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IL MITO DELLA SICUREZZA SOCIALE FONDATA SULLA CARIT

DI MIKE KONCZAL
The Atlantic

La “destra” si strugge per un’epoca in cui erano le “chiese” e le “organizzazioni locali di volontariato” a prendersi cura della parte più debole della società – un’epoca che non è mai esistita, e che non può esistere al giorno d’oggi

Ideologia significa comprensione del passato e costruzione del futuro. Gli stessi conservatori raccontano una storia – davvero una favola! – relativa ad un mondo che è stato ma che potrebbe tornare ad essere, se fossero applicate le politiche repubblicane. La storia che andiamo a raccontare riguarda i metodi attraverso i quali, in passato, le persone potevano assicurarsi contro i rischi della vita.

Il mondo conservatore sostiene che prima della Great Society e del New Deal, e anche prima della Progressive Era, le cose andavano meglio.

Prima che il Governo si facesse carico dell’assicurazione sociale, gli individui e la carità privata facevano tutto quanto era necessario per assicurare le persone contro le difficoltà della vita … date loro di nuovo questa possibilità, ed essi lo faranno ancora.

Questa visione è sempre stata una parte fondamentale del mondo conservatore. Esisteva anche nel 1980, ad esempio, quando il Presidente Reagan annunciò che “la dimensione del bilancio federale non è il barometro adatto a misurare la coscienza sociale e la carità“, chiedendo l’ausilio del volontariato per colmare le lacune della sicurezza sociale.

Fu resa esplicita in particolare nel 1990, attraverso un trattato di Marvin Olasky, “The Tragedy of American Compassion”, che fu accolto con entusiasmo dai politici conservatori del calibro di Newt Gingrich e William Bennett, che sostennero come il sistema ottocentesco puramente privato, costituito dalle organizzazioni caritatevoli e dal volontariato, fece di gran lunga un lavoro migliore, per il bene comune, rispetto allo “stato sociale” del XX secolo.

Quest’idea è alla base del bilancio federale per come esso è concepito ad esempio da Paul Ryan [politico rampante del Partito Repubblicano, ndt], che auspica la rapida riduzione del bilancio federale, per timore che la rete di sicurezza si trasformi in “una culla che spinge le persone capaci verso una vita fatta di dipendenza e di autocompiacimento, che li drena della loro volontà, e dell’incentivo ad ottenere il meglio dalla loro vita“.

E’ quello a cui il Senatore dello Utah Mike Lee fa riferimento quando sostiene che “l’alternativa a un grande governo non è un piccolo governo, ma una società fatta di volontariato civile“.

Siccome i conservatori devono fronteggiare la possibilità che vada a formarsi una maggioranza democratica permanente, alimentata dai cambiamenti demografici, capiscono che il tempo sta per scadere sul progetto a loro così caro di smantellamento dello “stato sociale federale”.

Ma la visione che i conservatori hanno dell’assicurazione sociale è sbagliata. E’ sbagliata soprattutto da un punto di vista storico, perché ignora la complessa interazione che è sempre esistita, negli Stati Uniti, tra l’assicurazione sociale “pubblica” e quella “privata”. Manca completamente, oltretutto, la spiegazione delle ragioni per cui il vecchio sistema è così miseramente fallito, costringendo [la società] a doverlo cambiare con un altro.

I conservatori non capiscono che è la stessa Grande Depressione ad aver fornito le prove di quanto uno “stato sociale” fosse necessario, e che un sistema basato sul “volontariato”, nelle stesse circostanze, sarebbe fallito.

Ma, fatto ancor più importante, questa visione ci orienta nella direzione sbagliata. Negli ultimi trent’anni c’è stato uno sforzo dopo l’altro per estromettere lo Stato a vantaggio dei privati. Questi sforzi si stanno esaurendo, e le sfide del futuro richiederanno un ruolo maggiore – non minore – del “pubblico”.

Al di là della necessità di sgonfiare il paesaggio immaginario costituito dal diritto contemporaneo, è necessario che i liberals riformino il loro progetto [palese il riferimento all’Obamacare, ndt]. Devono recuperare la dimensione del settore pubblico e capire che, durante la “Grande Depressione”, lo stato sociale ebbe successo nello svolgere i suoi compiti, mentre il sistema assicurativo “privato” fallì miseramente.

Seppur irregolare e imprevedibile, lo stato sociale ha sorretto l’economia durante la Grande Depressione, ed è ancora in grado di fornire un’ampia protezione al popolo americano.

E’ necessario, inoltre, che i democratici sostengano la propria definizione di “carità”, che è fondata sull’uguaglianza – che può prosperare solo quando è il pubblico a gestire il rischio sociale – e non sulla disuguaglianza – che è un prodotto delle forme di dipendenza private. Il Presidente Truman, in un discorso radiofonico del 1946, col quale dette il via alla campagna annuale per la raccolta fondi del “Community Chest” [organizzazione per la raccolta di fondi a fini sociali, ndt], il predecessore dell’odierno “United Way”, sostenne che:

Mi piace lo slogan della campagna di quest’anno: ‘tutti danno … e tutti ottengono dei benefici’. Segna un importante cambiamento nel nostro modo di pensare alla ‘carità’. I contriibuti che oggi diamo al Community Chest sono elemosine che pochi ricchi danno ai poveri. Questo Governo, attraverso il suo programma ‘pubblico’ di welfare, ha da tempo accettato la responsabilità che nessun cittadino debba affrontare la fame, la disoccupazione, o l’indigenza durante la vecchiaia. Il termine ‘carità’ ha riacquistato [in questo modo] il suo vecchio, vero significato, che è quello della buona volontà nei confronti di un nostro simile, [ovvero un ideale] di fratellanza, di aiuto reciproco e di amore”.

