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LA CINA PUNTA AD UNA MUTUA VITTORIA CON L’ISLAM

DI PEPE ESCOBAR

strategic-culture.org

Le nuove vie della seta sostenute dalla Cina – conosciute anche come una cintura, una via (OBOR, One Belt One Road, nella definizione ufficiale) – si stanno diramando in tutte le direzioni. Il nuovo ponte di terra eurasiatico – dal porto di Lianyungang di Jiansu fino a Rotterdam, il corridoio mongolo-russo, il corridoio dell’Asia centro-occidentale, quello della penisola indocinese, quello pakistano, quello che attraversa Bangladesh, Cina e Myanmar.

OBOR copre tutta l’Eurasia – compreso il mondo arabo. Prendiamo ad esempio il settimo meeting dei ministri del China-Arab Cooperation Forum a Doha. Il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha descritto la cooperazione come un modello per i paesi in via di sviluppo. In una sua dichiarazione il Presidente Xi Jinping – per deliziare i delegati del GCC – ha affermato che Pechino vuole rafforzare maggiormente i legami. Ovviamente via OBOR.

Pechino ha avuto la sua buona dose di problemi – per farla semplice – per rapportarsi con i paesi islamici. Già nel 2014 Abu §Bakr al-Baghdadi, leader del “Califfato” fasullo di Daesh ha proclamato che “I diritti dei Musulmani sono duramente repressi” in Cina. Nel 2015, l’AKP al potere in Turchia è andato su tutte le furie per la gestione dello Xinjiang da parte della Cina, con violente manifestazioni ad Istanbul. Recentemente, un media center collegato a Daesh ha iniziato a rivolgersi direttamente agli Uiguri e agli Hui – i Musulmani cinesi – con un nasheed di quattro minuti in mandarino, invitando i Musulmani a “svegliarsi” e sovvertire “un secolo di schiavitù”.

Il Golfo guarda ad Est

Nelle petrolmonarchie del GCC, nel frattempo, nel bel mezzo di un mix di paranoia nei confronti dell’Iran, di frustrazione per la jihad che non consegue il risultato di un cambio di regime in Siria, di crescita del “sentimento antiamericano” e la concreta minaccia di disordini interni, l’unico sollievo è che con la Cina si parla solo di affari.

Prendiamo ad esempio Dragon City, un enorme centro commerciale a Muharraq, la terza più grande città del Bahrain – dove la maggioranza della popolazione sciita è tenuta sotto totale repressione da parte dei monarchi sunniti. Dragon City è un punto cardine di OBOR, perchè collega aziende cinesi ai mercati del Golfo, arrivando fino a quelli africani.

Non c’è solo il centro commerciale. La Cina – all’avanguardia dal punto di vista delle energie verdi, specialmente con le aziende di pannelli solari – è destinata ad aprire fabbriche, assumendo forza di lavoro locale a basso costo, non solo negli Emirati del Golfo, ma anche in Marocco.

La Cina è già il terzo partner commerciale della Turchia. Ankara sarà un membro della NATO e – per tutti gli ultimi diverbi – parte del mantello di sicurezza USA nell’area, ma quello che importa a Pechino è che la Turchia è un altro cardine di OBOR.

Nel frattempo, in Cina, il posto dove recarsi è Yinchuan – e il centro conferenze che ogni due anni ospita il China-Arab States Expo, un’orgia d’amore per gli imprenditori cinesi e del Medio Oriente. A Yongning, a sud di Yinchuan, l’azione si concentra su un sontuoso parco a tema che sarà terminato nel 2020: World Muslim City del valore di 3.7 miliardi di dollari – dotato di zone folkloristiche, centri conferenze e alberghi di superlusso.

L’ufficio del turismo di Ningxia promuove entusiasticamente il China Hui Culture Park come un “ponte culturale sino-arabo” che può “promuovere tutti gli aspetti di interscambio e cooperazione”. Non nuoce che il parco sia un “sito turistico nazionale di primissima categoria”.

