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IL TOTALITARISMO PALMARE. O DELL'ILLUSIONE DEL PROGRESSO TECNOLOGICO

DI EDUARDO ZARELLI
ilribelle.com

Consapevoli o meno, persuasi o critici, siamo tutti coinvolti nel passaggio onnipervasivo della rivoluzione digitale tecnologica. Basta soffermarsi un attimo a considerare le implicazioni del telefono cellulare palmare in mano ai più, a partire dagli adolescenti, per rendersi conto del mutamento antropologico indotto dalla tecnica e delle sue ricadute totalizzanti.

I cantori del progresso si sono spinti a evocare la valenza determinante di questi strumenti di comunicazione per l’emancipazione delle masse mondiali sul modello occidentale liberal-democratico.Tutti ricorderanno – ad esempio – i commenti entusiasti degli opinionisti sulla cosiddetta “primavera araba” levitata dai “social network”. In realtà, le cose sono andate ben diversamente dalle previsioni interessate dei redentori del progresso altrui, ma anche per questo è interessante provare a descrivere le dinamiche totalitarie della modernità per mezzo del determinismo tecnologico.

Oggetto delle più riuscite narrazioni distopiche contemporanee – si pensi al manifesto dell’iperdemocrazia di Gianroberto Casaleggio – quello che caratterizza nella realtà la presente rivoluzione digitale è il fatto che i consumatori non si ritengono semplici fruitori, semplici beneficiari, ma attori in prima persona, protagonisti del progresso, cioè dello “spirito del tempo”; la sentono e la vivono come cosa propria, creata, esercitata e voluta da loro.

Evidentemente, le cose non stanno così; tutte le proprietà che vengono assegnate a Internet sono a loro volta discutibili e di segno opposto. Su tutte, la trasparenza; solo per fare un esempio tratto dalla cronaca, nell’era dello scandalo NSA la trasparenza è quella dei governati nei confronti dei governanti, o viceversa? Eppure, ai “consumatori”, la trasformazione della personalità in alienazione fa apparire il fenomeno come aderente a un’individuale libertà di scelta nel mercato che, siccome appartiene a loro, è per definizione buona. 

Anche l’evocata democrazia diretta esige un confronto diretto nello spazio pubblico. Gli internauti possono pure connettersi fra loro a milioni, ma restano nella sfera dell’atomismo minimalista del privato. Facebook dà l’illusione di avere degli “amici”, ma non è diventando dipendenti da una tastiera che si rimedia alla scomparsa del legame sociale; eppure chiunque manifesti perplessità o esprima critiche si oppone all’affermazione del bene, viene cioè emarginato come regressivo, reazionario, illiberale, antimoderno. Siccome è “buona”, prima arriva e prima trionfa in ogni dove, meglio è; siccome appartiene ai consumatori, cioè a tutti, ed è “buona”, è anche “democratica”; di più: è la Democrazia. Anzi la vera, l’unica democrazia “obbligatoria”.

Ma perché mai la rivoluzione digitale è così popolare, così affettuosamente partecipata e condivisa? Vi sono due risposte, una di superficie e una profonda. Quella di superficie è la gratificazione che essa regala, la più grande, il senso di onnipotenza: in un oggetto che sta in mano c’è tutto l’immaginabile, tutto lo scibile, in forma relazionale ludica aperta, senza sacrificio. La seconda risposta, la più profonda, è anche più sottile; ha a che vedere con il suo carattere libertario, il suo non essere impositiva, autoritaria, il suo mettersi al servizio di una visione generica, indifferenziata e massificata di “umanità”. La sua orizzontalità giovanilistica è contrapposta alla verticalità gerarchica e tradizionalista. La rivoluzione digitale non è una cosa specifica e non impone contenuti particolari; è informe, muliebre, ammiccante, per connettere tutti con tutti, in un mondo in cui non vi sono più emittenti e destinatari, ma pari che si informano e comunicano con altri pari, in una singolare e definitiva realizzazione utopica della libertà, dell’eguaglianza e della fraternità. Più di ogni altra rivoluzione tecnologica, quella digitale ha una portata ideologica immensa, nell’imporsi della modernità. Non a caso, è un passo determinante nell’incedere dell’affermazione della “forma-capitale”, tanto nella smaterializzazione dell’economia quanto nel dominio della finanziarizzazione. Nel giubilo liberistico imperante, si è realizzata negli ultimi anni la più rapida e massiccia concentrazione di capitale che la storia ricordi. Una corporation come Apple nel 2012 ha messo insieme circa 156 miliardi di dollari di ricavi e 46 di utili; Google, sempre nel 2012, ha avuto 50 miliardi di ricavi e 11 di utili.