Lo Stato fa molte cose, ma questo saggio si concentrerà sul suo ruolo nel fronteggiare i rischi che ci troviamo ad affrontare. Vedremo, in particolare, quelli che l’economista progressista I.M. Rubinow descrisse, nel 1934, come i “Quattro Cavalieri dell’Apocalisse”: “incidenti, malattia, vecchiaia e perdita del lavoro. Sono questi i quattro ‘cavalieri’ che calpestano la vita e le fortune dei milioni di lavoratori di ogni moderna comunità industriale”.

Si tratta degli stessi mali che Truman aveva individuato nel suo discorso, e che la Social Security, Medicare, Medicaid, l’assistenza alimentare e tutti gli altri sistemi pubblici di assicurazione sociale si son proposti di combattere attraverso il “New Deal” e la “Great Society”.

Negli ultimi 30 anni il ruolo “pubblico” dell’assicurazione sociale è stato posto sul sedile posteriore, per lasciar spazio all’idea che le “istituzioni private” avrebbero potuto espandersi fino a coprire questi rischi.

Tuttavia, il nostro attuale sistema di assicurazione “privata” sta rapidamente cadendo a pezzi e, conseguenza della sua fine, dovremo scegliere tra un ruolo più ampio da conferire allo “stato”, e la fantasia costituita dalla tutela volontaria.

E’ necessario comprendere perché questo sistema di “tutela volontaria” non ha funzionato, per chiarire innanzitutto il ruolo dello Stato nella lotta contro i “Quattro Cavalieri dell’Apocalisse”.

L’ASSICURAZIONE SOCIALE PRIMA DELLA GRANDE DEPRESSIONE

Un problema, nella visione conservatrice della “carità”, è la tesi secondo cui il Governo Federale non avrebbe dovuto svolgere alcun ruolo, fin dalla sua fondazione, nella gestione del rischio e della previdenza sociale. Ai conservatori piace immaginare che possa esistere una specie di “momento d’oro”, nell’ambito del quale sia possibile tornare indietro, liberi da qualsiasi interferenza del Governo.

Come ha detto il Senatore Lee, “fin dai tempi dei nostri Padri Fondatori, non stavamo solo combattendola, la guerra alla povertà, la stavamo vincendo“. Com’è che abbiamo potuto [vincerla]? Secondo Lee è stato grazie alla nostra “società del volontariato civile”. Abbiamo cominciato a perdere solo quando è stato coinvolto il Governo.

Ma questo non corrisponde alla verità, negli ultimi decenni sono state condotte numerose ricerche per ribaltare il mito di un XIX secolo senza Stato, e riscoprire in questo modo il ruolo-perduto dello Stato nel mondo precedente il New Deal.

L’impronta del Governo è sempre cresciuta insieme al resto della società. L’ufficio postale pubblico, ad esempio, ha aiutato ad unire quella società civile nazionale, che Alexis de Tocqueville ha scoperto e celebrato nei suoi viaggi negli Stati Uniti.

Dalle barriere tariffarie [si è arrivati] ad un sistema ferroviario continentale e ad una forza lavoro istruita, proveniente da scuole diffuse nel territorio. Il nascente potere industriale degli Stati Uniti fu sempre congiunto [e lo è tutt’ora] alla crescita del Governo, che svolse un ruolo importante, lungo tutto il XIX secolo, nel fornire soccorso in caso d’incendio, inondazione, tempesta, siccità, carestia ed altro ancora.

La gestione del rischio attraverso la Legge è stato fondamentale nella costruzione dell’economia capitalista del XIX° secolo. La costituzione delle “società a responsabilità limitata” [le nostre Srl, ndt], ad esempio, ha permesso la massiccia espansione degli investimenti passivi, che hanno fornito i capitali necessari alle imprese.

Charles William Eliot, Presidente della Harvard University, ha definito questo tipo di società “l’invenzione giuridica più efficace, ai fini commerciali, del XIX° secolo”. Anche le Leggi fallimentari furono introdotte in seguito alla crisi economica del XIX° secolo, per allocare le perdite ed aiutare l’economia a fare dei passi in avanti.

Per quanto riguarda in particolare l’assicurazione sociale, lo storico Michael Katz ha documentato che c’è sempre stato un welfare misto, composto sia da organizzazioni pubbliche che private, in tutta la storia del nostro paese.

L’”Outdoor Relief” [tipo di assistenza sotto forma di soldi, cibo, vestiti etc., concessa senza che i poveri debbano entrare in un’istituzione. Conseguente è il concetto di Indoor Relief, ndt] è stata una delle prime responsabilità giuridiche assunte dalle municipalità, dalle contee e dalle parrocchie americane, dal periodo coloniale fino al XIX° secolo.

