Home / ComeDonChisciotte / LA PACE IN SIRIA? COLPA DI PUTIN
15288-thumb.jpg

LA PACE IN SIRIA? COLPA DI PUTIN

DI PEPE ESCOBAR

sputniknews.com

Tutto ciò che serve sapere sul calibro intellettuale dell’amministrazione Obama è che sta ancora considerando se persistere nell’ “ignorare” il Presidente russo Vladimir Putin, o investire in una vera collaborazione per risolvere il problema siriano a livello geopolitico ed umanitario. Dopotutto, quando il dubbio è tra la diplomazia e il caos, la Beltway fa virare la propria scelta verso il semplicistico pensiero che accomuna i neocon e i neoliberalcon: il cambio di regime.

E poi c’è l’incessante isterismo dell’ “Arrivano i Russi!” – la guerra fredda 2.0 remix, che sta passando dall’invasione/occupazione dell’Ucraina all’invasione/occupazione della Siria. La Casa Bianca – che, allo stesso modo del Pentagono, non sa cosa sia l’ironia – ha chiesto al Pentagono di comportarsi in modo “più costruttivo” a fianco della meravigliosamente inetta coalizione di biechi opportunisti che in teoria dovrebbe combattere l’ISIS/ISIL/Daesh.

Il portavoce della Casa Bianca Josh Earnest ha specificato che quando Obama si renderà conto che il compito di Sisifo di alzare la cornetta e chiamare il Cremlino è nei migliori interessi degli Stati Uniti, lo farà. Il Pentagono porterà avanti la discussione, cercando la “chiarezza” tanto cara all’amministrazione Obama.

Il doppiogioco di Ankara

La diplomazia nel frattempo è stata frenetica. Il Ministro degli Esteri turco Feridun Sinirlioglu è andato a Sochi per parlare si Siria – ed Ucraina – con i Russi. La posizione di Ankara resta fossilizzata: ogni supporto ad Assad equivale a più morti civili.

Hanno discusso anche di gasdottistan – ovvero del Turkish Stream: a differenza di quanto dicono gli apocalittici articoli dei media statunitensi, questo condotto non è stato scartato dalla Turchia, il problema è che Ankara non può creare un governo coerente prima delle elezioni del prossimo giugno.

Anche la superstar del Corpo di Guardia Rivoluzionario Iraniano (IRGC), il comandante Qasem Soleimani, è andato a Mosca questa settimana per promuovere la collaborazione tra Damasco e Mosca. Fermi, non l’ha fatto, Mosca ha smentito categoricamente la visita. Soleimani era in Russia ufficialmente tre mesi fa. Il prossimo meeting per discutere della Siria è in effetti il prossimo lunedì, tra il Viceministro degli Esteri iraniano Hossein Amir Abdollahian e la sua controparte russa, Mikhail Bogdanov.

È necessario un riassunto veloce. Il capitolo della primavera araba siriana è stato sponsorizzato/finanziato/armato principalmente da Ankara – ribaltando totalmente la precedente dottrina politica del “zero problemi con i vicini” – con il supporto di Doha, il coinvolgimento sostanziale della Casa di Saud e supporto totale guidato da dietro le quinte da parte della Casa Bianca.

Dopo più di 4 anni e mezzo di inenarrabile tragedia, la vera faccia di questa operazione per il cambio di regime “Assad deve andarsene” è il problema dei profughi. Più di 2 milioni dei 4 milioni di profughi siriani sono fuggiti in Turchia: Ankara di recente li ha liberati in massa dai campi profughi, perchè si dirigessero verso i Balcani e la Terra Promessa teutonica.

