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LA CRISI. UN PIENO DI BENZINA A GAZA, PIANURA PADANA

DI MAURIZIO BLONDET

maurizioblondet.it

Cosa sono i volti della crisi?

Sono quelle immagini di disperazione economica ed umanitaria che all’improvviso irrompono nella tua routine quotidiana casa-lavoro-casa, te le trovi davanti e non puoi fare niente per scacciarle dalla vista. La presa di coscienza arriva come una secchiata d’acqua gelata stile ice bucket challenge.
I volti della crisi sono quelle cose che ti si piazzano davanti e ti annunciano all’istante l’arrivo del grande treno della Storia.

Sono le signore anziane milanesi vestite bene che con dignità ti chiedono qualche monetina in san Babila perché hai il computer e quel giorno hai le scarpe da riunione con il cliente.
Sono i capannoni abbandonati e le aziende chiuse dove hai comprato le piastrelle 3 anni fa. Oggi te ne serve un pacco uguale, ci vai e trovi il grande negozio abbandonato e chiuso. Con un minuscolo post-it giallo appiccicato dietro alle sbarre della ex porta d’ingresso che dopo un viaggio di km dice “chiuso” o “vendesi”. Rigorosamente in maiuscolo e con lo sberleffo ortografico del puntino sulla i.
Te li trovi così, davanti al naso, e ti rendi conto che la Storia ti sta passando lì, proprio davanti al tuo naso: sono i volti della Grande Crisi post-2008.
Quanto di seguito accade oggi nella una volta ricca Lombardia, la più prospera regione italiana e tra le più produttive d’Europa. Una volta.
Rivoltana, da Milano verso l’adda. A corto di benzina e in assenza di un gpl aperto (perché i francesi hanno il gpl al self e noi no?) chi scrive fa una sosta rifornimento.

Il distributore é nuovo. Noto marchio dell’industria petrolifera globale.
La pompa di benzina ha un’auto parcheggiata davanti, portiera aperta. Rotolano cespugli, silenzio da duello western. Temperatura tipo Calcutta ai primi di giugno.
Faccio retro per cambiare pompa e arriva la benzinaia. All’apparenza una dominicana sui 35 bassetta, larghetta e riccioletta. Urla “benzina? Benzina? Qui! Qui!” e indica di andare avanti verso l’auto parcheggiata.
“Quanta ne vuoi? ” tradisce la probabile esperienza professionale della signora, che rivolge la domanda come se offrisse marijuana al parco sempione.
La provenienza geografica invece salta completamente. Nessun accento conosciuto nel suo italiano incerto. Di sicuro non ispanico né latino. Forse Filippine? Malesia? Torre annunziata? In quale lingua potrei comunicare?
Con modi gentili e professionali mi offre la tessera fedeltà della catena, con la quale avrò millemila premi, superpremio finale, ed uno sconto di due centesimi al raggiungimento dei 500 euro spesi in benzina entro le prossime 12 ore.
Accetto ricambiando il sorriso e confido che possa essere un piccolo aiuto. Chiede di lasciare l’auto (che era aperta, con due smartphone a bordo, finestrini abbassati ma soprattutto con la benzina aperta in corso di erogazione), cosa che faccio e la seguo nel gabbiotto.
Il volto della crisi?
Pareti scrostate. Crepe. Uno scaffale di legno montato male, grezzo, con sopra 3 flaconi di olio motore e 5 flaconi di antigelo con etichetta stile anni 90 sbiadita dagli agenti atmosferici.
Un computer con schermo piatto quasi quadrato, di quelli che andavano 10 anni fa. PC altrettanto agée, diciamo. Antennina collegata per vedere il digitale terrestre nel computer. Bimbo sorridente con ipad di terza mano. Bambina seduta sulla sedia di plastica da esterno.
4 pos, le macchinette per pagare con il bancomat, tutti collegati ed operativi, benché consunti.
Aria condizionata.
Simbolo religioso appeso alla parete in modo precario, della serie “incidente sul lavoro in 3,2,1…”
Per avere la carta fedeltà mi chiede la tessera sanitaria, la striscia, mi manda un sms sullo smartphone che nel frattempo era rimasto non presidiato nell’auto, salvo ripetute occhiate a controllare che non ci fosse nessuno a rovistare dal finestrino.
Poi tutto a posto, confermo sms, carta fedeltà, pago cash e vado, ringraziando l’allegra benzinaia che evidentemente aveva acquistato la proprietà o la gestione, probabilmente abbandonata da qualche benzinaio oberato dai debiti causati dalla visita dalle squadracce della polizia fiscale italica.

L’avresti scambiato per uno di quei negozietti dei film delle società post-nucleari, stile mad max, che vendono benzina, cibo e tecnologia vecchia ma ancora affidabile, a volte mezza clandestina, con i secchi in terra per raccogliere la pioggia dal tetto bucato.
Ecco, un distributore di benzina così mal messo non l’ho mai visto nemmeno in Egitto, nel mezzo del Sinai, o in Grecia.
Forse poteva essere Gaza al terzo mese di guerra.
Era in pianura padana, a 20km da Milano, 25 minuti da Linate, un’ora d’auto dall’Expo, 2 ore in aereo da Atene, ormai troppo lontana da Berlino.

