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LA FINE DEL CAPITALISMO E’ INIZIATA

DI PAUL MASON

theguardian.com

Le bandiere rosse e gli inni di Syriza nelle manifestazioni durante la crisi greca, insieme alle aspettative di nazionalizzazione delle banche greche, hanno fatto brevemente rivivere un mito del 20° secolo: la distruzione forzata del mercato dall’alto. Per la gran parte del 20° secolo, fu così che la sinistra concepì la prima fase di un’ economia che andasse oltre il capitalismo. La classe operaia doveva agire con la forza sia nelle urne elettorali sia sulle barricate. La leva era lo Stato. L’occasione sarebbe venuta con i ripetuti episodi di collasso economico.

Invece, nel corso degli ultimi 25 anni, a crollare è stato il progetto della sinistra. Il mercato ha distrutto il piano; l’individualismo ha preso il posto della solidarietà e del collettivismo. La forza lavoro, ingigantitasi nel mondo, si presenta come un ‘proletariato’ che però non pensa e non agisce come una volta.

Se si è vissuto tutto questo e si disprezza il capitalismo, è stato davvero traumatico. Ma durante questo processo la tecnologia ha creato una nuova via d’uscita, che quel che resta della vecchia sinistra – e di tutte le altre forze interessate – hanno dovuto accettare, oppure morire. Si scopre che il capitalismo non sarà abolito con tecniche di protesta forzate. Sarà abolito con la nascita di qualcosa di più dinamico che già esiste, anche se quasi invisibile, all’interno del vecchio sistema, e che irromperà e rimodellerà l’economia attorno a nuovi valori e comportamenti: io lo chiamo post-capitalismo.

Come per la fine del feudalesimo 500 anni fa, la sostituzione del capitalismo con il post-capitalismo sarà accelerata da shock esterni e plasmata dalla comparsa di un nuovo tipo di essere umano. Questo processo è già iniziato.

Il post-capitalismo è stato reso possibile da tre importanti cambiamenti che l’informatica ha portato negli ultimi 25 anni. In primo luogo, si è ridotta la necessità di lavoro, si è reso indistinto il confine tra lavoro e tempo libero e si è risolto il rapporto tra lavoro e salario. La prossima ondata di automazione, attualmente in fase di stallo (perché la nostra infrastruttura sociale non è in grado di supportarne le conseguenze) diminuirà ulteriormente la quantità di lavoro necessario, e non solo per una questione di sopravvivenza, ma per dare a tutti una vita più dignitosa.

Secondo, l’informazione ha corroso nel tempo la capacità del mercato di formare il prezzo in modo corretto. Questo perché i mercati si basano sulla scarsità, mentre l’informazione sull’abbondanza. Il meccanismo di difesa del sistema è quello di formare dei monopoli – es.: i giganti dell’high-tech – su una scala mai vista prima d’ora negli ultimi 200 anni, monopoli che però non possono durare. Costruendo modelli di business e condividendo valutazioni basate sul sequestro e la privatizzazione di tutte le informazioni socialmente prodotte, le società di ricerca stanno costruendo un modello aziendale fragile, in contrasto con la più elementare tra le esigenze dell’umanità: quella di poter utilizzare la conoscenza e le idee liberamente.

In terzo luogo, stiamo assistendo alla nascita spontanea di produzioni collaborative: si stanno manifestando beni, servizi e organizzazioni che non rispondono ai dettami del mercato e alla gerarchia manageriale. Il prodotto dell’informazione più grande al mondo – Wikipedia – è reso gratis da volontari, abolendo così il business enciclopedico e privando l’industria editoriale di qualcosa come 3 miliardi di dollari di entrate l’anno.

Quasi inosservate, tra le nicchie e gli anfratti del sistema di mercato, intere porzioni di vita economica stanno iniziando a muoversi a un ritmo diverso. Valute parallele, banche del tempo, cooperative e spazi autogestiti si sono moltiplicati nel tempo e in modo quasi invisibile agli occhi dell’economia dominante, e spesso come diretto risultato della frantumazione delle vecchie strutture economiche del post-crisi 2008.

Questa nuova forma di economia la si può trovare solo se la si cerca attentamente. In Grecia, quando una ONG indipendente ha tracciato la mappa delle cooperative alimentari, dei produttori alternativi, delle valute parallele e dei sistemi di valuta locale del paese, ha scoperto oltre 70 progetti importanti e centinaia di iniziative minori relative a occupazione di spazi inutilizzati, car-sharing e asili nido indipendenti. Per l’economia tradizionale, queste cose possono a malapena considerasi attività economiche – ma è proprio questo il punto. Esistono perché già commerciano – pur se in modo irregolare e poco efficiente – nella valuta dell’era post-capitalistica: il tempo libero, le attività in rete e altre cose gratuite. Possono apparire come insufficienti, misere o inadatte a sostituire l’attuale sistema economico globale; ma è quello che sembrava il denaro e il credito al tempo di Edoardo III.

Nuove forme di proprietà e di prestiti, nuovi contratti giuridici: nel corso degli ultimi dieci anni è emersa una nuova sottocultura, che i media hanno definito “economia della condivisione”. Tormentoni come “beni condivisi” e “produzione peer-to peer” sono ormai familiari quasi a tutti, ma pochi si sono preoccupati di domandarsi cosa rappresentino realmente per il capitalismo.

Io credo che siano una via di salvezza – ma solo se questi micro-progetti saranno coltivati, promossi e protetti da un sostanziale cambiamento a livello governativo. E questo è possibile con un cambiamento nel nostro modo di pensare – riguardo alla tecnologia, alla proprietà e al lavoro. In modo tale che, quando creeremo gli elementi del nuovo sistema, potremo dire a noi stessi e agli altri: “Questo non è più semplicemente il mio meccanismo di sopravvivenza o la mia via di fuga dal mondo neoliberalista: questo è un nuovo modo di vivere in via di formazione”.

Il crollo del 2008 ha spazzato via il 13% della produzione mondiale e il 20% del commercio globale. La crescita globale è diventata di segno negativo – su una scala in cui qualsiasi cosa al di sotto del 3% è considerata in recessione. Si è prodotta in Occidente una fase di depressione più lunga di quella del 1929-33, e ancora oggi, pur di fronte a un timido recupero, gli economisti sono terrorizzati dalla prospettiva di una stagnazione a lungo termine. Le scosse di assestamento in Europa stanno facendo a pezzi il continente.

Le soluzioni adottate sono state l’austerità e allentamento monetario. Ma non funzionano. Nei paesi più colpiti è stato distrutto il sistema pensionistico, l’età pensionabile è salita fino a 70 anni e l’educazione privatizzata costringe i laureati ad una vita di debiti. I servizi pubblici sono smantellati ad uno ad uno e i progetti infrastrutturali posti in standby.

Anche oggi molte persone ancora non conoscono il vero significato della parola “austerità”. Austerità non significa otto anni di tagli alla spesa pubblica, come nel Regno Unito, oppure la catastrofe sociale inflitta alla Grecia. Austerità dovrebbe significare condurre gli stipendi, i salari e gli standard di vita nei paesi occidentali progressivamente verso livelli più bassi, nello spazio di decenni, fino a che non incontrano quelli della classe media in Cina e in India, e insieme poi riprendere il cammino verso l’alto.

Nel frattempo, in assenza di un modello alternativo, si sono create le condizioni per una nuova crisi. In Giappone, nei paesi meridionali dell’Eurozona, negli Stati Uniti e nel Regno Unito i salari reali sono fermi o in discesa. Il sistema bancario parallelo è stato ristabilito e oggi è anche più esteso di quello del 2008. Le nuove regole che impongono alle banche di costituire maggiori riserve sono minimizzate o addirittura ignorate. Nel frattempo, l’1% della popolazione mondiale ricco è diventato ancora più ricco.

Il neoliberismo, inoltre, si è trasformato in un sistema programmato che produce danni catastrofici ricorrenti. E, peggio ancora, ha distrutto il modello di capitalismo industriale di 200 anni, dove una crisi economica solitamente generava nuove forme di innovazione tecnologica, a beneficio e per la ripresa di tutti.