Durante quel periodo, questo tipo di problema era affrontato di solito attraverso le domande di “insediamento”. Una comunità aveva la responsabilità di fornire sollievo ai suoi membri bisognosi, purché fossero nativi, nel senso che avevano ricevuto un “insediamento”.

Questa pratica è diventata sempre più difficile in una società industrializzata, perché le persone si muovevano avanti ed indietro in cerca di un lavoro, ed erano costrette ad abbandonare le proprie comunità, quando non era possibile trovarlo.

La successiva importante iniziativa fu la costruzione degli ospizi da parte dei Governi dei singoli Stati, soprattutto nei primi anni del XIX° secolo. L’idea centrale era che, costringendo le persone bisognose di aiuto a vivere negli ospizi, dove le condizioni di vita erano molto dure, ci sarebbero stati meno candidati [all’assistenza sociale, ndt].

Ma la situazione si sviluppò in modo diverso, perché anche le persone abili andavano alla ricerca di questi ospizi, soprattutto quando c’era poco lavoro e la disoccupazione era elevata. Peggio ancora, queste istituzioni diventarono il solo supporto esistente per gli orfani, i malati di mente e gli anziani senza reddito, o senza una famiglia che poteva sostenerli.

Uno dei motivi per cui i “progressisti” guardavano allo Stato per la necessaria assicurazione sociale, è che questa era vista come un qualcosa di “obbligatorio”.

Come documentato dalla politologa Theda Skocpol, c’erano diversi programmi di assicurazione sociale “pubblica” prima del New Deal. Sulla scia della Guerra Civile, ad esempio, il Congresso istituì un elaborato sistema pensionistico per i veterani. Al suo apice, nel 1910, questo sistema pensionistico di invalidità e vecchiaia concedeva dei benefici ad oltre il 25% di tutti gli uomini americani sopra i 65 anni, e rappresentava un quarto delle spese totali del Governo Federale.

Tra il 1911 ed il 1920, 40 Stati approvarono delle Leggi che concedevano pensioni [mother’s pensions] alle donne sole con figli a carico. Questi programmi permettevano alle madri vedove e bisognose di provvedere ai loro figli.

Ma c’era anche un sistema di assicurazione sociale volontaria, alla fine di quel secolo. Nel saggio “From Mutual Aid to the Welfare State”, lo storico David Beito scrive che c’erano migliaia di società di fratellanza in tutta l’America, fra la fine del XIX° e l’inizio del XX° secolo.

Queste società erano organizzate dalle comunità religiose, dalle etnie e via dicendo. Erano anche le più comuni fornitrici di assicurazione sociale e di sollievo prima del New Deal. In generale, si coprivano le spese funerarie e si fornivano alcune indennità di malattia. Questi aiuti erano particolarmente importanti per i lavoratori a basso salario, e giocarono un ruolo più importante, nel settore nell’assicurazione sociale, rispetto a quello delle “istituzioni di carità” o del welfare.

Politicamente e socialmente frammentate, queste società non ebbero alcun ruolo nella richiesta di un intervento pubblico nell’assicurazione sociale, e continuano ad essere un motivo di celebrazione da parte dei conservatori.

Ma c’erano alcuni grossi problemi. Il primo era costituito dal fatto che erano di tipo regionale e piuttosto isolate. Non esistevano forme di assicurazione in luoghi che non fossero grandi città, siti industriali o località con radicate comunità etniche o di immigrati.

Anche negli Stati con grandi città ed industrie fiorenti, come ad esempio la California e New York, solo il 30% dei lavoratori aveva una sorta di copertura sanitaria, attraverso dei sistemi di fratellanza. I programmi, inoltre, non fornivano che un’assicurazione frammentaria e parziale.

Questi programmi, inoltre, erano progettati per uomini-lavoratori … la maggior parte, in effetti, non coprivano le donne. I contratti di assicurazione contro le malattie, ad esempio, non prevedevano in modo esplicito la copertura della gravidanza, del parto o dell’assistenza ai bambini [che all’epoca era vista come una specifica responsabilità delle donne].

I “lodge doctors” [una specie di medico di pronto soccorso, ndt] “noleggiati” dalle società di fratellanza, fornivano un’assistenza del tutto inadeguata. La maggior parte di queste società, oltretutto, prevedeva dei limiti d’età. Quelli che avevano più di 45 anni venivano generalmente esclusi, e quelli che non lo erano venivano assoggettati a costi più elevati. Quelli già in cattive condizioni di salute, invece, venivano esclusi dopo un esame medico.

C’era un limite massimo ed uno minimo per le prestazioni e, di conseguenza, la disabilità di lungo termine non veniva coperta. Ancora nel 1930 le prestazioni per la vecchiaia rappresentavano appena il 2,3% delle prestazioni totali fornite dalle organizzazioni di fratellanza.

Quindi, seppur all’epoca fossero molto pervasive, [queste società di fratellanza] non hanno mai fornito più di una scheggia della necessaria assicurazione sociale. La Fondazione Russell Sage ha concluso che, a quel tempo, le società private “seppur espressione tangibile di un bisogno molto sentito, erano uno strumento veramente debole per l’esecuzione di un dovere [l’assistenza sociale] che andava ben al di là delle loro competenze“.

