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IL SUICIDIO DI MARCHIONNE E LA SUA MESSA IN SCENA

DI MONI OVADIA

ilmanifesto.it

I sui­cidi reali di ope­rai, arti­giani, pic­coli impren­di­tori depau­pe­rati sono atti dispe­rati, grida di denun­cia della bru­ta­lità di un edi­fi­cio sociale che ormai ha messo al suo cen­tro la sola dimen­sione eco­no­mica. Intesa peral­tro non come atti­vità mirante ad una legit­tima pro­du­zione di red­dito al ser­vi­zio della crea­zione di una vita pro­spera, cul­tu­ral­mente ed eti­ca­mente intensa, bensì a con­sen­tire da un lato l’accumulo di ric­chezze smi­su­rate e di potere, da parte di pochi pri­vi­le­giati e dall’altro lato ad impo­ve­rire le mol­ti­tu­dini di lavo­ra­tori, pre­cari, semi occu­pati, disoccupati.

Ma non solo que­sti ultimi ven­gono ridotti a vivere una vita grama, ad essere pri­vati di dignità. Sono pri­vati anche di spe­ranza, di oriz­zonte verso cui muo­versi per dare un senso alle pro­prie vite.

In un con­te­sto simile il sui­ci­dio cessa di essere atto estremo e diviene para­dos­sal­mente un modo di eman­ci­parsi da una vita che cessa di essere tale per­ché essa è da tempo pura soprav­vi­venza e, per sovra­mer­cato, soprav­vi­venza schi­fosa. La tra­ge­dia è immane per­ché il dramma si stinge sul cri­nale di una pos­si­bile rou­tine. L’operaio e l’operaia Fiat che si sono tolti la vita, per­ché non hanno potuto accet­tarsi come deie­zioni umane è come una col­tel­lata nelle anime e nei corpi dei loro col­le­ghi che non pos­sono, almeno in qual­che misura, non vedersi nella deci­sione dei due suicidi.

Devono dun­que rea­gire per non cedere, per ricom­porre la loro iden­tità di lavo­ra­tori e di esseri umani. Alcuni di loro lo hanno fatto insce­nando un atto tea­trale: la rap­pre­sen­ta­zione del sui­ci­dio, per rimorso, del Padrone. Di colui che da quando ha assunto il ruolo si è carat­te­riz­zato per totale insen­si­bi­lità nei con­fronti della con­di­zione del lavoro e per­sino per evi­dente ostilità.

La prova è che fra tutte le rea­zioni che l’azienda poteva sce­gliere per affron­tare l’atto tea­trale di quei dipen­denti, peral­tro in sof­fe­renza lavo­ra­tiva, ha scelto il più tetra­gono e ottuso: il licen­zia­mento addu­cendo un pre­sunto nocu­mento all’immagine della Fiat. Il licen­zia­mento per la colpa di avere por­tato su un piano sim­bo­lico e pro­vo­ca­to­rio la disu­ma­nità dello sfrut­ta­mento farà molto più danno a un’azienda che avrebbe potuto cogliere l’occasione almeno per riflet­tere sulla natura delle sue rela­zioni con i lavo­ra­tori che sono soprat­tutto e prima di tutto esseri umani. Inol­tre, punire una rap­pre­sen­ta­zione col pre­te­sto della sua radi­ca­lità e della sua durezza è un atti­tu­dine bieca che ricorda quella dei regimi. Ma Ser­gio Mar­chionne che uomo è? L’imprenditore lo cono­sciamo, ma l’uomo?

Non faremo l’errore di trac­ciarne un pro­filo psi­co­lo­gico d’accatto, ma un paio di osser­va­zioni pos­siamo ten­tarle. L’uomo pare sprov­vi­sto di distanza iro­nica e di senso dell’umorismo, ma anche di quell’aleatorio ma prov­vi­den­ziale sen­ti­mento sca­ra­man­tico per il quale sai che quando si sogna, ovvero si rap­pre­senta la morte di una per­sona, gli si allunga la vita.