Quindi Ankara è al centro della più grande crisi umanitaria europea degli ultimi 70 anni. Nella stessa posizione è Washington che supporta Ankara: l’ISIS/ISIL/Daesh si è impossessato di tutte le armi inviate dalla CIA al patetico “Esercito Siriano di Liberazione” – così come di tutti i carri armati e dei mezzi corazzati dell’Esercito Iracheno addestrato dagli USA, ma in disfacimento. Ogni possibile soluzione per alleviare la crisi dei rifugiati mentre l’ISIS/ISIL/Daesh viene combattuto deve comprendere il taglio di tutti gli aiuti diretti ed indiretti che Ankara dà al finto “Califfato”.

Il problema è che Ankara è parte dell’inutile coalizione USA. Il paradosso lampante è stato almeno individuato da alcuni adulti a Washington. Ma l’amministrazione Obama è ancora infatuata di un’Ankara dominante che gioca a Sesso e Potere. Il team Obama ancora crede che “Assad deve andarsene” sia tutt’ora responsabile non solo della nascita del Califfato – un’assurdità ripetuta a spron battuto da David d’Arabia Cameron e dal Generale Hollande – ma che sia anche responsabile del tremendo fallimento della coalizione USA nel combatterlo. In realtà è Ankara che detta le regole sulla differenza tra una no-fly zone lungo il confine turco-siriano e ciò che in realtà vuole: combattere i Curdi siriani e il PKK curdo, non gli scagnozzi di Al-Baghdadi.

Dannazione, dov’è la mia intel sul campo?

Nel frattempo la macchina del Pentagono, se si dovesse concentrare sulla “missione”, potrebbe schiantare le truppe del “Califfato” in un fine settimana. Teniamo in considerazione quanto non ha imparato dall’Iraq, sembra che il Pentagono non abbia lo straccio di un’intelligence sul campo.

Tutto ruota attorno ad una striscia di deserto di 400Km sul confine siriano-irachieno – tra al-Baaj nell’Iraq del nord e Rutba vicino al confine giordano. Alcuni la chiamano la Tora Bora irachena: somiglia un po’ all’Afghanistan, solo con più deserto.

L’ISIL/ISIS/Daesh domina le province di Ninive, Djila, Ifrit e Al-Jazeera in Iraq, Abu Kamal e Deir ez-Zor in Siria e più di tutto Furhat in Iraq, vicino ad al-Baaj, è lì che sta il centro di controllo dell’ISIS/ISIL/Daesh. Se qualche analista del Pentagono si prendesse la briga di contattare l’analista iracheno Hisham al-Hashemi, questi gli direbbe che al-Baghdadi in persona si nasconde ad al-Baaj, con le due mogli. Ma chi comanda attua,mente è l’emiro della Siria e dell’Iraq, Abu Alaa al-Afari.

Gli USA non ce l’hanno mai fatta a controllare queste lande desolate – per non menzionare, prima, Saddam Hussein. Le tribù locali sono terribili ed eccellono nel nascondersi. Le truppe del “Califfato” hanno sposato donne locali e si sono integrate alla perfezione. Gli sciiti sono derisi come malvagi eretici, peggio dei cristiani,. Indovinate chi ha rotto la pace tra le tribù? Gli imam sauditi.

La coalizione potrebbe bombardare fino all’annichilimento cinque battaglioni dell’ISIS/ISIL/Daesh – ognuno formato da 500 jihadisti, suddivisi per nazionalità e specializzazione, e sparsi in zone differenti: il GCC e le nazioni del Maghreb assicurano la protezione dei comandanti, ad esempio, mentre i paesi dell’Europa dell’Est e dell’Asia saccheggiano, riscuotono le tasse e si occupano del trasporto delle armi. La brigata principale è quella che ha “liberato” Mosul: 80% irachena, ora sta combattendo ad Hassake, in Siria.

Ci potrebbero essere fino a 125.000 soldati del “Califfato” in azione, tra cui 15.000 stranieri. Ma le teste dell’idra sono ad al-Baaj. Basta raderla al suolo per vedere il Perseo Obama fare a pezzi la Medusa.