Questa necessità è ciò che ha dato origine, in parte, al movimento progressista. La “carità privata” semplicemente non aveva quell’ampiezza e quella profondità, necessarie per rispondere ai “Quattro Cavalieri dell’Apocalisse”, in epoca industriale. Conseguentemente, i progressisti volevano che il Governo assumesse un ruolo maggiore nell’affrontare questi mali.

Rendendo universale [l’assicurazione sociale], i lavoratori a basso salario avrebbero potuto essere inclusi. Inoltre, costringere i datori di lavoro a dare il loro contributo, era una cosa giusta, perché avrebbero direttamente beneficiato di questa copertura.

Rubinow ha sostenuto che i lavoratori americani “devono convincersi che hanno il diritto ad imporre, all’industria ed alla società in generale, almeno una parte dei costi e delle perdite dovuti alle malattie, e possono farlo solo quando pretenderanno che lo Stato utilizzi il suo potere e la sua autorità per aiutarli, almeno indirettamente, con lo stesso vigore che ha usato quando è andato in soccorso degli interessi economici”. Conseguenza di questo pensiero è che l’assicurazione sociale aveva un diretto scopo “pubblico”, e doveva essere concessa pubblicamente.

L’assicurazione sociale, secondo la tesi originale dei progressisti, non era quindi una questione di semplice redistribuzione, ma uno specifico interesse pubblico. La protezione contro la povertà, la malattia, la disoccupazione e gli altri rischi della vita, avrebbe beneficiato sia le singole persone che il grande pubblico. I progressisti sostenevano che tutte le parti erano interessate ad una efficace assicurazione sociale.

Il movimento progressista fece alcuni passi iniziali, tra i quali comprendiamo un sistema di leggi per il risarcimento dei lavoratori. Ma l’assicurazione sociale aveva dei problemi ad andare al di là di questa linea. Gli sforzi per passare ad una sanità pubblica statale fallirono, in particolare nello stato di New York, a causa dell’opposizione di alcuni settori del mondo del lavoro, del commercio e della sanità.

Gli storici discutono su chi sia il responsabile della staticità in materia di assicurazione pubblica, e pensano ad un mix fra etica individualistica, debolezza del movimento operaio, potere delle élites imprenditoriali, carenza di burocrazia pubblica ed infine mancanza di patrocinio politico. Comunque, indipendentemente dai suoi motivi, gli Stati Uniti avrebbero dovuto aspettare fino alla Grande Depressione [1929] perché il concetto di “ruolo pubblico” potesse svilupparsi.

ASSICURAZIONE SOCIALE E NEW DEAL

Se il movimento progressista contribuì a ridurre l’elaborato sistema di volontariato costituito dalle società di fratellanza, la Grande Depressione, invece, lo fece sparire del tutto. La Grande Depressione colpì con una durezza tale, da distruggere letteralmente queste infrastrutture private di sostegno.

La domanda di sostegno al reddito salì alle stelle, proprio nel momento in cui la depressione faceva diminuire l’aiuto privato. Ed il solo modo che era a disposizione dei lavoratori per fronteggiare i tempi cattivi – ovvero aumentare la quantità di ore lavorate – non era praticabile in un periodo di disoccupazione di massa.

Le reti informali di supporto che operavano a livello locale – dalle comunità religiose a quelle etniche – furono tutte largamente superate dalla Grande Depressione. Le società etniche di beneficienza, le associazioni per la costruzione [di case] e per i prestiti, le polizze assicurative di fratellanza, i conti bancari e gli accordi di credito … ebbero tutte un notevole tasso di fallimento.

Le società di fratellanza, che negli anni ’20 erano servite da àncora per le loro comunità, o crollarono o dovettero ridurre i loro servizi, sia per la forte domanda che per le risorse in calo. Al di là del fatto che non era più disponibile alcuna assicurazione sociale, ci furono importanti implicazioni riguardo la capacità di spesa, visto che i prestiti, così come i contributi per le malattie e per gli infortuni, furono ridotti.

La risposta iniziale dell’Amministrazione Hoover alla Grande Depressione, fu quella di integrare gli aiuti privati, senza creare quei programmi permanenti di assicurazione sociale pubblica, che sarebbero stati introdotti con il New Deal.

L’obiettivo di Hoover – nelle parole dello storico Ellis Hawley – era quello di mantenere “un’alternativa non-statale all’individualismo atomistico, ma anche la romantica immagine del volontariato come parte più autenticamente democratica di ogni azione di Governo”, confermando in questo modo le valutazioni ottimistiche sulla capacità del settore privato.

Il Presidente Hoover – analogamente ai conservatori del giorno d’oggi – sosteneva che qualsiasi risposta alla crisi economica doveva “mantenere lo spirito di carità e di mutuo aiuto, attraverso il ricorso alla donazione volontaria”, perché lui potesse sostenerla.

Per quanto nobile potesse essere, l’obiettivo fu fallito. Più si appoggiava alle agenzie private, più Hoover trovava resistenza. Le società private del settore non volevano giocare il ruolo che il Governo assegnava loro, e anche quelle che lo fecero trovarono difficile, se non impossibile, svolgere quei compiti.

