Home / ComeDonChisciotte / LA CASA DI SAUD GUARDERA’ ALLA CINA ?
12373-thumb.jpg

LA CASA DI SAUD GUARDERA’ ALLA CINA ?

DI PEPE ESCOBAR
asiatimes.com

Lo sport geopolitico favorito del giorno è quello di sviscerare e capire i motivi per cui la Casa di Saud – quel connubio di monarchia iper-assoluta e di fanatici Wahhabiti – stia dando i numeri, con l’ineffabile Bandar Bush in prima linea.

E’ terrorizzata dalla possibilità che il Muro di Diffidenza ultra-trentennale tra Washington e Teheran possa crollare da un momento all’altro. E’ terrorizzata al pensiero che quegli Americani infedeli si siano rifiutati di combattere “la nostra” guerra per ribaltare il regime in Siria. E’ inorridita dalle (blande) critiche all’aspra repressione attuata nel Bahrain (che, tra l’altro, è stato invaso dai Sauditi nel 2011). Aborrisce l’adorazione degli americani per quella bizzarra divinità – democrazia – che ha permesso ad amici tiranni in Tunisia e in Egitto di essere abbandonati (la Libia è tutt’altra storia: il Re Abdullah voleva far fuori Gheddafi fin dal 2002).La Casa di Saud è così arrabbiata con l’Amministrazione Obama che potrebbe considerare qualsiasi altra opzione disponibile sul tavolo. Il che ci porta alla domanda: e se Riyadh stesse davvero pensando di spostarsi verso la Cina?

Il cosiddetto “socialismo con caratteristiche di mercato” di Pechino ha un bisogno disperato di petrolio saudita; dopo tutto, la Casa di Saud è già il primo fornitore della Cina. Il Re Abdullah guarda ad Est e quello che vede è un aspirante superpotenza, e un potenziale fornitore di interminabili flussi di denaro, che mai si sognerebbe di interferire negli affari interni sauditi, né tantomeno di contemplare le tossiche ideologie della Primavera Araba.

Quindi, immaginatevi un morente Re Abdullah che sogna di lasciare come eredità un nuovo asse Riyadh-Pechino – con l’ulteriore vantaggio di far diventare il nemico mortale Iran una priorità di sicurezza nazionale per la Cina (anche se a Pechino farebbe più comodo una situazione di parità, considerando che comprerebbe sempre più petrolio dai Sauditi e sempre più gas dall’Iran).

L’Arabia Saudita produce circa il 10% del totale mondiale, ovvero circa 90 milioni di barili di petrolio al giorno. E’ tra i primi esportatori, tra i primi produttori nel mondo e paese chiave nell’influenzare il prezzo del petrolio – che resta molto alto non solo per la forte richiesta di Cina e India, ma anche a causa delle continue speculazioni.

Riyadh sta anche monitorando attentamente la possibilità che gli Stati Uniti diventino in qualche modo energeticamente auto-sufficienti con la tecnologia del fracking – sporca, cattiva e inquinante.

I sauditi mettono in conto che, nonostante gli USA producano più di loro (http://www.allgov.com/news/top-stories/us-now-leads-the-world-in-oil-and-gas-production-131008?news=851336 ) – circa 12 milioni di barili al giorno, compreso l’etanolo – nel prossimo futuro avranno sempre la necessità di comprare il petrolio – il petrolio saudita.

Se davvero sul “tavolo” sono presenti tutte le “opzioni”, la Casa di Saud potrebbe seriamente considerare di concludere un accordo decennale con quel gigante affamato di energia – la Cina, assicurandogli una fornitura certa ad un prezzo stabilito.

Ma immaginiamo che la domanda – soprattutto quella asiatica – cresca, come certamente crescerà; la Casa di Saud sa bene che in quel caso gli USA potrebbero trovarsi nei guai e manifestare questo loro disappunto in modo esplicito.

“Perdendo la mia religione” (del petrodollaro)

La Casa di Saud sa anche molto bene di essere la solida ancora che tiene l’OPEC saldamente vincolato al sistema dei petrodollari. Senza l’Arabia Saudita il petrodollaro diventerebbe storia.

Molto probabilmente questa è la principale truffa in atto nelle relazioni internazionali. Praticamente tutti hanno bisogno di dollari americani, che vengono perlopiù investiti in buoni del Tesoro statunitensi ed altri titoli, ed utilizzati maggiormente per acquistare beni legati al dollaro, come il petrolio.

Come è dolce farsi comprare da te; Washington continua a far circolare incalcolabili trilioni di dollari americani di debiti che tutti devono comprare. La Casa di Saud ovviamente investe diligentemente le sue cascate di dollari americani in debiti americani.

Ora immaginate la Casa di Saud che decide di seppellire il petrodollaro. Per l’economia americana sarebbe un’ Apocalypse Now.

I tempi stanno cambiando, lentamente e inesorabilmente. L’ Iran, sotto il peso di quelle sanzioni che sanno di dichiarazione di guerra, sta mostrando la nuova via: vendere energia in altre valute, accettando denaro ed altre forme di compensazione commerciale (la Casa di Saud, oltre tutto, è anche terrorizzata al pensiero che con la possibile distensione tra Stati Uniti e Iran, sui mercati occidentali inizierà a circolare molto più petrolio e gas iraniano, diluendo così i profitti sauditi.)

