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IL LIBRO NERO DELLA CACCIA AI MIGRANTI: LAMPEDUSA E I VALORI DELLA FORTEZZA EUROPA

DI CHEMS EDDINE CHITOUR

mondialisation.ca

« Ma perché ti ostini a partire? Ci lasci
Attraverso i mari
Ti avventuri a mettere in pericolo la tua preziosa vita.
Per emigrare
rinunciando a noi,
questo viaggio non è legale. E la sua fine può essere sfortunata
la barca è piccola e il legno è marcio. E rischi
d’annegare senza più poter tornar da noi.»
Merzak Ouabed (Poèmes, les raisons de la colère) [Poesie, le ragioni della collera ndt]

Un’eccellente poesia che descrive meglio di mille discorsi la tragedia di coloro che rischiano la propria vita per ottenerne una migliore.
Recentemente, un drammatico episodio ha addolorato le 350 famiglie dei dispersi di Lampedusa, vittime al contempo dei mercanti di morte che li stipano sulle bagnarole alla stregua di sardine e dei paesi rivieraschi che fanno di tutto pur di allontanarli dalle coste a costo di non soccorrerli neanche… Una settimana fa, difatti, dei dannati della terra (da Les Damnés de la Terre, saggio di Frantz Fanon sul problema coloniale nel 1961 ndt) sono morti a un chilometro dalla Terra Promessa, in questo caso il litorale di Lampedusa, isola italiana con una superficie di 20,2 km2 e popolata da meno di 6 000 abitanti. Essa si trova a 205 km dalla Sicilia, a 167,2 km dalla Tunisia, a 220 km da Malta e a 355 km dalla Libia.

La prossimità della Tunisia e della Libia che costeggiano il Canale di Sicilia fanno dell’isola un punto d’accesso privilegiato per gli immigrati irregolari che vogliono raggiungere l’Europa. Questi tentano la traversata rischiando la vita in imbarcazioni di fortuna provenienti da città costiere tunisine come Gabès, Zarzis, Sfax, Mahdia o dal litorale libico. Lampedusa, in particolare, è spesso stata protagonista di tali vicende. Tale fenomeno è cominciato nel 1992 e non ha cessato di amplificarsi: 31 700 immigrati clandestini sono arrivati sull’isola fra l’11 e il 13 febbraio 2011, più di cinquemila tunisini sprovvisti di regolare permesso di soggiorno sono giunti sull’isola, approfittando di un rilassamento della sorveglianza doganiera e poliziesca in seguito alla Rivolta Tunisina del 14 gennaio 2011.

Questa volta, è naufragata un’imbarcazione con a bordo circa cinquecento migranti, giovedì 3 ottobre, nei pressi di Lampedusa. Secondo i media italiani, finora, soltanto centocinquanta passeggeri sono stati salvati. I naufraghi avevano prima passato più ore in acqua. Secondo il Corriere della Sera «una trentina di bambini e tre donne incinte» si troverebbero ancora in mare. Sarebbero partiti dal porto libico di Misurata.

Una prima polemica è scoppiata dopo che numerosi sopravvissuti hanno dichiarato che almeno tre pescherecci erano passati nelle vicinanze del barcone in difficoltà senza prestare soccorso. Episodio che riporta all’affaire Zenzeri e Baydouh (2007), in cui due capitani di pesca si sono visti accusare, alla luce della legge Bossi-Fini, di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina sul territorio per avere aiutato dei profughi in difficoltà. I migranti provenienti dall’Africa Nera che muoiono attraversando il Sahara per finire infilzati da recinzioni in filo spinato nel Marocco spagnolo sono da compiangere quanto coloro che tentano la traversata per mare.