Ecco perché il neoliberismo è stato il primo modello economico in 200 anni di storia, basato sulla riduzione dei salari e sulla distruzione del potere sociale e della forza della classe operaia. Se passiamo in rassegna al modo in cui hanno preso il via i periodi studiati dai teorici dei lunghi cicli – 1850 in Europa, 1900 e 1950 in tutto il mondo – vedremo che è stata la forza del lavoro organizzato a costringere aziende e imprenditori a smettere di cercare di far rivivere datati modelli di business – come i tagli salariali – e a elaborare una nuova forma di capitalismo.

Il risultato è che, ad ogni ripresa, troviamo un’automazione ancora più sintetizzata, dei salari aumentati e consumi di maggior valore. Oggi la forza lavoro non esercita alcuna pressione, e la tecnologia al centro di quest’ ondata di innovazione non richiede una maggiore spesa di consumo o l’impiego di vecchia forza lavoro nei nuovi posti di lavoro. La tecnologia dell’informazione è una macchina che riduce al minimo il prezzo delle cose e taglia i tempi di lavoro necessari per sostenere la vita sul pianeta.

Di conseguenza, gran parte della classe imprenditoriale è diventata neo-luddista (luddisti=operai di inizio ‘800 che si opposero all’introduzione delle macchine nella produzione industriale, considerata causa del crollo dell’occupazione – ndt). Di fronte alla possibilità di creare laboratori di sequenze genetiche, hanno invece aperto dei coffee-shop, centri estetici e imprese di pulizie: il sistema bancario e di programmazione economica e l’ultima tendenza neoliberista tendono a premiare soprattutto chi crea nuove occupazioni di basso valore di lungo orario lavorativo.

L’innovazione arriva, ma fino a oggi non ha ancora innescato la quinta lunga ripresa del capitalismo prevista dalla teoria del lungo ciclo. Le ragioni risiedono nella specifica natura della tecnologia dell’informazione.

Siamo circondati non solo da macchine intelligenti, ma da un nuova realtà basata sull’informazione. Consideriamo un aereo di linea: è un computer che lo fa volare. Viene progettato, testato e “virtualmente fabbricato” milioni di volte; e continuamente rimanda ai suoi fornitori in tempo reale un flusso continuo d’informazioni. A bordo ci sono passeggeri che guardano uno schermo e, nei paesi più fortunati, anche a internet.

Visto da sotto, è sempre lo stesso uccello di metallo bianco dell’era di James Bond, ma oggi è anche una macchina intelligente e un nodo di comunicazione. Per il mondo ha un contenuto informativo e aggiunge “valore informativo” – oltre a quello materiale. Nella business class di un volo strapieno, quando tutti sono lì con gli occhi puntati su un documento Excel o PowerPoint, la cabina passeggeri diventa concretamente una fabbrica di informazioni.

Ma che valore hanno tutte queste informazioni? Non troverete la risposta a questa domanda nei libri contabili. La proprietà Intellettuale viene conteggiata in modo esclusivamente congetturale. Uno studio del 2013 per l’Istituto SAS ha rilevato che, per dare un valore ai dati, era impossibile calcolare con precisione i costi della loro raccolta, il loro valore di mercato e la ricchezza che avrebbero prodotto nel futuro. Solo attraverso una forma di contabilità che comprendesse benefici e rischi non economici, le aziende sarebbero state in grado di poter spiegare ai propri azionisti il valore delle informazioni. C’e’ qualcosa che non torna nella logica che usiamo per dare un valore alla cosa più importante del mondo moderno.

Il grande progresso tecnologico dei primi anni del 21° secolo non è fatto solo di nuovi oggetti e processi, ma di oggetti e processi vecchi resi intelligenti. Il contenuto intellettuale dei prodotti sta diventando sempre più prezioso di quello materiale necessario per la loro produzione. Ma è un valore che si misura in termini di utilità e non di scambio o di patrimonio. Nel 1990, gli economisti e i tecnici hanno iniziato a condividere un pensiero: cioè che il nuovo ruolo dell’informazione stava creando un ‘terzo’ tipo di capitalismo – diverso dal capitalismo industriale come il capitalismo industriale lo era dal capitalismo fondato sulla schiavitù del 17° e 18° secolo. Hanno però avuto difficoltà a descrivere le dinamiche di questo nuovo capitalismo cognitivo, e per un motivo preciso: le sue dinamiche sono profondamente non-capitalistiche.

Durante e subito dopo la seconda guerra mondiale, gli economisti consideravano l’informazione solo come un “bene pubblico”. Il governo degli Stati Uniti decretò anche che il profitto doveva provenire solo dai processi produttivi e non dai brevetti. Poi si iniziò a capire qualcosa di più sulla proprietà intellettuale. Nel 1962, Kenneth Arrow, il guru delle teorie economiche dominanti, disse che in un’economia di libero mercato lo scopo di inventare le cose era quello di creare diritti di proprietà intellettuale. Egli osservò che: “Proprio nella misura in cui un prodotto è di successo c’è una sottoutilizzazione delle informazioni”.

Tale verità la si può riscontrare in tutti i modelli di e-business finora concepiti: monopolizzare e proteggere i dati, raccogliere i dati disponibili generati dalle interazioni sociali dell’utente, spingere le forze commerciali verso aree di produzione di dati che prima non erano commerciali, cercare nei dati esistenti nuovi dati di valore predittivo – garantendo sempre e comunque l’utilizzo esclusivo di questi risultati per l’azienda.

Se riaffermiamo al contrario il principio di Arrow, diventano evidenti le sue implicazioni rivoluzionarie: se l’economia del mercato libero unita alla proprietà intellettuale conducono alla ‘sottoutilizzazione delle informazioni”, allora un’economia basata sulla piena utilizzazione dell’informazione non può tollerare il libero mercato o il diritto assoluto della proprietà Intellettuale. I modelli di business di tutti i nostri attuali giganti digitali sono progettati per impedire la sovrabbondanza delle informazioni.

Tuttavia le informazioni restano abbondanti. Il bene ‘informazione’ resta liberamente riproducibile. Una volta che il bene è creato, esso può essere copiato/incollato/riprodotto all’infinito. Un brano musicale o il gigantesco database utilizzato per costruire un aereo di linea ha un suo costo di produzione; ma il suo costo di riproduzione è prossimo allo zero. Pertanto, se il normale meccanismo del prezzo nel sistema capitalista attuale dovesse continuare nel tempo, anche quel prezzo diverrebbe zero.

Negli ultimi 25 anni l’economia ha dovuto fare i conti con questo problema: tutta l’economia dominante si muove da una condizione di scarsità; tuttavia, la forza più dinamica del nostro mondo attuale è abbondante, e come disse una volta il geniale ‘hippy’ Stewart Brand: “Vuole essere libera”.

Accanto al mondo dell’informazione controllata e monopolizzata da aziende e governi, esiste anche una dinamica diversa: l’informazione come bene sociale, libera nel suo utilizzo, impossibile da possedere o sfruttare in modo esclusivo o da attribuirne un prezzo. Ho seguito i tentativi di economisti e guru imprenditoriali di costruire un quadro di riferimento per le dinamiche di un’economia basata su informazioni abbondanti e di pubblico dominio. In realtà, chi lo aveva immaginato già nell’era del telegrafo e del motore a vapore fu un economista del 19° secolo. Il suo nome? Karl Marx.

Scena: Kentish Town, Londra, Febbraio 1858, circa le 4 del mattino. Marx è un uomo ricercato in Germania ed è al lavoro su esperimenti mentali e appunti per se stesso. Quando finalmente sono riusciti a mettere le mani su quello che Marx stava scrivendo quella notte, gli intellettuali di sinistra degli anni ’60, hanno dovuto ammettere che ‘era una sfida ad ogni seria interpretazione del pensiero di Marx concepita fino ad allora’. Era il “Frammento sulle Macchine”.

