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IL GIOVEDI' CHE CAMBIERA' IL MONDO

DI FEDERICO DEZZANI

federicodezzani.altervista.org

Se Wall Street è il cuore degli Stati Uniti, allora le sue pulsazioni indicano lo stato di salute dell’impero. Dal termine della Guerra Fredda si sono alternati tre distinti periodi dell’egemonia americana che corrispondono ad altrettanti fasi del mercato azionario: l’illusione di un nuovo ordine mondiale a guida americana che viaggia parallela all’aumento dei corsi azionari, dalla primavera del 1991 all’estate del 2000, e termina con lo scoppio della bolla dot.com;

il tentativo di blindare l’impero monopolizzando la produzione di greggio (invasione irachena del 2003, auspicato regime change iraniano) e installandosi militarmente in centro-Asia (invasione dell’Afghanistan del 2001, tentativo di aprire basi in Uzbekistan e Tagikistan), che coincide con nuovi record borsistici e termina brutalmente con il crack di Lehman Brothers nel settembre 2008; l’ingresso degli USA in una crisi economica e politica strutturale che è fronteggiata attuando vaste politiche destabilizzatrici all’estero. Quest’ultima fase è concomitante ad un rally di Wall Street che riproduce le stesse dinamiche degli anni ’20: un esito analogo al 1929 aprirà l’ultima fase dell’impero americano.

Il frenetico boom degli anni Venti

Il controllo esercitato dall’alta finanza cosmopolita sull’Occidente ha raggiunto nell’ultimo decennio vette tali da rendere necessario tornare agli anni ’20 del secolo scorso per trovare un precedente. Lungi dall’essere infallibile od onnipotente, l’establishment finanziario persegue i propri interessi di brevissimo periodo, incurante delle fortune dei Paesi su esercita la propria influenza, che si chiamino Italia o Stati Uniti d’America: come ha assisto inerte allo smantellamento dell’impero britannico, oggi quest’élite concorre al rapido disfacimento di quello americano, trascinandolo da una bolla finanziaria all’altra, da un crack borsistico al seguente tracollo, amplificando di volta in volta le oscillazioni speculative e ponendo le basi per dissesti sempre maggiori.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale l’alta finanza accetta a malincuore la sospensione del gold standard, il sistema monetario che fissa il valore di una valuta in termini d’oro e lega le diverse monete in un regime a cambi fissi internazionali: la peculiarità del sistema aureo più apprezzata dalla finanza cosmopolita è il suo portentoso freno all’emissione di moneta, da cui nasce l’inflazione che danneggia chi fa dell’erogazione di credito e della gestione della liquidità il proprio mestiere.

L’avvio delle ostilità nell’estate del 1914 è un duro colpo per la stabilità finanziaria gli Stati Uniti, allora come oggi importatori netti di capitali: i creditori britannici liquidano velocemente tutti gli attivi in espressi in dollari americani e rendono quasi impossibile il rimborso dei debiti espressi in sterline inglesi, a causa dell’improvviso apprezzamento della valuta inglese che schizza dai 4,86$ della parità aurea ai 6,75$. L’oro defluisce copioso dagli Stati Uniti e, sottraendo base monetaria, porta gli USA ad un passo dal collasso finanziario: il New York Stock Exchange è costretto alla chiusura il 31 luglio 1914 e le autorità sono obbligate a ricorrere al Aldrich-Vreeland Act che prevede l’emissione di cartamoneta da parte degli istituti di credito in caso d’emergenza. Questa misura eccezionale e il rapido decollo dell’export statunitense verso i paesi dell’Intesa consente un pronto assestamento: il flusso dell’oro inverte rotta ed entro il dicembre 1914 è ristabilita la parità aurea fra dollaro e sterlina.