Invece, assistiamo al misero spettacolo di quattro – ho proprio detto quattro – “ribelli moderati” addestrati dagli USA lasciati a combattere l’ISIS/ISIL/Daesh in Siria, come ammesso dal Generale Loyd Austin durante un diascorso al Comitato per i Servizi Armati del Senato lo scorso mercoledì. Tutti si ricordano di quei “ribelli”, isolati da un gruppo di 54, che sono stati attaccati da Jabhat al-Nusra in luglio. Ovvero al-Qaede in Siria – dipinta come “moderata” dai neocon e dai media a loro asserviti – ha ridotto la chimera dei “ribelli moderati” di Obama (15.000! ben addestrati ed equipaggiati!) a, beh… una chimera!

Ed oraaaaaaaaa…Putin!!!

L’amministrazione Obama – seguita con dovizia dai suoi schiavetti europei – non ascolterà. Già nel 2014 l’ex rappresentante della Lega Araba per la Siria all’ONU, Lakhdar Brahimi, sosteneva che l’analisi russa dell’intera situazione siriana fosse corretta fin dall’inizio.

Ora, il vincitore del Nobel per la Pace e negoziatore Marrti Ahtissari sostiene che già all’inizio del 2012 una proposta russa era stata fatta, con le dimissioni di Assad dopo negoziazioni con una controparte credibile e non-jihadista.

Quello che Mosca ha fatto ora è di farsi avanti nel gioco diplomatico – provando a serrare il gap tra Damasco e l’opposizione dotata di credibilità (non proprio una folla), mentre cerca di costruire una coalizione vera per combattere l’ISIS/ISIL/Daesh; per quanto riguarda Mosca, questa è una minacia seria alla sicurezza nazionale, con i jihadisti che attraverso il “Siraq” potrebbero dirigersi dal Volga a nord del Caucaso.

Ecco un’importante distinzione: gli interessi di sicurezza nazionale russi non collimano necessariamente con quelli iraniani (ad esempio la Siria che offre un appoggio ad Hezbollah e una protezione all’Iran sul Mediterraneo).

Però Mosca è l’unica soluzione diplomatica a disposizione, visto che Washington ha come unico piano A il cambio di regime e non esiste una tabella di marcia seria da parte dell’Europa che garantisca al contempo l’attacco all’ISIS/ISIL/Daesh evitando il catastrofico smembramento dello stato siriano.

La posizione di Assad, nel dettaglio, è qui. Quella di Putin, qui. Spetta ad ogni osservatore informato ed imparziale trarre le conclusioni. Nel frattempo l’immensa crisi umanitaria è oggetto di dibattito praticamente accanto alle porte dei quartieri generali europei: nessun eurocrate summit-dipendente si è nemmeno preso la briga di andarci e parlare dei richiedenti asilo.

Mentre sale dal punto di vista diplomatico, Mosca ovviamente sta attenta ai fatti sul campo – ad esempio le implementate infrastrutture della base aerea di Latakia, dove sono di stanza gli adviser russi. I centri di pensiero statunitensi denunciano istericamente che la costruzione “complica terribilmente” la campagna della coalizione guidata dagli USA, tutto ciò non è definibile nemmeno come uno scherzo da marmocchi.

Non ci sarà uno “scontro diretto” tra gli F16 statunitensi ed i jet russi – e il Pentagono lo sa. Ciò che il Pentagono non può ammettere è che l’infrastruttura russa previene scherzetti come la coalizione che decide di bombardare Assad invece dell’ISIS/ISIL/Daesh. In ogni caso il peso di Ankara agli occhi di Washington continua a scendere – visto che gli USA non fanno parte della tanto sostenuta no-fly zone da creare sopra Aleppo.

La Turchia e il GCC sono stati indirettamente avvertiti: dimenticatevi di mettere sotto tiro gli adviser russi che si oppongono ai “ribelli moderati” usando armi letali fornite dalla Turchia, dal GCC stesso e dagli ISA. “Complicare gli sforzi” della coalizione, nella neolingua statunitense, significa che uno non può bombardare le forze di Assad restando impunito. Dannazione, è difficile organizzare un cambio di regime con tutti questi paletti.

