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IL TRACOLLO DELLO SHALE-OIL CALIFORNIANO – IL CASO DEI 13 MILIARDI DI BARILI CHE NON SI TROVANO PIU’

DI RICHARD HEINBERG

commondreams.org

Aaron Kent, un operatore della rete fissa della “Canary”, lavora ad una pompa della slick-line che trasporta il petrolio estratto dai giacimenti vicini a Bakersfield.

La Contea di Kern ha visto sviluppare una lunga serie di attività, conseguenza del possibile sviluppo del giacimento “Monterey Shale” [Al Seib, Los Angeles Times].

Nel 2011 la EIA [Energy Information Administration], facente parte del “Department of Energy” degli Stati Uniti, ha commissionato uno studio alla INTEK Inc., una società di consulenza con sede in Virginia, per stimare la quantità di shale-oil [petrolio ricavato da scisti argillosi] che si sarebbe potuto recuperare dal giacimento “Monterey Shale” in California.

Considerando di quanto stava crescendo la produzione di shale-oil in North Dakota e nel Texas del sud, alle piccole società di perforazione stava venendo l’acquolina in bocca [salivazione ben notata dai potenziali investitori], pensando a questa potenziale miniera d’oro, persino più grande di quella dei tempi del Golden State [corsa all’oro del 1848 in California, ndt].

La INTEK ha prodotto una relazione un po’ opaca [apparentemente, una mera presentazione riservata agli investitori del settore petrolifero], che suggeriva di come il giacimento “Monterey” potesse produrre 15,4 miliardi di barili – il 64% delle quantità totali delle riserve di shale-oil stimate per gli altri 48 Stati più in basso nella classifica [delle riserve possedute].
L’EIA ha pubblicato questo numero come se fosse una stima propria, e la USC [University of Southern California], conseguentemente, ha utilizzato i 15,4 miliardi di barili come dato di base per uno studio economico, che sosteneva di come in California si sarebbero potuti creare 2,8 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2020 [e 24,6 miliardi di Dollari l’anno di entrate fiscali supplementari], se le riserve di Monterey fossero state “sviluppate” [sfruttandole, ad esempio, il più rapidamente possibile].

Noi del “Post Carbon Institute” di Santa Rosa siamo stati fin da subito piuttosto scettici sulla relazione EIA/INTEK e sul report della USC. Nel 2013 David Hughes, membro del nostro Istituto, ha prodotto uno studio molto approfondito [co-pubblicato da noi e dal “Physicians Scientists & Engineers for Healthy Energy], che ha esaminato la struttura geologica del “Monterey” e lo status degli attuali progetti per la produzione di petrolio.

Hughes ha scoperto che molti aspetti-chiave del giacimento “Monterey” si differenziano da quelli del North Dakota e del Texas, e che la produzione corrente dei pozzi idro-fratturati mostrano una produttività molto più bassa, rispetto a quella ipotizzata nel rapporto EIA/INTEK.

Hughes ha concluso che “i californiani farebbero bene ad evitare di pensare al giacimento “Monterey Shale” come alla panacea dei problemi economici ed energetici dello Stato”.

Il 21 Maggio, il “Los Angeles Times” ha riferito che “l’Autorità Federale per l’Energia ha ridotto del 96% la quantità di petrolio che si stima possa essere recuperato dal giacimento “Monterey Shale”, sgonfiando il suo potenziale di ‘miniera d’oro nero’ degli Stati Uniti”.

La EIA aveva già ridotto la stima sulle riserve tecnicamente recuperabili dal “Monterey” da 15,4 a 13,7 miliardi di barili. Ora la sta riducendo ad un misero 0,6 miliardi di barili.

Cos’è successo a tutti quei miliardi di barili di petrolio? Si trovano ancora lì, naturalmente. L’articolo del Los Angeles Times cita la risposta che ha dato Tupper Hull, portavoce della Western States Petroleum Association: “Abbiamo molta fiducia nell’intelligenza e nell’abilità dei nostri ingegneri e geologi, per riuscire a trovare delle adeguate metodologie d’estrazione … le tecnologie possono migliorare, ed i tassi di produzione, conseguentemente, potrebbero cambiare radicalmente”.

Le tecnologie, tuttavia, sono piuttosto costose. L’attuale boom del petrolio di scisto in North Dakota e nel Texas non avrebbe avuto luogo al di fuori di un contesto di prezzi record del petrolio. Ma anche con il petrolio a 100 Dollari al barile, la EIA pensa che solo una piccola parte delle risorse petrolifere del giacimento “Monterey” possa essere prodotta con profitto.

Magari con il petrolio a 150 o 200 Dollari al barile questa percentuale potrebbe cambiare. Ma qual’è il prezzo del petrolio che l’economia americana può sopportare prima di cadere in recessione? L’evidenza suggerisce che già ad un prezzo di 100 dollari al barile il petrolio frena l’espansione economica.

La nuova stima dell’EIA è una benvenuta nota di realismo nel dibattito sul’energia californiana, che aveva virato verso l’esagerazione e le illusioni. Possiamo ora cominciare una discussione ragionata sul nostro futuro energetico? Siamo molto in ritardo, ma meglio tardi che mai.

Richard Heinberg

Fonte: www.commondreams.org

Link: http://www.commondreams.org/view/2014/05/22-1

22.10.2014

Scelto e tradotto per www.comeonchisciotte.org da FRANCO

Pubblicato da Davide

  • alvise

    Piove sempre sul bagnato. Il North Dakota ha una propria BC, quindi teoricamente stanno meglio di alcuni loro connazionali, ora anche lo Shale. In italia non abbiamo terreni con scisti argillosi ed avere il nostro Shale?

  • Servus

    I 13 miliardi di barili che non ci sono sono quelli che Obama vuole vendere all’Europa, al posto di quelli russi, che ci sono.