La Croce Rossa, ad esempio, non volle andare oltre l’assistenza in caso di catastrofe. Altri gruppi, come la “Association of Community Chests and Councils”, non avevano alcun interesse nel coordinare i fondi a livello nazionale, invece che locale. Hoover capì, inoltre, che la carità privata non esisteva nelle zone rurali, ma non riuscì a convincere le società di beneficenza private a soddisfare queste esigenze.

In seguito egli fece marcia indietro, creando la “Reconstruction Finance Corporation”, per fornire credito d’emergenza alle agenzie di assistenza che erano sotto forte pressione, così come alle banche ed alle ferrovie.

Questi prestiti, tuttavia, non furono resi disponibili che all’inizio del 1933. Hoover, nelle parole di Hawley, consentì al New Deal di emergere, in ragione della sua “riluttanza a riconoscere che il settore privato era intrinsecamente incapace di soddisfare la domanda di servizi sociali“.

Ma la cosa più degna di nota è che, alla fine, le società private di fratellanza e di beneficenza accolsero volentieri questa transizione. Durante la Grande Depressione, i cittadini – ed in particolare l’intera gamma delle comunità etniche “bianche” presenti nelle grandi città – dovettero assistere al fatto che la disoccupazione di massa stava buttando giù istituzione dopo istituzione.

Dalle società di fratellanza alle “Charity Banks” [banche con fini etici, ndt], la rete delle istituzioni private non era in grado di competere con la Grande Depressione. Come documentato da Lizabeth Cohen in “Making a New Deal”, queste comunità etniche “bianche” guardarono al New Deal per ottenere quella sicurezza di base che le loro società di volontariato non erano in grado di offrire, durante una profonda recessione.

Come conseguenza dell’implosione delle società di volontariato, le famiglie di operai cominciarono a guardare al Governo ed ai Sindacati, per essere protetti dall’instabilità delle banche e dai rischi dei “Quattro Cavalieri dell’Apocalisse”.

Questa transizione ebbe luogo anche nelle associazioni di beneficenza private di quel tempo. Si può prendere ad esempio il trattato del 1934 di Linton Swift, uno dei leaders della “Family Welfare Association of America [FWAA]”, un’”umbrella group” [associazione di istituti, ndt] costituito da centinaia di agenzie operanti nel servizio sociale volontario.

Il FWAA era anche un veicolo per opporre resistenza alle iniziative “pubbliche”, prima della Grande Depressione. Il FWAA e gli altri gruppi di questa comunità si opposero all’assistenza pubblica per i poveri, spinti dalla preoccupazione per le macchine clientelari che i politici avrebbero potuto costruire su di essa.

Erano preoccupati anche perché avrebbero perso la possibilità di censurare, o di proteggere, le diverse popolazioni. Determinando chi era meritevole o meno della loro assistenza, potevano proteggere coloro che ritenevano degni del loro sostegno. L’assistenza pubblica, temevano, avrebbe finito con il penalizzare tutti.

Ma la prospettiva cambiò radicalmente a partire dal 1934. All’inizio del suo libro, Swift scrisse: “c’è ora un generale riconoscimento della responsabilità primaria dei governi locali, statali e federale, nel dar sollievo alla disoccupazione e ad altri tipi di necessità”. Non fu certo una sorpresa. Gli Istituti membri del FWAA scoprirono che i casi che avevano a carico erano aumentati di ca. il 200%, tra il Gennaio del 1929 e quello del 1930.

Ma non solo Swift, anche Josephine Brown – in origine un’assistente sociale, ma in seguito componente del “New Deal Works Progress Administration” – nel 1939, scrisse che:

“durante i primi due anni, 1929-1931, le agenzie private, sottoposte ad una grande pressione, fecero il coraggioso tentativo di trasportare dei carichi impressionanti, per giustificare la fede dei loro leaders nella superiorità dei loro metodi, rispetto a quelli del ‘sussidio pubblico’ … ma nel 1931 diventò evidente che l’assistenza alla disoccupazione non poteva che essere pubblica”.

Si noti che la dichiarazione di Swift non equivaleva a dire che non c’era più bisogno di “carità privata”. Al contrario, egli sosteneva che il volontariato del settore privato avrebbe “soddisfatto quei bisogni umani che il “pubblico” non riconosceva ancora come vitali o meritevoli di supporto”.

La “carità” avrebbe ora guardato allo “stato sociale” per la cura della povertà assoluta e per ampliare l’assicurazione sociale, mentre la “beneficenza privata” avrebbe potuto colmare alcune lacune “mirate” … piccole, eppure importanti, nell’ambito di un’ampia copertura di base.

Questo è esattamente quello che abbiamo fatto nei decenni successivi alla Grande Depressione. Lo storico Andrew Morris, nel “The Limits of Voluntarism”, scrisse che i membri del FWAA cominciarono ad aggiungere nei loro frontespizi i termini “servizio” e “welfare”, che suggerivano che si trattava di imprese di “character-building” [formazione del carattere].

Ci furono comunque anche delle interpretazioni più estensive, come ad esempio la consulenza matrimoniale, ma anche l’integrazione della vita civile al di là delle necessità primarie.

Lo “stato sociale” permise alla “carità privata” di evolversi e diventare più mirata, ovvero di dar inizio ad un nuovo accordo tra il settore “pubblico” e quello “privato”, con il primo che si assumeva il peso che il secondo non poteva più sopportare.