Scriveva Herbert Marcuse che «La società industriale contemporanea tende a essere totalitaria. Il termine “totalitario”, infatti, non si applica soltanto a un’organizzazione politico terroristica della società, ma anche a un’organizzazione economico-tecnica non terroristica che opera mediante la manipolazione dei bisogni da parte di interessi costituiti». E come non riconoscere la metamorfosi totalitaria, nelle contraddizioni e nelle ingiustizie delle società liberali? Come ogni totalitarismo, si impongono come il solo sistema universalmente possibile. L’uomo è ridotto alla condizione di oggetto, i cittadini vengono trasformati in consumatori, l’economia ha il sopravvento sulla politica, la pubblicità prende il posto della propaganda; il conformismo assume la forma del pensiero unico dell’ideologia dei “diritti umani”. 

Le società liberali riducono insomma l’uomo in servitù, ma lo fanno in una forma nuova, attraverso la persuasione e il condizionamento invece che con la violenza brutale: l’uomo si trova privato dolcemente, e persino con il proprio assenso, della sua umanità.

Il problema è proprio questo: la comodità, il benessere e la sicurezza sono stati realmente accresciuti, ma, contemporaneamente, è cresciuta anche una serie di effetti negativi insiti, ineliminabili, che hanno reso la nostra vita più difficile, più angosciosa e priva di significato.

Tutto nasce dalla grande illusione e dal grande inganno dell’Illuminismo, cioè che il benessere edonistico sia sinonimo di felicità; che il progresso porterà a tutti benessere e felicità; che la ragione, la ragione strumentale, metterà in moto la ruota del progresso; eppure anche un adolescente alle prese con il suo smartphone avverte inconsciamente che la tecnica ha preso il sopravvento, e che non sono le macchine a essere al servizio dell’uomo, ma è l’uomo a essere sempre più funzione delle macchine. 

Gli impianti industriali non si possono mai spegnere, devono restare attivi di giorno e di notte, ed ecco i tecnici e gli operai adeguarsi ai ritmi e ai tempi della macchina, sobbarcarsi turni di lavoro notturno e diurno, spezzando i propri ritmi naturali e sconvolgendo il proprio orologio biologico. È solo un esempio, e dei più semplici, ma sono tecnica anche la fecondazione artificiale, la manipolazione genetica, la clonazione di esseri viventi; tecnica è anche la creazione di elaboratori elettronici talmente raffinati da potersi agevolmente sostituire all’uomo in quasi tutte le sue funzioni operanti, per quanto inconsapevoli. La tecnica ormai può creare macchine perfettamente simili a un essere umano o programmare esseri umani (e animali) molto, ma molto simili a macchine: il confine tra la macchina e il vivente, tra la macchina e il pensante, diviene incerto, ambiguo, sfumato; si costruiscono macchine sempre più potenti, in tutti i campi, talvolta senza sapere esattamente a cosa serviranno, oppure perfino augurandosi di non dovervi mai fare ricorso. Tale è la condizione dell’uomo contemporaneo. In questa situazione, ha ancora senso parlare di umanesimo? 

Eppure, bisogna mettere in chiaro una cosa: non è che un tempo c’era l’umanesimo e oggi c’è la tecno-scienza dilagante. La tecno-scienza non è la negazione dell’umanesimo, è la sua diretta prosecuzione; i suoi presupposti, intellettuali e spirituali, risiedono tutti in esso: niente vi è stato aggiunto, che non fosse già nelle premesse. 

