostro sovraccarico aziendale. Le nostre prigioni servono il motore del capitalismo corporativo, che trasferisce i soldi statali a corporations private. Queste corporations continueranno a boicottare una riforma carceraria razionale perché il sistema, anche se inumano e ingiusto, riempie i conti in banca delle corporations stesse. Il problema vero non è la razza- per quanto la razza giochi una parte considerevole nelle statistiche sulla detenzione- né la povertà; è la natura predatoria dello stesso sistema capitalistico. E finché non uccideremo la bestia del capitalismo corporativo, finché non strapperemo il potere alle corporations, finché non costruiremo istituzioni sociali e un sistema di governance creato non per il profitto di pochi, ma per il bene comune, la nostra industria carceraria e l’orrore che ne consegue si espanderanno.

Chris Hedges scrive regolarmente per Truthdig.com. Hedges si è laureato alla Harvard Divinity School ed è stato negli ultimi 20 anni corrispondente dall’estero per il New York Times. E’ autore di numerosi libri, tra cui: La guerra è una forza che ci da un senso (War Is A Force That Gives Us Meaning), Tutto ciò che ognuno dovrebbe sapere sulla guerra (What Every Person Should Know About War), Fascisti americani: il diritto cristiano e la guerra in America (American Fascists: The Christian Right and the War on America). Il suo libro più recente è L’impero delle illusioni: la fine dell’alfabetismo e il trionfo dello spettacolo (Empire of Illusion: The End of Literacy and the Triumph of Spectacle).

Fonte: www.truthdig.com
Link: http://www.truthdig.com/report/item/the_shame_of_americas_gulag_20130317/
18.03.2013

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di DANIELE FRAU

Pubblicato da Davide

  • Mondart

    ECCO: facciamogli coltivare un po’ di pomodori in cella anche a loro, che è molto zen e contribuisce ad “abbattere il sistema capitalistico”

  • dana74

    mondart ti do una buona notizia: le aziende che hanno deciso di rilocalizzare negli Usa lo fanno perché le prigioni private mettono a disposizione questa manovalanza ad un prezzo ben più vantaggioso che gli altri uomini “liberi” in cerca di occupazione al di fuori di quelle mura.
    Dumping sociale, niente di più niente di meno, business as usual.
    Ma sono un grande esempio di democrazia, ci dicono i “nostri” per cui quando i signori dei diritti civili ci dicono di bombardare quel paese per civilizzari noi subito sull’attenti.
    A proposito di gulak, segnalo che sono 100 i detenuti di Guantanamo (su 166) a fare lo sciopero della fame. Ne avete sentito parlare ai tiggi? CHissà la nostra dirittoumanista Bonino, gentil donna, come sarà arrabbiata…..

  • Mondart

    Sai cosa fanno 10 pelati in galera ? … I pomodori in scatolaaaaahahah !

  • illupodeicieli

    E’ una cosa che si sapeva e in qualche vecchio post su effedieffe e che avevo riportato anche nel mio blog ne avevo parlato, allorché il Pdl aveva idea di importare il modello Usa da noi. Si erano messi in testa di privatizzare le carceri e, come ricordiamo, ne ha riparlato anche il governo Monti. Come si sa anche da noi ci sono carcerati che lavorano per aziende: mi pare che o il carcere di Milano o di Roma ospitasse un call center della Telecom. In ogni caso è un sistema bestiale, da combattere, da non adottare anzi il fatto che esista e continui a esistere nella più totale ignoranza da parte dei nostri media, è un insulto ai diritti umani. Anche se va visto nell’insieme dato che si parte dal modo di vivere che loro ,gli americani, adottano per continuare al loro modo di intendere l’ordine pubblico e poi la giustizia, intesa come arresti e processi, fino alla detenzione o alla condanna a morte con relativa esecuzione. Non mi piace il fatto che abbiano il grilletto facile, la carcerazione altrettanto facile. Mi possono piacere la musica e anche qualche film, nonchè i libri gialli e di fantascienza, ma tutto finisce lì.