Yinchuan è la capitale della regione autonoma governata dagli Hui. Questi sono molto vicini alla maggioranza cinese Han – per lingua ed etnia. Parlano fluentemente il mandarino – a differenza della maggior parte degli Uiguri. Ci sono circa 10.6 milioni di Hui in Cina (circa lo 0.8% della popolazione), contro 10.1 milioni di Uiguri. Per cui gli Hui sono effettivamente il numero più alto tra le dieci nazionalità musulmane presenti in Cina. Ho ricordi molto positivi delle mie visite alle comunità Hui ai confini della vecchia via della seta nei tardi anni ’90. Paragonati agli Uiguri, gli Hui sono molto più integrati, dopotutto, a differenza di questi, non hanno dovuto fronteggiare l’implacabile influsso dei colonizzatori Han.

Tempo di mescolarsi

Il Primo Ministro Li Keqiang, rivolgendosi alle alte sfere del Partito Comunista Cinese a Xinjiang due mesi fa, ha de facto riconosciuto, ufficialmente, il tema spinoso della cultura degli Uiguri, al quale si somma la scarsità di posti di lavoro nello Xinjiang “Facciamo in modo che la gente, soprattutto i giovani, abbia qualcosa da fare e la possibilità di guadagnare”. È sul pezzo quando afferma “la stabilità e lo sviluppo dello Xinjiang pesano sull’unità etnica e nazionale e persino sulla sicurezza”. Se lo Xinjiang non è in pace, OBOR non può andare da nessuna parte.

Si potrebbe discutere all’infinito circa fino a che punto i colonizzatori Han siano disposti a “mescolarsi” con i nativi uiguri, mentre per quanto riguarda poderosi investimenti di aziende private nello Xinjiang, sono un dato di fatto, considerando le opportunità che OBOR prospetta.

Il cuore del problema non è tanto la politica ufficiale – ed accomodante – di Pechino, quanto piuttosto la paranoia dei leader regionali del PCC, messa in evidenza dalla durezza dei loro comportamenti. I fatti parlano di moschee a cui viene impedito di chiamare i fedeli alla preghiera, proibizione del digiuno durante il Ramadan, ragazzi sotto i 18 anni ai quali viene vietato di accedere alle moschee e la totale messa in disparte della cultura e del linguaggio uiguri.

Gli ufficiali provinciali possono giustificare questi comportamenti come connessi alla diffusione del jihadismo salafita – un incubo dichiarato di Pechino. I precedenti abbondano – a cominciare da gruppi di Uiguri che hanno combattuto a fianco dei Talebani in Afghanistan (ne ho conosciuti alcuni nelle prigioni della valle del Panshir prima dell’11 settembre).

Si aggiungono l’ex East Turkestan Islamic Movement (ETIM) – affiliato ad Osama Bin Laden e al Mullah Omar – che si è riciclato nel Partito Islamico del Turkestan, gli Uiguri che combattono con i Talebani e il Movimento Islamico Uzbeko (IMU), gli Uiguri che attaccano le forze di sicurezza nello Xinjiang stesso – armati di coltelli – e gli Uiguri che hanno formato un considerevole contingente jihadista all’interno di Jabhat al Nusra, ovvero al Qaeda in Siria, a fianco di Uzbeki e guerriglieri di diverse altre nazionalità centroasiatiche.

Nessuna di queste ragioni, ovviamente, giustifica la repressione di più di 10 milioni di Uiguri.

Il movimento uiguro-jihadista-salafita si spinge ben oltre – fino al sudest asiatico – con attività in Malesia, Thailandia e soprattutto Indonesia, dove questi stanno dalla parte di un gruppo affiliato a Daesh stanziato nella giungla di Sulawesi alla cui testa c’è Abu Wardah Santoso, l’uomo più ricercato d’Indonesia

Ogni tipo di offensiva militare per fermare Daesh non è un’opzione vagliabile da Pechino, come spiega Wang Zhen, dell’Accademia delle Scienze Sociali di Shanghai. La Cina non ha basi militari in Medio Oriente e un attacco contro poche centinaia di Uiguri sarebbe priva di senso.