Se i belligeranti europei fanno ampio uso all’emissione di carta moneta che comporta il precipitare del rapporto tra riserve auree e biglietti circolanti (in Gran Bretagna si passa durante il conflitto dal 53% al 32%, in Francia dal 60% all’11%, in Germania dal 59% al 10%, in Russia dal 98% al 2%), l’invidiabile posizione degli Stati Uniti di paese esportare di derrate alimentari e materiale bellico rimpingua le riserve americane di metallo giallo, che segue un flusso opposto alle merci: nel marzo del 1917, un mese prima dell’ingresso degli USA in guerra, il rapporto tra riserve auree e passività della FED è all’84%. L’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto, le restrizioni all’esportazione d’oro ed il rapido aumento dei prezzi (che schizzano del 100% tra il 1914 ed il 1918) spinge anche gli USA fuori dal gold standard, sebbene la copiosità delle riserve auree (al 48% delle moneta circolante al termine delle ostilità) e la loro condizione di paese esportatore e creditore, permettano loro di essere il Paese meglio posizionato per la restaurazione del sistema aureo.

Così avviene infatti già nel 1920, quando il governatore della Federal Reserve di New York, Benjamin Strong, studia una ricetta per piegare l’inflazione (elogiata non a caso mezzo secolo dopo dai monetaristi), fatta di rapidi e incessanti aumenti dei tassi di sconto che nell’estate di quell’anno raggiungono il 7%. I prezzi precipitano del 40%, la liquidità si contrae dell’11% ed il Paese entra in una recessione che dura 18 mesi. L’oro però, grazie agli alti tassi di sconto offerti dalla banca centrale ed all’abbattimento dei costi interni, fluisce copioso verso gli USA che già nel 1921 possono coprire il 70% delle passività della FED con il metallo prezioso.

La conferenza di Genova dell’aprile del 1922 pone le basi per un ritorno generalizzato al gold standard, apportando alcune modifiche al precedente sistema aureo per facilitarne l’adozione un contesto economico che è stato trasformato alle radici dalla guerra: alla classica circolazione di monete d’oro e carta moneta del gold standard è infatti sostituita la circolazione di sole banconote, convertibili su richiesta in lingotti (il cosiddetto gold bullion standard). Inoltre le riserve delle banche centrali sono incrementate de iure stabilendo che al metallo prezioso siano sommate anche le riserve in valute straniere ancorate all’oro (si parla di gold exchange standard). Il ripristino del gold standard su pressione della finanza internazionale è comunque latore di enormi costi.

La Banca d’Inghilterra, governata da Norman Montagu, opta per un irrealistico ritorno alla parità aurea in vigore prima della guerra, senza considerare che le riserve auree si sono nel frattempo assottigliate ed i prezzi quasi triplicati. Nel aprile del 1920 Montagu alza i tassi di sconto al 7% e li conserva tali per quasi cinque anni: i prezzi crollano del 50% tra il 1920 ed il 1922, il credito si contrae e l’economica sprofonda in una spirale di deflazione, recessione ed alta disoccupazione che caratterizza l’Inghilterra fino al suo ritorno ufficiale nel gold standard (1925) e durante tutta la sua permanenza nel sistema aureo (terminata nel 1931). La volontà di Norman Montagu di adottare il cambio aureo vigente prima della guerra (4,86$ dollari per una sterlina) comporta una sopravvalutazione della sterlina che danneggia l’export e assottiglia pericolosamente le riserve d’oro: per impedire che le riserve britanniche siano prosciugate, Montagu chiede che gli Stati Uniti adottino una politica monetaria accomodante, abbassando cioè i tassi di sconto per evitare che l’oro sia drenato dal sistema finanziario americano.

