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IL GIOVANE FAVOLOSO

DI MAURO BALDRATI

carmillaonline.com

Scrivere una recensione che riguarda Giacomo Leopardi è operazione delicata e rischiosa, perché è sufficiente un piccolo errore, una svista, un dettaglio invertito per scatenare l’indignazione dei leopardiani più attenti.
I quali peraltro hanno perfettamente ragione: è un segnale di amore per il proprio poeta, amore, rispetto e precisione. Io, per esempio, una volta ho letto un articolo del critico musicale istituzionale del Corriere della Sera nel quale un pezzo dei Cream veniva attribuito a Jimi Hendrix. Non ci potevo credere. Non sono mai più riuscito a leggere un articolo del suddetto, che ai miei occhi aveva perso ogni credibilità.

Pertanto mi sento in dovere di chiedere scuse preventive per eventuali errori, precisando che il personaggio di cui parliamo, il poeta di nome Giacomo Leopardi, è l’interprete del film Il giovane favoloso, e lui solo, benché nelle intenzioni degli autori vi sia rispondenza, storica e filologica, col personaggio reale.

Lui, Leopardi, definì Bologna, nella quale soggiornò nel 1827, una città dove “tutto è bello, nulla è magnifico”. Ebbene, il film di Martone – dichiarazioni enfatiche e luoghi comuni dei recensori a parte – è magnifico. Le immagini, la poliedricità del personaggio, la ricostruzione storica, la recitazione eccellente ne fanno un’opera intensa, impegnativa. Al centro vi è la poesia, della quale tutto il film è permeato, come una creazione misteriosa – forse la più misteriosa dell’animo umano – che sembra scaturire, come la lava del Vesuvio nell’eruzione dell’ultima parte del film, dalla sofferenza e dall’infelicità.
“Sono un uomo infelice” dice Leopardi, quando fronteggia i critici “democratici” e liberali che gli hanno appena negato un premio letterario importante. Troppa malinconia, troppa infelicità, gli rimproverano. Si deve parlare di felicità delle masse, di cose positive. E lui ribatte: come possono essere le masse felici se sono composte da individui infelici? Sembra anticipare Antonio Gramsci, un altro grande intellettuale che per certi aspetti ricorda Leopardi, per gli stessi disturbi fisici, la scoliosi, la gibbosità, e la profonda depressione alla quale era soggetto. La rivoluzione, diceva Gramsci, è possibile solo a condizione che si crei un “uomo nuovo”. Il quale deve rivoluzionare anche se stesso, senza rifiutare l’umanesimo in nome dell’attività politica.
Gramsci, dal canto suo, reagiva alla propria condizione con l’attività politica totalizzante, col materialismo dell’estroversione, dell’impegno sociale. Leopardi invece ne era coinvolto come unione cosmica, ne era travolto. La costruzione dell’infelicità leopardiana, che potrebbe essere paragonata allo spleen del quasi contemporaneo Baudelaire, sembra scientifica, accurata, meticolosa, e risale alla giovinezza nella natale Recanati.