I rimorsi tardivi: lacrime di coccodrillo

La stampa europea ha gridato unanimemente allo scandalo e ha invocato la necessità di risolvere la questione. Da vent’anni gli stessi discorsi, con la medesima indifferenza di volta in volta che l’opinione pubblica trovi qualcosa di nuovo su cui dirigere la propria attenzione. «Il massacro degli immigrati, l’Italia in lutto» titola il Corriere della Sera. Nell’articolo principale del quotidiano di Milano, Gian Antonio Stella ricorda il numero di persone che sono annegate nel tentativo di attraversare il Mediterraneo dal 1988: almeno 19 142 secondo il blog Fortresse Europe. Stella rammenta, inoltre, che poco tempo prima di questa tragedia, il Consiglio d’Europa aveva accusato l’Italia d’attirare l’immigrazione a causa dei suoi sistemi di dissuasione inadeguati, mentre regolarmente altre istituzioni europee criticano le politiche “dissuasive”. […] È, questo, un problema comune. […] Bruxelles dovrebbe andare a Lampedusa e contare i morti. Sono anche suoi. Per lo Spiegel Online, il naufragio di Lampedusa è il «fallimento dell’Europa»; si sono certamente verificati scenari apocalittici: 500 persone che cadono da una barca in fiamme, numerose fra queste incapaci di nuotare. Ciò che è accaduto fa tremare l’Europa intera. […] La piccola isola si sente sola e questa non è la prima volta. Dal 1999, più di 200 000 persone provenienti dall’Africa e dall’Asia, in fuga dalla guerra, dalla fame e dalla misera, si sono arenate laggiù. Si stima che da 10 a 20 000 persone siano morte durante la traversata. Da gennaio 2013, 22 000 rifugiati hanno raggiunto Lampedusa. Quest’isola è un simbolo. Un simbolo della sconfitta della politica d’immigrazione europea. La maggior parte dei naufraghi venivano dalla Somalia e dall’Eritrea, scappando dalla fame e dalla guerra. Parte dei sopravvissuti ha dichiarato che malgrado le richieste di soccorso, tre imbarcazioni sono passate senza cambiare rotta così da portare aiuto. Per El País «il grido di questi uomini in fuga scuote l’Europa»: è stato necessario quest’enorme naufragio- ed è uno dei più importanti fra quelli accaduti a oggi- perché gli occhi si puntassero verso i 5 000 abitanti di un’isola [Lampedusa] il cui il sindaco [Giusi Nicolini], sfinita dalla sordità delle autorità italiane ed europee, ha inviato una lettera all’Unione Europea nel febbraio 2013, nella quale pone questa domanda: «che misura deve raggiungere il cimitero sulla mia isola?»

Sotto il titolo “Lampedusa cola a picco”, Gazeta Wyborcza constata che «il distretto siciliano è diventato la tomba degli Africani che sognano il paradiso europeo». Né gli italiani, né gli europei vogliono immigrati illegali, poveri e senza educazione. Rendere il sistema di sorveglianza del Mar Mediterraneo, supervisionato da Bruxelles, più efficace per salvare i profughi dall’annegamento è un arduo compito. Sul De Volkskrant, la cronista Sheila Sitalsing s’indigna per l’ipocrisia che regna in Europa. Denuncia che la politica d’immigrazione dell’ UE si riassume nei seguenti termini: discutere, discolparsi, distogliere lo sguardo. Sono anni che i paesi dell’ Europa meridionale provano con enorme pena a portare i loro colossali problemi di immigrazione all’attenzione dell’agenda di Bruxelles, avvertendo: «non possiamo continuare ad accoglierli, ma non possiamo lasciarli morire né rinviarli, dunque aiutateci!». E i paesi del nord rispondono: «Bisogna respingerli comunque, diamine!». Il quotidiano di Lisbona intitola il suo editoriale «Lampedusa e la vergogna dell’Europa». Pùblico prosegue: «il Mediterraneo, questo mare che fu la rotta e il centro della civilizzazione dall’Antichità, si è trasformato in un campo di sterminio. Non ci sono miracoli. Ma un’ Europa tormentata dalla paura e dalla crisi che si rinchiude su se stessa non sarà più a breve se stessa se non comprende che la morte nel Mediterraneo è al tempo stesso la sua morte». (1)

