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IL LAVORO E’ FINITO. C’E’ BISOGNO DI UNA NUOVA VISIONE

DI VALERIO LO MONACO
ilribelle.com

Se dovessimo scegliere un termine, un unico termine, per definire in modo generale tutti i dibattiti che si svolgono a ogni latitudine attorno al tema lavoro, sceglieremmo “anacronismo”.

Proprio in queste settimane iniziano i valzer delle dichiarazioni in merito al rilancio dell’occupazione, in attesa dell’annunciato vertice europeo che dovrebbe organizzare Angela Merkel verso la fine di luglio. È inevitabile che nella congiuntura attuale di enorme crisi recessiva che stiamo vivendo e che si ripercuote, sebbene con ovvie differenze, da Est a Ovest, all’interno del nostro modello di sviluppo sia l’argomento principale attorno al quale ruotano tutte le (vacue) proposte di questo o quel governo.

Ciò che ci si scorda perennemente, però, è un dato di fatto inerente la logica stessa della deriva che ha preso il mondo che conosciamo: il lavoro è finito. O quasi.

Lo schema generale che regge tutta l’impalcatura delle varie ipotesi per invertire la rotta dell’inesorabile declino del cosiddetto Occidente è sempre lo stesso: lavoro, produzione, consumo. Di merci e servizi. La logica interna è che ci sarà sempre bisogno di nuove merci e di nuovi servizi in modo che attraverso il consumo la macchina potrà continuare a marciare. E a crescere. Sappiamo bene, soprattutto i nostri lettori lo sanno e certamente lo hanno interiorizzato se leggono questo giornale e gli studiosi e giornalisti che in un verso o in un altro fanno parte della stessa area, che il criterio unico è sempre quello: crescere. All’infinito. Siccome ciò non è possibile, come dovrebbe essere ovvio per semplici motivi fisici, è evidente che tale strada non possa che condurre al fallimento. Che stiamo puntualmente, infatti, vivendo.

A fronte di questa lapalissiana considerazione, i sedicenti economisti hanno optato e continuano a proporre due comportamenti. Da un lato, semplicemente, non rispondono: non potendo offrire argomenti logici e pertinenti, bollano il tutto come una provocazione e basta, roba da non prendere sul serio, insomma. Dall’altro lato puntano sul fatto che, crescendo la popolazione mondiale, si potranno sempre trovare nuovi mercati per nuove esigenze anche quando, ma questo è implicito sebbene non dichiarato, ciò dovesse significare imporre anche con le armi alle persone di adottare tale modello. Gli esempi recenti e contemporanei non mancano.

Senonché non solo la storia si è premurata di smentirli, sebbene la cosa non gli abbia impedito di continuare imperterriti a tessere le lodi e a pontificare i salmi della propria dottrina, ma anche alcuni fenomeni della loro stessa disciplina, chiamiamola così, si sono, e da anni, incaricati di confermare le tesi opposte. Quelle, cioè, dei cosiddetti pessimisti. Il fatto che l’economia si sia trasformata strada facendo da elemento materiale a fenomeno immateriale, conferma indirettamente proprio la domanda iniziale: siccome dal punto di vista fisico non è più possibile crescere, per ottenere ancora i grafici positivi, e con punte sempre maggiori, il tutto si è trasformato in una soluzione virtuale, quella finanziaria.

Se una volta i dati di crescita dipendevano dal ciclo che abbiamo detto (produzione e consumo a ritmi crescenti), verificato che questo non poteva più avvenire ai ritmi di prima e che anzi il gioco era inesorabilmente destinato a rallentare, a regredire e alla fine a rompersi, gli squali della speculazione hanno virato decisamente verso la finanza. La pesantezza e le difficoltà della materia, cioè l’industria, sono state lasciate andando decisamente verso i bit, verso la “matematica”. La natura ha posto i limiti, e allora si è scelto l’innaturale. Il virtuale.

Ciò, inevitabilmente, ha avuto le ripercussioni che tutti conosciamo, invece, nell’economia reale. Del resto, se una società per azioni cresce in Borsa nel momento in cui l’azienda che ne è alla base comunica di aver risparmiato milioni di euro riducendo la propria forza lavoro e mandando a casa qualche migliaio di dipendenti, non è che servano ulteriori conferme o spiegazioni.