Nel “Frammento” Marx immaginava un’economia in cui il ruolo principale delle macchine era quello di produrre, e quello dell’uomo di controllarle. Fu chiaro sul fatto che in una tale economia la forza produttiva più importante sarebbe stata l’informazione. La capacità produttiva di macchine come il telaio automatizzato, il telegrafo e la locomotiva a vapore non dipendeva dalla quantità di lavoro per produrre, ma dallo Stato delle conoscenze sociali. Organizzazione e conoscenza, in altre parole, davano un maggiore contributo al potere produttivo del lavoro materiale di costruzione e gestione delle macchine.

Considerando quello che il Marxismo sarebbe diventato – una ‘teoria dello sfruttamento basato sul furto del tempo di lavoro’ – quella era un’affermazione decisamente rivoluzionaria. Essa suggeriva che, una volta che la conoscenza fosse diventata una forza produttiva a sé stante, più importante del lavoro effettivo per la creazione della macchina, la grande questione non era il “salario contro il profitto”, ma chi controllava quello che Marx definiva il “potere della conoscenza“.

In un’economia in cui le macchine fanno la gran parte del lavoro, la natura della conoscenza insita nelle macchine doveva – egli scrisse – essere “sociale”. In un esercizio mentale a tarda notte, Marx immaginò il punto di arrivo finale di questo percorso: la creazione di una “macchina ideale”, che dura per sempre e non costa nulla. Una macchina che poteva essere costruita con niente – scrisse Marx – non avrebbe aggiunto alcun valore al processo produttivo, e in poco tempo, nel giro di qualche anno contabile, avrebbe abbattuto prezzi, profitto e costi del lavoro.

Dal momento che realizziamo che l’informazione è fisica, che il software è una macchina e che i costi relativi a stoccaggio, ampiezza di banda ed elaborazione dati stanno crollando a ritmo esponenziale, il valore del pensiero di Marx diventa chiaro. Siamo circondati da macchine che non costano niente e che potrebbero, se lo volessimo, durare per sempre.

In queste riflessioni, pubblicate solo verso la metà del 20° secolo, Marx immaginava un flusso di informazioni da memorizzare e condividere in qualcosa chiamato “intelletto generale” – una conoscenza disponibile a tutti gli abitanti della Terra socialmente collegati, dove ogni sviluppo beneficia tutti. In breve, aveva immaginato qualcosa di simile all’economia dell’informazione che oggi viviamo. E scrisse anche che “la sua esistenza avrebbe mandato all’aria il capitalismo”.

Il quadro è cambiato e il vecchio percorso oltre il capitalismo immaginato dalla sinistra del 20° secolo è perso.

Ma si è aperto un nuovo percorso. La produzione collaborativa, che utilizza la tecnologia in rete per produrre beni e servizi che funzionano solo se gratuiti o condivisi, stabilisce questo percorso al di là del sistema di mercato. Sarà necessario che lo Stato crei un quadro – proprio come quando creò nei primi anni del 19° secolo il quadro necessario per il lavoro nelle fabbriche, per la valuta e per il libero scambio. E’ probabile che il post-capitalismo coesisterà con il mercato ancora per decenni, tuttavia è in corso un grande cambiamento.

Le reti ripristineranno la “granularità” del progetto post-capitalista. Ovvero, possono essere la base di un sistema di non-mercato auto-replicante, che non ha bisogno di essere ricreato ogni mattina sullo schermo del pc di un commissario.

La transizione richiederà uno tato, un mercato e una produzione collaborativa che vadano al di là del mercato. Ma per far sì che accada, l’intero progetto della sinistra, dai gruppi di protesta ai partiti socialdemocratici e liberali tradizionali, dovrà essere riconfigurato. In realtà, una volta che la gente avrà compreso la logica della transizione post-capitalista, queste idee non saranno più di proprietà della sinistra, ma di un movimento molto più ampio, per il quale saranno necessarie nuove definizioni.

Chi può far accadere tutto questo? Nel vecchio progetto della sinistra era la classe operaia industriale. Più di 200 anni fa, il giornalista radicale Giovanni Thelwall avvertì quelli che avevano costruito le fabbriche inglesi avevano creato una nuova e pericolosa forma di democrazia: “Ogni grande fabbrica è una specie di società politica, che nessun Parlamento può mettere a tacere e che nessun magistrato può far sciogliere”.

Oggi la società intera è una fabbrica. Tutti noi partecipiamo alla creazione e alla ricreazione dei marchi, delle norme e delle istituzioni che ci circondano. Nello stesso momento, le reti di comunicazioni vitali per il lavoro quotidiano e per il profitto sono zeppe di conoscenza e di malcontento condiviso. Oggi è la rete – come la fabbrica di 200 anni fa – quella che “nessuno può far tacere o sciogliere”.

È vero, in tempi di crisi gli stati possono oscurare Facebook, Twitter, l’Internet e le reti mobili, paralizzando l’economia. Ed è possibile archiviare e controllare ogni kilobyte di informazione che produciamo. Ma non è più possibile riproporre il sistema gerarchico, propagandistico e ignorante di 50 anni fa, tranne alcune eccezioni – vedi Cina, Corea del Nord o Iran – in cui si escludono alcune parti fondamentali della vita moderna. Sarebbe, come dice il sociologo Manuel Castells, come cercare di de-elettrificare un paese.

Con la creazione di una rete che connette milioni di persone, sfruttata commercialmente, sì, ma con tutto lo scibile umano possibile a portata di un click, l’info-capitalismo ha creato una nuova figura in grado di cambiare la storia: l’essere umano civile, informato e connesso.

Sarà molto più che una semplice transizione economica. Ci sono, naturalmente, compiti paralleli e urgenti come la decarbonizzazione del pianeta, l’esplosione demografica e i crolli finanziari. Ma qui mi sto concentrando sulla transizione economica innescata dall’informazione. Perché questa finora è stata messa da parte. Il peer-to-peer è diventato globale, un’ossessione di nicchia per i visionari, mentre i pezzi grossi della sinistra continuano a criticare le misure di austerità.

In realtà, in paesi come la Grecia, la resistenza all’austerità e la creazione di reti “irrinunciabili” vanno di pari passo, secondo quanto riportano gli attivisti. Ma, soprattutto, il post-capitalismo come concetto è fatto di nuove forme comportamentali che l’economia convenzionale non considererebbe rilevanti.

Quindi, in che consisterà questa transizione che ci attende? L’unico parallelo storico che abbiamo a disposizione è la sostituzione del feudalesimo con il capitalismo, e grazie al lavoro di epidemiologi, genetisti e analisti di dati, oggi sappiamo molto di più su questa transizione di 50 anni fa, quando tutta questa materia era di esclusivo dominio delle Scienze Sociali. La prima cosa che dobbiamo riconoscere è che i nuovi modelli produttivi saranno strutturati intorno a cose diverse. Il Feudalesimo era un sistema economico strutturato intorno ad usi e costumi relativi all’ “obbligo”. Il capitalismo invece si è strutturato intorno a qualcosa di puramente economico: il mercato. Da ciò possiamo prevedere che il post-capitalismo – la cui condizione necessaria è l’abbondanza – non sarà soltanto una forma modificata di una complessa società di mercato. Possiamo però già cogliere qualche aspetto positivo di questo cambiamento.

Non voglio dire che questo sia un modo per evitare il problema: possiamo sicuramente delineare i parametri economici generali di una società post-capitalista nell’anno 2075, ad esempio. Ma se questa società sarà strutturata intorno alla liberazione dell’uomo e non all’economia, potrà essere plasmata da cambiamenti imprevedibili.

Ad esempio, la cosa più ovvia per Shakespeare, che scriveva nel 1600, era che il mercato di quel tempo stava producendo nuove forme di comportamento e di moralità. Per analogia, la cosa più ovvia per lo Shakespeare del 2075 sarà la totale rivoluzione nei rapporti tra i generi, o nella sessualità o nel campo della salute. Forse non esisteranno neanche più degli scrittori teatrali: forse cambierà totalmente la natura dei mezzi di comunicazione che useremo per raccontare storie e eventi – così come cambiò ai tempi della Regina Elisabetta I, quando s’iniziò a costruire i primi teatri.