La prima parte del film è atroce. Il giovane Giacomo è prigioniero, ostaggio in una casa-sarcofago costruita in un paese-cimitero. La casa è popolata da spettri, o forse da demoni. Il ragazzo, taciturno, stravolto, è sempre chino sui tomi della enorme biblioteca del padre Monaldo, insieme al fratello e all’amata sorella Paolina. Fuori dalla finestra una vita sembra esistere, una vita popolare fatta di carretti, di cavalli, di grida. Una vita estranea, nel silenzio funebre della casa. Si è fatto un gran parlare, nelle recensioni, di Monaldo come di un padre “severo” ma che ama suo figlio, lo protegge. Insomma, tanto per non farsi mancare un po’ di buonismo all’italiana, una sorta di recupero della figura paterna. In realtà Monaldo è ben rappresentato per quello che è: un lugubre reazionario bigotto, che protegge e stima suo figlio solo se accetterà di trasformarsi in uno dei tetri abati letterati nerovestiti, cultori di una letteratura morta scritta da autori decrepiti (da loro stessi uccisi e mummificati). Lo ama e lo amerà solo se deciderà di rispettare la chiesa, la tradizione, la visione conservatrice antiliberale. E la madre è persino peggio: una mummia nera, “neversmiling”, punitiva, anaffettiva, minacciosa.
In questo contesto il giovane Giacomo non è un ribelle. E neanche un rivoluzionario. Si avvita nel suo destino, nella sua solitudine. Probabilmente sviluppa, o affretta, la propria malattia. Se vuole uscire dal sarcofago, lo fa chiedendo. Lo fa supplicando. Implora il padre, e il trucido, bigottissimo zio di lasciarlo andare. Di concederli la libertà. E avrà in cambio un rifiuto, mentre il coperchio del sarcofago sembra richiudersi, con una sinistra evocazione di E Johnny prese il fucile, di Dalton Trumbo.

Poi il film fa un salto temporale di dieci anni e ritroviamo Giacomo a Firenze, in compagnia dell’amico Ranieri. Dunque ce l’ha fatta a fuggire dalla tomba. L’uno scoppia di salute e di energia, passa da una nobildonna all’altra. Mentre Giacomo continua il suo cammino nell’aggravamento della malattia e sta a guardare. Sembra che viva la vita dell’amico, riflessa nella sua, come osservatore. In questa fase trova anche un po’ di spazio l’ironia leopardiana, a tratti graffiante, ma non vi è dubbio che una parte importante è occupata dai suoi infelici rapporti con le donne. Per dire, il soggiorno bolognese, del quale non c’è traccia nel film, è esemplare. Era innamorato perdutamente della contessa Malvezzi, che lo vezzeggiava, lo coccolava, probabilmente lo seduceva, finché il povero Giacomo, come probabilmente avrebbe fatto qualunque maschio al suo posto, non si dichiarò. Ottenendo in cambio un tremendo voltafaccia che lo scaraventò nella disperazione più nera, e nel rancore – giustificato? – verso la contessa. E qui come non ricordare la povera Janis Joplin, che ovunque andava era preceduta da una piccola corte di ancelle adoranti: poi “puntava” un ragazzo carino, perché, come Leopardi quando si confida col letterato Pietro Giordani, aveva solo bisogno d’amore, di calore, “di vita”. Ma il ragazzotto si appartava con una delle ancelle, sparivano insieme e Janis rimaneva sola, disperata, a smaltire la solitudine e la sconfitta con l’alcol e le lacrime.

Infine si va a Napoli, passando per Roma, con qualche frequentazione di salotti, storie d’amore di Ranieri con la contessa di turno, una città che sembra aliena, dove Giacomo trova da un lato allegria, amicizia, con quell’amore per i tipi del popolo che non può non ricordare l’attenzione di Proust per i “segni” popolari. Ma qui, a differenza della Ricerca, i “segni mondani”, così analizzati da Proust, così oggetto di sarcasmo, così futili, in Leopardi sembrano assenti. E’ tutto rivolto ai segni dell’arte, difficili da raggiungere in Proust, perché rappresentano il percorso finale, l’obiettivo di una vita di ricerca. Leopardi sembra puntare dritto a quelli, dichiarando più volte che detesta i salotti, che pure è “costretto” a frequentare, e la fama letteraria. E qui sono molto belle le recite poetiche di Elio Germano, che in effetti risulta l’attore forse più adatto in assoluto per questa parte. E Napoli diventa anche una discesa agli inferi. Emblematica la scena del bordello (potremmo definirlo “lupanare”), dove lo invia Ranieri per fargli finalmente conoscere l’amore carnale, dopo avere istruito a dovere le prostitute. Ma Giacomo, sempre più gobbo, e storto, viene crudelmente sfottuto e inseguito da un branco di scugnizzi e di “pulcinelli” che lo insultano e lo deridono, obbligandolo a fuggire.

