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IVAN ILLICH ED IL MOVIMENTO DEI BENI COMUNI

DI DAVID BOLLIER
bollier.org

Negli ultimi tre giorni ho partecipato ad una fantastica conferenza, “Dopo la crisi: Il pensiero di Ivan Illich oggi”, a Oakland, in California, presso la Oakland School for the Arts. Illich era un critico sociale iconoclasta, un sacerdote gesuita, un cristiano radicale, uno storico, uno scienziato ed un popolare intellettuale, particolarmente famoso negli anni 1970 e 1980 per le sue critiche brucianti alla natura oppressiva delle istituzioni e delle professioni di servizio. I suoi scritti esplorarono anche la natura dell’economia non di mercato, o “vernacular domains,” [domini vernacolari] come li definiva lui, che sono la fonte di buona parte della nostra umanità e sicuramente la fonte della condivisione.
Non abbiamo un critico sociale con un originalità e del calibro di Illich da parecchio di tempo. Venne istruito in modo classico e tuttavia varcò i confini disciplinari con facilità e rigore. Era sprezzante delle categorie politiche tradizionali e dell’ideologia, perché la sua critica veniva da un luogo molto più profondo, al di là della destra o della sinistra. Era appassionato, umano e sdegnato per i danni causati, dalla modernità e dall’economie, alla vita dello spirito, soprattutto se osservati da un punto di vista addentro alla tradizione cattolica.

Questo incontro, organizzato dal professor Sajay Samuel, è stata una meravigliosa riunione di ex colleghi, amici e ammiratori di Illich, così come un occasione per gli attivisti politici della Bay Area e per i cittadini, di riuscire a conoscere meglio Illich. Il governatore Jerry Brown, un amico di Illich dal 1970, ha fatto il discorso di apertura della conferenza e ha presenziato alle sessioni successive per ascoltare. Mi è stato detto che i nove discorsi tenuti durante la conferenza saranno eventualmente messi on-line, vi darò tutti gli aggiornamenti su quella promessa.

Nel frattempo, ecco il discorso che ho fatto ieri:


La Realizzazione Tranquilla delle idee di Ivan Illich nel Movimento Contemporaneo dei Beni Comuni

Sono qui oggi, come ambasciatore del movimento dei beni comuni – un movimento internazionale in crescita, di attivisti, pensatori, responsabili di progetti e di accademici che stanno tentando di costruire un mondo nuovo da zero. Non si tratta solo di politica e di abitudini. Si tratta di pratiche sociali e di progettazione di istituzioni sociali che ci aiutino a vivere come esseri umani intelligenti ed altruisti, in modi spiritualmente soddisfacenti.

Molti americani non hanno sentito parlare di beni comuni se non in relazione con la parola “tragedia”. Abbiamo tutti sentito parlare della famosa parabola tragedy of the commons [tragedia dei beni comuni] . Si ritiene che ogni risorsa condivisa divenga inevitabilmente sfruttata e compromessa. Considerato che il “meme della tragedia” è apparso in un famoso saggio 1968 di Garrett Hardin, ne consegue che è stato inculcato nella mente delle classi di laureandi in economia, sociologia e scienze politiche. Ha la funzione di un catechismo laico per propagandare le virtù della proprietà privata e dei cosiddetti mercati liberi.

Grazie alla calunnia della tragedia, la maggior parte delle persone non si rende conto che i beni comuni sono, in realtà, una storia di successo, che si tratta di un reperto resistente della storia umana, che sono un modo per gestire in maniera efficace le risorse condivise e che stanno alla base di un movimento politico e culturale che sta crescendo.

Negli ultimi quindici anni ho fatto parte di questo movimento, scrivendo libri, gestendo blog, organizzando conferenze, tenendo discorsi, scrivendo documenti di strategia, lavorando con dei collaboratori e cercando di raccogliere fondi. In questo viaggio, ho scoperto che i beni comuni contengono vasti mondi all’interno di altri mondi, la maggior parte dei quali sono invisibili agli esperti della politica addestrati ad Harvard, che dominano Washington, ed agli economisti neoliberali provenienti dalle grandi università.