La Banca di Francia, il cui vice-governatore, Charles Rist, è un uomo dei Rockfeller, opta invece per un ritorno al sistema aureo tale da consentirle una rapida accumulazione di riserve, ossia rinunciando alla parità aurea del 1914 e svalutando dell’80% (25 franchi per un dollaro). Il ritorno della Francia nel sistema aureo a partire dal 1926 a queste condizioni consente alla Banca di Francia di ammassare dollari americani che prontamente converte in oro: la Federal Reserve, per evitare che la fuoriuscita d’oro assottiglia la propria base monetaria ed aggravi la deflazione, decide di sterilizzare l’oro esportato verso la Francia, ossia compra sul mercato prodotti finanziari per un importo pari al metallo in uscita. La moneta così emessa alimenta la speculazione finanziaria.

La Reichsbank, governata dall’intimo amico di Montagu, Hjalmar Schahct,dipende poi dai prestiti americani, dopo che l’iperinflazione tedesca successiva all’invasione franco-belga della Ruhr spazza via il reichsmark e costringe a rifondare la moneta sull’oro concesso in prestito dagli americani con il piano Dawes del 1924. Da allora Berlino è subordinata ai crediti americani per sovvenzionare il proprio doppio deficit (di bilancio e commerciale) e perciò invoca anch’essa una politica monetaria accomodante da parte di Washington.

A due riprese i tre banchieri europei, Norman Montagu, Charles Rist e Hjalmar Schahct, si recano in pellegrinaggio presso la Federal Reserve americana invocando una politica monetaria facile: la banca centrale americana si mostra accondiscendente una prima volta nel 1925 ed una seconda volta nella primavera del 1927, quando il saggio di risconto della Federal Reserve di New York è abbassato dal 4% al 3,5%.

Una quantità crescente di denaro a basso costo è riversata sul mercato e, anziché indirizzarsi verso investimenti produttivi, si riversa sulla speculazione di borsa che inizia allorala propria sfrenata corsa1.

I ruggenti anni Venti che tra auto scoppiettanti e telefoni squillanti, ferventi cantieri attorno ai grattacieli ed affascinanti architetture in Art Deco, stelle del cinema in ascesa e grammofoni a tutto volume, avevano promesso l’inizio della Nuova era, offrono adesso a tutti l’illusione di una facile ricchezza: se la speculazione tra il 1925 ed il 1926 si concentra sull’effimero boom dei terreni edificali in Florida, nel 1927 l’establishment finanziario apre le danze al boom della borsa. Un cospicuo numero di cittadini si indebita per partecipare a questa incessante corsa del mercato azionario che promette solo rialzi e guadagni sfrenati.

La media delle quotazioni di 25 titoli industriali pubblicata sul New York Times passa dai 134 del dicembre del 1924 ai 181 del dicembre 1925; dopo un 1926 interlocutorio, il denaro a basso costo immesso della FED si dirige verso l’azionario ed il valore delle quotazioni schizza a 245 nel dicembre 1927.

Dal 1928 il boom perde qualsiasi legame con la realtà economica e l’andamento degli utili societari e inanella nuovi record, forte delle opinioni di accademici e banchieri che giudicano sani i fondamentali del mercato. Nel dicembre del 1928 la media dei 25 titoli industriali del New York Times è a 331 e con l’inizio del 1929 le autorità americane iniziano a preoccuparsi sull’andamento senza freni di Wall Street. Bisogna fare qualcosa per fermare la bolla? È possibile sgonfiarla senza farla esplodere?

Nel febbraio del 1929 la Federal Reserve emette un primo comunicato ammonendo le banche che erogano credito per fini speculativi, ma lascia ancora fermi i tassi di risconto temendo che un loro rialzo inneschi la furiosa contrazione del mercato. Nel mese di marzo la FED entra in un ermetico silenzio nonostante le riunione dei governatori si susseguano incessantemente: il pubblico, preoccupato dalle misteriose trame della FED, immagina che la banca centrale mediti un rialzo del tasso sconto per frenare la speculazione. Il 26 marzo 1929 si registra una prima, preoccupante scossa, con 8 milioni di azioni che passano di mano ed i titoli industriali del New York Times perdono in un giorno 15 punti.