Il “salto” è già avvenuto. Proprio come in Kafka. La malattia ha già preso il sopravvento, portando sofferenza, invalidità, ma anche una forma particolare di liberazione. A Kafka la malattia “serve” per allontanare certe prospettive di vita che giudica spaventose, come il matrimonio, la famiglia, la fine del celibato, l’unica condizione dove può realizzare la sua unica vocazione, la scrittura. Leopardi sembra subire questa condizione, perché vorrebbe una vita vera, ma non può. O non vuole? E’ costretto? E’ la condanna dei demoni neri che l’hanno rovinato nella mostruosa biblioteca tombale di famiglia? Questa potrebbe essere un oggetto di discussione infinita, anche con un’analisi dei testi. Ma non è questo il contesto. Abbiamo un Leopardi ormai totalmente invalido, che pur tuttavia riesce a camminare per la città devastata dal colera, osservando, esplorando, e la sua invalidità lo libera, per così dire, di una parte della sua sofferenza, come il rimpianto, il senso di esclusione, mentre la poesia avanza, occupa sempre più spazio, diventa ragione assoluta di vita.

Fino alla splendida, emozionante conclusione de La ginestra, il Fiore del Deserto, il suo penultimo poema, recitato magnificamente da Germano alle pendici del Vesuvio, durante il soggiorno finale di Torre del Greco, nel 1836:

E tu, lenta ginestra,
Che di selve odorate
Queste campagne dispogliate adorni,
Anche tu presto alla crudel possanza
Soccomberai del sotterraneo foco,
Che ritornando al loco
Già noto, stenderà l’avaro lembo
Su tue molli foreste. E piegherai
Sotto il fascio mortal non renitente
Il tuo capo innocente:
Ma non piegato insino allora indarno
Codardamente supplicando innanzi
Al futuro oppressor; ma non eretto
Con forsennato orgoglio inver le stelle,
Nè sul deserto, dove
E la sede e i natali
Non per voler ma per fortuna avesti;
Ma più saggia, ma tanto
Meno inferma dell’uom, quanto le frali
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali.

Mauro Baldrati

Fonte: www.carmillaonline.com

Link: http://www.carmillaonline.com/2014/11/01/giovane-favoloso-mario-martone/

1.11.2014

Pubblicato da Davide

  • Rosanna

    Bellissimo film e bellissima recensione, grazie Davide.

    Vorrei aggiungere che Giacomo nello Zibaldone dice che suo padre non sapeva sopportare la realtà, Giacomo imparò il greco in pochi mesi da solo, il padre non imparerà mai né il latino né il francese, la sua biblioteca però constava di 10.000 volumi; Adelaide Antici , la madre, era una donna bellissima, occhi pervinca, capelli ricci quasi biondi, alta, ma era sempre incinta, sembrava anche che volesse punirsi per la sua bellezza troppo umana, si vestiva come uno zombi, portava cappelloni esagerati, non usciva mai di casa e al solo pensiero di andare nella tenuta di campagna le venivano le convulsioni; palazzo Leopardi divenne per Giacomo un grande carcere, lei era la carceriera e la vittima, nella casa non poteva entrare nessuno, nemmeno gli amici dei figli,

    non poteva nemmeno uscire nessuno, se i figli si ammalavano, se Giacomo cresceva deforme, lei era contenta, il palazzo era la casa di Dio, lei infatti era una cattolica fanatica ed ogni disgrazia della famiglia la donava a Dio, donna fredda, austera, maniacale, molto avara e taccagna, mai uno slancio di affetto, Leopardi ne dà un ritratto nello Zibaldone, come di una divinità lontana, incomprensibile, inquietante, il padre Monaldo gli farà anche da madre, lo ama di un amore morboso, non lo lascia mai partire e non apprezza nemmeno la sua poesia.