Alessandro Marino, che sfida il divieto e rischia secondo l’opinione dei politici italiani che hanno votato tale legge scellerata per l’assistenza a persone in pericolo, racconta la sua pena in modo struggente. Ringoia le sue lacrime quando narra i suoi sforzi disperati per tentare di strappare al mare centinaia di migranti, vittime di un naufragio drammatico: «Passavo la notte a bordo delle nostre barche. Abbiamo sentito delle grida e ci siamo precipitati per vedere cosa stesse accadendo, e lì, abbiamo trovato una situazione da incubo», racconta questo commerciante di Lampedusa. «In acqua c’erano fra le 150 e le 200 persone. Siamo riusciti a salvarne 47. E in più, noi stessi rischiavamo d’affogare», aggiunge. «Molti fra loro urlavano. Erano nudi per provare a galleggiare il più a lungo possibile». «Alcuni erano bloccati sotto lo scafo. Quelli che sono sopravvissuti hanno raccontato che era stato appiccato il fuoco a una coperta per attirare l’attenzione della guardia costiera nel momento in cui l’imbarcazione aveva cominciato a colare a picco. I passeggeri in panico si sono allora tutti precipitati sullo stesso lato del barcone, facendolo capovolgere. La cosa più dura era vedere i corpi dei bambini. Non avevano alcuna possibilità d’uscirne […] Non occorre molto tempo per morire nelle onde e nel freddo». (2)

I drastici e disumani regolamenti della Fortezza Europa

Per di più la fortezza Europa, vero specchietto per allodole per i giovani del Sud, si barrica più che mai. In particolare a seguito di certe Direttive della Vergogna sotto la guida del commissario europeo portoghese che, ovviamente, ha la memoria corta: non ricorda che i suoi vecchi predecessori immigrati, in fondo alla scala sociale, erano chiamati, si dice- gravissima offesa- gli Arabi d’Europa! Quest’Europa che ha messo in azione il programma Sives che permette di sorvegliare le coste spagnole di Ceuta e Melilla e che permette di individuare i migranti nel momento stesso in cui lasciano l’Africa. Quest’ Europa che allestisce una marina e un’aviazione di guerra Frontex per individuare in anticipo i barconi maledetti e ridirigerli al loro paese d’origine. Quest’Europa, che sponsorizza in certi paesi dell’Africa del Nord dei campi di detenzione, sub-appaltando così il suo sporco compito e così da poter andare a scegliere sul posto quelli che hanno il migliore genoma, il migliore diploma, ricordandoci di quando i negrieri sceglievano coloro i quali mostravano una dentatura impeccabile. (3)
Che cos’è un harraga? Termine proveniente dall’arabo maghrebino harrâg, “che brucia” (i documenti), immigrato clandestino che sbarca dall’Africa del Nord. Si comprende senza difficoltà la disperazione di questi migranti che percorrono migliaia di chilometri per venire, alcuni dal profondo dell’Africa, morire in modo tragico, annegando e restando senza sepoltura o, piuttosto, seppelliti in maniera anonima perché rigettati su di una spiaggia. Ci si ricorda con collera e impotenza dell’immagine di questa harraga giacente su una spiaggia spagnola, coperta da un cartone, mentre ragazze e ragazzi schiamazzavano allegramente in acqua a qualche metro di distanza. No, il mondo non è giusto. (3)

Si legge, giustamente, su Press Europe, che l’aumento dei controlli alle frontiere obbliga i migranti a scegliere itinerari più pericolosi e li rende sempre più dipendenti dai trafficanti d’esseri umani per oltrepassare la frontiera. Gli itinerari sono diventati più lunghi e più rischiosi e di fatto, i migranti sono diventati più dipendenti dai trafficanti d’essere umani. Per due decenni si sono investite fortune nel controllo delle frontiere e sempre più denaro è stato speso nel Frontex ( l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa nelle frontiere esterne), ma neanche questo ha fermato il flusso migratorio. Assumersi le proprie responsabilità significa per i governi europei dare ai rifugiati l’accesso a procedure di richieste d’asilo invece di spingerli verso la morte. Ciò potrebbe condurre, per esempio, alla modifica del cosiddetto Regolamento Dublino. Tale regolamento prevede che i rifugiati non possano richiedere il diritto d’asilo nel primo paese d’arrivo. La modifica di questo protocollo permetterebbe di creare la possibilità di inoltrare una domanda d’asilo in altri paesi europei. (4)