Se vi è stato un errore, non è stato commesso negli ultimi decenni o negli ultimi due o tre secoli, bensì molto prima: è stato commesso quando l’uomo – in tempi e luoghi diversi, e comunque, fino a due o tre generazioni fa, quasi nel solo Occidente – ha ritenuto di farsi misura di tutte le cose, di potere trovare in se stesso tutte le risposte, di essere il padrone e il signore onnipotente del mondo. 

L’assiologia industriale si basa sulla convinzione che l’uomo possa dominare la natura grazie alle sue facoltà razionali, ma esiste una profonda differenza fra razionalità e ragione (logos), che concettualmente rimanda all’intelligenza noetica, intuitiva. La razionalità è solo una componente dell’intelligenza umana, riflesso, quest’ultima, di qualcosa di più vasto e più alto, che permea la vita in ogni sua manifestazione. È attraverso l’intelligenza che l’uomo comprende oggettivamente la dimensione del sacro, percepisce l’essere. Parte essenziale dell’intelligenza umana è la sensibilità (o empatia), facoltà che ci permette di ritrovarci consapevolmente in sintonia con i ritmi profondi della natura e di intuire ciò che non può essere razionalmente spiegato. 

La dimensione olistica dell’aggregarsi, in cui ognuno si riconosce come parte di qualcosa di più vasto e partecipa alla trama della vita nella sua interezza: fatta di modelli, archetipi e simboli, da un lato; di cicli, suono e ritmi, dall’altro. La razionalità, invece, è la capacità di elaborazione logico-matematica e di previsione a partire dai dati acquisiti con l’esperienza; è espressione parziale dell’individuo ed è determinata da una serie di condizionamenti, fra cui spicca quello sociale in una prospettiva unilaterale antropocentrica. L’averla elevata al rango di unica guida dell’attività umana comporta uno squilibrio, dovuto alla razionalizzazione che si cristallizza nel potere della sopraffazione: l’artificiale sul naturale, il materiale sullo spirituale, i “progrediti” sugli “arretrati”. Essenza operativa della razionalizzazione è l’esito strumentale della tecnologia. 

Il movimento meccanico è privo di vita, rigido; affermandosi, annulla il ritmo metrico e si fa meccanica, regolata dal tempo diacronico, lineare, morto. Ogni pausa della meccanica risveglia nell’uomo, organizzato tecnicamente, il sentimento del vuoto, insopportabile disagio cui egli cerca di sfuggire tramite l’esasperazione del movimento, della velocità, dell’oltrepassare il limite. 

Lo strumentalismo tecnologico, inoltre, è un funzionalismo. Pensare funzionalmente significa assoggettare l’uomo a un sistema di funzioni, e di conseguenza trasformarlo in un sistema di funzioni. Tale paradigma scientifico-culturale coincide con il progresso tecnologico, che ha bisogno di un’organizzazione di massa e di una meccanizzazione del lavoro che perseguano un automatismo perfetto. Tanto più completa è l’organizzazione tecnica in cui l’uomo è inserito, tanto più essa si risolve in un semplice svolgimento di funzioni. Più la meccanizzazione del lavoro tende all’automatismo, più è sicuro il ruolo che la funzione svolge. Cosa distingue, infatti, l’automa da una macchina che funziona autonomamente? 

Nel bisogno di sicurezza, che non indietreggia davanti ad alcun atto di sottomissione, l’uomo che vive nell’organizzazione tecnica manifesta tutta la sua debolezza, il suo stato di necessità, la sua instabilità, il suo isolamento. Con il perfezionarsi della tecnica, aumenta il bisogno di sicurezza in modo direttamente proporzionale alle minacce, sempre più avvertibili e ingovernabili, perché l’uomo alla ricerca delle certezze confortevoli del benessere materiale sempre più assapora i veleni del regresso, evocato dai suoi stessi sforzi di soggiogare le forze elementari. 

L’illusione ultima del progresso tecnologico è dunque il raggiungimento di uno stato di perfezione, perché il movimento infinito, che esso presuppone linearmente, all’infinito si annulla. Quel nulla è la realizzazione planetaria di un meccanismo autoreferenziale, inanimato, raggiungibile praticamente, ma non sostenibile antropologicamente e spiritualmente. 