    Leopardi  tenta la fuga, la prima volta non ci riesce, la sua cosmologia lunare è l’esatto contrario della teologia cristiana (creatura di Dio),  la luna è sempre bianca, argentea, canuta, sta al di fuori della variabilità dei colori della terra, la luna è graziosa, diletta, cara, tacita, silenziosa, vergine, austera, ascetica, è la regina dei sogni, è viaggiatrice, temuta dai ladri, al suo lume le lepri saltano fuori dai covili e ballano in modo da ingannare i cacciatori con le loro orme, lo Zibaldone si apre con una visione lunare, libro immenso e sconosciuto, fatto di apparenze, riflessi indefiniti, raggi della luna, Dolce e chiara è la notte e senza vento (La sera del dì di festa), nello Zibaldone egli dice che quando gli uomini vivevano nudi provavano per le donne un impulso sessuale genuino, naturale, la civiltà li ha allontanati dalla natura, con l’abbigliamento nasce la civiltà del mistero, del nascosto, dell’incomunicabilità.

    Lo Zibaldone è un gioco di figure, dove natura, ragione, felicità sono i personaggi principali, non è un sistema ordinato di pensiero, l’uomo è l’essere più perfettibile, ma anche il più corruttibile, il più infelice, Leopardi descrive l’abisso di infelicità in cui vive, ma porta dentro di sé un insaziabile desiderio di felicità, una sovrabbondanza di sentimenti e immaginazione; L’Infinito 1819, anno terribile, malattia e cecità, tentativi di fuga, ma nell’idillio c’è dolcezza, soavità, candore intellettuale, estasi, come egli non sentì mai più, poesia moderna, malinconica, sentimentale, in essa c’è filosofia, matematica, nata dall’immaginazione, s’immerge nell’infinito spaziale e temporale, nell’infinito dell’anima, si sforza di cogliere la purezza di una goccia d’infinito e lo immagina  immobile, vuoto, silenzioso, l’anima prova terrore, perché proprio nel cielo dove gli antichi avevano collocato Dio trova l’assenza paurosa di lui, Leopardi si sente solo e abbandonato, orfano come su di un’isola deserta (io nel pensier mi fingo), la straordinaria energia dell’immaginazione crea un mondo dal nulla

    Nel 1824 scrive le Operette morali, opera di sublime immaginazione, grazia, ilarità, fantasia, gioco, libro terribile, dove gli dei giocano come nell’Odissea, nella storia di Ares e Afrodite Ercole gioca a palla col fulmine, gioca col disco del sole, gioca la fionda con le comete, diventa un giocoliere del cosmo, costruisce un’incantevole mitologia moderna, se incontriamo folletti e gnomi essi leggono le gazzette, Ercole ricorda ad Atlante i bei tempi antichi, quando gli uomini lottavano con le belve e la terra batteva di un forte battito di energia, mentre ora la terra è diventata fragile, leggera, una palla sgonfia, che emette solo un brusio, nessuna voce, nessun respiro, la storia dell’uomo è un continuo tentativo di autodistruzione, morto l’uomo la terra continua a vivere, perché non ha bisogno di lui.    

    Operette morali, il libro fu messo all’indice per il suo deciso materialismo, invece è un libro denso di sogni poetici, invenzioni malinconiche, dove la disperazione diventa pura gioia intellettuale, dove c’è grande spiritualità, il genio del Tasso abita nel suo bicchiere, in qualche liquore generoso, la lunga convivenza col liquore dà al genio qualcosa di ebbro, è un demone, ma anche un filosofo, metafisico, compone saggi mirabili sul piacere, la noia, il sogno, la solitudine, guarda la vita di lontano, non l’ha vissuta e non vuole viverla, le dedica solo l’attenzione di benevolo e indifferente spettatore.  Islanda, vulcano Hecla 1783, la natura del Dialogo della natura e di un islandese è la moderna regina delle tenebre, occhi e capelli neri, insieme di poesia e calcolo matematico, potentissima figura poetica ai limiti del pensiero razionale, la nostra sofferenza è un anello necessario alla gran catena dell’essere, è la legge funzionale al sistema, eppure l’uomo cerca il piacere, il principio di non contraddizione di Aristotele diventa insufficiente, anzi falso, perché la legge di natura è la contraddizione, l’uomo aspira alla felicità invece è destinato a soffrire, ma senza questa contraddizione non conoscerebbe la propria grandezza, tutto è caso, contraddizione, insensatezza, tutto è materia, tutto è male, Leopardi dimentica volutamente Dio, contestava e malediva l’essere-dio.