Pensate ad esempio alle differenze tra personaggi come Orazio in Amleto e Daniel Doyce della Piccola Dorrit di Dickens. Entrambi avevano una tipica ossessione della loro età: Orazio è ossessionato dalla filosofia umanista; Doyce dal voler brevettare una sua invenzione. Non potrà mai esserci un personaggio come Doyce in un lavoro di Shakespeare; al massimo avrebbe avuto una parte comica in una figura marginale della classe operaia. Tuttavia, quando Dickens descrisse il suo personaggio Doyce, la maggior parte dei suoi lettori conosceva qualcuno come lui. Così come Shakespeare non avrebbe potuto immaginare un Doyce, così anche noi non riusciamo a immaginare il tipo di esseri umani che produrrà la società quando l’economia non sarà più al centro di tutto. Possiamo tuttavia averne un’idea ricordando il modo in cui i giorni del 20° secolo abbatterono le barriere della sessualità, del lavoro, della creatività e della propria individualità.

Il modello feudale di agricoltura si scontrò in primo luogo con limiti ambientali e poi con un grande shock esterno: la Morte Nera (peste). Dopo, seguì un shock demografico: troppe poche braccia per la terra, cosa che fece aumentare i salari e reso impossibile il vecchio sistema feudale incentrato sul rispetto dell’obbligo. La carenza di manodopera rese necessaria l’Innovazione Tecnologica. Furono proprio le nuove tecnologie che caratterizzarono l’ascesa del capitalismo mercantile a stimolare il commercio (la stampa e la contabilità), la creazione di beni commerciabili (estrazione mineraria, bussola e navi veloci) e la produttività (la matematica e il metodo scientifico).

Durante tutto l’intero processo era presente qualcosa che sembrava accessorio per il vecchio sistema – la moneta e il credito – che in realtà era destinata a diventare la base del nuovo sistema. Nel periodo feudale, molte leggi, usi e costumi furono modellati ignorando il denaro; il credito, poi, nell’alto medioevo, era addirittura considerato peccaminoso. Così, quando il denaro e il credito irruppero attraverso i confini per creare un sistema di mercato, ciò fu avvertito come una rivoluzione. In seguito, quello che diede energia al nuovo sistema fu la scoperta di una fonte praticamente illimitata di ricchezze nelle Americhe.

Una combinazione di tutti questi fattori fece sì che persone che durante il feudalesimo erano state emarginate – umanisti, scienziati, artigiani, avvocati, predicatori e drammaturghi radicali bohemien, come Shakespeare – fossero posti a capo della trasformazione sociale. Nei momenti cruciali, anche se inizialmente in modo timido, lo Stato oscillò tra il voler ostacolare il cambiamento ed il promuoverlo.

Oggi, quello che sta corrodendo il capitalismo,a malapena razionalizzato dall’economia tradizionale, è l’ informazione. La maggior parte delle leggi che riguardano le informazioni stabiliscono il diritto delle società di detenerle e archiviarle e il diritto dello Stato di avervi accesso, indipendentemente dai diritti umani dei cittadini. L’equivalente storico della stampa e del metodo scientifico sono le tecnologie dell’informazione e le loro ricadute in tutte le altre tecnologie, dalla genetica alla sanità, dall’agricoltura al cinema, dove continua a ridurne rapidamente i costi.

L’equivalente moderno della lunga stagnazione del tardo feudalesimo è il lento decollo della terza rivoluzione industriale, dove invece di automatizzare rapidamente il lavoro esistente, siamo costretti a inventarci quelli che David Graeber chiama “lavori stupidi” con salari bassi. E molte economie sono stagnanti.

L’equivalente della nuova fonte gratuita di ricchezza? Non è proprio ricchezza: è l’indotto, tutte quelle cose gratuite generate dalle interazioni in rete. E’ l’ascesa della produzione di non-mercato, di informazioni non possedibili, di reti peer-to-peer e di imprese senza management. L’Internet, dice l’economista Francese Yann Moulier-Boutang, è allo stesso tempo “il mare e la nave”, nell’equivalente moderno della scoperta del nuovo mondo. Anzi, è mare, nave, bussola e oro.

Gli shock esterni del nostro tempo sono ormai chiari: esaurimento di energia, cambiamento climatico, invecchiamento della popolazione e migrazione. Stanno alterando le dinamiche del capitalismo rendendolo impraticabile nel lungo termine. Non hanno ancora avuto lo stesso impatto della Morte Nera, ma, come abbiamo visto nel 2005 a New Orleans, non serve una peste bubbonica per distruggere l’ordine sociale e le infrastrutture di base di una società complessa e finanziariamente impoverita.

Una volta compresa questa dinamica di transizione, non c’è bisogno di un Piano Quinquennale super calcolato al centesimo, ma di un progetto, il cui scopo dovrebbe essere quello di ampliare quelle tecnologie, modelli di business e comportamenti che stanno erodendo le forze di mercato, rendere la conoscenza sociale, sradicare la disoccupazione e spingere l’economia verso l’abbondanza. Lo chiamo ‘Progetto Zero’, perché i suoi obiettivi sono un sistema energetico a zero emissioni di carbonio; una produzione di macchine, prodotti e servizi a zero costi marginali e una riduzione dei tempi di lavoro necessari sempre più vicini allo zero.

La maggior parte della sinistra del 20° secolo ritenne di non potersi permettere una transizione gestita: per loro era un dogma che niente del nuovo sistema poteva già esistere all’interno del vecchio – anche se la classe operaia ha sempre tentato di creare una vita alternativa all’interno e “nonostante” il capitalismo. Di conseguenza, una volta svanita la possibilità di una transizione in stile sovietico, la sinistra moderna si è preoccupata solo delle cose opposte: privatizzazione della sanità, leggi anti-sindacali, fracking – ecc. ecc.

Se ho ragione, per la logica, i sostenitori del post-capitalismo dovrebbero concentrarsi sulla costruzione di alternative all’interno del sistema; sull’uso radicale e dirompente del potere del governo e sull’indirizzare tutte le azioni verso la transizione – e non sulla difesa di elementi casuali del vecchio sistema. Dobbiamo capire cosa è urgente e cosa è importante, a volte le due cose non coincidono.

Il potere dell’immaginazione diventerà cruciale. In una società dell’informazione, nessun pensiero o dibattito o sogno è sprecato – se concepito in una tendopoli, o in una cella di prigione o durante una partita di calcio balilla nell’ora di pausa di una startup.

Per quanto riguarda la produzione virtuale, nella transizione verso il post-capitalismo il lavoro svolto a livello di progettazione può ridurre significativamente gli errori nella fase di attuazione. E la progettazione nel mondo post-capitalista, come per un software, può essere modulare. Persone diverse possono lavorare su di essa da luoghi diversi e a diverse velocità, in relativa autonomia gli uni dagli altri. Se possiamo immaginare una cosa e crearla gratis, sarebbe come se un’istituzione globale modellasse correttamente il capitalismo: un modello open source dell’intera economia; ufficiale, in grigio e nero. Ogni esperimento eseguito attraverso di essa andrebbe ad arricchirla; sarebbe open source e con tutti i possibili database disponibili, come nei più complessi modelli climatici.

La contraddizione principale oggi è tra la possibilità di prodotti e informazioni gratuiti e abbondanti e un sistema di monopoli, banche e governi che cercano a tutti i costi di mantenere le cose privatizzate, scarse e commerciabili. Tutto si riduce alla lotta tra la rete e le gerarchie, tra le vecchie forme di società modellate intorno al capitalismo e le nuove forme di società che immaginano già cosa sarà il futuro.

È forse utopistico credere che siamo sull’orlo di un’ evoluzione che superi i capitalismo? Viviamo in un mondo in cui gli uomini e le donne omosessuali possono sposarsi e in cui la contraccezione ha reso nel giro di 50 anni la donna media della classe operaia molto più libera della più scatenata tra le libertine dell’era di Bloomsbury. Perché dunque, troviamo così difficile immaginare la libertà economica?