Eppure, ripartendo per la mia destinazione in ormai inevitabile ritardo, la benzinaia originaria del nonsisadovestan salutava con bel sorriso.
Sorriso che ho ricambiato, rivolgendo un pensiero gentile di augurio a lei ed alla sua avventura.

Maurizio Blondet

Fonte: www.maurizioblondet.it

Link: http://www.maurizioblondet.it/la-crisi-un-pieno-di-benzina-a-gaza-pianura-padana/

19.07.2015

Pubblicato da Davide

  • giannis

    Ebbe , qui in Italia dopo 50 anni di benessere economico ( apparte
    questi ultimi 5-6 anni di crisi ) ne abbiamo bisogno , ci siamo
    viziati…. 

  • totalrec

    Mah… distributore con aria condizionata… ben 4 pos funzionanti… collegamento internet e computer con scheda per il digitale terrestre…. bambini che giocano con l’Ipad… Blondet è proprio sicuro che a Gaza, durante il terzo mese di guerra, avessero tutta questa roba? Io l’aria condizionata non ce l’ho neanche in casa mia; e a Gaza – da quel che mi dicono – un semplice pieno di benzina è molto difficile da trovare anche adesso, in tempo di "pace". 

  • spartan3000_it

    Questo pezzo surreale mi ricorda per associazione il film cult altrettanto surreale Blade Runner, o le atmosfere di Nirvana.  Sono una specie di "cronovisore" per vedere il futuro e le emozioni che puo’ suscitare. Ohibo’, bisogna adattarsi, il mondo cambia in fretta.

  • totalrec

    Poi, un giorno, Blondet mi spiegherà cosa pretendeva di trovare nel bugigattolo di un distributore sulla statale. Le piastrelle in marmo di Carrara? La vasca idromassaggio? Un prato inglese con i cespugli a forma di barboncino?

    Per carità, i segni della crisi ci sono, ma vanno cercati altrove. Ad esempio nel fatto che ormai gli stranieri, avendo la possibilità di inviare all’estero ciò che guadagnano e avvantaggiarsi del cambio favorevole nel loro paese d’origine, sono gli unici a potersi permettere di gestire una piccola attività commerciale. Per gli italiani, tartassati dai rincari, dal fisco e dalla criminalità, il gioco non vale più la candela.
  • lanzo

    Qualcuno dovra’ spiegare la foto.

    Dato il tema, dovrebbe essere benzina,  la foto e’ piccola ed e’ difficile essere sicuri al 100% ma se le bottiglie fossero di plastica allora NON potrebbe  essere benzina.  Provate a travasare benzina in una bottiglia di Sprite di plastica e la bottiglia si accartoccera’ nel giro di un paio di minuti.
    Se invece sono di vetro – come non detto.
    Nei paesi del terzo mondo e’ normale vedere banchetti con bottiglie di CocaCola da 1 litro in vetro (ve le ricordate ?) piene di benzina, il target e’ quello che e’ a secco sia di benzina che di pecunia e non ce la fa ad arrivare al distributore – inoltre spesso al distributore un litro solo manco te lo pompano. 
  • albsorio

    http://www.crisitaly.org/

    Magari Blondet e altri capiscono o conoscono il problema senza raccontini colorati "… il muro scrostato…" si è uno shock ! "…I vecchi che chiedono monetine…"  non quelli che rovistano nella spazzatura, anche "giovani".
    Bho poteva scrivere di meglio Blondet.
  • lanzo

    Dai Abso’  e mo’ che c’entrano li pensionati che vanno a fruga’ nei rimasugli dei mercati – da ex romano – li ho visti quasi sempre,  timidi ma dignitosi a trova’ er carciofo i la mela ancora mangiabili , ma le  zingarelle la "spesa proletaria’" la fanno  proprio sulle bancarelle al mercato rionale, e tutti zitti e mosca – Non so perche’ ma ripenso a UmbertoD – probabilmente uno dei film piu’ deprimenti – in quanto sostanzialmente veri – mai prodotti.

  • uomospeciale

    Secondo invece un po’ di crisi ci renderà migliori.
    Più seri, più forti, più concreti, più pragmatici.
    Anche perché quella che descrive  Maurizio Blondet in quest’articolo,
    non è affatto una vera crisi.
    Quella del 46′ si che era una vera crisi.
    Questa di adesso, la si può’ a malapena definire:

    " un leggerissimo periodo di difficoltà"

     

  • castagna

    Mmmmhh…. una lucetta mi si è accesa
    nel cruscotto… Molto probabilmente la mia memoria mi tradisce: ma
    tu non sei una delle più belle penne della blogsfera? Mmhhh—
    sulla piattaforma dada cominciasti, mi sembra, svariati anni fa, ti
    misi e tolsi dai favoriti varie volte… se tu sei tu immaginerai
    perché. Be’, se tu sei tu è un piacere rivederti, ed è ancora
    più un piacere vederti sul pezzo di Blondet, se lo dovessi fare io
    un giornaleonline/sitodiinformazioni ho sempre pensato che voi due
    sareste i primi due editorialisti che contatterei.