La forza di Prometeo è nella rivalsa, egli vuole scalzare Zeus e farsi signore di un esistente a sua immagine e potenza. La razionalizzazione tecnologica è spiritualmente cieca, socialmente uniforme, culturalmente conformista. La sua concretezza non le consente di riflettere su se stessa e avanzare la creatività di un sapere, che non si assoggetti all’automatismo. 

Un destino nichilistico, a cui contrapporre un gioco a somma zero, un’inversione di paradigma: reincantare il mondo.

Eduardo Zarelli

www.ilribelle.com
22.10.2013

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Pubblicato da Davide

  • Georgejefferson

    “Un destino nichilistico, a cui contrapporre un gioco a somma zero, un’inversione di paradigma: reincantare il mondo”

    Questi articoli sono i migliori alleati di certe elitè,tutte le virtù citate in contrapposizione alla mercificazione dell’esistente la falsa naturalizzazione della tecnica fine a se stessa SONO l’umanesimo e lo spirito dell’illuminismo.E’ il tradimento effettuato dopo ad aver creato quei mostri,che sono la negazione stessa dell’umanesimo e spirito illuminista,avendo per bene strumentalizzato centinaia di autori,come sempre fanno.

    Scriveva Mincuo:

    “Nel pensiero Illuminista l’eguaglianza, oltre alle ovvie considerazioni su diritti e doveri, aveva un portato molto profondo: significava il dialogo su basi paritarie e sulla base della ragione, e non di un pregiudizio o di una dottrina, verso le altre culture, le altre genti, gli altri costumi, le altre idee.
    Il confronto e il dialogo non significava per nulla l’annullamento della propria diversità o specificità, né la perdita delle altre diversità, anzi il contrario.

    Era proprio l’amore per la diversità, la comprensione della diversità, l’apprezzamento della diversità, il rispetto della diversità, e la nozione che la cultura si sviluppa grazie ai contributi di ogni diversità e specificità culturale.
    Infine era il concetto che nessuno dispone di una verità da imporre e quindi l’Illuminismo, proprio nel concetto di egalitè, si poneva assolutamente su un piano anti-dottrinario.

    L’egualitarismo è l’imposizione di un modello “uguale” stabilito però da uno che è “più uguale” degli altri e si pone in diritto di sancire e imporre cosa deve essere “uguale” per tutti e a tutti i costi, e in diritto di demonizzare, escludere condannare, perseguitare chi non è “uguale”.

    Questo nelle sue forme più radicali. Ma anche nelle sue forme più blande è perlomeno l’idea di un compromesso al ribasso fino a trovare un comun denominatore, in cui ognuno annacqui le sue specificità fino ad arrivare a un modello uniforme, che però è guidato e imposto.
    E così per ogni aspetto culturale e sociale.
    Successivamente questo lo si porta man mano a norma intangibile.

    Grazie anche alla creazione di Istituti mondiali (ONU, WTO, FMI, BIS, W.B. Ecc…) spacciati per dei consessi in cui ascoltare le varie voci, ma in realtà tutti costituiti con una struttura rigidamente oligarchica in cui 5 membri permanenti (cioè non eletti e in carica eternamente per diritto divino) decidono tra le tante cose anche cosa deve essere “uguale” per ognuno.
    E per ognuno deve essere “uguale” un modello di società, di sessualità, di morale, di costumi, di credenze, di modi di vivere, di giustizia, di organizzazione politica.

    Arrivando anche in base a questo “uguale” tramutato anche nei famosi “diritti umani” (cioè i diritti umani secondo una sola versione) ad aggredire Stati che non si uniformano ai dettami del più ”uguale” di tutti e con ciò scavalcando le basi stesse del Diritto Internazionale che avevano sempre impedito di impicciarsi delle regole e degli ordinamenti che una Nazione si dà.
    La società poi in generale viene allevata in una forma bigotta che non si era mai vista, un bigottismo laicista(non laico) in cui vengono continuamente fissati dogmi e modelli, e molti di questi sono nel solco appunto dell’ uniformità, con incorporata la nozione che divergere da questa uniformità è sacrilego.
    E’ una condizione imposta addirittura nell’inconscio delle persone, che infatti normalmente non se ne rendono conto.