PERCHE’ L’ASSICURAZIONE PUBBLICA E’ MIGLIORE

Con questa storia fra le mani, non possiamo prendere sul serio la teoria generale, cara ai conservatori, sulle vere ragioni dei limiti del volontariato nel provvedere all’assicurazione sociale, rispetto allo Stato.

L’economia ha ampiamente teorizzato il concetto di “fallimento”, o quei momenti in cui i mercati non riescono ad allocare le risorse in modo efficiente. Ha anche descritto i fallimenti governativi generati dalla teoria della “scelta pubblica” [rispetto a quella privata, ndt], supportata dai liberals.

Questo focus sui mercati e sui governi ha lasciato in secondo piano lo studio del settore del volontariato. Questa mancanza di attenzione critica ha condotto all’ipotesi che il settore del volontariato sia in grado di risolvere problemi che in realtà sono fuori dalla sua portata.

Ma la Grande Recessione del 2008 offre il perfetto case-study [metodo di studio utilizzato nell’ambito di questioni complesse, per estendere l’esperienza o rafforzare ciò che è già noto da precedenti ricerche, ndt] sulle ragioni per cui il settore del volontariato non può risolvere questi problemi.

Se persone come Mike Lee sono corrette, allora l’inizio della Grande Recessione [2008] era esattamente il periodo in cui la “carità privata” avrebbe dovuto intensificarsi. Ma nella realtà le donazioni private diminuirono, non appena questa ebbe inizio.

Nel 2008, in effetti, le donazioni sono scese del 7%, e del 6,2% nel 2009, seguite da un piccolissimo aumento nel 2010 e nel 2011, nonostante la disoccupazione permanesse a livelli molto elevati. Considerando le donazioni in termini percentuali rispetto al PIL [anche il PIL si è ridotto], sono passate dal 2,1% del 2008 al 2,0% del 2009, e così via fino al 2011 [il punto più alto è stato nel 2005, con il 2,3% del PIL].

Come dimostrato dallo studio di Robert Reich e Christopher Wimer, il calo si è verificato presso tutte le fonti [di donazione], e ha colpito quasi tutte le organizzazioni non profit. Le persone hanno donato l’8% in meno nel 2008 rispetto all’anno precedente, per scendere di un ulteriore 3,6% nel 2009.

I lasciti di beneficenza sono diminuiti complessivamente del 21%, tra il 2008 e il 2010, mentre i contributi da parte delle imprese, dopo essere calati nel 2008, sono poi aumentati, ma solo molto lentamente. Anche le Fondazioni hanno dato di meno, anche se alcuni aspetti giuridici, ed il rispetto delle regole operative cui sono soggette, hanno probabilmente imposto loro un qualche limite.

Ci sono stati comunque alcune brillanti eccezioni, come ad esempio le banche alimentari, le cui prestazioni sono costantemente aumentate. Ma, mentre l’economia passava dalla caduta libera del 2008 alla stagnazione del 2010, la “carità privata” continuava invece ad essere depressa, nonostante la situazione generata dall’onda di austerità – che aveva colpito i governi statali e quelli locali, con il notevole ridimensionamento della spesa ed il licenziamento di molti lavoratori del settore pubblico – premesse ancor più fortemente sulla “carità privata” perché questa incrementasse le sue attività sociali.

Perché la situazione generale non è stata così urticante come invece avrebbe potuto essere? Il motivo è da ricercare nel ruolo svolto dal Governo Federale. Gli “stabilizzatori automatici”, una fondamentale innovazione politica del welfare state, erano lì a dare una mano.

Gli “stabilizzatori automatici” sono costituiti da norme come quelle dell’assistenza alimentare ed alla disoccupazione, che garantiscono un minimo di reddito e di sicurezza alle persone, che a loro volta consentono una spesa maggiore quando l’economia va in recessione.

Questa capacità di aumentare automaticamente il potere d’acquisto delle persone è un’importante ed efficace risposta alla recessione. Questi stabilizzatori, poi, tendono a diminuire in modo automatico quando l’economia comincia a riprendersi.

Nel corso del 2009, mentre la “carità privata” stava crollando, gli “stabilizzatori automatici”, al contrario, aumentavano rapidamente dallo 0,1% al 2,2% del PIL [una cifra più o meno equivalente a tutto l’ammontare della beneficenza negli Stati Uniti].

Il suo intervento è stato indirizzato verso quei settori che più stavano soffrendo a causa della disoccupazione, aiutando in questo modo i più bisognosi [sforzi che la “carità privata” faceva solo parzialmente, come abbiamo visto].

Gli economisti della Goldman Sachs hanno concluso che questo cambiamento ha prodotto una differenza cruciale che – insieme agli sforzi del Governo per impedire il crollo del settore bancario, ed all’espansione della politica monetaria della Federal Reserve – ha permesso alla Grande Recessione del 2008 di non diventare una seconda Grande Depressione.

Con questo in mente, possiamo esaminare le ragioni per cui gli sforzi del volontariato falliscono sempre. Nonostante questo settore sia stato generalmente poco studiato, Lester Salamon, nel 1980, elaborò la teoria del “fallimento del volontariato”, per contrastare la teoria conservatrice del “fallimento del Governo”. Tre parti di questa teoria spiccano in modo particolare sulla scia della Grande Recessione del 2008.