In questo macro quadro, dunque, torniamo all’anacronismo del parlare di “lavoro”. Beninteso, le varie parti in campo, nel momento in cui non “leggono”, o non vogliono leggere, la realtà, altro non possono fare che continuare ad affrontare l’argomento con i medesimi criteri di sempre. Che non sono più validi.

Per dirla alla de Benoist, “vanno avanti guardando nello specchietto retrovisore”. La destinazione, pertanto, è facile da prevedere.

Ora, è chiaro che di una certa materialità ci sarà sempre bisogno. È certo che in qualche misura ci sarà sempre bisogno di persone che producono qualcosa di materiale, e che dunque il ritorno a una certa soglia di occupazione debba tornare. Che si tratti del lavoro come lo abbiamo concepito negli ultimi decenni oppure delle attività che facevano parte di un mondo certamente più sostenibile come era prima della rivoluzione industriale, la gente qualcosa tornerà a fare. Ma che ci si batta imperterriti per far tornare a produrre ai ritmi di una volta delle industrie che lavorano in ambiti merceologici di cui il mondo è ormai saturo, è operazione che porta dritti al fallimento e alla delusione.

Non va dimenticato, all’interno di un discorso generale sul “lavoro”, che permangono in ogni caso sotto traccia, ma con incidenza crescente e non eludibile, i temi della crescita demografica e quelli dell’impoverimento delle risorse del pianeta nel quale viviamo. Come si vede, torniamo sempre alla materia, alla natura, a elementi misurabili e quantificabili. Reali e non virtuali: la popolazione mondiale non può continuare a crescere all’infinito e non possiamo continuare a depredare la terra così come abbiamo fatto sino a ora e a inquinarla con questi ritmi. Bazzecole, per i guru dell’economia e della crescita. Falsi allarmi, per chi punta unicamente sul ritorno al lavoro per come era negli anni anticrisi.

La realtà, ancora una volta, si premunirà di rimettere le cose a posto, nel senso che renderà evidente ancora una volta come in questo mondo fisico nel quale viviamo sia indispensabile tornare a fare i conti con la materia, e non con l’immateriale, per trovare una strada di convivenza tra gli uomini e tra questi e il luogo nel quale vivono.

Discorso differente è quello relativo ai servizi, alla crescita non materiale. Pensiamo a tutto il settore culturale. Invece di produrre oggetti, creare cultura. Conoscenza. Arte. E renderla disponibile a tutti. Lì il campo si può espandere moltissimo. E in pieno rispetto dei limiti fisici della terra. Posto che la produzione industriale debba necessariamente arrestarsi, se non addirittura regredire a ritmi e quantità più sostenibili, è negli altri ambiti che si può crescere. E creare occupazione. Lavorare fisicamente meno, dunque. Tutti, magari, ma solo per metà giornata. E il resto del tempo si possa passarlo a “consumare” cultura e arte. Si finisce di lavorare alle 13, e non per produrre nuove merci, magari per migliorare il funzionamento di quelle esistenti. Non per costruire nuovi palazzi, magari per restaurare quelli da ripristinare. E il pomeriggio si va ad ascoltare un concerto, una conferenza. O a vedere una esposizione. A 1 euro a biglietto. 

Una ipotesi, quest’ultima, che lasciamo volutamente abbozzata in modo superficiale. Ma che ha un criterio ben preciso: quello della sostenibilità. E una direzione parimenti auspicabile: quella della piena occupazione. Oltre, si sarà notato, una missione superiore ancora più piacevole: un mondo con meno merci, ma con più beni.

Non esiste altra strada perseguibile. Il resto sono chimere che hanno già dimostrato la loro fallacia.

La sintesi legata all’attualità è dunque semplice: chiunque, oggi, intenda affrontare le problematiche relative al lavoro, che si tratti di politici, di intellettuali, di sindacalisti o di industriali, ha due soli modi per operare: affrontare il tema alla luce dei punti cardine che abbiamo accennato oppure tacere. Tutte le altre saranno parole inutili, purtroppo, per tutte le persone che sono senza lavoro e che ne reclamano uno.