I beni comuni sono infatti vivi e vegeti in innumerevoli manifestazioni. Essi comprendono milioni di comunità del software open source, che hanno creato Linux, e includono le infrastrutture che alimentano Internet; decine di migliaia di wikipediani che scrivono e modificano in più di 150 lingue, e scienziati e accademici che contribuiscono a più di 9.000 riviste scientifiche con libero accesso. Internet equivale ad una delle grandi infrastrutture di hosting per la creazione di beni comuni.

I beni comuni possono essere individuati nell’irrigazione collettiva in America Latina, nell’agricoltura degli ejidi in Messico, e nelle zone di pesca costiera al largo del Cile. I beni comuni son vivi e vegeti nei sistemi forestali comunitari in Nepal, nei sistemi di bilancio partecipativo in Brasile e nelle cooperative di stakeholder in Canada. I beni comuni funzionano davvero nelle comunità di seed-sharing [scambio dei semi] in India e nei giardini collettivi nelle città di tutto il mondo. Stanno alimentando il “consumo collaborativo” che consente alle persone di condividere le automobili, gli appartamenti e gli attrezzi. I beni comuni stanno,anche, al centro delle culture indigene.

Si potrebbe dire che i beni comuni costituiscono un grande ed invisibile settore dell’economia e della società umana. O come Illich avrebbe detto, i beni comuni sono la cultura vernacolare al lavoro. E ‘importante sottolineare che i beni comuni non sono una risorsa. Sono una risorsa, più una comunità, più le particolari regole e norme di quella comunità per la gestione della risorsa. Si potrebbe dire che i beni comuni sono un paradigma socio-ecologico-politico-culturale, e un modo di vedere il mondo.

Vorrei anche sottolineare che il movimento di beni comuni non è un progetto utopico o ideologico. Né si tratta di politica convenzionale o di politiche pubbliche. I beni comuni riguardano per lo più la costruzione di sistemi di lavoro per soddisfare i bisogni quotidiani rimanendo fuori dal mercato e dallo Stato. Sono di mentalità pratica e si basano sulla realtà. Nascono dalla società civile, un tipo di movimento fai-da-te, che si fa carico del proprio futuro. I cittadini comuni sono determinati ad aprire nuovi spazi sociali e politici in cui le persone possano porre le loro regole, negoziare la propria autorità, e costruire soluzioni artigianali che siano a misura delle circostanze locali.

Dovrebbe essere ovvio ormai, perché Ivan Illich fosse appassionato di beni comuni. Essi incarnano molti punti nevralgici delle sue preoccupazioni di ordine etico, ecologico e politico. Svolgo il ruolo di risposta paradigmatica, contrappunto, contro le patologie dei mercati moderni, il governo, la scienza e le grandi istituzioni. Lui capì come i beni comuni potessero favorire un modello differente di vita, più sano dal punto di vista spirituale … e, forse, come potrebbero provocare un nuovo tipo di lotta politica per riuscire a conseguirlo.

Si potrebbe dire che Illich era impegnato in una lotta lunga una vita, per trovare un nuovo vocabolario, un nuovo linguaggio e una nuova logica, che potessero esprimere come funzionino i beni comuni e perché siano importanti. Nel suo grande saggio, “Il silenzio come bene comune”, Illich spiegava:


Le persone chiamavano spazi comuni quelle parti di terreno per le quali il diritto ordinario esigeva specifiche forme di rispetto della comunità. Le persone chiamavano spazi comuni quelle parti di terreno che si trovavano oltre i loro confini e al di fuori dei loro beni, per le quali, tuttavia, avevano pretese di utilizzo, riconosciute non per produrre merci, ma per provvedere al sostentamento delle loro famiglie.