Se la FED tace, a rassicurare gli investitori interviene il presidente della National Bank (oggi Citibank) nonché membro della FED di New York, Charles E. Mitchell, rassicurando che sarà presa qualsiasi misura per scongiurare una crisi monetaria e che la sua banca è disposta ad erogare credito a chi voglia comprare azioni. Il mercato si rianima e parte per l’ultimo sfrenato sprint, dove le azioni, ormai slegate dai qualsiasi fondamentale, salgono finché c’è un acquirente disposto ad acquistarle ad un prezzo maggiore. Negare che il mercato azionario sia sano ed i prezzi perfino sopravvalutati costa l’accusa di retrogradi nemici della patria. La media del NY Times sugli industriali quotati tocca i 449 punti alla fine di agosto.

Se l’ultima recessione si era registrata a cavallo del 1926-1927, nell’estate del 1929 l’attività industriale negli USA dà inequivocabili segni di rallentamento e la FED, la cui inerzia davanti ad un’economia in contrazione ed un mercato azionario fuori controllo è adesso insostenibile, decide di alzare i tassi al 6%. Il mercato azionario entra in stallo nei primi di settembre e quando verso la fine del mese la Banca d’Inghilterra alza a sua volta il saggio di risconto dal 4,5% al 6,5%, i capitali fuggono rapidamente da Wall Street. La fine dell’orgia borsistica, generata dalla politica monetaria accomodante e dall’alta finanza fautrice del gold standard, è imminente.

Il frenetico boom degli anni Dieci

Dall’undici settembre 2001 fino al novembre del 2004 il saggio di risconto praticato dalla FED2 rimane sotto il 2%, il livello minimo degli ultimi 40 anni, fornendo il denaro necessario alla politica di George W. Bush secondo cui ogni cittadino americano deve essere proprietario di casa3: il progetto di per sé non avrebbe niente di negativo se non mascherasse due debolezze strutturali degli Stati Uniti. L’economica americana, lungi dall’essere competitiva nei settori che esulino dalla finanza e le nuove tecnologie, si affida all’edilizia per generare occupazione e, in secondo luogo, un’ampia percentuale di lavoratori riceve un reddito così misero da indurre le banche a prestare ai mutuatari fino all’80% del valore della casa4.

Gli istituti di credito, peraltro, conservano nei propri attivi solo una parte dei mutui concessi: l’altra è tritata e pressata per confezionare prodotti finanziari (Collateralized debt obligation, CDO) venduti ad investitori americani sauditi, cinesi e tedeschi che spesso non conoscono neppure il contenuto di quanto comprano. È da notare come le banche d’affari prima macinino enormi profitti confezionando CDO e poi, il caso Goldman Sachs fa scuola, vendendoli ai propri clienti e scommettendo sul loro ribasso5.

Tra l’autunno del 2004 e quello del 2006, il governatore della FED inizia un graduale e costante incremento dei tassi d’interesse per calmierare l’aumento dei prezzi delle case, finché il saggio di risconto della FED è portato al 5,25%: i mercati azionari, che viaggiano sugli stessi livelli precedenti allo scoppio della bolla dot.com, danno inizialmente segni di nervosismo ma riprendono presto la loro corsa insieme al greggio.

L’aumento del tasso di risconto della FED rende però automaticamente più care le rate dei mutuatari altamente indebitati, la propensione all’acquisto di nuove case scende, i prezzi pure e presto i neo-possessori di casa si trovano nella paradossale situazione di essere vincolati ad un mutuo che vale più della loro proprietà: alcuni, avendo difficoltà a saldare le rate in un contesto economico in deterioramento, saltano un pagamento. È l’inizio della crisi dei mutui sub-prime che porta al fallimento di Lehman Brothers nel settembre 2008.