Valerio Lo Monaco

www.ilribelle.com
28.05.2013

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Pubblicato da Davide

  • Ercole

    “Il lavoro è finito “ma restano i padroni e la borghesia è ancora ben salda al potere.C’è bisogno di una nuova visione ,MA QUALE? Liberale, socialdemocratica ,o rivoluzionaria ? C’è stato un tempo ,non così lontano in cui i rivoluzionari internazionalisti non incontravano che scetticismo ,derisione,o scherno quando affermavano che il sistema capitalista stava andando verso la catastrofe .Oggi a dirlo sono i più accesi sostenitori del capitale,il loro idolo è moribondo e sono molto dispiaciuti ,prendono atto che le soluzioni che propongono per salvarlo sono irrealistiche.Come le società che lo hanno preceduto (schiavismo e feudalesimo) il capitalismo non è un sistema eterno , ciclicamente va in crisi per via delle sue contraddizioni insanabili (CRISI -GUERRA -RICOSTRUZIONE ) dovrà essere rovesciato è abbattuto ,il cammino è lungo ma ogni giorno che passa ci avviciniamo sempre di più alla meta :altre vie non esistono.

  • Truman

    Il discorso è molto buono e fa proposte sensate. E già qui oggi ho dubbi sul buon senso, che spesso sembra non funzionare più. Ma soprattutto Lo Monaco fa un errore grosso nel pensare che il materiale possa, di per sé, vincere sul virtuale.

    Diceva Samir Amin in “Il capitalismo senile” che “i saperi immaginari forniscono un potere reale”.
    E’ quel potere per cui i finanzieri si arricchiscono mentre le aziende chiudono. E non parlo delle aziende che producono il superfluo. Se guardiamo alla Grecia, vediamo che la finanza può stritolare anche le aziende agricole. E la gente muore di fame o di malattia per arricchire i banksters.

    Il virtuale vince sul reale, lo spiegava già Baudrillard. Non basta contrapporre il reale al virtuale, bisogna avere coscienza del reale ed un virtuale più forte da contrapporre.

    Un esempio di reale/virtuale che ha funzionato è stato il marxismo, che si basava sia su elementi scientifici che su elementi religiosi (non posso fare a meno di paragonare la “dittatura del proletariato” o “il gran sol dell’avvenir” all’escatologia cattolica, con il secondo avvento e il giudizio universale).

    E allora ci vuole qualcosa di forte da contrapporre al virtuale economico. Sotto molti aspetti la migliore proposta è quella di Valerio Evangelisti in Carmilla: questi sono vampiri e per sconfiggere un vampiro ci vuole un vampiro più forte.

    Al di là di ogni metafora, il potere finanziario che sta distruggendo il pianeta non cederà il bastone del comando senza combattere ferocemente. Ma se lo lasciamo fare sarà una ecatombe.

  • Hamelin

    Hai centrato in pieno il punto che nell’articolo non è ben chiaro.
    Piu’ la Finanza cresce , piu’ l’economia muore.
    Il discorso di come viene truffata la gente è semplice.
    Un gruppo di Banchieri si arroga il diritto di stampare soldi virtuali con i quali acquisiscono beni reali materiali.
    In parole povere la Finanza è un parassita dell’economia reale.
    Nessuno mai si fa una domanda fondamentale…Ma a cosa servono tutti questi banchieri e banche e corporations finanziarie?Che cosa portano di positivo nel mondo?…Niente…Prendono con una mano e prendono anche con l’altra…
    Loro sanno che i soldi vanno presi laddove sono…dai poveri…che seppur ne han pochi sono sempre una moltitudine…
    Il virtuale piu’ forte è la Coscienza ,cosa dimenticata che nessuno sviluppa.

  • albsorio
  • Georgejefferson

    E se il vampiro piu forte e’uno di loro (e per loro) ?

  • Hellboy

    Se non fossimo strangolati dai parametri Europei e se avessimo Sovranità Monetaria al servizio dei cittadini il lavoro ci sarebbe anche, si creerebbe!!!!