Stabilendo che i beni comuni fossero di solito non scritti, il diritto ordinario ha umanizzato l’ambiente. Era legge non scritta, non solo perché la gente non si curava di scriverlo, ma perché ciò che quella legge proteggeva, era una realtà troppo complessa per essere inserita in paragrafi.

Illich si avvicinò ai beni comuni non come sociologo o antropologo, o come un teorico od un economista in senso stretto. Parlava come una cristiano radicale alla ricercar di modi per materializzare il divino negli affari umani. Per tanto parlava come un vero essere umano: vivendo, respirando, appassionato, stravagante, presente, e non come un accademico d’élite racchiuso in una corazza di analisi astratte. Lui era davvero più di un analista. Fu un testimone ….. ed è proprio per questo che i suoi scritti vengono letti ancora oggi, perché siamo, tuttavia, pericolosamente invischiati e confusi da una cultura della modernità da cui non sembra esserci scampo.

Io penso che questa era la situazione dalla quale Illich sperava di liberare se stesso … e noi. E’ mia immodesto convinzione che i beni comuni offrano alcuni importanti percorsi per continuare l’opera di Illich. Mi piacerebbe esaminare come tante delle sue idee, vengano tranquillamente realizzate dal movimento dei beni comuni contemporaneo.

I beni comuni traggono la propria forza persistente da quello che Illich chiama il “vernacular domain”[dominio vernacolare], il regno della vita di tutti i giorni in cui le persone creano e concordano il proprio senso delle cose, come conoscere il mondo, come trovare le spiegazioni e la spiritualità, come gestire le risorse che amano e dalle quali dipendono. “La strada” si può chiamare dominio vernacolare. Come Trent Schroyer scrive nel suo libro, Beyond Western Economics [oltre l’economia occidentale]:

Lo spazio vernacolare è la sensibilità e il radicamento che emerge dal modellare il proprio spazio all’interno dell’organizzazione degli spazi comuni nello scambio locale-regionale. E’ il modo in cui la vita locale è stato condotta per gran parte della storia, e, tuttavia, lo è ancora in una quota significativa di comunità di sussistenza e orientate alla vita comunitaria. Lo spazio vernacolare è anche fondamentale per quei luoghi e spazi in cui le persone stanno lottando per raggiungere la rigenerazione e la ristrutturazione sociale, contrapponendosi alle forze della globalizzazione economica.

Purtroppo, il grande e non riconosciuto scandalo del nostro tempo è the enclosure [la delimitazione] di tali spazi. Il capitalismo moderno e le sue burocrazie sono determinati a distruggere i beni comuni e convertirli in mercati (ipoteticamente) razionali ed efficienti. L’ enclosure è il mezzo con cui convertire il collettivo nel privato; il soggettivo in oggettivo, ed il locale e particolare nel globale e universale. Questo processo rappresenta una profonda spoliazione della nostra umanità e della cultura vernacolare

In un famoso capitolo del suo libro Shadow Works [Lavoro ombra], Illich ha descritto come la Spagna, alla fine del quindicesimo secolo, divenne il primo stato-nazione a sviluppare una grammatica formale, un’artificiosa “lingua madre”, che tentò deliberatamente di cancellare la diversità delle lingue vernacolari a livello locale e regionale. Il potere aveva bisogno di consolidarsi e di difendere se stesso. Le diversità locali rappresentavano per il potere centralizzato, una minaccia che, se non grave, era, di sicuro, in agguato. Lo sviluppo di un dialetto formale del potere, era l’ardita soluzione.

Come scriveva Illich :


La dipendenza dall’insegnamento formale della lingua madre è il paradigma per tutte le altre dipendenze create in un’epoca in cui l’esistenza era caratterizzata dalle merci. Il quadro generale qui implicito è che ogni tentativo di sostituire un prodotto universale con un’attività vernacolare “ha portato, non all’uguaglianza, ma ad una modernizzazione gerarchica della povertà” …. Passo dopo passo la guerra contro la sussistenza ha fatto diventare merce, ciò che era essenziale per le comunità esistenti, e in ogni caso ha portato a nuove gerarchie e nuove forme di dominazione.