La responsabilità dell’Europa nel dramma dei migranti

Con la sua abituale lucidità Manlio Dinucci denuncia tanto l’ipocrisia dell’Italia quanto, in più, l’Europa nella sua globalità. Egli scrive «Vergogna e orrore»: sono i termini utilizzati del presidente delle repubblica Napolitano a proposito della tragedia di Lampedusa. Essi dovrebbero essere usati, più correttamente, per definire la politica dell’Italia nei riguardi dell’Africa, in particolare della Libia, da cui proveniva il barcone della morte. Prima il governo Prodi, il 29 dicembre del 2007 sottoscrive l’Accordo con la Libia di Gheddafi per «ostacolare i flussi migratori illegali». L’accordo prevede delle pattuglie marittime congiunte davanti alle coste libiche e la fornitura alla Libia di un sistema di controllo militare delle frontiere terrestri e marittime. Ci costituisce a tale scopo un Comando operativo inter-forze italo-libico. La Libia di Gheddafi diventa così la frontiera avanzata dell’Italia e dell’UE per bloccare i flussi migratori dall’Africa. (5)

«Migliaia di migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana, bloccati in Libia dall’accordo Roma-Tripoli, sono costretti a ritornare nel deserto, condannati a morte certa. Senza che nessuno a Roma esprima vergogna e orrore. Si passa poi a una pagina ancora più biasimevole: quella della guerra contro la Libia. […] Grazie a un attivo commerciale di 27 miliardi di dollari all’anno e un reddito per abitante di 13mila dollari, la Libia è prima della guerra il paese africano dove il livello di vita è più elevato, malgrado le diseguaglianza, e riceve i plausi della Banca mondiale per «l’utilizzo ottimale della spesa pubblica, compreso quello in favore degli strati sociali poveri». In questa Libia circa un milione e mezzo d’immigrati africani trova lavoro. Quando, nel marzo 2011, comincia la guerra USA/NATO contro la Libia (con 100mila missioni d’attacco aereo e di forze infiltrate le prime vittime sono gli immigrati africani in Libia, che perseguitati, sono obbligati a fuggire. Solo in Niger 200-250mila migranti tornano nei primi mesi, avendo perso la fonte di reddito che intratteneva milioni di persone. Numerosi fra questi, spinti dalla disperazione, tentano la traversata del Mediterraneo verso l’Europa. Quelli che perdono la vita sono essi stessi vittime della guerra voluta dai capi dell’ Occidente. (5)

A breve termine, l’Unione scommette sull’efficacia di Eurosure, un sistema di scambio di informazioni e immagini satellitari fra guardie costiere, operativo in dicembre, per meglio individuare gli scafi. L’UE, considerando tanto la povertà, la disoccupazione, i conflitti, un regime repressivo come altrettante spiegazioni dell’emigrazione, stabilisce di fatto che l’aiuto e il sostegno alla difesa dei diritti dell’uomo nei paesi di partenza è un modo per impedire alla radice le tragedie. (…) La rigidità del sistema d’ottenimento del visto per uno stato membro dell’Unione Europea è pure una delle cause dell’emigrazione illegale, citate da diverse ONG. Esse raccomandano, infatti, un ammorbidimento delle condizioni di rilascio del documento. (6)

La tragica realtà al di là delle lacrime di coccodrillo

«La grande maggioranza» scrive Marcelle Padovani del Nouvel Observateur «dei responsabili politici non si cura di questo problema- poiché si tratta d’un soggetto estremamente complesso. Siamo in un periodo in cui il populismo avanza assieme alla rimonta delle identità nazionali. Certi dirigenti europei sognano di fare dell’Europa “una piccola Svizzera protetta”. La tragedia di Lampedusa pone con forza il problema dell’arsenale legislativo che accompagna l’arrivo dei migranti in Italia. In questione: la legge Bossi-Fini, votata nel 2002 per fare un piacere all’ala xenofoba del centro destra, che criminalizza ogni candidato all’ingresso in Europa instaurando il reato d’immigrazione clandestina. Essa favorisce, inoltre, la vigliaccheria di coloro che incrociano gli scafi sovraccarichi e non portano loro soccorso: (…) l’assurdità di questa situazione è che i candidati all’espatrio che irrompono sul territorio italiano e che desidererebbero raggiungere le proprie famiglie o le proprie conoscenze in altri paesi, sono costretti ad attendere indefinitamente, a volte in condizioni spaventose, nei Centri di permanenza temporanea (CPT), dei documenti che gli permettano di circolare nell’Unione Europea». (7)