Il governatore della FED Alan Greenspan ha nel frattempo ceduto la sua carica a Ben Bernanke, in modo che sia un volto nuovo a gestire la scoppio della bolla speculativa. Come reagisce il successore al crollo dei mercati? Come Greenspan aveva reagito alla fine dell’effimero boom dei titoli tecnologici: abbassando i tassi d’interesse. Il meccanismo fatto di bassi saggi di risconto-bolla-rialzo dei tassi-scoppio della bolla ha però acquisito una tale virulenza che ogni nuovo ciclo è amplificato rispetto al precedente: i tassi che nel marzo del 2002 erano stati portati al 2%, nel marzo del 2009 scendono allo 0%, un livello mai raggiunto prima, e lì sono tuttora a distanza di sei anni.

Non paga della politica a tassi zero la FED si lancia in una serie di operazioni di mercato aperto acquistando ogni genere di prodotto finanziario (mutui subprime, Treasury americani, obbligazioni) emettendo moneta ed espandendo così il suo bilancio: grazie alla lunga serie di allentamenti quantitativi (Q1 del 2008, Q2 del 2010, Q3 del 2012) la base monetaria M2 passa dai 7.800 $mld del novembre 20086 ai 11.800 $mld del febbraio 20157, con un incremento del 51%.

Perché, a differenza di quanto è avvenuto in passato, la massa di moneta emessa dalla banca centrale non genera inflazione che, a causa del recente crollo del greggio, sta precipitando verso lo zero8?

Neanche la più pallida fiammata inflattiva si è materializzate perché la moneta creata dalla FED è stata monopolizzata dagli azionisti della Riserva Federale americana, ossia quelle banche private che hanno generato la crisi dei mutui subprime da cui sono usciti indenni, tranne qualche blanda multa. Le proposte per la reintroduzione del Glass-Steagall Act del 1933, che separava banche commerciali e d’investimento, sono state infatti respinte e si è optato per l’adozione di una versione annacquata della Volcker Rule, che pone dei limiti agli investimenti che le banche possono effettuare con il loro capitale.

Anziché monetizzare larghi deficit dello Stato che avrebbero potuto essere spesi per ammodernare le obsolete infrastrutture9 dando lavoro a quei 46 milioni di americani10 che dipendono dal Food Stamp program per vivere, il denaro facile della FED ha accuratamente evitato gli investimenti produttivi che generano occupazione ed inflazione ed è stato convogliato verso il mercato azionario in un’orgia speculativa paragonabile a quella del 1929.

Per sei anni, dal 2009 al 2014, Wall Street è incessantemente cresciuta inanellando un periodo di continui rialzi simile a quello tra 1923 ed il 1929: lo S&P 500 è passato dai 1.100 punti del dicembre 2009 al record di 2.100 punti del marzo 2015 (+90%); il Dow Jones da 10.600 punti a 18.000, anch’esso nuovo massimo storico; il Nasdaq dai 2.200 punti del dicembre 2009 si è riportato alle vette antecedenti allo scoppio della bolla dot.com, superando i 5.000 punti.

Quali sono le analogie tra l’attuale bolla speculativa e quella del 1929?

Primo, l‘indice Shiller Price/Earnings, che rapporta il prezzo delle azioni alla media degli utili societari negli ultimi dieci anni, è su valori analoghi a quelli precedenti alla bancarotta di Lehman Brothers e, dopo il recente calo degli utili delle società statunitensi dovuto al forte dollaro11, ha già superato i valori del 192912. In una sola occasione l’indice Shiller Price/Earnings ha registrato livelli più alti, ed è stato all’apice della bolla dot.com, quando aziende tecnologiche dai magri o inesistenti utili quotavano a prezzi esorbitanti.