 Moni Ovadia

Fonte: www.ilmanifesto.it

Link: http://ilmanifesto.info/il-suicidio-e-la-sua-messa-in-scena/
26.06.2014

Pubblicato da Davide

  • OlausWormius

    Il suicidio non è mai un’emancipazione.
    Forse può esserlo per i materialisti e i nichilisti ma non certo per gli altri.
    Giustificare un disperato che si suicida per la povertà significa dare ragione a chi ha messo al centro di tutto la sola dimensione economica.

  • lucamartinelli

    Ahimè, gli psichiatri sostengono che si suicida è un malato psichico…..

  • OlausWormius

    Ovvio, essendo la psichiatria una dottrina assolutamente materialista non può certo dare al materialismo la responsabilità dei suicidi.
    Anzi per curare la “malattia” usano dosi ancora più massicce di materialismo attraverso droghe (gli psicofarmaci) che allargano a dismisura il senso di vuoto portando talvolta al suicidio anche chi magari non avrebbe nessuna intenzione di farlo.

  • Whistleblower

    I suicidi sono dei delinquenti e vanno condannati a morte.

  • makkia

    Molto comodo pre-giudicare chi commette il suicidio dopo averlo etichettato in un’unica categoria (= quelli che non hanno sufficente spiritualità) per facilitarti il compito. Ti piace vincere facile (tun-ci-tun-ci-tutu-tun)?

    Comodo, perché spazza sotto il tappeto il probema.
    Spietato perché dà il senso della scarsità di compassione.
    Presuntuoso perché, senza sapere niente delle persone in oggetto, ecco il giudizio inappellabile.
    Manicheo nel tentativo di creare le due metà della compagine umana (materialisti vs. tutti gli altri). Per la stessa definizione di spiritualità (che presumibilmente ti auto-attribuisci) l’umanità permette un’infinita gamma di sfumature intermedie.

    Fallace dal punto di vista logico: creare la categoria di "tutti gli altri" ti assolve dall’onere di sostanziare perché solo i materialisti dovrebbero vedere il suicidio come una via d’uscita. E doppia fallacia perché il termine "emancipazione" crea un falso terreno di scontro fra chi "lotta" e chi "si arrende ma facendo finta che la resa sia un atto di coraggio, lotta, ecc". Non ti esime dallo spiegare perché suicidarsi sia necessariamente ed esclusivamente una sconfitta. Se vuoi affermarlo, argomenta, ma non nasconderti dietro a una falsa pretesa di superiorità data dalla spiritualità. Si chiama "petitio principii" ed è un classico ragionamento circolare per cui la premessa giustifica la conclusione senza spiegare alcunché.

    p.s.:
    Che si siano suicidati "per la povertà" è un processo alle intenzioni, oltre che una grottesca riduzione ai minimi termini della questione: il fatto che la scarsità reddituale limiti tante cose non significa che sia la *causa* del suicidio.
    Il suicidio può benissimo derivare da perdita di dignità, da depressione, da solitudine, da rabbia, da malattia, da pressioni esterne (sociali, familiari, ideologiche), e altro.
    Tutte cose che la povertà aggrava, sicuro, ma le fonti del suicidio possono benissimo essere lì da prima della sopraggiunta povertà.

    p.p.s:
    La *sola* dimensione economica? Puah. Forse neanche quel chiagne-e-fotte di Francesco I saprebbe essere così relativistico da far finta che sia un problema "di soldi": è un problema a livello di struttura sociale (forse ti sfugge che non siamo più cacciatori/raccoglitori… da oltre 6 millenni)

  • OlausWormius

    Guarda che il mio era un commento all’articolo quindi ho usato alcuni termini presenti dell’articolo. Non so se hai letto l’articolo.
    Ad esempio “emancipazione” è scritto nell’articolo e ho parlato di “suicidi per la povertà” perché nell’articolo si faceva riferimento a questi ovvero a suicidi per motivi economici.
    Inoltre non ho fatto uan distinzione manicheista tra materialisti e non. Non ho detto che ci sono dei bravi e dei cattivi.
    Quello che dico è che il materialismo è certamente un’ideologia che demoralizza e deprime l’essere umano e che quindi, privandolo della sua naturale dimensione spirituale, lo predispone maggiormente anche ad atti estremi come il suicidio. Questo non significa che siano necessariamente cattivi.