    Ed è in realtà un modello fanatico-religioso, fondamentalista.

  • ottavino

    Non sono sicuro di aver compreso bene tutto il discorso, ma il finale mi trova daccordo. E’ per quello che dici che bisogna combattere lo stato sociale, in quanto lo stato sociale è il veicolo dell’imposizione dell’egualirismo di cui parli. Ancora più orrendo spettacolo questa società lo da con l’ipocrisia. L’altro ieri un ragazzo di 21 anni che si definiva gay si è buttato dall’undicesimo piano di un palazzo a roma, scrivendo “Mi suicido. Che gli omofobi facciano i conti la propria coscienza”. Naturalmente in questo caso nessuno ha espresso considerazioni di buon senso, successivamente. Il buon senso farebbe dire a questo ragazzo: “Ma sei impazzito? A cosa serve questo stupido gesto?”. Ma non si può dire. Ormai, in società, si deve osservare una specie di galateo stabilito dall’ideologia sovrastante. Ipocrisia. Dove vuoi che vada una società di questo tipo?

  • Giaurro

    ————–[cit]———————-“Nel pensiero Illuminista l’eguaglianza [..] aveva un portato molto profondo: significava il dialogo su basi paritarie e sulla base della ragione, e non di un pregiudizio o di una dottrina, verso le altre culture, le altre genti, gli altri costumi, le altre idee”———–[cit]——————-

    Ma quale dialogo su basi “paritarie”? Il dialogo che accettavano gli illuministi era sulla base non paritaria della “Ragione” (intesa come comprensione dualistica del mondo basata sul conflitto agonistico tra lumi del progresso scientifico e oscurità dell’eredità tradizionale). Gli Illuministi erano contro la tradizione intesa come “pregiudizio”, ma la loro stessa concezione della ragione era fondata su un pregiudizio. Ed infatti, molto “paritariamente”, i philosophes hanno tutti, quasi nessuno escluso, considerato l’intero Medioevo come epoca oscura di pregiudizi e irrazionalità. Alla faccia del rispetto per il diverso. Gli Illuministi rispettavano soltanto chi aveva il loro concetto di ragione, maturata sulla base delle scienze naturali moderne. Per gli altri non c’era rispetto né interesse. Forse le uniche eccezioni a riguardo erano Montesquieu e Vauvenargues – ma neanche tanto. Il concetto di parità nella differenza è un concetto Romantico, per nulla Illuministico.

    —————[cit]————————-“Infine era il concetto che nessuno dispone di una verità da imporre”——————[cit]————————

    Questo è semplicemente falso. La massima parte dei philosophes assimilava la popolazione infima al disordine e all’irrazionalità, cioè alla negazione del concetto di Ragione illuministica. Ed infatti erano quasi tutti favorevoli non alla democrazia, ma alla monarchia “illuminata”. Lo era Voltaire, massimo rappresentante dell’Illuminismo liberale, e lo era Kant, massimo illuminista tout court. La figura di sovrano giusto massimamente celebrata dagli illuministi era il “re-filosofo” Federico II di Prussia, non a caso amico e benefattore di Voltaire, e ammiratore di Kant. Ed al popolo si doveva ben imporre, secondo i lumi della ragione, di diventare “maggiorenni” quando non avessero autonomamente deciso di diventarlo per rimanere nel torbido mare della minorità. Sto citando Kant. Ed è falso anche nella versione democratica dell’Illuminismo, quella centrata sul duo Rousseau-Robespierre. La Volontà generale ha il diritto e dovere di imporsi, con le buone o le cattive (Rousseau). Citare il Terrore robespierrista, poi, mi sembra persino superfluo. Il concetto che nessuno possa imporre una verità, perché non esiste un ordine oggettivo delle cose, è posteriore all’Illuminismo, e nasce soltanto, e ancora, con il Romanticismo.