Così iniziò la guerra contro la sussistenza. (Sussistenza deve essere intesa non come mera e brutale sopravvivenza, ma come una vita sostenibile al di fuori del sistema di mercato.) Proprio come la Chiesa Cattolica ha proceduto a monopolizzare, irregimentare e istituzionalizzare il regno di ciò che è spirituale, insistendo sul fatto che i sacerdoti professionali e le strutture della Chiesa sono necessari per raggiungere la salvezza, così anche lo Stato ha cominciato a vedere i vantaggi della colonizzazione della vita vernacolare. E questo, detto in maniera brutale, è la storia del diciannovesimo e ventesimo secolo (e continua oggi, ovviamente).

Il punto dell’enclosure è di minare la nostra sovranità, di persone intelligenti capaci di autodeterminazione. Il punto dell’enclosure è di toglierci le capacità. Il punto è quello di togliere l’infrastruttura e gli strumenti di cui abbiamo bisogno per emanciparci. Il punto è quello di denigrare il vernacolare e ciò che è collettivo, e di spostare l’attenzione e la fedeltà all’artificiosa lingua madre del Potere: un progetto ormai diretto da quello che io chiamo lo “Stato/mercato”.

L’enclosure non è un’astrazione. E’ il grande, flagello non riconosciuto del nostro tempo. Illich parlava di una enclosure profonda nella sua terra natale, la Dalmazia, quando venne introdotto l’altoparlante elettronico. “Fino a quel giorno”, disse, “tutti gli uomini e le donne avevano parlato con voci più o meno potenti allo stesso modo. Da quel momento in poi, questo sarebbe cambiato. Da quel momento in poi l’accesso al microfono avrebbe determinato quale voce sarebbe stata amplificata. Il silenzio ora aveva cessato di essere un bene comune, era diventato una risorsa per la quale gli altoparlanti erano in competizione. Il linguaggio stesso è stato trasformato in tal modo, da bene comune locale in una risorsa nazionale per la comunicazione …. A meno che tu non abbia accesso ad un altoparlante, ora sei messo a tacere”.

L’esempio classico dell’enclosure è la collusione tra l’aristocrazia inglese e il Parlamento nel misurare i pascoli dei villaggi, foreste e terreni agricoli, al fine di trasformarli in risorse di mercato. I cittadini comuni furono spinti verso le città per diventare mendicanti, abitanti delle baraccopoli e schiavi sfruttati del salario … personaggi di un romanzo di Charles Dickens.

Questo è più o meno quello che sta accadendo oggi in Africa e in parti dell’America Latina e dell’Asia. Gli investitori internazionali e i governi nazionali stanno comprando terreni agricoli e foreste su vasta scala, a prezzi scontati, in collusione con i governi ospitanti. Comunità tradizionali che hanno coltivato e raccolto il proprio cibo per generazioni, per abitudine (ah, ma senza titoli di proprietà!) vengono scacciati dalle loro terre in modo che le grandi imprese multinazionali e gli investitori possano impossessarsene. E’ un obiettivo fondamentale dei governi nazionali, al fine di garantire un vantaggio geo-politico, nutrire le loro popolazioni a spese di un’altra nazione, oppure semplicemente lasciare la terra incolta e fare una strage speculativa.

I mercati globalizzati di oggi stanno conducendo innumerevoli enclosures, privatizzando e mercificando tutto con qualche straccio di valore commerciale:

• Aziende biotecnologiche ed università ora possiedono un quinto del genoma umano. Nonostante la Corte Suprema degli Stati Uniti abbia recentemente attaccato i brevetti sui geni umani, le società biotech restano idonei a brevettare molte altre forme di vita.

• Gli algoritmi matematici possono ora essere posseduti se sono incorporati in un software e sono presumibilmente funzionali ad nuova attività commerciale.

• McDonald chiede che sia riconosciuto un marchio di fabbrica nel prefisso “Mc”, in modo che non sia possibile chiamare un ristorante McSushi o McVegan o un albergo McSleep.