    Ciao! Probabilmente mi sbaglio…..

  • rectotal

    Non ti sbagli. Grazie. 

    (GF)
  • makkia

    Mah, in verità mi colpisce di più la vecchietta coi vestiti che denunciano un passato dignitoso nel suo chiedere l’elemosina.
    Che è classista, lo riconosco. Perché dovrebbe colpirmi di più della pensionata minima che pasolinianamente sottoproletaria lo è stata sempre?

    Però lo sfacelo delle casette con giardino della vecchia Detroit ha più fascino, come segno dei tempi, dei casermoni decrepiti. Fanno più contrasto, perché  i casermoni mettono tristezza anche da nuovi, mentre le villette parlano del paradiso perduto (quelle di Detroit se le permetteva l’operaio delle acciaierie o della GM).

    La pompa di benzina è lo stesso.
    Si diceva "tre cose gli uomini non possono smettere di fare: mangiare, cagare e morire. Quindi ristoratore, idraulico e cassamortaro sono mestieri che non ti lasciano mai a piedi".
    Il benzinaio dovrebbe essere lo stesso: puoi pensare un mondo che smette di fare benzina?

    Questo coglie Blondet. E’ poesia, non analisi economica, non prova sociologica assistita da rigorose statistiche.

    En passant gli immigrati fanno la stessa fine degli italiani, non credere. Chiudono anche loro, anche loro partono dal sogno "l’aziendina tutta mia che lavora-lavora mi porterà chissà dove perché io ho più coraggio e volontà degli altri".
    Magari loro sono più "sereni" nel lasciare il debito di 6 mesi d’affitto e Xmila eurî di conti in sospeso (buona fortuna, Equitalia, a ribeccarli). Ma è comunque sconfitta anche per loro.

    Certo, per la merceria ci dispiace (quella era Anna, poverina, era tanto gentile, ha scommesso e ha perso, stato bastardo!), di Aziz il kebabbaro non ci frega niente.
    Ma Aziz voleva farcela. Gli dicevo che senza birra gli altri era troppo concorrenziali. Lui diceva che non la chiedeva, la licenza, perché quello era un quartiere tranquillo e giovinastri mezzi sbronzi a far casino fuori dal negozietto non ne voleva. Attirano gli sbirri e allontanano le brave persone. Lui puntava al kebab delicato di pollo e vitella, accanto a quello vero, robusto (di pecora/montone), non come i concorrenti. Alle piadine fatte in casa, più morbide di quelle commerciali. E in effetti era sempre pieno, e ci andavano da altri quartieri.
    Aziz voleva essere come un italiano, pagare tutte le tasse ("questo non è molto italiano, Aziz" e ridevamo), avere i permessi in regola, espandersi al negozio accanto, aveva fatto venire dalla Siria quelli che contavano per lui (due famiglie al completo). Ce la stava facendo. Non l’avevano fermato neanche i 10 di lavori della metropolitana, che avevano chiuso coi newjersey mezzo quartiere e falcidiato i commercianti.

    Al negozietto accanto non ci si è mai allargato, pur avendo fatto il contratto e i lavori. Fa lavorare i parenti disoccupati, che non ci sanno fare come lui. Il kebab è di vitella e c’è un solo spiedo. Nel riso non ci sono più le mandorle e la verdura speziata ce n’è metà delle varietà. Sorride sempre, ma non come una volta.
    La crisi ha potuto quello che 10 anni di lavori della Metro non erano riusciti a fare.
    I clienti hanno meno soldi. Tutto qui. E vale per tutti.
    In shaa Allah, dice Aziz. E’ l’UE che lo vuole, dico io. Non essere blasfemo, dice lui. Ma il dubbio ce l’ha.

  • Nathan

    Mi piace questo scritto, non troppo serio ma che da l’idea di come in pochi anni siamo passati da un sistema economico ad un altro sistema. Certo che se avesse scritto in maniera più seria non avrebbe dato l’idea che invece voleva dare è quella cioè di un paese spezzato negli anni dove dopo i fantastici 80/90 dove tutto era possibile e Milano la si beveva si è passati a un grigiore triste.

    Purtroppo quegli anni non torneranno più, anni dove noi si regnava nella moda, nel gusto e dove gli americani e non solo venivano ad acquistare e a sognare. Pensate che nel telefilm di quegli anni più glamour, Miami Vice, tutto parlava italiano, gli abiti Armani la macchina Ferrari….
    Oggi niente più, colpa di una gestione fallimentare ed estremamente clientelare del potere politico accompagnata dalla scomparsa totale di veri imprenditori. 
    Il tutto poi condito con una crisi di valori spaventosa che supera di gran lunga quella economica di cui è madre almeno in Italia , ruberie mai viste e subito dimenticate da Italia 90 in poi, che hanno creato il mito del denaro facile tramite la politica.
    Comunque la crisi non è altro che colpa nostra.
    Dietro ogni grande fortuna c’è un delitto.