  • oggettivista

    Basti pensare che diversi psichiatri sono morti suicidi.

  • IVANOE

    Non si può sicuramente approvare un suicidio ma si può giustificare quando una persona viene lasciata sola senza aiuto..

    È guardate che capita in molti casi, quando ad una persona va tutto storto e domani potremmo essere noi dall’altra parte c’è chiusi gira dall’ altro lato oppure calca la mano cinicamente.
    A me è’ capitato molte volte ma sono sopravvissuto o per fortuna o per il mio DNA ma non possiamo pensare di fare fronte  con le nostre capacità’.
    Non sono capace di odiare ma odio fortemente chi ti risponde : be’ il problema e’ tuo !!!
    Racconto questo : ero molto giovane 24 anni e fidanzato con la mia attuale moglie e facevo un lavoro umile pagato al minimo ma sognavo in grande e in modo sano e cioè volevo mettere su famiglia, come si faceva una volta – 30 anni fa e infatti ho messo su famiglia e sono felicemente sposato, ma vengo al dunque, mentre parlavo con umido collega più grande di almeno 10 anni e già sposato dei miei sani progetti mi disse : "se non hai i soldi non ti sposare perché farai soffrire moglie e figlio"…
    Dopo oltre 30 anni ancora oggi ricordo quella frase che in quel momento avevo snobbato ma con il tempo ho provato sulla mia pelle e sul mio stato d’animo il peso e la cruda realtà di quella frase che mi disse il collega..
    La sua era una previsione azzeccata, perché quanta amarezza ho provato e ancora prono nel vedere mia moglie costretta ad andare a lavorare per far quadrare i conti che non tornano lo steso perché il conto e’ sempre in rosso, quanta amarezza nel non poter dare ai figli quello che invece altri per rendita facile riescono a dare , quanta amarezza dover far rinunciare ai figli e alla famiglia il poter acquistare quello che invece molti possono comprare facilmente…quante preoccupazioni ogni mese mi porto dentro per paura di perdere il lavoro unica ricchezza che ho sempre avuto…
    Con la beffa di sentirsi dire dal solito stronzo di turno: be’ il problema e’ il tuo…
    Ecco io come tanti di voi ho superato questi momenti ma quanti altri di fronte a queste riflessioni non c’è la fanno ?
    A vedere i propri figli al palo sempre mentre altri figli hanno tutto?
    …oggi posso dire : quanto aveva ragione il mio collega più anziano…
  • gramscixxi

    articolo da farci un manifesto da affiggere un po’ ovunque, oltre a farlo circolare in rete…

  • Ercole

    L’unica violenza è quella di Marchionne , noi difendiamo i lavoratori licenziati.

  • Hyde

    Questo dell’onnipresente Ovadia è un piagnisteo assolutamente poco commovente, come tutti i suoi interventi.
    Dice un sacco di cose scontate, ma il nucleo del suo discorso è: “un’azienda che avrebbe potuto cogliere l’occasione almeno per riflet¬tere sulla natura delle sue rela¬zioni con i lavo¬ra¬tori che sono soprat-tutto e prima di tutto esseri umani”. Ah, ecco, ci dice che le aziende possono riflettere, ecc. No grazie.