La prima è quella che Salamon descrive come “insufficienza filantropica”. Si verifica quando il settore del volontariato non può generare tutte quelle risorse necessarie per fornire prestazioni di livello sufficiente, che è esattamente quello che è successo nel 2008. Ma c’è anche il problema della copertura geografica. Come aveva scoperto Hoover, in alcuni luoghi la “carità” è più abbondante che in altri … solo il Governo ha la capacità di fornire una copertura universale.

Ma non è una mera questione di ciclo economico. La seconda ragione identificata da Salamon è il “particolarismo filantropico”. La “carità privata” tende a concentrarsi su gruppi specifici, in particolare su quelli considerati come “meritevoli” e genericamente “simili”. Questa considerazione, per qualche verso, illustra l’intera questione relativa alla “carità privata”. La quota più sostanziosa della beneficenza statunitense non và alla cura dei poveri, ma al sostentamento delle istituzioni religiose [il 32% delle donazioni]. Sulla base di ipotesi molto generose, l’“Indiana University’s Center for Philantropy“ ha rilevato che solo un terzo delle donazioni, in realtà, và ai poveri. Inevitabilmente, quasi per definizione, ci saranno delle persone bisognose che saranno lasciate fuori da queste donazioni “mirate”.

Il terzo elemento del fallimento del volontariato è costituito dal “paternalismo filantropico”. La “carità” – che rappresenta una risposta puramente spontanea della società civile, o comunque la risposta di una “comunità di uguali” alle istanze del “bene comune” – consente che una quantità sproporzionata di potere sia nelle mani di coloro che dispongono delle maggiori risorse. Lo stretto controllo delle risorse derivate dalla beneficenza, inoltre, canalizza gli aiuti verso gli interessi e le esigenze di coloro che già detengono grandi quantità di potere. I primi esempi del fallimento del “volontariato” possono essere visti nelle quantità di donazioni che vanno a sostegno della “politica” e delle Università d’elite – per aiutare l’ammissione di giovani già di per sé privilegiati – anche se le esigenze delle persone veramente disperate restano insoddisfatte .

A livello di base, gran parte della beneficenza fatta dalle élites non costituisce che una forma per segnalare il proprio “status sociale”, con particolare riferimento alle donazioni fatte alle istituzioni culturali ed educative d’élite. Una gran parte, inoltre, è devoluta alla mobilitazione politica, perché le élites possano perseguire obiettivi a loro favorevoli.

Il Giudice Richard Posner scrisse, una volta, che le fondazioni di beneficenza” sono delle “istituzioni del tutto irresponsabili, non rispondono a nessuno e ricordano da vicino una monarchia ereditaria”. Perché dovremmo mettere la gestione integrale dei rischi della nostra esistenza, anche quelli mortali, nelle mani di una simile creatura?

TUTTI DANNO … E TUTTI OTTENGONO DEI BENEFICI

Il sistema di assicurazione sociale degli Stati Uniti è sempre stato un ibrido pubblico-privato. Negli ultimi 30 anni si è sviluppato un significativo movimento politico dedito alla riduzione del ruolo del “pubblico”, nella speranza che un mondo fatto di assicurazioni sociali strettamente private avrebbe potuto ben sostituirlo.

Ma il mondo costituito dalle assicurazioni sociali “private” è miseramente crollato all’indomani della Grande Recessione [2008] ed in seguito ai cambiamenti dell’economia. Secondo lo “US Census Bureau”, la copertura sanitaria a carico dei datori di lavoro è scesa dal 64% della forza lavoro del 1997, al 56% del 2010.

I veicoli di risparmio privato, inoltre, non sembrano in grado di prevenire la povertà in età avanzata, con i tipici 401 (k) [fondi pensionistici USA, ndt] che, nel 2008, detenevano mediamente meno di 13.000 USD/per singolo conto.

Al contrario, essi sembrano costituire un sistema concepito più che altro per concedere benefici fiscali alle persone già benestanti, con l’80% delle agevolazioni fiscali che và al più ricco 20% degli americani, mentre solo il 7% và al 60% più povero. Si può immediatamente concludere di come la beneficenza privata non sia riuscita ad affrontare la sfida costituita dalla Grande Recessione [2008].

Questo ci riporta alla visione della “carità” per come la concepiva il Presidente Truman. L’intervento del “pubblico”, nella lotta contro i “Quattro Cavalieri dell’Apocalisse”, non uccide affatto la “carità privata”. Le consente, al contrario, di prosperare pienamente.

Il “pubblico” [lo stato sociale] consente al “privato” [la beneficenza] di poter rispondere alle istanze degli individui e delle comunità con un sistema di aiuti agili e mirati, senza doversi far carico dell’enorme fardello costituito dal dover fronteggiare le incertezze di reddito tipiche dell’età moderna.

Uno Stato che preveda un’assicurazione sociale “pubblica”, dà ad ogni individuo la sicurezza necessaria perché egli possa correre dei rischi, la qual cosa arricchisce la nostra economia e la nostra società. Stabilisce, inoltre, una base di uguaglianza e di solidarietà tra tutti i cittadini, in modo che la “carità” possa migliorare sul serio la vita dei meno fortunati, invece di costringerli a far affidamento solo su questa.