    ——————–[cit]———————–“Grazie anche alla creazione di Istituti mondiali (ONU, WTO, FMI, BIS, W.B. Ecc…) spacciati per dei consessi in cui ascoltare le varie voci, ma in realtà tutti costituiti con una struttura rigidamente oligarchica in cui 5 membri permanenti”——————-[cit]————————-

    Anche in questo caso: l’azione di una elite illuminata a beneficio di masse irrazionali è un concetto pienamente illuministico, presente in quasi tutti i suoi pensatori più rappresentativi.

    ———————[cit]———————–“La società poi in generale viene allevata in una forma bigotta che non si era mai vista, un bigottismo laicista”———————[cit]—————————-

    Che ricorda molto il culto della Dea ragione e la ridenominazione rivoluzionaria del calendario.

  • Georgejefferson

    Questa e’ la tua interpretazione dell’illuminismo

  • Georgejefferson

    Lo stato sociale e’ stato un progresso.Non il suo abuso,che viene alimentato per togliere il buono che potrebbe avere.E’ La mia opinione,si intende.

  • poisonedtooth

    Un mio post del 26/ottobre su un noto social-network, stessi dubbi stesse conclusioni di Zarelli, giuro che non avevo letto il suo articolo su ribelle il 22:

    SCIENZA E PROGRESSO TECNOLOGICO
    (riflessioni personali che generano domande che non trovano risposte)

