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LA TROIKA, IL 2011 E L'ITALIA

DI ALESSANDRO GIGLIOLI

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Gli eventi greci hanno ringalluzzito i media e i fan di Berlusconi, che in questi giorni propongono un parallelo tra la fuoriuscita del Cavaliere nel 2011 e la prova di forza muscolare con cui la Troika ha piegato Tsipras, mettendo probabilmente fine alla sua parabola politica.

In parte, i berlusconiani hanno ragione. Nel senso che il 2011 è stato l’anno dirimente per l’Italia, quello in cui i mercati e la Troika hanno imposto il cambio di governo. E a pagarne le conseguenze politiche è stato anche l’allora premier.

Tuttavia consiglio a tutti di mettere bene in fila i fatti di quell’anno per provare a capire cos’è successo davvero: quali paure avevano i vaporieri della Ue rigorista e quali strategie hanno messo in campo. Evitando ogni complottismo e ogni cospirazionismo, certo: ma senza nemmeno mettersi le fette di salame sugli occhi rispetto alle pressioni politiche internazionali che – come mi pare acclarato negli ultimi giorni – esistono eccome. (post lunghetto)

Per capire bene cosa successe in Italia, anzitutto, bisogna calarsi il più possibile in quel periodo, al netto delle vicende successive: ad esempio, oggi sembra quasi ridicolo pensare che la Troika potesse temere (anche) uno come Nichi Vendola, ma nel 2011 la paura di un’uscita a sinistra dell’Italia dal berlusconismo era invece piuttosto forte, quasi come oggi quella verso Podemos.

Mettiamo appunto in fila gli eventi, partendo dal 16 luglio 2010: quando Vendola (appena confermato governatore della Puglia dopo aver rivinto le primarie del centrosinistra e dopo aver sconfitto il candidato di Berlusconi) lancia a Bari la sua scalata alla leadership del centrosinistra in vista delle primarie per Palazzo Chigi.

Ripeto: lo so che oggi sembra una cosa surreale; invece non era affatto campata in aria, in quel periodo, l’ambizione di Vendola.

Dalla seconda metà del 2010 Berlusconi è infatti in caduta libera, la sua maggioranza è appesa un filo ed è diffusa la sensazione che la sua uscita sia prossima. Nel centrosinistra però la corsa per la leadership è tutt’altro che scontata: anzi, un sondaggio Ipr Marketing pronostica proprio Vendola come vincitore davanti a Bersani, in caso di consultazione ai gazebo aperta agli elettori: 51 per cento per il governatore della Puglia, 49 per il segretario del partito. Paradossalmente, la forbice è perfino maggiore tra i soli elettori del Pd (52 contro 48). E se si chiede al popolo del centrosinistra chi abbia più possibilità di battere 
Berlusconi, il 49 per cento indica Vendola e soltanto il 31 il segretario del Pd Bersani.

Mi ha raccontato Pippo Civati, che all’incontro di Bari c’era: «In quei giorni parlai con Nichi, gli chiesi che intenzioni aveva. Lui mi disse che attorno a lui c’era un consenso straordinario, un’attesa pazzesca, e quindi era il momento giusto per provarci. Era convinto che il distacco di Fini e dei suoi da Berlusconi avrebbe portato a elezioni anticipate entro la fine dell’anno o subito dopo».

Invece Berlusconi per tutto il 2010 sopravvive, con la fiducia per tre voti di scarto ottenuta alla Camera in dicembre.

Ma le amministrative dell’anno dopo (maggio del 2011, appunto) confermano lo strano e poco controllabile andazzo del centrosinistra italiano, nel suo complesso in largo vantaggio sul centrodestra: tra primarie ed elezioni vere, i sindaci “a sinistra del Pd” conquistano infatti due città importanti come Milano e Cagliari. Nel capoluogo lombardo vince Giuliano Pisapia, a Cagliari invece diventa sindaco il giovane Massimo Zedda, tra i fondatori di Sel nella sua regione.

Ancora più destabilizzante quello che succede a Napoli, dove nella corsa a sindaco vince un outsider totale come Luigi De Magistris, sostenuto al primo turno solo da due piccoli partiti come Idv e Rifondazione.

Quanto a Vendola, nel centrosinistra la sua popolarità in quel periodo è tale che su “l’Espresso” Michele Serra ironizza: «A Prisicci, cittadina abruzzese, il candidato del Pd ha perso le primarie contro Igor, un labrador di tre anni che era stato indicato da Vendola per scherzo ma ha ottenuto lo stesso il 70 per cento dei voti, e oggi fa il sindaco con discreti risultati. A Mozzio di Sopra, in Trentino, il candidato di Vendola è morto una settimana prima delle primarie ma è stato eletto ugualmente. Per le prossime amministrative, Bersani ha un’idea: presentare alle primarie il proprio candidato facendo credere che sia quello di Vendola, così magari vince». Lo riporto per aiutarci a ricordare un po’ qual era lo zeitgeist di allora nella coalizione data per vincente alle future politiche.

Un mese dopo le amministrative di Pisapia e De Magistris – quindi nel giugno del 2011 – la possibilità che l’Italia vada verso un’uscita dal berlusconismo marcatamente a sinistra (o comunque inquietante per l’establishment) è confermata dai referendum abrogativi sull’acqua pubblica, sul nucleare e sul legittimo impedimento: sostenuti di fatto solo da Italia dei Valori, Movimento 5 Stelle e Sel – con un Pd estremamente tiepido in merito – raggiungono il quorum, a sorpresa.