    Il 30 aprile 1830 parte definitivamente da Recanati per non farvi più ritorno, a Firenze si trova a suo agio, circondato da amici intellettuali, frequentava i salotti mondani, nel 1831 vengono pubblicati i Canti, s’innamora di Fanny Targioni Tozzetti, oca giuliva ed attrice mancata, vive con Antonio Ranieri, dopo l’anno in cui lo avevano mantenuto gli amici di Toscana chiede al padre Monaldo 12 francesconi al mese (6 meno di quelli degli amici), la madre arcigna e taccagna acconsente.  Rousseau nella Nouvelle Eloise racconta di un amore a tre, dove due uomini amano una donna, ma l’amicizia tra i due si confonde con l’amore, a Firenze Leopardi conosce Ranieri, bello, biondo, colto, affascinante, libertino, viaggiava molto, Leopardi s’innamora di lui e di Fanny (Aspasia?), nel 1833 partono per Napoli per motivi di salute, Viesseux era sorvegliato dalla polizia, alcuni amici erano morti. Quando Ermes nell’Odissea scende volando nell’isola di Ogigia, vi scorge il più bel “hortus conclusus” che la fantasia antica abbia mai immaginato, attorno alla grotta di Calipso, dalla quale si sente da lontano l’odore di cedro e di tuia bruciata, c’è un bosco di ontani,  di pioppi e di cipressi, una vite carica di grappoli, quattro fonti di acqua limpida, prati umidi fioriti di viole e di sedano, mentre gli uccelli marini cacciano pesci sul mare, tutto è malakos, molle fluido, femminile.

    Calipso è una dea molto più potente e vasta di quanto appaia, vive sola, più sola di Circe, che ha intorno a sé l’agio, il lusso e il movimento di una grande dimora, Calipso, dice Ulisse ad Alcinoo “Non la visita mai nessun dio né uomo mortale”, se vive così terribilmente sola è perché sta nell
    ’ombelico del mondo, inganna e incanta come Circe, ma non ha bisogno della sua bacchetta e dell’arte magica, incanta come la poesia, che serve anche per consolare e farci dimenticare; l’altra dea strega è Circe, regina dell’isola Eea, che appartiene alla regione dell’estremo oriente, dove nasce il sole, suo padre, Ulisse la sente cantare “con voce bella”, la casa e la valle risuonano della sua voce, ed anche lei tesse un ordito sottile, è signora degli animali e delle metamorfosi, ama trasformare la natura e le figure, incanta i leoni e i lupi montani, la nave di Enea passa di notte davanti alla terra di Circe, ecco il cedro odoroso che fa luce.

    Silvia è l’erede delle grandi dee streghe della civiltà mediterranea,  è immersa in un paesaggio primaverile, canta e tesse la tela, Recanati non è Ogigia né Eea, ma ne conserva il profumo, è il maggio odoroso, le vie dorate e gli orti, il sole colma ogni fibra della poesia, una delle pochissime volte in cui lo splendore del sole sostituisce la grazia della luna,    il canto è perpetuo, come nell’Eneide, e avvolge ogni verso, Silvia muore tenerella come il papavero china il capo sotto il peso della rugiada primaverile, Silvia è un’epifania luminosa, la bellezza splende nei suoi occhi, rivelazione radiosa, come “lo splendor degli occhi suoi ridenti”, come quelli di Beatrice.  Napoli era una città chiassosa, turpe, piena di bettole e bordelli, era una città torta, un’immensa città gelato, dove Antonio Ranieri si occupa della salute di Leopardi, che sembra rinvigorire.