    Se il fine della Scienza è quello della Conoscenza, quello che a me sembra è che più avanza la conoscenza di tipo scientifico più ci allontaniamo dal vero sapere, quello che ha guidato il genere umano fino (più o meno) ai giorni nostri a vivere e sopravvivere in stato di grazia nella perfezione dell’ambiente naturale. La natura era talmente perfetta che l’uomo ha dovuto iniziare a indagare i meccanismi di tale perfezione, ma aldilà della semplice curiosità del sapere la finalità più o meno esplicità è sempre stata quella di riprodurre artificialmente quella perfezione e di dominare quei meccanismi.
    La natura che è sempre stata benevola tanto da consentire la vita per milioni di anni diventa una cosa terribile dalla quale proteggersi. La ragione diventa il metro assoluto di valutazione di tutte le cose, ciò che non è dimostrabile empiricamente da un giorno all’altro cessa di esistere, il valore magico della vita sulla terra, motore metafisico e ragione di vivere di chi l’ha abitata nel corso dei millenni, viene relegato all’oscurantismo medievale, roba da selvaggi, l’anelito spirituale e lo spirito stesso che anima tutte le cose scompaiono in quanto non misurabili ne visibili.
    Il primato della Ragione da circa tre secoli è insindacabile, la tacita accettazione senza previo plebiscito pubblico delle generazioni che si sono succedute ha confermato la supremazia del nuovo Dogma e condannato a morte il Sacro naturale.
    Il serpente ha saputo bene come adularci ed ora andiamo dritti e spediti verso la Conoscenza che ci renderà uguali a Dio, ma a che prezzo?
    Il razionalismo porta naturalmente ad una visione materialistica della vita, ma a quanto pare questa visione ci ha portati all’esasperazione dell’individualismo, a sovrapporre il nostro ego a tutto e tutti, e siamo sempre più soli a dover spendere la nostra breve vita a dimostrarci e dimostrare di essere materialisticamente efficienti e produttivi, la giustificazione della vita e la ragion di vivere diventa la quantità di materia o idee intellettuali (funzionali alla produzione di materia) che siamo in grado di generare oltre lo stretto necessario, nel corso della nostra esistenza.
    Ma veniamo ai risultati pratici della produzione scientifica e tecnologica dall’epoca dei lumi ad oggi. Cosa ci serve realmente conoscere e produrre e con quale finalità ultima? Il miglioramento delle nostre condizioni di vita? L’abolizione di tutte le malattie e la sconfitta della morte? In che misura la Conoscenza tanto agoniata produce felicità? La felicità, i filosofi ci dicono da almeno tremila anni che non esiste e che al massimo possiamo puntare alla non-infelicità; dal canto mio posso invece affermare che la gente più felice che abbia mai conosciuto non vive nelle megalopoli prodotto del materialismo scientifico, ma sulle montagne ad ore di cammino dalla cosiddetta civiltà, non usano soldi e nemmeno prodotti tecnologici, al massimo stivali di gomma e un machete, non sanno di essere composti da atomi e forse nemmeno che la terra è rotonda, semplicemente non gli interessa, non conoscono la data della loro nascita ma sorridono spesso e volentieri, non dipendono da un fantomatico progresso che gli migliori la vita perchè la loro vita gli sembra già soddisfacente così com’è, non gli serve altro sapere perchè quello che già hanno è sufficiente a garantirgli un’esistenza dignitosa in mezzo ad una natura magica e meravigliosa. Sono fisicamente forti e resistono bene alle avversità, non si fanno domande filosofiche perchè la loro filosofia è semplicemente vivere, perchè complicarsi le cose? Non hanno paura perchè sono liberi, autonomi e indipendenti e se mai l’unico timore è che arrivi il “progresso” a togliergli la natura e quindi i mezzi di sostentamento. Questi sono coloro che Noi popoli progressofobi chiamiamo incivili.
    Parallelamente si sviluppa la modernità, la scienza fornitrice di verità crea più dubbi che soluzioni, dalla teoria del big bang che non spiega il movente per cui dal nulla la materia decide di esistere, alla teoria dell’evoluzione darwiniana che dopo 150 anni di indubitabilità basta trovare un cranio che dimostrerebbe un ceppo unico di homo sapiens senza fasi evolutive intermedie perchè una delle basi della scienza moderna venga spazzata via in due giorni. A quanto sembra i miliardi spesi al Cern per scoprire il bosone non hanno cambiato la vita a nessuno se non al vincitore del nobel e nemmeno suscitato nessun tipo di interesse al di fuori degli ambienti accademici, quindi alla gente comune tutto sto sapere sembra non interessare. Altri miliardi spesi per andare su Marte ma le foto rossicce prodotte delle imprese coloniali spaziali dell’uomo moderno che progredisce, al di la di un po’ di curiosità non sembrano lontanamente poter ripagare in termini di utilità e sapere gli investimenti fatti. Se siamo andati a cercare acqua è perchè l’avanzata del progresso tecnologico affamato di materiali richiede necessariamente la fine di quell’elemento qua sul nostro pianeta.
    Se l’esperienza della vita terrena fosse semplicemente una opportunità di evoluzione dello nostro essere spirituale, cosa vuoi che me ne importi sapere se i miei progenitori discendono da una scimmia o furono un esperimento genetico alieno? Non sono Io ora l’unica cosa che dovrebbe interessarmi? Non è nella vita stessa la spiegazione del perchè viviamo?
    Quanto al miglioramento della qualità della vita, la scienza oggi sembra ormai essere solo orientata a riparare gli orrori prodotti dalla modernità frutto dalla scienza stessa.