• L’American music licensing body ASCAP, una volta ha chiesto che centinaia di campi estivi per ragazzi e ragazze pagassero una copertura della “licenza di esecuzione”, per cantare canzoni protette da copyright attorno al fuoco. Questi non sono casi eccezionali, intendiamoci.

• Un settore nascente della nano-tecnologia sta sviluppando forme sintetiche di materia di base che “migliorino” la natura, per poi sostituire la materia naturale con la nano-materia di proprietà. Questo imita la strategia sviluppata da Monsanto, di utilizzare gli OGM per scalzare i semi naturali, imita le società di imbottigliamento multinazionali che hanno fatto dell’acqua di marca e brevettata un’alternativa “superiore” alla normale (e meno costosa) acqua di rubinetto – e poi la fanno pagare 100 volte di più.

• Le forme più banali d’esperienza quotidiana sono ora colonizzate da aziende tech che parlano apertamente di “experience design”, un concetto reso possibile dal wearable computing [computer indossabili], dalle reti basate su sensori, dall’ascesa di Big Data e nuovi tipi di analisi dei dati che stanno rendendo possibile la “predictive inference” [conclusione preveggente], come la chiamano loro.

Mi sono appena addentrato nella vasta gamma di enclosures che sono in corso oggi, ma vorrei anche solo fare riferimento ad un paio di altri importanti settori: l’atmosfera, gli oceani, la ricerca sui farmaci finanziata dai contribuenti, Internet come un’infrastruttura aperta e condivisa, spazi pubblici in città, autostrade pubbliche, carceri, aeroporti.

Ricordate: il senso dell’enclosure è quello di convertire una risorsa condivisa dalla comunità in un bene commercializzabile, in modo che possa essere di proprietà privata e venduta sul mercato. La generosità e la simbiosi all’interno delle comunità vernacolari devono essere sostituiti da un’etica di estremo individualismo e consumismo. Alla fine, le enclosures servono a imporre gerarchie, celebrando la disuguaglianza e la ridefinizione dello “sviluppo” come crescita del mercato.

Ora, è importante ricordare che Illich non era un reazionario. Non voleva tornare a una tempo pre-moderno. Voleva solo tenersi stretto a molte pratiche umane senza tempo ed aspirazioni. Come scrisse: “Non oppongo società orientate alla crescita con altre in cui la sussistenza tradizionale è costruita sulle immemorabili e culturali trasmissioni di modelli. Tale scelta non esiste. Aspirazioni di questo tipo sarebbero sentimentali e distruttive”.

Per Illich quello che contava di più era “garantire uno spazio politico o partecipativo per forme di governo ….” La gente comune ha bisogno di avere gli strumenti per determinare il proprio futuro, indipendentemente da istituzioni e professioni d’élite.

Fortunatamente, questo è ciò che i beni comuni forniscono. Sono uno strumento sistematico per realizzare una “ricostruzione conviviale”, come Illich avrebbe detto. Gli spazi comuni ci danno un modo per ri-immaginare la produzione, il governo, l’economia e la cultura in un unico pacchetto integrato. Essi forniscono un’impalcatura perché si possa co-immaginare e poi co-inventare una diversa visione dell’umanità … una visione abbastanza in contrasto con quella spacciata da Washington, DC, Madison Avenue e Wall Street.

L’obbiettivo di Illich era avere il coraggio di essere un pariah (un persistente, schietto, provocatorio, ma tuttavia istruito pariah) nel portare avanti le idee che erano così un anatema per la politica tradizionale, l’economia e la cultura. Solo che gli capitò di essere più avanti del suo tempo. La mia teoria preferita è che abbiamo avuto bisogno di sperimentare gli ultimi trent’anni di neoliberismo, a partire da Reagan e dalla Thatcher, per capire la vera barbarie del sistema.