Quell’ “influenza religiosa straniera”

Pechino è molto cauta nel parlare dei migliori legami culturali possibili tra Cina e mondo arabo. Una Carta onnicomprensiva della Politica tra Cina ed Arabia è stata stilata solo quattro mesi fa – e legata alle visite di stato di Xi in Egitto, Arabia Saudita e Iran. Pechino è direttamente impegnata in un’offensiva di soft power su più fronti, che canno dai corsi di lingua cinese in Medio Oriente all’aumento dei posti per gli studenti arabi nelle università cinesi.

In parallelo però, la minaccia di “influenza religiosa straniera” – per farla breve jihadismo salafita – resta. I Musulmani cinesi sono diffidenti nei confronti dei favori dei benefattori sauditi – almeno fino a che le relazioni tra Pechino e Riyadh non rischiano di essere compromesse.

Il nocciolo della questione è che per Pechino OBOR – o il futuro Emporio Eurasiatico – conta più di tutto, perchè è destinato a porre la Cina al centro di un nuovo sistema di commercio globale, indipendentemente da dove gli USA, gli accordi NATO sul commercio, il TPP e il TTIP possano arrivare (o schiantarsi).

Un lato secondario di OBOR è la costruzione della prima base militare cinese fuori dai confini nazionali, a Gibuti, accanto a basi statunitensi e francesi. Gibuti è fondamentale perchè si pone sulla via marittima della setache unisce il Regno di Mezzo a tutti quei mercati vitali che passando per Suez si affacciano sul Mediterraneo.

Pechino in ogni caso non smette mai di accumulare capitale politico. La Lega Araba potrebbe non contare molto, ma l’analisi del Segretario Generale Nabil Elaraby sulla relazione con la Cina è stata poco meno che gloriosa “La Cina è l’unica potenza al mondo che supporta sempre i diritti e le cause del mondo arabo, perchè sono sacrosanti. La Cina non si schiera mai con una parte che cerca di sovrastarne un’altra e punta sempre al beneficio reciproco”.

Pechino non può commettere errori nel suo supportare la sovranità degli stati, nel non interferire negli affari interni di nazioni straniere e nel suo famoso porre enfasi su “un nuovo tipo di relazioni internazionali che portino cooperazioni di mutuo successo”, questo atteggiamento implica la volontà di non creare nè demonizzare i “nemici”. Proviamo a fare un paragone con la retorica guerrafondaia degli Eccezionali – e con le loro azioni.

Non c’è da aggiungere che il crescente soft power di Pechino nelle terre islamiche tocca molti nervi scoperti nella Beltway e finchè la Cina continuerà a migliorare la sua posizione già senza pari a livello commerciale – alla quale si aggiungono i massicci progetti di sviluppo ed infrastrutturali connessi ad OBOR – questi nervi sono destinati a restare tesi.

Pepe Escobar è autore di Globalistan: How the Globalized World is Dissolving into Liquid War (Nimble Books, 2007), Red Zone Blues: a snapshot of Baghdad during the surge (Nimble Books, 2007), e Obama does Globalistan (Nimble Books, 2009). Può essere contattato a pepeasia@yahoo.com.

Fonte: http://www.strategic-culture.org

Link: http://www.strategic-culture.org/news/2016/05/23/china-aims-for-win-win-with-islam.html

23.05.2016

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l’autore della traduzione FA RANCO (scelto e tradotto)

Pubblicato da Davide

  • temuchindallaCina

    Sono d’accordo su quasi tutto, fatta eccezione per un punto. Non c’è nessuna repressione dura nello Xinjiang, casomai, sono proprio gli Uiguri, sobillati dalla Turchia, a creare problemi. Problemi che peraltro, creano solo loro. Ci sono molte altre regioni con forte presenza islamica, ma sono molto ben integrati, e per nulla scollegati con la nazione. Io stesso ho degli amici tra gente islamica, ed è gente molto cortese, rispettosa delle religioni altrui. Esempio, ho un’amica proprietaria di un ristorante islamico, a Natale, ha esposto nel suo ristorante, un albero di Natale senza nessun problema, e lei stessa mi ha confessato che rispetta i cristiani e i buddisti allo stesso modo della gente che segue il suo credo. Di questo genere di persone, in Cina, ce ne sono moltissimi, anzi, direi la stragrande maggioranza. Il vero problema non è l’islam, il vero problema è chi cerca di scatenare una guerra di religione per i propri schifosi propositi.