E’ invece il progetto delle élite – chiuse nelle loro limousine nere – ad apparire oggi datato quanto lo erano le sette del Millennio del 19° secolo. La democrazie delle squadre antisommossa, i politici corrotti, i giornali controllati dai magnati e la sorveglianza globale sembrano a un tratto falsi e fragili quanto lo era la Germania Orientale trent’anni fa.

Ogni lettura della storia umana deve consentire la possibilità di un esito negativo. Siamo ossessionati e perseguitati nel cinema da zombie, day-after e deserti post-apocalittici (es.: The Road, Elysium, Oblivion, ecc.). Ma perché mai non dovremmo, invece, immaginare un quadro di vita ideale fatto di informazioni abbondanti, lavoro non gerarchico e dissociazione tra lavoro e salario?

Milioni di persone stanno iniziando a rendersi conto del contrasto tra i sogni che gli erano stati promessi e quello che la realtà ha invece. La loro risposta è – ovviamente – la rabbia, e rifugio in forme di capitalismo nazionalistico che possono solo finire di distruggere il mondo. Guardando le tesi emergenti – dalle fazioni di sinistra di Syriza pro-Grexit al Fronte Nazionale e all’isolazionismo della destra americana, è stato come vedere realizzati tutti gli incubi che abbiamo avuto durante la crisi di Lehman Brothers.

Abbiamo bisogno di molto di più di una manciata di sogni utopistici e piccoli progetti orizzontali. Abbiamo bisogno di un piano basato sulla ragione, su prove concrete e progetti verificabili che taglino netto con il passato e siano sostenibili per il pianeta. E dobbiamo portarli avanti.


Paul Mason e’ redattore di economia per Channel 4 News. Seguitelo su @paulmasonnews.

Fonte: www.theguardian.com

Link: http://www.theguardian.com/books/2015/jul/17/postcapitalism-end-of-capitalism-begun

17.07.2015

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTTATA63

Pubblicato da Davide

  • Ercole

    Ma di quale" sinistra" stai parlando ? SOLO GLI INTERNAZIONALISTI hanno sempre difeso  L ‘ABC del del marxismo rivoluzionario e continuano a farlo ,tutto il resto appartiene all’idealismo riformista e nella migliore delle ipotesi al socialismo utopistico dei Saint Simon dell’ultima ora.

  • FlavioBosio

    Quanta teoria…

    Un accozzaglia di teoremi posti uno sull’altro a formare una piramide di stronzate al fine di creare una teoria del tutto ma con il risultato d’aver creato una teoria del nulla.
    Tutti professori ma senza le multinazionali cattive niente personal computer, niente smartphone, niente internet, niente google, amazon, ebay, youtube, facebook ecc..
    Dovreste tornare al ciclostilo per divulgare le vostre teorie del menga…
  • Albertof
    """niente personal computer, niente smartphone, niente internet, niente google, amazon, ebay, youtube, facebook ecc..""" 
    e sai che perdite! 
  • Whistleblower

    Cito.

    "Ma perché mai non dovremmo, invece, immaginare un quadro di vita
    ideale fatto di informazioni abbondanti, lavoro non gerarchico e
    dissociazione tra lavoro e salario?"

    In mezzo al disastro totale della sinistra per lo meno alcune idee nuove cominciano a diffondersi.
    Solo pochi anni fa una frase come quella sarebbe sembrata un’assurdità, oggi la scrive un giornale inglese molto noto.
    La Rivoluzione non la si fa con le armi né proponendo o riciclando delle teorie economiche; si fa la Rivoluzione con gli ideali condivisi, ideali nuovi che diventano il nucleo di un senso di appartenenza forte; ci si ribella (lo dico a chi mi aveva fatto proprio questa domanda) non acquisendo delle competenze particolari ma costruendo un "discorso" autonomo proprio del "tuo" gruppo in cui ci si scambiano le idee, si elabora sia in privato che insieme, si scrive, si fa una musica e un’arte alternativa. Il potere si fonda sull’imposizione di concetti, prescrivendo preventivamente l’ambito e le finalità dei concetti da "poter" pensare e regolando rigidamente le modalità di diffusione; ossia crea "il suo discorso".
    La censura si esercita molto più sui discorsi alternativi che sui "concetti" i quali senza il "discorso" sono del tutto privi di contenuto e di significato quindi innocui.

    In questo articolo finalmente cominciano a vedersi i segni della diffusione di idee nuove e antagoniste al modo di pensare comunemente accettato.Tanto è grande il nostro condizionamento che a prima vista sembrano paradossali (tipo il "lavoro staccato dal salario" che invece è la vera chiave) ma se quel nucleo di pensiero si evolverà in una capillare elaborazione in comune la Rivoluzione avverrà davvero e probabilmente senza nemmeno grossi traumi. Ci vuole solo coraggio, non libri, organizzazione e competenza.
    Come in 2001 Odissea nello Spazio, il motore della Storia dell’Umanità, della Storia dell’Universo intero è solo un semplice piccolo-grande atto di coraggio compiuto da una scimmia preistorica, che varrà di più del più sofisticato computer mai costruito.
    E alla fine del film, terminato il computer, sparita l’astronave, solo su un pianeta ignoto e incomprensibile l’ultimo uomo, coltissimo, raffinatissimo e super tecnologico dovrà superare la prova più difficile: trovare la forza di ripetere quello stesso piccolo atto di coraggio compiuto milioni di anni prima dal suo progenitore.
    Coraggio di pensare con la propria testa e coraggio di ribellarsi preferendo la libertà e la propria comunità originaria piuttosto che l’ordine e il benessere individuale. Ci si arriverà.

  • FlavioBosio

    Qualcuno ti obbliga ad utilizzarli?

    se ti senti minacciato dal Pc spegnilo, problema risolto, vivi fuori dal mondo digitale, rottama il tuo smartphone e vivi sereno.
    Non serve inventarsi teorie strampalate contro l’evoluzione, minacce immaginarie e complotti per renderci tutti schiavi di qualcosa o qualcuno, fai la tua scelta e vivi sereno coltivando pomodori e zucchine nel tuo orticello, nessuno te lo vieta no?
  • andriun

    ma quale individualismo, ma di cosa sta parlando? Magari ci fosse l’individualismo! Visto che non è nemmeno la prima volta che si parla di questo sono costretto a spendere un po’ di tempo per confutare questa affermazione, non con statistiche, ma facendo riferimento a dati effettivi/concreti (visivi) come piace fare a me.

