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IL SUONO DA MONACO

DI PEPE ESCOBAR
asiatimes.com

Le colline (geopolitiche) sono pervase dal suono di… beh, non è proprio musica; piuttosto è quel rumore post-industriale, più simile ai Kraftwerk che a Schubert, che si diffonde dalla 49° edizione della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, appena conclusasi.

Chi non darebbe via un titolo Goldman Sachs per poter sapere cosa è stato sussurrato, in modo molto, molto confidenziale, da quel mix scelto di politici, ministri, generali e spie radunatisi nei corridoi dorati dell’Hotel Bayerischer Hof di Monaco?Se ne conosce il programma, quello sì, e si sa che le stelle dello show non erano del genere musicale. E’ come il Bayern contro il Barcellona in una partita della Champions League: puoi benissimo chiamarla la partita Biden contro Lavrov.

Sarà come diciamo noi…


Iniziamo dal Vice Presidente Americano Joe Biden: “Gli Stati Uniti sono una potenza del Pacifico. E la più grande alleanza militare al mondo (la NATO) ci aiuta ad essere anche una potenza Atlantica. Com’è stato ben definito nella nostra nuova strategia militare, resteremo potenze sia del Pacifico e sia dell’Atlantico.”

Un altro titolo Goldman Sachs per poter sentire cosa hanno da dire al riguardo i nostri amici dello Zhongnanhai di Pechino.

Biden ha voluto anche sottolineare che nel quadro della strategia “da dietro le quinte” dell’ Amministrazione Obama 2.0, “l’approccio globale implica l’uso di una vastissima gamma di strumenti a disposizione – incluse le nostre forze militari”.

Ha persino raddoppiato il tiro, lodando i disastri in Iraq, in Afganistan e in Libia, definendoli modelli da seguire, in poche parole: la guerra globale al terrore (Global War On Terror – GWOT) deve continuare all’infinito (leggi Asia Times Online (1), 23 Gennaio 2013), con “gli Stati Uniti pienamente coscienti che esistono serie e gravi minacce in evoluzione provenienti dagli affiliati di al-Qaeda, come l’ AQAP nello Yemen, al-Shabaab in Somalia, AQI in Iraq e Syria e AQIM nel Nord Africa”.


E poi c’è l’Iran. La folla geopolitica della “luce alla fine del tunnel” nota, a questo punto, che Biden ha ammesso che l’Amministrazione Obama 2.0 non ha escluso un dialogo diretto con Teheran; ha comunque voluto aggiungere che “…la nostra politica non è l’isolamento”. Nessuna sorpresa quindi se il Ministro degli Esteri Iraniano Ali Akbar Salehi abbia detto: sì, parliamo pure, ma solo se Washington è “seria”.

“Seria”, nel contesto, significa che Washington deve mettere da parte le sue impossibili pre-condizioni – compreso il divieto per Teheran di arricchire uranio, cosa a cui ha pieno diritto secondo il Trattato di Non Proliferazione, e di protrarre le sanzioni all’infinito.

Infine, la Siria. Biden si è attenuto al solito vecchio copione: Bashar al-Assad è un “tiranno, un indemoniato aggrappato al potere”, un uomo “non più adatto a governare il popolo siriano” e che “se ne deve andare”.

Ma proviamo a tradurre in linguaggio “da-dietro-le-quinte”, questo dovrebbe significare “nessun intervento degli Stati Uniti”, una tragedia quindi per la recente nuova coalizione siriana Washington-Doha.

..e quello che dici tu, sono stupidaggini

E ora, arriviamo al Ministro degli Esteri Russo, Sergei Lavrov. Pare abbia davvero incontrato Moaz al-Khatib, il leader della nuova coalizione di opposizione in Siria – una cosa che fino a poco tempo fa sarebbe stata del tutto impensabile – e gli è capitato anche di incontrare il Ministro degli Esteri Iraniano.


Sia per Iran sia per Siria, Lavrov è stato molto diretto. Per l’Iran ha sottolineato la necessità di “incentivi” per incoraggiare l’Iran a seri colloqui: “Dobbiamo convincere l’Iran che qui non si tratta di un cambio di regime”. Per la Siria, ha detto che “la tragedia ancora in atto” è stata causata dalla “persistenza di quelli che definiscono la destituzione del Presidente Assad la priorità Numero Uno”.