La buona notizia è che molte, molte persone in tutto il mondo scelgono sempre più di auto designarsi come pariah, come dissidenti del paesaggio incantato e della modernità. Basta guardare Piazza Tahrir e Gezi Park, gli Indignados in Spagna, il movimento Occupy, i manifestanti ad Atene e nel Regno Unito, e molti altri, per capire che le fantasie neoliberali a proposito di un progresso fatto di crescita materiale e consumi, stanno andando in pezzi. Anche se l’homo economicus ( individuo razionale che cerca di ottenere il massimo vantaggio, come ci definiscono gli economisti) viene ora rappresentato come una finzione grottesca, le nostre istituzioni sociali persistono nel trattarci come dei robot economici e delle categorie demografiche. Si rifiutano di onorare le nostre diverse identità sociali, i nostri impegni locali, i nostri bisogni spirituali, i nostri desideri di sacrificarci per il bene comune e le generazioni future.

Eppure eccoci qui: un fiorente movimento di gente comune. Dal software, ai parchi urbani, alla tutela etno-botanica, il movimento sta costruendo una infrastruttura globale e tentacolare di progetti e sottoculture. Si compone di un numero sorprendente di tribù transnazionali che stanno iniziando ad incontrarsi le une con le altre.

Un breve elenco comprende: il Solidarity Economy movement [movimento dell’economia solidale], il movimento Transition Town, attivisti alterglobalization, attivisti dell’acqua che tentano di impedire la privatizzazione dell’acqua, il Landless Workers Movement/Via Campesino [Movimento dei Senza Terra / Via Campesina], gli hacker del software libero e del software open source, i milioni di utenti di licenze Creative Commons, la nazione digitale dei Wikipediani, il movimento open educational resources [ OER, risorse educative aperte] che sta facendo libri di testo aperti e piani di studio condivisibile, il movimento P2P urbanism, il global gift economy noto come CouchSurfing, il movimento Slow Food, l’agricoltura sostenuta dalla comunità, il movimento della permaculture, i Partiti Pirata in Europa, e molti altri.

Nonostante ciascuno di questi movimenti potrebbe o no, abbracciare il discorso dei beni comuni, le loro pratiche sociali incarnano i valori fondamentali dei beni comuni: la partecipazione, l’inclusività, l’equità, il controllo dal basso verso l’alto, l’innovazione su base comunitaria, la responsabilità. Tutti cercano di combinare la produzione, il consumo e l’autorità, in un paradigma integrato di cambiamento, che autorizza la cultura vernacolare a prendere il controllo delle proprie risorse e della propria cultura. Per molti di questi sforzi è stato tracciato un profilo in una raccolta di saggi intitolata The Wealth of Commons, che ho curato insieme a Silke Helfrich (disponibile presso www.wealthofthecommons.org).

C’è una buona ragione per cui la lotta per riconoscere e proteggere i beni comuni è così difficile. I beni comuni sfidano alcune categorie strutturali profonde della fede e della vita istituzionale. Il movimento dei beni comuni cerca di riconfigurare molte delle dualità inserite nel nostro tempo: Stato e mercato; pubblici e privati; oggettivo e soggettivo, l’universale e il locale. La cultura vernacolare è così temuta, perché minaccia di interrompere la lingua madre del capitalismo neoliberale.

Questo aiuta a spiegare perché due dei principali libri di testo di economia americani, scritti da Samuelson & Nordhaus e da Stiglitz & Walsh, non facciano alcuna menzione dei beni comuni se non come una “tragedia” … nonostante si stimi che due miliardi di persone nel mondo dipendano da beni comuni di sussistenza come le foreste, le aree di pesca, i campi agricoli, e così via, per soddisfare le loro esigenze quotidiane. Gli analisti dell’economia neoliberale e quelli politici, letteralmente, non possono vedere i beni comuni!