    Diciamo piuttostto che oggi purtroppo,se non appartieni ad un gruppo, per quanto tu valga, non sei nessuno! La società per uniformarti ha bisogno di conoscerti e se non glie lo consenti non solo ti isola, che sarebbe anche giusto, ma fa di tutto per complicarti l’esistenza quasi fosse presa da una sorta di invidia.
    Ricordo solo che la decadenza in cui viviamo ha fatto decisamente il contrario ha portato la sfera  del privato ad essere pubblica. Oggi il tuo vicino non è più libero di farsi i "cazzi suoi", e se qualche famiglia va rotoli, potrebbe anche dipendere dall’ingerenza di quel vicino/a che ha deciso di convincere tua moglie/compagna a denunciarti. Ma non solo. IO stesso potrei fare una denuncia anonima a carico di un mio ex-collega per violenza su minori dal momento che costui come me, crede ancora nella validità delle punizioni corporali. Dal momento che la legge oggi me lo consente(anche se ciò non corrisponde alla pura verità), sarebbe certo sufficiente per iniettare in quella famiglia il germe della "dissolvenza"(poi conoscendo la donna, che ama sì essere al centro delle attenzioni altrui, ma non di queste, sarebbe solo una questione di tempo). 
    La figura stessa del "capofamiglia" è stata eliminata dalla donna con sostegno dell’effeminato  perchè le risultava scomodo dover rispondere a qualcuno deile proprie azioni(da notare che la stessa era a conoscenza della clausola prima di sposarsi, e che era stata liberamente accettata). Il detto stesso che una volta era molto in voga tanto da farci una canzone, "questa è casa mia è qui comando io" o "non mettere il dito tra moglie e marito", sono diventati anacronistici. E’ lo Stato che oggi dice quello che puoi fare o non puoi fare a casa tua, ovviamente con i soldi tuoi(vedi assegni divorzili, ma non solo). 
    Non credo che servano altre prove per affermare che nella società decadente non può esserci individualismo(semmai si può parlare di cinismo, come la naturale risposta causa/effetto di questa anomalia), ma se ancora non fosse abbastanza, aggiungo anche, che trasmissioni come "grande fratello"(che nessuno dice di guardare, ma dati odiens non lo confermano) se avessimo una mentalità individualista, non avrebbe senso seguire(donne a parte ovviamente). 
    Per concludere oggi a scuola come sul lavoro l’individualismo non è permesso, perchè non consente di conoscere un soggetto a fondo e quindi di uniformarlo. 
    Ricordiamoci che la parità tanto anelata e voluta dalla donna quanto dall’effeminato(per ovvie ragioni), porta all’uniformità e uniformità significa maggior controllo delle masse(e per chi non si adatta la gogna mediatica e/o la cura). IO stesso per essere stato un’ individualista, e per non aver mai consentito ad accettare/avere un rapporto di amicizia con il mio capo, preferendo mantenere un certo distacco, alla fine sono stato sacrificato in quanto non plasmabile(si può essere femministi, ma antifemministi e/o maschilisti). Ergo non diciamo che oggi esiste individualismo, perchè sarebbe come dire una falsità.
  • Whistleblower

    E’ sempre molto doloroso osservare la confusione e lo smarrimento del piccolo borghese moderno mentre si dibatte nelle sue idee semplificate, pret à porter, tristemente cheap, come un pesce preso nella rete.

  • andriun

    "..preferendo la libertà e la propria comunità originaria piuttosto che l’ordine e il benessere individuale." Ahh, ma che cosa vuol dire questo discorso se vi è libertà di scelta e di pensare con la propria testa, non vi alcuna preferenza, nemmeno per la comunità originaria. Ho capito, non è colpa sua. Mi chiedo però se a questo punto per coerenza con le sue affermazioni sia sempre disposto a lasciarlo quell’impiego che ha così sfacciatamente rubato al prossimo.

  • Whistleblower

    Lasciare l’impiego? Impiego…impiego…io questa parola la conosco…vabbè, diciamo la verità, non posso negare di aver lavorato in effetti, ma solo qualche annetto, veramente pochi e comunque mai più di 9 mesi l’anno, casomai meno, come è ovvio. Non fa proprio per me quella roba, sa?

  • lopinot

    Un diluvio di parole, ma alla fine può andare così o in un modo completamente diverso.

  • iVi

    I componenti per computer furono miniaturizzati da Olivetti. Una società "piccola" che contava su soldi pubblici per far ricerca.

    I governanti americani, ben consapevoli di quanto valessero i brevetti di Olivetti, ordinarono ai politicanti italiani la svendita di quei brevetti ad una "multinazionale brutta, cattiva ed americana".

    Il primo aereo dotato di motore a getto fu realizzato da Caproni…..non dalla Boeing.

    Alle multinazionali non dobbiamo nulla. Non le dobbiamo ringraziare perché ci fregano, da sempre, sia come consumatori che come lavoratori.

  • Albertof

    sei talmente pieno di te e delle tue visioni del mondo e sei talmente sicuro che le argomentazioni degli altri siano tutte "carta straccia" che non ti rendi nemmeno conto delle sparate che fai. Ho semplicemente detto che, perdere facebook e compagnia bella non sono una grande perdita. Tutto il resto l’hai aggiunto tu. 

  • GioCo

    Articolo lungo, un po’ noioso e che non sono riuscito a terminare (anche perché ho da occuparmi d’altro).
    Quindi se scrivo stupidaggini, chiedo venia.
    Non so se è iniziata o non è mai cominciata d’avvero l’avventura capitalista, principalmente perché il concetto esiste solo in virtù di una contrapposizione teorica che è del tutto sillogistica (basata sulle parole) esattamente come la teoria evoluzionista, da cui Marx trae sostegno per convalidare le sue ipotesi, come poi faranno molti materialisti positivisti successivi.
    Ma sulle parole, sono i maghi che fanno gli incantesimi a convalidare le ipotesi, non una ricerca scientifica coerente alle proprie affermazioni. Sfortuntamente per l’uomo, la forza di un incantesimo pare abbia profondità genica e ce lo suggerisce una ricerca [wavegenetics.org] sufficientemetne seria da farci venire i brividi se presa in qualche modo seriamente. Ma tant’è che siamo abituati continuamente a prendere seriamente le stronzate e (viceversa) a stronzeggiare con le cose serie, che non fa nessuna differenza.
    Quindi torniamo a dire stupidaggini ("che è meglio", come direbbero i Puffi).
    Il concetto della rivoluzione è davvero inestricabile e fonda il garbuglio su ciò che crediamo (o vogliamo credere) sia una rivoluzione. Per i propugnatori delle rivoluzioni armate, non è possibile concepire una rivoluzione senza sangue, morti e un ricambio di persone che governano. Tipo i clan barbari, quando ammazzavano al loro tempo Re e genealogia varia finché non estinguegano il casato perché non gli garbava (magari per l’offesa di questo e quello, si viene alle mani e … sai com’è … la mano scivola sul coltello … bé, so barbari) e poi però erano nei guai perché "Re" poteva essere solo qualcuno di una specifica famiglia. Quindi facevano spedizioni di mesi e anni nelle terre remote delle loro origini per trovarsi un "Re" che fosse "Re" e ricominciare da capo. I Romani dell’impero storici dell’epoca, abituati ai processi elettivi e di merito ce lo raccontano probabilmente con ironia.
    Ma esistono anche le rivoluzioni agricole, le rivolusioni tencnologiche, le rivoluzioni religiose, economiche, sociali (pensiamo all’ostracismo invetato da Clistine nel 510 a.C. che di fatto iniziò l’avventura democratica e fu un vero terremoto per le convenzioni sociali dell’epoca).
    Ancora, pensiamo alla atomica e alla banconota, le rivoluzioni che innescono quando iniziano? Con l’invenzione o con l’attuazione pratica? Non sempre le rivoluzioni hanno eventi formali a cui aggrapparsi per avere chiaro quando e dove individuare una rivoluzione, principalmente perché si può presumere per la teoria del caos, che inzi dentro la testa di qualcuno e che saltelli in più occasioni tra individui, come intuizione più o meno formata e poi a maturazione si propaghi quando il contesto e il momento è favorevole.
    Tuttavia è indubbio che il concetto, la parola, al di là dei suoi nebbiosi significati, una cosa chiara la dice: che il cambiamento avviene se c’è qualcosa che sostituisce qualcos’altro.
    Quindi, cosa sostituirebbe un concetto verbale autosostenuto unilateralmente da una struttura sociale mantenuta tale per il garbo di pochi eletti in posizioni di speciale prestigio e per il potere del vuoto cosmico, della magia voodoo e della teletrasmissione, di uno spettro ad oggi sempre più effimero e virtuale (ma mai meno che inquetante e disgraziato), qui davvero non è chiaro.
    Ma è chiaro che l’automazione deve essere accompagnata dall’idea che sia inscritta dentro processi di concentrazione dell’accesso alle risorse, se no non si capisce perché si continua a blaterare di dissociazione cognitiva dell’individuo dal suo corpo sociale (ergo, quel fenomeno ribadito alla nausea che si dice "individualismo" post-industriale).
    Se io non posso accedere alla biblioteca perché non sono cittadino del mio paese, se non posso ottenere generi alimentari vitali perché costano troppo, se non posso accedere facilmete ad acqua pulita, un luogo in cui vivere, la serenità dei rapporti con il mio prossimo, perchè c’è la guerra o sto vivendo un cataclisma meteo, mi manca l’accesso alle risorse. Se però davanti al pozzo d’acqua pubblica ci trovo guardie armate "per la mia sicurezza" che però non mi permettono di prendere l’acqua "per la mia sicurezza" e perché l’acqua alimenta una centrale idroelettrica "attaccata da terroristi" che produce la corrente che pago con bollette, chiaro che dovremmo porci qualche domanda. Ad esempio come si inseriscono i processi di automazione dentro queste connessioni sociali complesse che (ma guarda tu che caso) finiscono sempre per agevolare gli stessi eletti ed eslcudere tutti gli altri, con una aggravante: ogni cosa è realizzata per tramite di chi subisce. Quindi, quali sono i "programmi mentali" che ci inducono a vivere dentro l’incubo, che ci riducono a elemosinare davanti alle guardie armate l’acqua da bere che ci serve per vivere, quando dalla diga, all’indotto elettrico, dai filo spinato alle divise dei bravi che stanno a guardia dei "terroristi" abbiamo fatto tutto noi da soli con le nostre manine? E’ evidente che chi governa vuole stare tranquillo di poter governare più a lungo possibile, come chi è governato vorrebbe non essere schiacciato nella polvere (se possibile).
    Che le reazioni "rivoluzionarie" politiche sorgono dall’attrito tra queste due esigenze, che la moneta sia oggi un traino (mentale) fondamentale oltre che una base organizzativa del potere e sociale.
    Ma non scordiamo che non vale per tutti, solo per chi è inserito dentro nel sistema economico attuale che si fonda sulla dipendenza emotivo-cognitiva del concetto di denaro (e possesso).
    Oggi permettere a tutti di vivere nel benessere è tecnicamente e teoricamente possibile. Ma come gestirebbe l’uomo comune questo "benessere"? Ne frebbe uso parco? La domanda è retorica, dal momento che costituisce il grado di sfruttamento intensivo della risorsa e la sua possibilità residua di rigenerarsi o rinnovarsi. Se sto bene a succhiare la vita di quanto è in mio potere, perché dovrei limitarmi? Nessun parassita lo fa.
    Peccato che tutti gli ecosistemi presi in esame, fondino le loro fortune e abbondanze sul principio dell’efficienza, non della potenza.