E sentite ora questo ronzio in stile Kraftwerk che si sente a Monaco, proveniente dal leader dell’opposizione siriana che incontra i rappresentanti dei due principali sostenitori di Assad – Iran e Russia. Solo alla lontana comprenderemo il vero significato di questo importante sviluppo. Quello che ora sappiamo è che è accaduto solo pochi giorni dopo che al-Khatib dichiarasse la sua disponibilità a parlare con il regime di Assad – a condizione che 160.000 prigionieri politici fossero liberati (ma dove terrebbero tutte queste persone? In un’immensa segreta sotto il castello crociato Crac des Chevaliers?)

Eppure, nel grande piano delle placche tettoniche geopolitiche in collisione in Eurasia, il futuro della Siria non è che un dettaglio in confronto al Pezzo Grosso: come fare breccia nel Muro della Diffidenza tra Washington e Teheran.

Qualsiasi negoziato che si rispetti deve assolutamente coinvolgere il Supremo Ayatollah Khamenei – o per lo meno qualcuno che goda di fiducia incondizionata. Un primo passo sarà il tanto atteso meeting tra il P5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più Germania) e l’Iran, previsto per il 25 febbraio nel Kazakistan.

Più di un attore della scena geopolitica mondiale sta già sognando di un incontro diretto bilaterale tra Americani e Iraniani, oggi, ad Astana (Kazakistan), il segno dell’inizio della fine di una malvagia Guerra Fredda. Non è un caso che siano girate voci che Ali Larijani, Presidente del Majlis (il Parlamento Iraniano), candidato presidenziale strafavorito alle prossime elezioni in Giugno, e protetto del Leader Supremo, sia già stato negli Stati Uniti per ben due volte dall’inizio dell’anno, per incontrare i negoziatori americani.

Supponendo che questo sia l’inizio della distensione – e che, realisticamente, questa sia ancora lontana anni luce – dobbiamo aspettarci problemi dai soliti sospetti – Israele e quelle parvenze di democrazia del Club della Contro Rivoluzione del Golfo, altrimenti detti GCC (Gulf Cooperation Council).


A Monaco, Israele ha già ammesso candidamente di aver recentemente bombardato la Siria (2), e che lo farà ancora. Per non parlare del fatto che il duo Bibi-Barak si riserva il diritto di bombardare l’Iran.

La Casa di Saud, da parte sua, darà di matto se ci saranno sviluppi positivi nei rapporti tra Washington e Teheran. L’intera strategia della Casa di Saud – in termini di contro-rivoluzione ultra-reazionaria contro la Primavera Araba – è stata di trasformarla in una guerra tra Sunniti – Shi’iti, largamente appoggiata da Washington; ai “virtuosi” Sunniti (e specialmente Wahhabiti) piace molto autodefinirsi contrari “all’asse del maligno” degli apostati Teheran-Assad-Hezbollah.


Inoltre, la Casa di Saud, diciamocelo, è in piena tempesta reale. Leggete questo delizioso racconto (3) di quello che sta succedendo dietro le quinte della nepotistica successione del Re Abdullah. E poi andate a vedere quello che è stato spacciato come “intelligence” Americana, gentilmente offertaci da Stratfor (4) – che sta ora ammettendo quello che Asia Times Online dice da più di un anno sui Salafiti-Jihaditi in Siria; e hanno ancora il coraggio di difendere la Casa di Saud….

La linea di fondo: anche se esiste davvero uno sforzo da parte dell’ Amministrazione Obama 2.0 di rompere il Muro della Grande Diffidenza, questo stesso sforzo può essere vanificato non solo da Israele e dagli amici Sauditi, ma dal nemico che è al suo interno.

Pepe Escobar è l’autore di Globalistan: How the Globalized World is Dissolving into Liquid War (Nimble Books, 2007), Red Zone Blues: a snapshot of Baghdad during the surge (Nimble Books, 2007), e di Obama does Globalistan (Nimble Books, 2009). Lo si può contattare a questo indirizzo: pepeasia@yahoo.com.