    L’esplosione demografica dell’ultimo secolo grazie ai miracoli della medicina che ha sovvertito l’ordine naturale delle cose, ha garantito per “amore alla vita” la sopravvivenza e proliferazione di individui con distorsioni genetiche che ora si cerca di riparare; in futuro, vinte le resistenze etiche, l’uomo non sarà altro che un perfetto prodotto di laboratorio, genticamente modificato a seconda delle necessità specifiche che dovrà ricoprire nella società, le generazioni che crescono ora accetteranno di buon grado la possibilità di modificare i propri figli affinchè non patiscano malattie. Potremmo diventare immortali grazie alla clonazione e se è questo l’avanzamento della scienza medica che andavate cercando eccolo in arrivo, non disperate.
    Se il fantomatico Progresso avrebbe dovuto sollevarci dalle fatiche del lavoro, per ora e nonostante la tecnologia e le necessità che la accompagnano assistiamo ad una rapida merdificazione delle attività che ci procurano la sopravvivenza, abbiamo abbandonato il sano lavoro nei campi (aria pulita cibi naturali) che ci hanno insegnato essere non dignitoso e poco materialisticamente appagante, per passare al lavoro insalubre e alienante della fabbrica o dell’ufficio, e per fare questo salto di “qualità” siamo stati disposti a barattare la nostra libertà e indipendenza che un tempo era assicurata dall’autosufficienza alimentare e l’autoproduzione di oggetti utili con la dipendenza da un sistema schiavizzatore strutturato per fornirci tutto, dal necessario al superfluo dove noi non siamo altro che una piccola parte dell’ingranaggio produttivo e non serviamo a niente senza le altre componenti del meccanismo; siamo disposti ad alimentarci degli escrementi prodotti dall’agricoltura industriale, a lavorare il doppio di un contadino medievale per una paga ormai nemmeno più sufficiente alla semplice sopravvivenza, abbiamo abbandonato la natura per rifugiarci nelle città mercantili parassitarie che non producono altro che illusione, individualismo ed emarginazione sociale, distruzione e depredazione dei territori scelti a mantenere in vita l’ideale urbanistico.
    Ora siamo in una fase di transizione dove siamo costretti al super-lavoro per arricchire sempre più smisuratamente i detentori del capitale e di mezzi di produzione ma in futuro non saremo più chiamati a nemmeno a lavorare perchè il mondo che il progresso tecnologico ci sta preparando sarà gestito intellettivamente e materialmente dalle macchine, computer e robot molto più efficienti di noi decideranno e faranno tutto, forse anche la produzione artistica.
    L’uomo diventerà un “oggetto” superfluo e completamente sostituibile, in sostanza non avrà più una reale ragione di esistere e persino la sua funzione riproduttiva potrebbe diventare inutile grazie ai prodigi della Scienza-Dio.
    Il mondo in cui viviamo oggi è il risultato perfetto delle scelte dell’essere umano, non riesco ad immaginare un cammino scientifico radicalmente diverso da quello che abbiamo percorso sinora, se riuscite ad immaginarlo voi vi prego di illuminarmi.
    Abbiamo creduto incondizionatamente che la scienza e il progresso ci avrebbero fornito le risposte a non so più nemmeno quali domande e il tentativo di dominare e sostituirci alla natura ci ha portati ad un passo dall’estinzione nostra e delle altre specie, ma forse era proprio questo lo scopo originario del serpente, segno che non solo le risposte ma probabilmente anche le domande erano sbagliate.
    Alcune domande che invece potrebbero istigare altrettante riflessioni:
    Quale e quanto sapere speriamo ci fornisca la scienza? Di quali conoscenze abbiamo ancora bisogno per campare bene e il più felicemente possibile quegli 80 anni (se tutto va bene) che dura una vita? Chi ha capito esattamente cosa significa progresso? E cosa ci attendiamo ci fornisca ancora il progresso tecnologico in termini di beni materiali e stile di vita? Quali sono i bisogni che ci aspettiamo vengano soddisfatti dal progresso che avanza? Quanto durerà il progresso? Arriverà un punto dove potremmo ritenerci soddisfatti della quantità a nostra dispozione di beni e aggeggi semplificatori di vita o il progresso va inteso come un processo potenzialmente infinito dove il livello di soddisfazione dei bisogni viene spinto costantemente in avanti per giustificare l’utopia di un progresso senza limiti? Sei arrivato a leggere sin qui? Si vede che non c’hai un cazzo da fare e quindi non stai partecipando alla produzione di Progresso, in realtà quindi sei un sovversivo potenziale.

  • ottavino

    Bravo. Ci sei quasi. L’unica cosa che mi sembrerebbe da rilevare è che quando parliamo di razionalità ci inganniamo. Infatti “razionalità” è un termine scivoloso. L’occidente non sbaglia ad usarla, siamo umani dobbiamo usarla, il problema è che non la usa fino in fondo. Prendiamo Democrito, il filosofo greco che per primo divise il mondo in atomi e spazio. Questo ha ingenerato il problema, perchè da quel momento abbiamo scartato lo spazio e ci siamo concentrati sulla materia. Ma “il mondo” non è così. Il mondo è “atomi e spazio”, non solo atomi. Perciò “razionalmente” il fatto di scartare lo spazio è un errore madornale, ma che nessuno vede.

  • ottavino

    Quello che voglio dire è che non avendo l’uomo risolto i suoi enigmi fondamentali, qualsiasi imbecille può venire e dire quello che vuole. La scienza è soltanto uno di questi imbecilli che può fare quello che fa solo perchè dei poveri ignoranti glielo permettono.