Dopo aver asservito i popoli africani, averli devitalizzati piegandoli e riorganizzandoli definitivamente in potentati che perpetuano il neo-colonialismo, la fortezza Europa in particolare sotto la spinta delle élite populiste della destra o della sinistra si nasconde, e impedisce a quei relitti umani d’accedere al supermercato o a quel che ne resta. Come soluzione, sempre le stesse ricette: rinforzare il dispositivo di caccia tramite Frontex, aerei e navi da guerra contro patere (barche, ndt). Pensa, inoltre, ad accordarsi con degli aguzzini sulle coste africane come ha fatto con Gheddafi, medita infine di donargli le briciole qualora ne trovasse uno capace di frenare l’arrivo delle orde migranti presso il suo territorio.

È vero che non esistono soluzioni evidenti, soprattutto adesso che l’austerity, la disoccupazione e la malavita cominciano a invadere l’Europa. Naturalmente, lo straniero è mal visto. Ma ciò non giustifica l’ingresso dell’Europa in una guerra che ha destabilizzato, demolendoli, gli stati libici e siriani, per poi alla fine abbandonarli, lavandosene le mani. Evidentemente, i valori europei erano fittizi. Bisogna sperare- ancora, un voto misericordioso- che il Mediterraneo che è stato il crocevia di un’imponente civiltà non sia un cimitero per i dannati della terra e che riesca, invece, a unire in un quadro di co-sviluppo che abbia come fine ultimo la condivisione, l’empatia, la solidarietà. Le risorse esistono in Africa, chi impedirebbe una cooperazione tra pari di eguale dignità? Non occorre che una piccola condizione, cioè che l’Europa nella sua interezza s’allontanasse dalla sensazione d’appartenere alla razza degli eletti ma a quella di un’Eva comune che ha preso il volo proprio dal corno d’Africa per fecondare gli altri continenti qualche milione di anni fa. Ma questa è tutta un’altra storia…

Chems Eddine Chitour (Ecole Polytechnique enp-edu.dz)

Fonte: www.mondialisation.ca

Link: http://www.mondialisation.ca/le-livre-noir-de-la-chasse-aux-migrants-lampedusa-et-les-valeurs-de-la-forteresse-europe/5353909

11.10.2013

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di G.

Note

1.http://www.presseurop.eu/fr/content/press-review/4201011-lampedusa-est-l-echec-de-l-europe

2. Un habitant de Lampedusa témoigne : “On a réussi à en sauver 47″ AFP 04-10-2013

3. Chems Eddine Chitour http://www.alterinfo.net/phenomene-des-harraga-Algerie–ne-laisse-pas-tes-enfants-te-fuir_a29131.html

4. http://www.presseurop.eu/fr/content/article/4211401-le-cout-mortel-du-controle-accru-des-frontieres?xtor=RSS-9 Traduction : Michèle Cousin

5. Manlio Dinucci 05 octobre 2013 http://www.mondialisation.ca/la-tragedie-de-lampedusa-ce-dont-litalie-doit-vraiment-avoir-honte/5353092

6. http://www.la-croix.com/Actualite/Monde/Lampedusa-comment-l-Europe-peut-agir-2013-10-08-1036714

7. Marcelle Padovani http://tempsreel.nouvelobs.com/monde/20131004.OBS9798/lampedusa-les-migrants-et-les-lois.html

Pubblicato da Davide

  • Tao

    La tragedia si è consumata pochi giorni fa, nei pressi dell’isola dei Conigli. Sull’imbarcazione, che si è incendiata e poi rovesciata, oltre 500 profughi. Lutto nazionale e pianti senza tregua. È l’usuale complesso di Achille: nel canto che conclude il primo poema omerico, Achille si commuove alla richiesta del re Priamo di riavere il cadavere del figlio Ettore, ucciso e martoriato impietosamente dallo stesso Achille. È l’eterna vicenda dell’Occidente, commuoversi di fronte alle catastrofi che esso stesso ha prodotto.