Secondo, le società impiegano il denaro facile per ricomprare le proprie azioni. La banca d’affari Goldman Sachs, che è una degli attori più attivi della speculazione degli anni ’20, fonda nel 1928, a meno di un anno dal crollo do borsa, la società Goldman Sachs Trading Corporation che dopo aver offerto al pubblico il 90% del proprio capitale, lo ricompra a piene mani facendone schizzare il valore, per poi ricominciare a venderlo al pubblico nella primavera del 1929: nel febbraio del 1929 le azioni della Goldman Sachs Trading Corporation quotano 136$ da un prezzo IPO di 104$, nel febbraio del 1932 meno di 2$13. Oggi il costume di riacquistare le proprie azioni si è propagato a molte società quotate a Wall Street anche a causa del sistema di remunerazione dei dirigenti che lega i compensi all’andamento dei corsi azionari: è stato calcolato che nel 2013 le maggiori società statunitensi abbiano speso 500 $mld per riacquistare le proprie azioni14, un livello simile al 2007, cosicché la politica monetaria accomodante della FED, anziché finanziare investimenti reali, alimenta il gran casinò di Wall Street. La situazione ha raggiunto livelli paradossali se si considera che un’azienda tecnologica come IBM ha speso nel riacquisto di proprie azioni il doppio di quanto investe annualmente in ricerca e sviluppo, mentre il gigante petrolifero ExxonMobil ha speso un tale ammontare di denaro sufficiente ad acquistare la British Petroleum15.

Terzo, il rally azionario è spinto da investimenti a forte leva finanziaria, ossia con denaro a prestito. Una delle principali caratteristiche del boom azionario degli anni ’20 è l’ampio ricorso al debito, concesso agli operatori di borsa per speculare sul mercato azionario. Compiendo una semplicissima operazione di arbitraggio come indebitarsi alla FED al 5% ed investire sul mercato azionario che promette un rendimento multiplo del 5%, le banche d’affari hanno la certezza matematica di incamerare lauti profitti ed hanno tutto l’interesse a concedere prestiti ai piccoli speculatori affinché alimentino il rally. All’inizio degli anni ’20 il credito concesso agli operatori di borsa è pari ad 1 $mld, nel 1926 sale a 2 $mld, alla fine del 1927 è già a 3,5 $mld, per raggiungere i 4 $mld nel giugno del 1928 ed i 6 $mld entro la fine dell’anno16. La peculiarità degli investimenti a leva finanziaria è che amplia esponenzialmente le variazioni di borsa: se con un capitale di 100 $ compro 100 azioni da 1$, posso tollerare un calo del 100% delle azioni prima che la mia posizione sia cancellata, ma se con un capitale di 100$ mi indebito per 900$ e compro 1.000 azioni, è sufficiente un calo del 10% affinché il mio capitale sia spazzato via e mi rimangano solo i debiti da estinguere. Al primo calo di borsa sarò quindi tentato da liquidare tutte le 1.000 azioni, amplificando il crollo del mercato.

Nell’aprile del 2014, secondo i dati del New York Stock Exchange , risulta che la quantità di azioni comprata con denaro preso a prestito ammonti al massimo storico di 465 $mld17, in mano a speculatori che compiono una banale operazione di arbitraggio: si indebitano presso la FED allo 0% ed investono su un mercato azionario che è cresciuto del 100% in sei anni. È facile fare previsioni su cosa accadrà nel momento in cui gli speculatori, specialmente hedge fund, riverseranno sul mercato i titoli acquistati a leva.

Se l’attuale rally borsistico presenta inquietanti analogie con il crack del 1929, perché la FED non è ancora intervenuta nonostante sia palese che il denaro facile non è impiegato in investimenti produttivi ma nella speculazione? La risposta d’ufficio è quella recentemente ribadita dall’ex-governatore della FED, Ben Bernanke18, ed è chiamata dagli economisti “effetto ricchezza”: se il valore del portafoglio azionario posseduto dai pensionati e dalla famiglie americane sale, questi dovrebbero essere più propensi a consumare, evitando che la borsa depressa comporti anche una gelata dei consumi ed aggravi la recessione.