    Nella Ginestra l’universo tolemaico è scomparso, la sintassi è tortuosa, complessa e inestricabile, la natura è il Vesuvio, sterminator Vesevo, non ci sono alberi né fiori, tranne i cespi solitari della ginestra, Leopardi dopo aver deriso 2500 anni di storia e cultura occidentale, guarda ancora la natura e vede la ginestra, è una creatura minima che può vivere solo al confine dei mondi, può abitare solo sull’arida schiena del Vesuvio, nel deserto, nella desolazione, creatura subumana, ma notevolmente superiore ai modelli umani, la poesia moderna non può nascere che dal deserto, 

    non conosce altro luogo, i sassi, la lava, i flutti induriti, le zolle incenerite, non ha scelto la propria condizione eppure è contenta del deserto, a differenza dell’uomo accetta il suo destino, è molle, lenta, flessibile, non erge sistemi filosofici rigidi, non costruisce castelli a giustificazione teologica, si lascia morire senza viltà, come  Leopardi, è innocente, non è complice dell’orribile storia umana, non si crede di stirpe divina o immortale, non desidera il piacere assoluto o l’infinito, la natura non è solo distinzione e violenza, ma anche dolcezza, tenerezza, quel profumo dolcissimo consola  il deserto e sale verso il cielo, la luna riappare e illumina il golfo di Napoli, così la poesia di Leopardi si richiude su se stessa, la luna è umanizzata, scende e si dilegua come la giovinezza.

    Leopardi morì con moltissima grazia, in tono minore così come era vissuto, le ultime sue parole furono rivolte ad Antonio Ranieri: "Addio Totonno, non vedo più la luce."

  • Tetris1917

    L’assenza di fig…a ha prodotto Leopardi. Ottimo film. Martone si esalta sempre alle pendici del suo Vesuvio

  • Tao

    Il solo fatto che sia stato fatto un film sulla figura di Leopardi rende onore sia all’impresa di produzione che allo stesso Mario Martone, il regista. Che il film poi sia riuscito a sdoganare Leopardi dallo schema in cui è stato  rinchiuso per secoli dagli addetti ai lavori (Sapegno & critici), quello è un altro discorso… che non sminuisce la grandezza del tentativo. Gobbo, “sfigato” e disturbato… questa è l’immagine corrente, anzi, dominante presso i nostri ragazzi, del poeta di Recanati, complici gli insegnanti che spesso si fermano alla manualistica degli autori e ripetono la critica trita che non sa mettere in discussione i cliché; spesso sono proprio loro, i “cultori del dubbio”, a non avere mai dubbi su… Leopardi.

    E’ riuscito Martone nell’impresa di restituirci quel pensatore vivo e quel palpitante poeta qual era  Leopardi? Il mio modesto parere è che ci sia riuscito solo a tratti, tuttavia anche solo per questi tratti vale la pena veder il film. Tant’è che con le classi (Istituto De Nicola di Sesto San Giovanni, Milano) abbiamo organizzato una proiezione e la risposta dei ragazzi è stata positiva, nonostante il film fosse molto lungo (135 minuti). La giovane sala ammutoliva ogniqualvolta Leopardi, pardon, l’attore Elio Germano — ora con rabbia, ora con fredda lucidità — ragionava di felicità o quando, rassegnato, constatava l’impossibilità di raggiungerla. Leopardi è moderno perché il modo che ha di sentire il tema o problema della ricerca della felicità è uguale al nostro. In certi momenti, durante il film, i ragazzi letteralmente zittivano tanto era evidente e giusta quella ricerca: “Se la felicità non esiste, a che serve la vita?”. 