  • Jor-el

    Non sono idee proprio nuovissime.

    Grundrisse, Frammento sulle Macchine, Potere Operaio, L’eresia marxista italiana. 
    A differenza di tutti gli altri gruppi della sinistra extraparlamentare, fondamentalmente leninisti, Potere Operaio nacque da studi sul movimento operaio americano e, nella sua analisi della società, pose al centro il rapporto fra conoscenza e automazione. Fu l’unica formazione politica dell’ultrasinistra a intendere la lotta per il comunismo non come lotta PER il lavoro, ma lotta CONTRO il lavoro.  Purtroppo la generazione di rivoluzionari degli anni ’70 non possedette mai una cultura che fosse all’altezza dei tempi e dello scontro sociale in atto. E’ come se rovistando nel baule della storia in cerca di armi, avessero trovato soltanto vecchi archibugi arrugginiti: Marx, Lenin, la Rivoluzione di Ottobre. Oppure il terzomondismo sessantottino, la mitologia del Che e dei Tupamaros, che diede origine al riformismo armato delle Brigate Rosse. Potere Operaio fu il solo giornale della sinistra extraparlamentare a pubblicare, nel 1972, articoli sul Bildenberg, Aspen Institute, il memorandum Powell e la cricca mondialista che stava progettando il mondo com’è oggi. Ma furono solo sprazzi, non videro mai la luce. Le brillanti intuizioni si persero nel marasma marxista leninista di quegli anni.
    Periodicamente riaffiora qualcosa, ma in altri contesti e in altri luoghi. Come in questo articolo che è addirittura commuovente tanto mi ricorda le riflessioni sulla tecnologia della mia giovinezza. 
  • Whistleblower

    E’ vero. Non sapevo come dire, intendevo nuove nel senso che non sono più ristrette a gruppi rivoluzionari ma le cominciano a pensare anche i borghesi come gli inglesi del Guardian.

    Non ho capito però se vuoi dire che alla fine sono le stesse cose inutili ricicciate o se come me hai l’impressione che forse, tanti forse, si stia diffondendo una nuova mentalità.

  • whugo

    Eh già che vita grama senza le multinazionali, come si potrebbe vivere senza facebook amazon ebay smartphone e google?

    Magari ci si potrebbe parlare davvero, andare in libreria, in un negozio di scarpe o di vestiti… mamma mia che orrore!
    W le multinazionali, lo gridano a pieni polmoni anche quelli che si fanno 18 ore al giorno, che possono pisciare una volta ogni 9 ore in fabbriche fatiscenti senza nessuna tutela per fabbricare oggetti che poi flaviobosio si può comprare su ebay a 50 euro scontati pensando di essere furbo perché ha fregato il negoziante sotto casa.
  • FlavioBosio

    "furono" è la chiave..

    E da allora il nulla, niente più Olivetti, niente più Caproni, ora si finanziano solamente allegri Compagni di Merende.
    Nessuno sano di mente si metterebbe più a fare impresa in FallitaGlia con un fisco che ti deruba degli utili per redistribuire ai soliti noti ed amici degli amici.
    O si mantengono i parassiti pubblici o si investe in ricerca e sviluppo, delle due l’una.
    Spiacente ma non lavoro per mantenere i privilegi a magistrati, politici di ogni risma ed imboscati nella PA, n’è per salvare il culo a banche fallite o per pagare la pensione a falsi invalidi di ogni età. 
  • FlavioBosio

    Qualcuno li obbliga a lavorare in quelle fabbriche fatiscenti?

    Non mi risulta che le multinazionali trattengano gli operai contro la loro volontà obbligandoli a lavorare, se rimangono lo fanno evidentemente perché conviene ad entrambi quel lavoro ed è grazie a persone che come me acquistano prodotti su Amazon se il loro lavoro viene remunerato.
    E la produzione non ha nulla a che fare con il negoziante sotto casa, quello è commercio e se permette io acquisto dove più mi conviene a prescindere che sia sotto casa o dall’altra parte del mondo, se il negoziante sotto casa non è in grado di evolversi e restare al passo con le nuove tecnologie non è un mio problema.
  • iVi

    Tu dici che dobbiamo ringraziare le corporation per tutta una serie di servizi e prodotti.

    Io ti spiego che piccole-medie imprese, finanziate dallo stato come l’ Olivetti o dotate di spirito come la Caproni, farebbero molto più di quanto non fanno le corporation.

    A questo punto con un bel salto della quaglia incominci a parlare dell’ impossibilità di fare impresa, oggi, in Italia. E ci aggiungi il codazzo sulla macchina pubblica mangiasoldi.

    Insomma quando ti si fa notare che hai scritto inesattezze cambi discorso. Salti di palo in frasca.

  • FlavioBosio

    Avendo operato 15 anni nell’IT so cosa c’è dietro a Facebook e compagnia bella..

    So che senza Amazon non avremmo avuto AWS e lo sviluppo dirompente del Cloud Computing, senza Facebook e le sue tonnellate di server, non avremmo avuto i CRAY Sonexion ecc..
    Tutto è interconnesso ed evolve rapidamente al fine di risolvere problemi concreti, Red Hat finanzia Lustre, CRAI utilizza Lustre, Facebook utilizza CRAY e via dicendo, queste non sono "visioni", questa è la realtà che ci circonda anche se per il 99.999% della popolazione Facebook è solo un sito su cui postare foto e stronzate dietro c’è un gran lavoro di ingegneria che si evolve continuamente e migliaia di specialisti che lavorano H24 in tutto il mondo per migliorare continuamente i propri prodotti, poi ci sono gli sfigati di FallitaGlia che sparano teorie ad cazzum perché hanno una visione estremamente limitata del mondo che li circonda.
    Colpa mia?
  • iVi

    http://www.google.it/search?q=lavoratori+schiavi+delle+multinazionali&oq=lavoratori+schiavi+delle+multinazionali&gs_l=mobile-heirloom-serp.12…1140.22805.0.24777.40.36.0.4.4.0.322.7618.2j11j19j3.35.0….0…1c.1.34.mobile-heirloom-serp..13.27.6002.3c5a5-pcbi4 [www.google.it]

    non ti posto un link……ti posto un’ intera ricerca. Cosi magari ti schiarisci le idee visto che parli come un laureato della Bocconi.