Dougald Hine, scrivendo sulla rivista STIR (una magnifica rivista del Regno Unito che si concentra sulle alternative basate sui beni comuni e quelle amministrate dalla comunità) suggerisce che i beni comuni stanno guadagnando slancio, perché molte persone in tutto il mondo credono che “riporre speranza nel governo, oggi è la scelta più utopica di tutte”. E continua:

In questo vuoto, i beni comuni si pongono come alternativa sia al pubblico che al privato. Mi trovo a voler sottolineare ulteriormente questo aspetto, per dire che indica una rottura storica significativa, in almeno due sensi: una rottura del quadro politico, come un tiro alla fune tra le forze di stato e di mercato; e il fallimento del progetto del pubblico, cioè la promessa della modernità liberale di costruire uno spazio neutro, in cui avremmo potuto incontrare l’altro, come individui con alcuni diritti universali. Quest’ultimo punto è particolarmente scomodo … poiché molte delle nostre idee di giustizia sociale si fondano su questa struttura. Eppure è vero che l’aumento dei beni comuni rifletta il fallimento del pubblico, ciò che non è chiaro è che possiamo semplicemente sperare di prendere in prestito le sue ipotesi.

Una politica che ha abbandonato il pubblico, potrebbe giustamente essere definita una politica post-moderna. Abbiamo già visto la forma cinica di una tale politica nelle mani di Bush, Blair e Berlusconi; la dipendenza dal controllo della narrazione, il disprezzo per la “comunità basata sulla realtà”. Davanti a questo, gli appelli ai valori pubblici più vecchi sembrano tristemente nostalgici ….. l’attrazione dei beni comuni, quindi, può essere giustificata dal fatto che essi promettano l’emergere di una forma non cinica di politica post-moderna.

Ma anche questa promessa esige che noi si abbia a che fare con le carenti ed ingannevoli categorie di pensiero della classe politica liberale, che è troppo concentrata sull’individuo, la razionalità e la concorrenza per capire l’ontologia dei beni comuni ed il tipo di società che essa implica. Un mio amico, tedesco teorico biologo ed eco-filosofo Andreas Weber sostiene che abbiamo bisogno di tentare un upgrade alla nostra visione del mondo. Lui lo chiama Enlightenment 2.0 [Illuminismo 2,0], o più precisamente, la Enlivenment.

Come scienziato, Weber critica i tradizionali punti di vista della biologia e dell’evoluzione, perché sono prigionieri delle categorie riduzioniste del pensiero e della logica. Essi considerano gli organismi viventi come meri automi che rispondono a differenti ed impersonali forze esterne. Si rifiutano di vedere che gli esseri viventi sono intrinsecamente creativi, organismi che hanno un senso, la cui soggettività e “coscienza” sono importanti. Weber sostiene che la nostra soggettività è davvero una parte indispensabile dell’evoluzione biologica.

E ‘del tutto appropriato per le scienze biologiche, cominciare a chiedere: “Per che cosa viviamo? Quali sono i nostri bisogni interiori come creature viventi? Che rapporti abbiamo, o dovremmo avere, con l’ordine naturale?” Questa nuova branca di scienza sarebbe una “scienza in prima persona” che mostra “l’oggettività poetica.”

Cito un saggio di Weber sulla Enlivenment perché parla alle patologie istituzionali del nostro tempo e al ruolo che i beni comuni possono svolgere per assicurare l’avvento del Enlivenment. I beni comuni ci aiutano a sfidare la “visione bioeconomica del mondo” che unisce il darwinismo e l’economia di libero mercato, e sostiene che la vita sia tutta basata sugli individui, la concorrenza, l’efficienza e la crescita.

Questa prospettiva è assolutamente sbagliata per una questione di scienza, sostiene Weber. La natura non è efficiente. La biosfera non è in crescita. Non esistono diritti di proprietà all’interno dei sistemi naturali. La concorrenza generalmente non produrre nuove specie. Non c’è scarsità in natura e neppure biodiversità all’interno dei limiti naturali. Weber delinea una diversa interpretazione empirica dei sistemi biologici, e scopre che si tratta d’interdipendenze e di cooperazione. Il nostro bisogno di creare significato – un biosemotics – è infatti una forza potente in evoluzione, dice Weber, che ci aiuta a onorare il ruolo della vita stessa in qualità di realtà biologica.