    Il film ripercorre la formazione del nostro poeta ed in effetti per una sua oggettiva comprensione bisogna partire da lì. Anche titolare il film “Il giovane favoloso” è stato giusto: “a 10 anni sa il latino più del suo maestro, impara il greco da solo e anche l’ebraico; a 15 anni era già diventato un filologo di prim’ordine tant’è che dalla Germania un bel giorno gli giunse l’offerta di una cattedra di Filologia presso l’università di Bonn”, a esprimersi così è uno dei maggiori studiosi di Leopardi (E. Gioanola). Nel Saggio sopra gli errori popolari degli antichi Leopardi dimostra un’erudizione  pazzesca. Il film ricostruisce anche i rapporti in famiglia da cui emerge una mamma Adelaide bigotta, ottusa e affettivamente inetta verso i figli: non li ha mai baciati, offriva loro il baciamano… e un padre Monaldo così preoccupato di dare lustro al proprio casato da svendere a questo scopo il patrimonio di famiglia e accanirsi sull’educazione dei figli (Giacomo,Carlo e Paolina). A quel giovane favoloso hanno insegnato a pregare e a morire ma non a vivere! Si noti che i fratelli Leopardi portavano la talare e a Martone la cosa, assai significativa, non è sfuggita: erano nobili dello stato pontificio.

    I Leopardi disponevano della biblioteca  più grande delle Marche, Monaldo amava leggere moltissimo ed era un bibliofilo: di ciò andava fiero perché quei libri potevano alimentare il genio di Giacomo; e Giacomo sentiva tutto questo e lo assecondava. A 11/12 anni si chiude in quella biblioteca (le riprese ci restituiscono lo studio così come lo si può ammirare ancora oggi a casa Leopardi) e ne esce 7 anni dopo fiaccato fisicamente. Il lavoro intellettuale di Leopardi si può spiegare spiegare come tentativo che il bambino precocissimo ha fatto per farsi notare. 

    Il film tuttavia non ci restituisce tutto lo stupore di una scoperta che Leopardi fa, e cioè chiedersi l’utilità di tutto quel sapere accumulato. In effetti scopre una cosa formidabile: che si sarebbe potuto cercare e trovare la verità stessa. E non è infatti questo il tema ricorrente in tutta l’opera di Leopardi? in tutta la sua opera egli cerca lo svelamento dell’enigma che avvolge tutte le cose, il misterio dell’esser nostro. Tanti invece scambiano questa formidabile ricerca con l’ossessione di esser infelice quando è esattamente l’opposto… la verità è che a uno che si è stancato di cercare, il ricercatore (in questo caso Leopardi) sembra un fissato, un malato. Efficacissime sono la scena della Natura (la donnona) e dell’Islandese, meno riuscite la scene sulla Luna, Luna che ancora oggi si può ammirare nelle notti di Recanati. Non poteva, non doveva mancare quella Luna… Già tutta l’aria imbrunatorna azzurro il sereno e tornan l’ombre/ giù da’ colli e da’ tetti/ al biancheggiar della recente luna… Che sguardo e che cuore e quanto studio per fissare questa sola immagine. 

    Ecco, è forse per come ha trattato il tema della Luna, ma non solo, che si può dire che Martone non sia riuscito col suo onesto tentativo di far vibrare la poeticità del Nostro. Ha fatto una biografia storico-culturale più che scandagliare il volto esistenziale e soprattutto profondamente poetico, e quindi umano, di Leopardi. Nella biografia del recanatese il regista ha voluto metter dentro un tourbillon di cose: incontri, sentimenti… ne è risultato che il tutto è lì, così, senza un file rouge significativo sul piano narrativo. Anzi, tutto ciò è risultato riduttivo della personalità poetica di Giacomo.

    Il tema della luna (salvo le splendide immagini) risulta o almeno appare, come un mero elemento di poesia come la sera, la nebbia, il mattino… un correlativo, direbbe Montale, connesso all’idea di evasione dall’infelicità quotidiana, quasi che Leopardi si fosse chiuso in se stesso, quando invece è proprio l’opposto. Non si è mai estraniato dalla condizione dei suoi contemporanei, anzi, si è augurato — e non solo con la poesia La ginestrama anche per la sua teoria delle “illusioni” — che gli uomini vivessero felici (benché di illusioni). Poesia per Leopardi non è sinonimo di impegno col reale, ma di più, essa è il cuore dell’impegno.