La politica sarà letteralmente trascinata da questi impegni. Non appena le pensioni private andranno ad estinguersi ed i 401 (k), come gli altri veicoli di risparmio, dimostreranno di non poter garantire la nostra pensione, sarà necessario espandere notevolmente la sicurezza sociale “pubblica”, per colmare questa lacuna.

Visto che il Governo Federale, rispetto ai singoli Stati, è decisamente più adatto a soddisfare queste esigenze, la federalizzazione sia di Medicaid, che dell’assicurazione contro la disoccupazione, dovrebbe diventare il pilastro di questa piattaforma politica.

Attraverso la propria leva finanziaria, il Governo Federale può controllare i costi in modo notevolmente migliore rispetto ai singoli Stati. Andrebbe a costituire, inoltre, un più solido bastione per fronteggiare i periodi di debolezza economica, e potrebbe liberare i singoli Stati da uno dei costi più grandi, oltretutto in fase di notevole crescita.

Se le SNAP [o indennità di disoccupazione] fossero state garantite interamente dai programmi statali [e quindi non federali, ndt], come i conservatori volevano fare, questi non avrebbero potuto gestire gli oneri della Grande Recessione [2008].

Ma l’assicurazione sociale non è soltanto una mera raccolta di programmi. E’ un riflesso di chi è che noi siamo e di quali intenzioni abbiamo riguardo i rischi dell’età moderna. Contrariamente alle fantasie idealizzate dei conservatori, i “Quattro Cavalieri dell’Apocalisse” [gli infortuni, la malattia, la vecchiaia e la disoccupazione] non sono mai stati respinti con mezzi puramente privati​​.

Solo una risposta “pubblica” vigorosa, radicata nella visione della “carità” per come la concepiva il Presidente Truman, è in grado di garantire un passaggio sicuro verso un futuro di prosperità.

MIKE KONCZAL
The Atlantic

Link: The Conservative Myth of a Social Safety Net Built on Charity

24.03.2014

Scelto e trdaotto per www.ComeDonChisciotte.org a cura di FRANCO

Pubblicato da supervice

  • Franco-Traduttore
    Vorrei sottolineare questa parte del saggio, che a mio parere costituisce una buona risposta ai sostenitori del privato contrapposto al pubblico:

    Con questo in mente, possiamo esaminare le ragioni per cui gli sforzi del volontariato falliscono sempre. Nonostante questo settore sia stato generalmente poco studiato, Lester Salamon, nel 1980, elaborò la teoria del "fallimento del volontariato", per contrastare la teoria conservatrice del “fallimento del Governo”. Tre parti di questa teoria spiccano in modo particolare sulla scia della Grande Recessione del 2008.

    La prima è quella che Salamon descrive come “insufficienza filantropica”. Si verifica quando il settore del volontariato non può generare tutte quelle risorse necessarie per fornire prestazioni di livello sufficiente, che è esattamente quello che è successo nel 2008. Ma c’è anche il problema della copertura geografica. Come aveva scoperto Hoover, in alcuni luoghi la “carità” è più abbondante che in altri … solo il Governo ha la capacità di fornire una copertura universale.

    Ma non è una mera questione di ciclo economico. La seconda ragione identificata da Salamon è il “particolarismo filantropico”. La “carità privata” tende a concentrarsi su gruppi specifici, in particolare su quelli considerati come "meritevoli" e genericamente “simili”. Questa considerazione, per qualche verso, illustra l’intera questione relativa alla “carità privata”. La quota più sostanziosa della beneficenza statunitense non và alla cura dei poveri, ma al sostentamento delle istituzioni religiose [il 32% delle donazioni]. Sulla base di ipotesi molto generose, l’“Indiana University’s Center for Philantropy“ ha rilevato che solo un terzo delle donazioni, in realtà, và ai poveri. Inevitabilmente, quasi per definizione, ci saranno delle persone bisognose che saranno lasciate fuori da queste donazioni “mirate”.

    Il terzo elemento del fallimento del volontariato è costituito dal “paternalismo filantropico”. La “carità” – che rappresenta una risposta puramente spontanea della società civile, o comunque la risposta di una “comunità di uguali” alle istanze del “bene comune” – consente che una quantità sproporzionata di potere sia nelle mani di coloro che dispongono delle maggiori risorse. Lo stretto controllo delle risorse derivate dalla beneficenza, inoltre, canalizza gli aiuti verso gli interessi e le esigenze di coloro che già detengono grandi quantità di potere. I primi esempi del fallimento del “volontariato” possono essere visti nelle quantità di donazioni che vanno a sostegno della “politica” e delle Università d’elite – per aiutare l’ammissione di giovani già di per sé privilegiati – anche se le esigenze delle persone veramente disperate restano insoddisfatte .

    A livello di base, gran parte della beneficenza fatta dalle élites non costituisce che una forma per segnalare il proprio “status sociale”, con particolare riferimento alle donazioni fatte alle istituzioni culturali ed educative d’élite. Una gran parte, inoltre, è devoluta alla mobilitazione politica, perché le élites possano perseguire obiettivi a loro favorevoli.