Ora la Russia è il primo esportatore di petrolio nel mondo, e la Cina è il primo importatore – e importa più dall’Arabia Saudita che dagli Stati Uniti. Entro il 2020 la Cina importerà l’incredibile cifra di 9.2 milioni di barili di petrolio al giorno. Quindi non ha alcun senso per i paesi BRICS Russia e Cina continuare ad utilizzare il petrodollaro; fa tutto parte del recente invito di Pechino a “de-americanizzare” il mondo. E Riyadh lo sa bene.

La Casa di Saud sta considerando anche altre due tendenze; sono anni ormai che esporta il suo petrolio soprattutto in Asia; e la Cina è diventata inevitabilmente il primo esportatore di una miriade di prodotti manifatturieri in Arabia Saudita, superando gli Stati Uniti. Pechino, ancora una volta, sta giocando il suo gioco lento e discreto, investendo nelle infrastrutture saudite. Ben sapendo che l’Arabia Saudita non è in grado di aumentare ulteriormente le esportazioni del suo petrolio pesante e ad alto contenuto di zolfo – poiché pochi sono gli acquirenti in grado di raffinarlo – la Cina sta lì costruendo un enorme complesso di raffinazione/esportazione (1) . Quindi, nel lungo termine, si arriverebbe ad uno scontro U.S.A./Cina (con Russia ed Iran con qualcosa da dire anche loro) sul petrodollaro.

La priorità assoluta per la Casa di Saud – costi quel che costi – è di perpetuarsi in eterno. Seconda priorità: continuare ad incassare fiumi di denaro – petrodollaro o altro che sia. Terza priorità: tenere a bada il suo mortale nemico Iran – quelli “Shiiti apostati”.

Ma tutto questo giustificherebbe uno spostamento verso la Cina?

Il racket della “protezione” è così dolce; grazie al suo “culto” del petrodollaro, la Casa di Saud riesce a perpetuarsi di continuo sotto l’ombrello protettivo del Pentagono e sotto qualche tonnellata di contratti militari.

Ma ora la paranoia della Casa di Saud si sta sviluppando in due direzioni, quasi fosse un virus. Sono terrorizzati al pensiero che questa “protezione” possa interrompersi se l’Iran tornasse in gioco – e ancora peggio se tornasse in gioco con un suo potenziale nucleare.

E nasce in loro anche il sospetto che quel tanto pubblicizzato – e ancora inesistente – spostamento degli USA verso l’Asia – sia un inequivocabile “dì addio al tuo nuovo amico”, riferendosi al partner preferito dei sauditi, la Cina. E quello spostamento annunciato potrebbe anche essere interpretato dai paranoici sauditi come una doppia minaccia: diretta alla Cina a lungo termine, ma anche all’Arabia Saudita, come a dire: “non ci pensare neanche a passare al petroyuan.”

Fino ad oggi, una Casa di Saud dilaniata da una feroce lotta di successione, arrabbiata, impaurita e paralizzata dai rapidi eventi geopolitici degli ultimi tempi, non sembra voler lasciare ancora andare il suo “rapporto preferenziale” con gli Stati Uniti. Se, e quando, deciderà di abiurare la sua religione del petrodollaro, allora sì che inizieranno i fatti.

Pepe Escobar è autore di Globalistan: How the Globalized World is Dissolving into Liquid War (Nimble Books, 2007), Red Zone Blues: a snapshot of Baghdad during the surge (Nimble Books, 2007), e di Obama does Globalistan (Nimble Books, 2009).
Lo si può raggiungere a questo indirizzo: pepeasia@yahoo.com.

Fonte: www.atimes.com
Link: http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/MID-05-251013.html
25.10.2013

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

1) http://www.youtube.com/watch?v=J2r8HytB0sM

Pubblicato da Davide

  • Tashtego

    “Se, e quando, deciderà di abiurare la sua religione del petrodollaro, allora sì che inizieranno i fatti.”

    Se i fatti sono “iniziati” non lo so, ma gli avvertimenti mi pare di si. Negli ultimi giorni guardando i Tigì mi sono dovuto domandare “ohibò, che succede?”: avete notato con che enfasi si è dato spazio alle eroine saudite che vogliono poter guidare l’automobile? Cioè, di solito si parla dei “dittatori” notoriamente avversi al banco-capitalismo occidentale, mentre sui “nostri” alleati (Arabia Saudita, Bahrein, Quatar) tutto tace. E poi, all’improvviso ci accorgiamo che anche in Arabia Saudita sono cattivoni retrogradi. Come mai? mi domandavo io… Ecco qua…

  • ericvonmaan

    Furbi i cinesi! Si accaparrano 10 anni (o più) di petrolio, pagandolo con la carta igienica di cui hanno pieni i forzieri… assett reali contro carta straccia… poi si vedrà… intanto si allegeriscono… per presentarsi al giorno del giudizio senza più il cappio dei dollari legato attorno allo scroto… siedi sulla sponda del fiume e aspetta che passi il cadavere del tuo nemico.

  • glab

    gli arabi vendono petrolio in dollari e poi con i dollari ricavati comprano debito americano.
    anche i cinesi vendono in dollari e ne hanno immagazzinato una montagna, ora li rifilano agli arabi i quali continuano a comprare debito americano.
    per lo zio sam va bene e lascerà fare finchè gli va bene; secondo me!.
    che i cinesi fossero in gamba è risaputo, sono gli arabi che non si capisce bene dove stanno andando.