Da questo punto di vista, siamo in grado di vedere i beni comuni come un nuovo / vecchio organismo sociale ed un metabolismo per onorare la vita e il nostro bisogno di un senso. Si tratta di una differente specie di autorità. Si decentra il potere e s’invita alla partecipazione. Le persone sono libere di contribuire con la loro creatività su una scala orizzontale e decentrata. Non hanno bisogno di rimanere supplici d’élite che gestiscono grandi istituzioni gerarchiche, guidate da esperti. Non hanno bisogno di restare consumatori disimpegnati o cittadini alienati, nella cieca speranza che qualche leader carismatico o agenzia governativa o azienda possa risolvere i loro problemi. Loro non lo faranno.

L’uso dei beni comuni consente alle persone di diventare protagonisti della propria vita, e controllare le proprie risorse, il che produce immense soddisfazioni e gioia, per non parlare della produzione sostenibile. Si potrebbe dire che si tratta di un percorso verso l’ Enlivenment.


Nonostante Ivan Illich avrebbe sicuramente contestato molti aspetti del movimento di beni comuni, perchè insufficientemente trasformativi, o perchè fallimentari nell’incarnare lo spirito giusto o per avere aspetti retrogradi, penso ad Internet; mi piace pensare che lui avrebbe, in generale, sorriso a questo insieme eterogeneo di comunità vernacolari che lottano per trovare la loro via d’uscita dalla crisi dei tempi moderni. Le idee di Illich rimangono fari importanti per averci guidato in avanti, ed i beni comuni forniscono un veicolo socio-politico con grandi potenzialità.

David Bollier

Fonte: http://bollier.org/
Link: http://bollier.org/blog/quiet-realization-ivan-illichs-ideas-contemporary-commons-movement
8.08.2013

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ANDROMEDA NURELF

Pubblicato da Davide

  • Servus

    Ottimo articolo e ottimi i concetti che porta avanti: the commons (i beni comuni), the enclosures (la chiusura e rapina dei beni comuni).

    Stona solo e molto la frase “Abbiamo già visto la forma cinica di una tale politica nelle mani di Bush, Blair e Berlusconi”: non mi sembra che Berlusconi abbia portato avanti una politica diversa o peggiore di Prodi, Monti, Letta sui beni comuni, anzi, ma forse è lì solo per fare tre B !

  • Primadellesabbie

    Il punto di riferimento individuato nei beni comuni, e quindi in una soggetto storico rinvenibile ovunque sotto diverse forme, mi sembra molto interessante.

    Dispensa generosamente osservazioni stimolanti, come anche questi due periodi:

    Come scriveva Illich : 
 La dipendenza dall’insegnamento formale della lingua madre è il paradigma per tutte le altre dipendenze create in un’epoca, in cui l’esistenza era caratterizzata dalle merci. Il quadro generale qui implicito è che ogni tentativo di sostituire un prodotto universale con un’attività vernacolare “ha portato, non all’uguaglianza, ma ad una modernizzazione gerarchica della povertà” …. Passo dopo passo la guerra contro la sussistenza ha fatto diventare merce, ciò che era essenziale per le comunità esistenti, e in ogni caso ha portato a nuove gerarchie e nuove forme di dominazione.

    Così iniziò la guerra contro la sussistenza. (Sussistenza deve essere intesa non come mera e brutale sopravvivenza, ma come una vita sostenibile al di fuori del sistema di mercato.) Proprio come la Chiesa Cattolica ha proceduto a monopolizzare, irregimentare e istituzionalizzare il regno di ciò che è spirituale, insistendo sul fatto che i sacerdoti professionali e le strutture della Chiesa sono necessari per raggiungere la salvezza, così anche lo Stato ha cominciato a vedere i vantaggi della colonizzazione della vita vernacolare. E questo, detto in maniera brutale, è la storia del diciannovesimo e ventesimo secolo(e continua oggi, ovviamente).