    Ora hanno chiuso le procedure di Deficit sull’Italia, ma niente cambierà!!!

    http://pericolodifuga.blogspot.com/2013/05/procedura-di-deficit-chiusa-nulla.html

  • karson

    quoto!

  • Hamelin

    Non é quello il punto.
    Piu’ si sviluppa la tecnologia , piu’ il lavoro sparisce.
    Se una volta per arare un campo servivano 100 persone , ora lo fa un trattore con un uomo alla guida , un domani lo farà un IA robotica in GPS.
    Questo é solo un esempio banale.
    In verità noi potremmo lavorare 4 ore al giorno e vivere bene visto il nostro grado tecnologico , ma siccome dobbiamo servire le persone che hanno potere ( affinché ne accumulino ancor di piu’ per distruggerci) siamo costretti a lavorare 10 ore e vivacchiare alla bene e meglio.
    Ci sono altri che devono lavorere 16 ore e morire di fame comunque.
    La putt…a che non ci sono risorse per tutti al mondo é colossale.
    Andando avanti nel tempo sempre meno lavori ci saranno da fare e chi avrà accumulato abbastanza potere potrà decidere chi lavorerà e vivrà e chi sarà disoccuppato e soccomberà.
    Questo lo si puo’ già vedere ai giorni nostri dove Agenzie Interinali di lavoro trattano la gente come Me..a quasi come se loro avessero una specie di Diritto Divino sulle persone.

  • marcello1991

    quoto.

    e in ogni caso una cosa alla volta, nella condizione in un cui siamo senza sovranità – monetaria per primo – non ci possiamo nemmeno più permettere di fare certi discorsi “filosofici”. Siamo tornati talmente indietro che la prima cosa è la sopravvivenza.

    Infine, ora almeno in Italia il lavoro non c’è perchè ci hanno fottuti… punto e basta, siamo alla fame e ci perdiamo a pensare alle ricette….

  • spartan3000_it

    E’ mia opinione che alla luce delle considerazioni dell’articolo bisogna lavorare all’istituzione di un “reddito base di cittadinanza”. L’emissione monetaria e i QE LTRO e altro non dovrebbero piu’ alimentare bolle finanziarie che ci scoppieranno inevitabilmente in faccia mettendo in mano di un manipolo di psicopatici e plutocrati il privilegio di usufruire per primi delle nuove emissioni. L’emissione di moneta va democratizzata e coniugata con un reddito base di cittadinanza. Come questo si possa fare senza stimolare e intaccare l’economia reale che rischia di sottoprodurre e non soddisfare i bisogni primari lo lascio agli esperti.

  • Truman

    @Georgejefferson : La risposta è banale, vincono loro fino a quando non si riesce a trovare un vampiro più forte del loro.

  • Nauseato

    In tutti questi discorsi che trovo molto sensati e condivisibili (anche decisamente troppo … sensati e condivisibili) ma che mi suonano tanto come le classiche “belle parole” e “ah come sarebbe bello se” … mi pare ci si ostini a non voler considerare un’altra eventualità purtroppo molto ma molto più realistica. E ci si ostina a non considerarla forse per non voler fare la figura dei catastrofisti menagrami.

    Guerra.

    Proprio perché è evidente anche ai sassi che di questo passo non si arriva da nessuna parte e che tutto non potrà che peggiorare costantemente, cosa c’è di meglio di una “bella guerra” per resettare tutto e ripartire?.. Risolverebbe d’incanto un sacco di problemi.
    E non saranno certo milioni di morti, devastazioni e orrori a essere il deterrente. Anzi …

  • Nauseato

    Molti da queste parti e io stesso siamo convinti che l’euro sia stata la più colossale truffa della storia e che se non del tutto sia in ampissima parte responsabile dell’attuale situazione.

    Ma non è neppure così importante se ciò sia vero o no a questo punto, piuttosto mettiamoci l’animo in pace: non ne usciremo mai. Non volontariamente almeno.

  • Nauseato

    La realtà è sempre un parametro difficile da trattare. Per esempio fintanto che si ha da mangiare la realtà della fame – quella vera, crudele, drammatica – non si riesce neppure a immaginarla. Fintanto che si ha da mangiare …