Si torna al pre-Bismarck?

L’UE nel frattempo, paga il dazio dell’ossessione per i cambi di regime, destabilizzata e fatta a pezzi dalle spaccature senza fine causate dalla gestione dei rifugiati, che si affianca all’atavica paura dei jihadisti che invadono le strade – e i treni – delle maggiori capitali. Ma mentre l’UE vuole disperatamente una soluzione al puzzle siriano, troviamo David d’Arabia Cameron e il Generale Hollande che si preparano a lanciare attacchi aerei che difficilmente faranno saltare le truppe del “Califfato” nei propri stivali di design.

Non c’è da stupirsi che l’opinione pubblica pan-europea sia convinta sempre più che sia l’amministrazione Obama a rendere senza fine la tragedia siriana – fino a che il miraggio del cambio di regime non svanirà, manterrà un’inesistente “Libero Esercito Siriano”, “ribelli moderati” (dell’al-Qaeda siriana), continuerà a demonizzare il supporto russo e iraniano a Damasco.

Putin non avrebbe potuto essere più chiaro – e gli adulti a Washington e Bruxelles hanno colto il messaggio “Senza partecipazione attiva delle autorità e dell’esercito siriano, sarebbe impossibile cacciare i terroristi dalla nazione e dall’intera regione…senza il supporto russo alla Siria, la situazione nella regione sarebbe peggiore che in Libia e il flusso di rifugiati ancora maggiore”.

Se c’è anche una sola possibilità di pace in Siria, la colpa è di Putin.

Ma c’è un altro scenario possibile in discussione per l’immediato futuro. Sarebbe la nascita di molti microstati in Medio Oriente – come conseguenza dei massacri intestini. Per cui avremmo, tra gli altri, Allawistan, Kurdistan, Druzistan, Yazidistan, Houthistan – con confini già ragionevolmente definiti sul campo.

Si può parlare di un remix del 21° secolo degli stati feudali europei pre-Bismarck. Il precedente è quanto l’UE ha fatto nei Balcani: smembrare la Yugoslavia secondo le diverse religioni, anche se la radice comune della popolazione è slava.

Un remix mediorientale funzionerebbe soltanto se Turchia ed Iran dessero il benestare per la nascita del Kurdistan. Non succedrà. La maggior parte degli Iracheni e dei Siriani, dal canto loro, hanno sviluppato una forte identità nazionale: il 70% dei Siriani, in un recente sondaggio, sono contro la suddivisione della nazione (mentre l’82% vede l’ISIL/ISIS/Daesh come un prodotto degli USA e/o degli stranieri). La Siria verrebbe probabilmente divisa in tre, a seconda di dove condurrà il gioco di potere USA/Russia. Per come siamo messi ora, il percorso verso una Siria unita, pacificata e secolare è l’unico gioco di realpolitik prevedibile.

Pepe Escobar è autore di Globalistan: How the Globalized World is Dissolving into Liquid War (Nimble Books, 2007), Red Zone Blues: a snapshot of Baghdad during the surge (Nimble Books, 2007), e Obama does Globalistan (Nimble Books, 2009). Può essere contattato a pepeasia@yahoo.com.

Fonte: http://www.sputniknews.com/

Link: http://www.sputniknews.com/columnists/20150911/1026866473/eu-refugees-debate.html

18.09.2015

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l’autore della traduzione FA RANCO

Pubblicato da Davide

  • SanPap

    Neocon: etimologicamente parlando la parola è composta dal prefisso Neo, di derivazione greca, e da Con; ma Con deriva dalla sincope della parola inglese Conservatives, o dal francese Con (dal latino Cunnus): ossia sono "nuovi conservatori" o "nuovi fregnoni"

    La seconda direi, anche se fregnoni è troppo poco, meglio bastardi schifosi.