In verità la politica dei tassi a zero e del credito facile convogliato verso la speculazione coincide con gli interessi dell’establishment finanziario che controlla la FED ed il governo degli Stati Uniti, ormai entrati in reiterato ciclo di bolle e recessioni sempre più violente che si susseguono senza mai affrontare le vere cause della malattia americana: l’obsolescenza delle infrastrutture, la deindustrializzazione, il costante ed enorme deficit della bilancia commerciale, la disparità economica abissale tra l’1% della popolazione ed il restante 99%.

Anziché obbligare la FED a monetizzare i deficit dello Stato che avrebbe così potuto lanciare grandi investimenti pubblici, generando occupazione ed inflazione, si è quindi adottata la politica di mandare Wall Street in bolla, arricchendo banche d’affari ed hedge fund e lasciando cadere dal tavolo solo qualche briciola per i piccoli investitori. Il sistema è però intrinsecamente instabile ed al suo interno maturano i semi del successivo crack.

Il Crollo

Nell’estate del 1929, quando Wall Street è ai record storici e la febbre della speculazione ha ormai contagiato i contadini del Dakota ed i colletti bianchi di New York, l’economia americana entra in recessione: la manifattura inizia a scendere, la produzione d’acciaio rallenta, il trasporto merci su ferrovia diminuisce e l’edilizia accelera la propria contrazione. Le banche centrali, preoccupate dalla magnitudine della speculazione che ha perso ormai qualsiasi contatto con l’economia reale, per di più ora anche in recessione, alzano i tassi: la FED li porta al 6% nel mese di agosto e sulla fine di settembre la Bank of England li porta dal 4,5% al 6,5%. È l’inizio della fine.

Venerdì 18 ottobre 1929, le contrattazioni a Wall Street sono più fiacche del solito e nell’ultima ora di scambi il mercato dà segni di cedimento; il 19 è il secondo peggiore sabato della storia per il mercato azionario; lunedì 21 passano di mano 6 mln di azioni e la caduta del mercato è talmente vorticosa che i ticker faticano a tenere il passo delle contrattazioni; martedì e mercoledì il mercato non trova pace; giovedì 24 ottobre passerà alla storia come il “giovedì nero”.

In quel giorno sono scambiate 12 milioni di azioni durante una seduta che degenera in una sfrenata e disperata corsa alla vendita: la polizia chiude la galleria della borsa di New York aperta al pubblico, la folla si accalca davanti ai ticker nelle hall degli alberghi o nelle sale d’aspetto delle stazioni per sapere cosa accade, si susseguono riunioni ai vertici del sistema finanziario per sventare il crollo ed i più celebri banchieri invitano alla calma. Ottengono il risultato di frenare le vendite sul finire della seduta ma la struttura ha ormai ceduto e qualsiasi tentativo di arrestare il crollo è inutile: il successivo martedì, 29 ottobre 1929, sarà la più rovinosa giornata della storia di Wall Street.

E l’attuale bolla speculativa di Wall Street, alimentata da saggi di risconto non al 3,5% come negli anni Venti ma a zero, come finirà? Le analogie continuano inquietanti.

In questo primo scorcio di primavera Wall Street veleggia sui massimi storici, sospinta anche dall’allentamento quantitativo recentemente varato dalla BCE, sebbene si stiano addensando dense e nere nubi sopra il palazzo della borsa: è forte ormai la sensazione che l’economia reale e gli indici azionari si stiano divaricando sempre di più. Ci sono infatti evidenti segnali che l’economia americana sia ad un passo dalla recessione, come lo era nell’estate nel 1929: il settore estrattivo sta paurosamente rallentando19 a causa del crollo del greggio, che infierisce su un settore, quello del petrolio di scisto, altamente indebitato; il dollaro forte sta erodendo gli utili delle multinazionali americane e la loro propensione all’investimento20; l’attività edilizia è entrata in stallo, per non dire in contrazione21; l’attività industriale è ai minimi da due anni e l’occupazione segna il passo22.