    A chi attribuire la responsabilità di quanto accaduto? Tra le caratteristiche del nostro tempo, vi è anche quella della perenne deresponsabilizzazione degli attori sociali: le “tragedie nell’etico” (Hegel) – licenziamenti, tagli alla spesa pubblica, precarizzazione del lavoro, ecc. – non sono mai considerate come l’esito di scelte criminali delle politiche neoliberali; sono, invece, puntualmente giustificate tramite il ricorso all’ipocrita formula liberatoria e deresponsabilizzante “non vi sono alternative” o, da qualche anno, alla sua versione ideologicamente aggiornata: “ce lo chiede l’Europa”. Formula, quest’ultima, che rivela fulgidamente l’ipocrisia di una politica ormai asservita all’economia finanziarizzata che, in quanto vocazionalmente apolide e transnazionale, deve sempre di nuovo delegittimare ogni forma di sovranità che non sia quella del mercato: dire che alle tragedie che l’Europa sta provocando bisogna reagire con “più Europa” sarebbe come dire a un drogato che, per uscire dal tunnel, ha bisogno di “più droga”.

    Imputare le colpe sistemiche agli individui e quelle individuali al sistema: sembra questa la formula in cui si condensa lo spirito del nostro tempo, secondo una precisa strategia che fa ipocritamente ricadere tutte le colpe sempre e solo sui dannati della terra. Se si tagliano gli stipendi e la spesa pubblica, è colpa del sistema; se i giovani non trovano lavoro, è colpa loro (“bamboccioni” e “choosy”).

    Alla luce di quanto detto, non bisogna, dunque, aspettarsi risposte: la responsabilità di quanto accaduto viene puntualmente imputata alle leggi sistemiche, mai a concrete politiche e a gruppi effettivamente operanti. Nello scenario della mondializzazione mercatistica, la contraddizione della mercificazione universale si manifesta nitidamente in quello che resta scandalo e follia per una ragione non prigioniera del “cretinismo economico” (Gramsci) dominante su tutto il giro d’orizzonte. Le merci si muovono in modo multidirezionale nel mondo simbolicamente ridotto a piano liscio funzionale al loro libero e illimitato scorrimento, senza conoscere frontiere né limitazioni di alcun tipo. Gli esseri umani, invece, sono costretti a rispettare frontiere e limitazioni di ogni sorta, sottoponendosi al rito del passaporto (nel migliore dei casi) e a quello del “permesso di soggiorno”, troppo spesso pagando con la vita la loro fuga verso nuovi orizzonti.

    È il triste caso di Lampedusa. La globalizzazione finanziaria fa circolare illimitatamente le merci e genera segregazioni e campi di controllo per gli esseri umani: quale miglior prova del carattere reificato della società di mercato di cui siamo abitatori coatti? Le merci sono i veri soggetti, gli uomini sono ridotti a loro intermediari, patendo sulla loro carne viva le contraddizioni che discendono da questa verkehrte Welt, da questo “mondo rovesciato”, come lo chiamava Marx.

    Secondo una dialettica spietata di inclusione ed esclusione, la mondializzazione del flusso senza frontiere delle merci e delle operazioni finanziarie dell’economia spoliticizzata coesiste con il filo spinato e con i centri di controllo panoptico dei migranti. La strage dei profughi di Lampedusa credo possa essere con diritto inserita in questo macabro orizzonte di senso. Commuoversi non serve a niente, se non a giustificare quanto già c’è. Occorre trasformare la rabbia gravida di buone ragioni in energia politica in grado di rovesciare lo stato di cose.

    Diego Fusaro
    Fonte: http://www.lospiffero.com
    Link: http://www.lospiffero.com/cronache-marxiane/lampedusa-e-il-complesso-di-achille-12961.html
    14.10.2013