    Nessuno ti obbliga a comprare su Amazon…..ma se lo fai dovresti sapere cosa comporta la tua scelta. Sfruttamento ed evasione….si perché Amazon, al contrario del commerciante sotto casa, evade "a norma di legge" per avere i dividendi che altrimenti non avrebbe.

    le multinazionali sono un cancro…….te lo ripeto ci fregano come consumatori e come lavoratori. Con fai a difenderle?

  • Albertof

    Sei ancora peggio di quanto immaginassi. Sei irrimediabilmente irrecuperabile .. esattamente come l’attuale società che ben descrivi utilizzando inglesismi e acronimi a iosa.  Evvabbè a ognuno il suo mondo. 

  • whugo

    Eh già nessuno li obbliga, peccato che l alternativa sia 3 dollari al giorno o la fame, quella vera, conviene loro eccome, macchescherzi???

    Peccato che il negoziante sotto casa paghi le tasse, mentre i tuoi amici delle multinazionali, sfruttino territori e popoli e abbiano le sedi nei più dispatati paradisi fiscali.
    Esci dall accademia e guardati intorno, poi continua pure a comprare su Amazon, ma cerca almeno di capire come gira l universo.
  • FlavioBosio

    Lo Stato è il cancro Amazon la cura!

    Le multinazionali non estorcono denaro a chi lavora e produce al contrario degli Stati, non ti impongono di pagare tasse per mantenere caste di parassiti, non mandano aerei a bombardare civili in altri Stati, non emanano leggi.
  • FlavioBosio

    Appunto perché il negoziante sotto casa paga le tasse che continuerò felicemente ad acquistare da Amazon.

    Come ho giá detto io non lavoro per mantenere parassiti pubblici, se il negoziante sotto casa vuole continuare a pagare tasse per mantenere caste, corruzzione e clientele varie affar suo, di certo non le manterrá con i miei soldi.
    Fanculo lo Stato viva la libertá!
  • iVi

    Lo stato italiano è una plutocrazia già ora asservita alle corporation.

    Le corporation finanziano i politici che scatenano le guerre. Sono loro i mandanti della guerre del petrolio in Iraq e Libia (solo per citare le ultime).

    Sei già costretto a scrivere menzogne per sostenere la tua posizione.

    Ma qui le tue bugie, e i tuoi tentativi di sviare il discorso iniziale, non funzionano.

  • iVi

    Corporation e libertà!!!!

    Amazon può evadere perché lo stato plutocratico glielo permette.

    Saresti comico se non fosse che credi nelle idiozie da bocconiano che scrivi.

    Tutti i servizi privatizzati peggiorano nella qualità e aumentano nel costo. Le corporation che tu difendi sono peggio del cancro stato…..non temo smentite.

    Neanche coloro che hanno creato il TTIP si permetterebbero mai di fare discorsi astrusi come i tuoi.

  • FlavioBosio

    Lo Stato colpisce ancora..

    4 mesi di carcere ad un imprenditore per aver pagato i dipendenti!
    Mai pagare i dipendenti prima d’aver pagato il pizzo allo Stato!
    Complimenti vivissimi!
  • FlavioBosio

    Lo Stato finanzia guerre giá dai tempi dell’antica Roma figuriamoci…

    Milioni, forse miliardi di morti nel nome dello Stato ed avete pure il coraggio d’accusare le multinazionali.
    Da che mondo è mondo dietro ad ogni guerra ci sono sempre uno o più Stati che si contendono le risorse, terra, acqua, rame, ferro, petrolio ogni scusa é buona permandare soldati e soldatini a farsi ammazzare nel nome dello Stato.
    Altro che Amazon!
  • iVi

    Ad onor del vero negli ultimi secoli le guerre sono state finanziate da banchieri che, finanziando entrambi gli schieramenti, sono da considerarsi gli unici vincitori di quelle guerre.

    O vuoi negare anche questa evidenza?

    Capisco che devi mentire per difendere le corporation e i banchieri che le possiedono…….ma le bugie hanno le gambe corte sopratutto nel web.

  • iVi

    Cerchi ancora di cambiar discorso?

    Il piccolo e medio imprenditore viene sistematicamente spremuto dallo stato plutocratico. Le corporation viceversa sono agevolate e non pagano tasse…….tu invece le tasse le paghi?

  • MarioG

    "Non emanano leggi"?

    Faccia un giretto al Parlamento di Brussels e alla cittadella (30000 individui) di lobbisty tutti attorno…
  • FlavioBosio

    Hai assolutamente ragione, i banchieri finanziano gli stati che consentono loro di fare i banchieri, ma non dichiarano guerre, quello di dichiarare guerra è privilegio esclusivo dello Stato.

    Solo lo Stato può mandare imbecilli al fronte a farsi ammazzare per garantire alle proprie caste i loro privilegi inclusi i banchieri ovviamente.
  • FlavioBosio

    Io le tasse non le pago visto che l’azienda l’ho venduta, le pagherá chi se l’è comprata,  compresi commercialista, notai e compagnia bella sempre che nel frattempo non sia fallito o che si sia trasferito all’estero.

  • FlavioBosio

    Inglesismi ed acronimi, chissá come mai tutto ciò che riguarda l’IT utilizza inglesismi ed acronimi..

    Forse perché FallitaGlia ha qualche problemino a stare al passo con il mondo, è il prezzo che si paga per aver assunto 30.000 forestali, 77.000 GDF ed un numero imprecisato di parassiti statali e para statali da mantenere ogni mese con soldi rubati ad investimenti in ricerca e sviluppo.
  • iVi

    No mettiamo i puntini sulle i.

    i banchieri ebrei stampano la moneta da 3 secoli

    i politici che hanno cercato di riportare l’ emissione della moneta dotto il controllo "popolare" sono stati eliminati (secondo te da chi?)

    i politici, soprattutto nelle plutocrazie occidentali rispondono agli ordini dei loro finanziatori (banchieri e corporation)

    quindi non girare la frittata a tuo piacimento

  • iVi

    quindi avevi la tua attività

    ma siccome nn era una corporation le tasse ti hanno obbligato a vendere, o svendere

    e nonostante ciò difendi le corporation?

    bho

  • Denisio

    eh no signore, è qui che si dimostra il limite del capitalismo non è senza multinazionali che non ci sono internet etc…quelli esistendo già in tutto il mondo ed esistendo in tutto il mondo una grande forza lavoro che rimane libera di aggregarsi in nuove forme di collaborazione misturando alla forza della necessità le conoscenze necessarie per replicare e migliorare concetti e informazioni troverà il modo di ri-concepire il modo in cui trascorre il tempo condividendolo e ricreando valore aggiunto….che non è necessariamente denaro, può essere un mix tra denaro e piacere ricreativo. E come da prassi saranno i gruppo che fanno business a tentare di copiare per necessità anzichè per spirito, i loro slogan sono solo manifesti vuoti rispetto a chi per necessità aguzza l’ingegno e non vi è nulla di creato dall’uomo che non possa essere ripreso e migliorato dall’uomo, figuriamoci i gigandi con i piedi d’argilla.
    La priorità è diventare massa critica nel capire…son i tempi che cambiano, sono articoli scritti a spanne ma ci vedo un fondo di verità, e il fondo veritiero è che c’è una soluzione per tutto, anche per quei problemi che ora sembrano irrisolvibili ma in realtà lo sono se ci fissiamo troppo a volerli risolvere con la forza bruta.