    Sta di fatto che il numero dei suicidi cresce regolarmente, almeno da quando li si conta, in concomitanza di crisi economiche. O di genocidi più espliciti. Ed è banale, evidente che essere economicamente e soprattutto socialmente spazzati via, faccia passare la voglia di stare al mondo.

    Questo non significa che esistano suicidi “per motivi economici”, così come non esistono suicidi per singoli motivi di alcun genere. Cause, genetiche, traumatiche, farmacologiche, sentimentali, religiose, e tutte le altre, sono lagne che i media diffondono e promuovono, offrendo credito allo sciacallaggio di infiniti commentatori. Sicuramente in prima linea stanno gli psichiatri e gli psicologi, ma non mancano mai sociologi, economisti, politici, preti, intellettuali vari impegnati (a farsi notare). Tutti quelli che le cause credono, o vogliono far credere, di afferrare, isolare, specificare, studiare e infine correggere. Nientemeno.
    E naturalmente nessuno ci riesce, e del resto a nessuno converrebbe; quello che riesce benissimo è scrivere libri, organizzare convegni, inventare tecniche di intervento e programmi di prevenzione, vendere antidepressivi; insomma, contribuire a confondere le idee della popolazione, col risultato di lasciar agire indisturbati i meccanismi di potere che isolano gli individui distruggendo la loro capacità di unirsi agli altri, organizzarsi, resistere e combattere.

    Chi si uccide tenta sempre di affermare la propria individualità, la propria dignità e la capacità di mostrarle, quasi sempre proprio nel momento in cui sente di perderle. Stare a discutere se ci è riuscito o no è macabro. Da soli non si riesce che a morire, e ci si riesce benissimo.

    Avendo dolorosamente a che fare con persone che pensano di togliersi la vita, mi trovo a prendere atto che tanti, a vario titolo, arrancano fra le varie spiegazioni che trovano preconfezionate, e spesso rischiano di trovare il pretesto proprio in questo modo. Anzi, più che il pretesto, il suggerimento.

    Secondo me questo è il problema del suicidio “per crisi economica”e dei discorsi pubblici attorno al fenomeno. Un’istigazione collettiva. Io vedo che si tende sempre più a identificarsi con chi crede di saper cogliere le “opportunità” (concetto diabolico) oppure a collocarsi in una discarica di rifiuti umani. Il messaggio principale è passato e dilaga. E qualcuno si suicida, ma molti di più vivono malvolentieri o nel terrore di rimanere indietro.
    Sto cercando di organizzare un gruppo di pazienti (perché è come pazienti che mi si presentano) in procinto di suicidarsi per la perdita del lavoro, con lo scopo di aiutarli a condividere le loro disperazioni fra di loro, oltre che con il povero sottoscritto che non ce la può fare a “curare” la miseria, nel tentativo di costruire abbozzi di identità collettive che nessuna – nessuna – organizzazione ha più la capacità di proporre. Si parte da frammenti e macerie, non c’è dubbio.

    A me pare già guerra; chi commisera e pretende di curare è schierato col nemico o crede di essere neutrale.

  • alsalto

    concordo
    che contenuti e poi che penna, ovadia!

  • A-Zero

    praticare l’esproprio, senza indennizzo. riprendersi parte del maltolto.

    Lo so che molti, qui, la prenderanno come l’ennesimo esercizio ripetitivo di retorica vuota. Ma provate, se siete in certe situazioni, a vederla in maniera reale. riflettete su voi stssi e sule vostre possibilità. riflettete sulle possibilità di socializzare alcune pratiche. Proviamo a riflettere sulla parte di morale che ce ne impedisce e sulla sua reale giustificazione. Proviamo a pensare a come agire con giustizia, con quello che sentiamo nel cuore.

    riflettiamo e proviamo a pensare che, in effetti, non siamo tanto pochi.

    allora perché non siamo tanto pochi ma ci manteniamo così isolati?

    riflettiamo su noi stesi e a 360° verso il mondo, questo mondo di m.