Ancora nel settembre di quel 2011, un altro sondaggio conferma che nel Paese il gradimento nei confronti di Vendola è a livelli molto alti, cioè al 40 per cento: primo nel centrosinistra, un punto sopra Bersani e otto sopra Grillo

A proposito: nello stesso periodo crescono anche i consensi del Movimento 5 stelle, sulle cui intenzioni ancora i mainstream media sanno poco ma che in quel periodo è visto come possibile alleato di Di Pietro, quindi potenzialmente parte di un cambiamento pochissimo affidabile per i maggiori poteri economici e politici in Italia e all’estero.

Insomma, gli spostamenti dell’opinione pubblica sembrano in quei mesi incontrollabili e comunque in una direzione che incute severe preoccupazioni in sede europea e non solo.

È in questo contesto politico che si arriva alla grande tempesta economica dell’estate-autunno 2011: i mercati che prendono di mira l’Italia, lo spread impazzito, la lettera della Bce al governo italiano, la sensazione che il Paese possa andare rapidamente verso il default. Fino al “Fate presto” del Sole 24 Ore, inizio di novembre 2011.

Così (dopo essere in qualche modo sopravvissuto agli scandali sessuali, alla scissione di Fini, alle vicende giudiziarie, alle sentenze della Consulta, alle sconfitte nelle amministrative e nei referendum) il governo Berlusconi viene infine abbattuto alla fine del 2011 dallo spettro di un commissariamento e quindi dallo smottamento ulteriore della sua già fragile maggioranza: che l’8 novembre, alla Camera, si ferma a 308 voti. Il giorno dopo, il 9, Napolitano nomina Mario Monti senatore a vita. La sera del 12 Berlusconi sale al Quirinale per dare le dimissioni.

A quel punto è sempre Napolitano, in costante contatto con le cancellerie europee e con Bruxelles, a decidere di non andare a elezioni anticipate, che appunto avrebbero portato il rischio di una “destabilizzazione”.

Il Pd lo segue in questa decisione, nonostante i sondaggi diano il centrosinistra almeno 10-15 punti sopra l’armata di Berlusconi in rotta. Racconta Civati: «Alla direzione del partito che doveva decidere cosa fare, il più coraggioso fu lo stesso Bersani che ci disse “se vogliamo andare a elezioni, siamo pronti”. Ma tutti gli altri risposero “no, per carità, non è il momento, eccetera eccetera”: venticinque interventi di fila, tutti così».

Dice Stefano Fassina, all’epoca nella direzione del Pd: «Oggi è evidente che dopo la caduta del governo Berlusconi avremmo potuto e dovuto fare scelte diverse, ma si giocò tutto in poche ore, con lo spread sopra i 500 punti, l’emergenza economica, il rischio default dietro l’angolo».

La premura estrema è anche il tratto forte dell’approvazione della legge Fornero, «contenuta nel decreto di stabilità approvato in fretta e furia appena Monti è diventato premier», racconta Fassina. «In quel passaggio eravamo consegnati nelle mani del Professore, considerato da tutti “il salvatore della patria”. Quella cosa fu votata in cinque giorni: ci sentivamo in emergenza completa».

«Fate presto», «in poche ore», «in fretta e furia», «in cinque giorni»: è difficile non vedere in queste pressioni temporali, in questa urgenza forzosa, un parallelo con gli ultimatum strettissimi imposti alla Grecia di oggi.

Nell’anno e mezzo di governo Monti, in effetti, tutto cambia molto rapidamente.

Non solo a livello di decisioni economiche, ma anche di spostamenti del consenso politico. Il Pd si sposta sempre di più verso il centro, corteggiando Casini e lo stesso Monti. Vendola e Di Pietro finiscono presto nel dimenticatoio – soprattutto per errori loro, s’intende. Il dissenso verso l’establishment si canalizza quindi verso il Movimento 5 Stelle, che costituirà il nuovo principale avversario della Troika; tuttavia il M5S è isolato: non fa parte cioè del centrosinistra e se resta secondo partito rimane quindi comunque all’opposizione. Mentre Pd e centrodestra si uniscono, dopo il governo Monti, anche in quello di Letta. Fino a che non spunterà la stella di Renzi.

«Affermo senza alcun problema che sotto il governo Monti l’Italia è diventata più forte», ha detto nel febbraio 2013 il ministro dell’economia tedesco Wolfgang Schäuble, oggi diventato assai più famoso in tutta Europa per via del ruolo di dominus assunto all’eurogruppo.

Nessun complottismo, ripeto: in politica ogni effetto è determinato da tante concause spesso intrecciate, complicate, alcune delle quali ingovernabili. Non c’è una Spectre che muove tutto a piacimento e senza incontrare ostacoli o imprevisti.

Tuttavia non mi sembra peregrina l’ipotesi che la strategia delle cancellerie e delle istituzioni, nel 2011, sia stata quella di far fuori Berlusconi non tanto per uggia nei suoi confronti, ma perché più il Cavaliere rimaneva al governo, più cresceva la possibilità che l’uscita dal suo ventennio non fosse né morbida né – soprattutto – moderata e in linea con le loro scelte politiche ed economiche.

In pochissime parole e per riassumere: la Troika sapeva che Berlusconi sarebbe comunque finito di lì a poco e si preoccupava del dopo, cioè di una possibile vittoria di un centrosinistra che allora era un magma nel quale sembrava prevalere l’area più radicale e meno “affidabile”: quella che stava con Vendola, Pisapia, De Magistris, Di Pietro; con la crescita di Grillo sullo sfondo. Oggi possiamo dire che l’operazione Monti ha prevenuto ed evitato quell’esito.

Che poi sia stato meglio così o no, è opinione libera di ciascuno. Ma questo post è un tentativo di ricostruzione storica, non un manifesto politico.

Alessandro Giglioli

Fonte: http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it

Link: http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/07/15/la-troika-il-2011-e-litalia/

15.07.205

Pubblicato da Davide