Fonte: www.atimes.com
Link: http://www.atimes.com/atimes/Front_Page/OB06Aa01.html
6.02.2013

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

1) http://www.atimes.com/atimes/Global_Economy/OA23Dj06.html
2) http://www.businessinsider.com/israel-struck-syrian-convoy-and-a-research-facility-2013-2
3) http://english.al-akhbar.com/content/saudi-king-moves-his-son-one-step-closer-throne
4) http://www.stratfor.com/weekly/consequences-intervening-syria

Pubblicato da Davide

  • MassimoContini

    grande articolo.

    Grazie per la traduzione e diffusione.

  • Tao

    Menomale che in un mondo così pericoloso qualcuno pensa alla nostra sicurezza. Lo fanno gli autorevoli esponenti che si ritrovano a Monaco per l’annuale Conferenza internazionale sulla sicurezza.

    All’edizione 2013 (1-3 febbraio), cui non poteva mancare il ministro della difesa Di Paola, è stato Joe Biden, vicepresidente Usa, a tracciare le linee guida. Anzitutto la dichiarazione di principio: «Noi non ammettiamo che una nazione, qualsiasi essa sia, abbia una sua sfera di influenza». Principio che Washington ritiene sacrosanto per tutti i paesi, salvo gli Stati uniti. Non la chiamano però influenza, ma leadership. Come quella che gli Usa esercitano con la motivazione della lotta alla minaccia terrorista che – avverte Biden – si sta diffondendo in Africa e Medio Oriente, prendendo di mira «gli interessi occidentali oltremare». Per questo gli Usa «applaudono» all’intervento della Francia in Mali, fornendole intelligence, trasporto aereo di truppe e rifornimento in volo dei cacciabombardieri.

    L’Europa rimane partner indispensabile degli Stati uniti nel quadro della Nato, che si allargherà ancora includendo Georgia e stati balcanici. In Afghanistan – precisa Biden – l’Europa ha fornito 30mila soldati e speso 15 miliardi di dollari. In Libia, grazie all’Europa, «la Nato ha agito in modo rapido, efficace e deciso». Ora è la volta della Siria: gli Usa hanno speso 50 milioni di dollari per l’assistenza militare ai «ribelli», cui ora si aggiungono 365 milioni come «aiuto umanitario», nel quadro di uno stanziamento che, con il contributo europeo, sale a un miliardo e mezzo di dollari.

    Altro obiettivo è l’Iran verso cui – chiarisce Biden – gli Usa, insieme all’Europa, adottano non una politica di contenimento, ma una azione per impedire che sviluppi «l’illecito e destabilizzante programma nucleare». Predica che viene dal pulpito di chi possiede migliaia di armi nucleari e, appena due mesi fa, ha effettuato un altro test nucleare per costruirne di nuove. Ma c’è ben altro all’orizzonte. Grazie alla più grande alleanza militare del mondo – spiega Biden – gli Stati uniti sono una potenza atlantica ma, come indica la nuova strategia, sono allo stesso tempo una «potenza del Pacifico».

    Nella regione Asia/Pacifico c’è l’altra potenza, la Cina: gli Usa vogliono che sia «pacifica e responsabile» e che «contribuisca alla sicurezza globale», ovviamente com’è concepita a Washington, ossia funzionale al sistema politico-economico occidentale dominato dagli Stati uniti.

    Lo spostamento del centro focale della politica Usa dall’Europa al Pacifico – assicura Biden – è anche nell’interesse degli alleati europei, che dovrebbero parteciparvi pienamente. Washington preme quindi sui membri europei dell’«alleanza atlantica», già presenti con le loro navi da guerra nell’Oceano Indiano, perché aprano nuovi fronti ancora più a est, nel Pacifico. Argomento che, nel «dibattito politico sull’Europa», è assolutamente tabù.

    Manlio Dinucci
    Fonte: http://www.ilmaniesto.it
    6.02.2013

  • astabada

    Da notare la differenza fra giornalismo (Escobar) e chiacchiere da bar (ilManifesto).

    Quest’ultimo non aggiunge nulla a quanto si sapesse gia`. Si impara di piu` sul mondo attuale leggendo un bel libro di storia bizantina.