Fino ad un anno fa questi segnali sarebbero stati accolti da ennesimi paradossali rialzi di borsa, in quanto avrebbero costretto la FED a procrastinare il rialzo dei tassi: il primo trimestre 2015 è stato invece piuttosto nervoso a Wall Street. Perché?

Come nel tardo agosto e l’inizio di settembre del 1929, la Riserva Federale è conscia di non potere concedere ulteriore spazio di crescita alla borsa, perché gli indici azionari hanno già ampiamente superato i livelli di guardia: come nella tarda estate del 1929, la banca centrale sa che un aumento dei tassi è inderogabile, nonostante l’economia stia entrando in recessione.

Cosa accadrà il giorno in cui il saggio di risconto tornerà sopra lo zero? Dopo la fase delle guerre imperiali in Iraq ed Afghanistan e l’attuale destabilizzazione internazionale, come reagirà l’impero americano al terzo crollo della borsa in meno di vent’anni?

Federico Dezzani

Fonte: http://federicodezzani.altervista.org

Link: http://federicodezzani.altervista.org/il-giovedi-che-cambiera-il-mondo/

2.04.2015

sp500

1Il Grande crollo, John Galbraith, Bur Saggi, 2015, pag.9

2https://research.stlouisfed.org/fred2/series/FEDFUNDS/

3http://www.nytimes.com/2008/12/21/business/worldbusiness/21iht-admin.4.18853088.html?pagewanted=all

4http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2010/04/03/AR2010040304983.html

5http://www.telegraph.co.uk/finance/newsbysector/banksandfinance/6907640/Goldman-Sachs-denies-betting-against-its-clients-on-CDOs.html

6http://www.federalreserve.gov/releases/h6/20081229/

7http://www.federalreserve.gov/releases/h6/20150319/

8http://blogs.wsj.com/economics/2015/03/30/u-s-inflation-undershoots-the-feds-2-target-for-the-34th-straight-month/

9http://www.huffingtonpost.com/2012/02/02/us-infrastructure-deficit_n_1250886.html

10http://www.cnsnews.com/news/article/ali-meyer/food-stamp-beneficiaries-exceed-46000000-38-straight-months

11http://www.reuters.com/article/2015/03/22/us-usa-earnings-dollar-analysis-idUSKBN0MI0DC20150322

12http://www.gurufocus.com/shiller-PE.php

13Il Grande crollo, John Galbraith, Bur Saggi, 2015, pag. 60

14http://www.forbes.com/sites/stevedenning/2014/09/19/the-economist-blue-chips-are-addicted-to-corporate-cocaine/

15http://www.forbes.com/sites/stevedenning/2014/09/19/the-economist-blue-chips-are-addicted-to-corporate-cocaine/

16Il Grande crollo, John Galbraith, Bur Saggi, 2015, pag. 20

17http://www.reuters.com/article/2014/04/04/us-hedgefunds-stocks-idUSBREA330YP20140404

18http://www.brookings.edu/blogs/ben-bernanke/posts/2015/03/30-why-interest-rates-so-low

19http://www.telegraph.co.uk/finance/economics/11509308/US-suffers-industrial-slowdown-as-oil-price-shock-bites.html

20http://www.reuters.com/article/2015/03/22/us-usa-earnings-dollar-analysis-idUSKBN0MI0DC20150322

21http://www.marketwatch.com/story/february-construction-spending-inches-down-01-2015-04-01

22http://www.marketwatch.com/story/ism-manufacturing-index-falls-in-march-to-lowest-rate-since-may-2013-2015-04-01

Pubblicato da Davide

  • borat

    era ora che qualcuno spiegasse in modo rigoroso come e perché si è arrivati a Bretton Woods

    Grande articolo