    Poesia è possibilità data di non snaturarsi davanti alla mentalità dominante, utilitaristica e schiava della logica del possesso. Poesia è lo sguardo gratuito sulle cose. E non a caso ci sono cenni di feroce polemica di Leopardi contro l’ideologia progressista e la cultura salottiera.

    Caro Martone, troppa l’insistenza sui dolori e le sofferenze e gli scacchi affettivi vissuti da Giacomo. Perché, anche se c’erano queste cose, tuttavia esse sono andate nel film a discapito del genio poetico, che non era men vero: all’origine del genio della poesia di Leopardi c’è quel suo sguardo sul reale mai domo, sempre in ricerca, sempre sulla corda della grande ispirazione.  Leopardi, da filosofo, ci fa odiare la vita, ma con la sua poesia ce la fa amare. 

    Il film non riesce a fugare i dubbi nello spettatore — dubbi che erano gli stessi dei critici contemporanei di Leopardi — sull’accusa che la sua filosofia e la sua poesia fossero indotte dai suoi mali fisici o disturbi neurologici. Inoltre anche l’opinione che Leopardi condividesse il dubbio metodico cartesiano — per quanto avesse una grande ammirazione per Descartes — lascia perplessi. E’ vero, come fa vedere il film, che Leopardi afferma: “il vero consiste essenzialmente nel dubbio, e chi dubita, sa, e sa il più che si possa sapere” (Zibaldone, 1655). Tuttavia, come già per l’accusa di essere poeta disturbato, cos
    ì sul dubbio metodico il film si limita alla pura e gratuita ri-proposizione della quaestio ma non entra nel merito, non è critico. Il dubbio per Leopardi è uno strumento di verifica, non è l’ideale del desiderio di conoscenza: l’uomo vuol sapere, desidera venire a capo delle quaestiones (e come l’ha cercata lui la felicità!), così come afferma nello stesso Zibaldone (438): “Qualunque essere non è macchina, ha bisogno di credenze per vivere… il credere non è altro che tirare le conseguenze”. Il dubbio ha senso solo alla fine della ricerca e non può essere eretto a verità del tutto. Infatti continua Leopardi: “Del resto, come l’indifferenza assoluta, ossia la mancanza di ogni determinazione dell’intelletto cioè di ogni credenza, sarebbe mortifera per l’animale libero e dipendente dalla sua propria determinazione; così anche appresso a poco il dubbio, che è quasi tutt’uno con il detto stato… quindi lo stato dell’uomo sarà tanto più felice, quanto egli avrà maggior facilità e prontezza a determinarsi a credere (dal che poi segue l’operare); cioè a tirare  una conseguenza da un tal dato” (Zibaldone, 448).

    Giuseppe Emmolo
    Fonte: http://www.ilsussidiario.net
    Link: http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2014/11/11/SCUOLA-Leopardi-la-felicita-dei-nostri-giovani-ha-bisogno-della-luna/2/553010/ [www.ilsussidiario.net]
    12.11.2014

  • oriundo2006

    ”..fig…a”: ne siamo sicuri ? Parrebbe che tra Ranieri e Leopardi ci fosse del ‘tenero’…anche lì peraltro solo da parte del Poeta. Forse è meglio dire che l’assenza di amore in tutte le sue declinazioni ha prodotto come sua lucente perla lunare la poesia leopardiana… ma forse invece la poesia di L. è più propriamente un contraltare pagano al cattolicesimo nefasto che respirò nell’Italia bigotta e chiusa di quell’epoca. E oggi è forse ancora così…non è più solo il bisogno di amore ( depotenziato a mera tecnica ) ma la ricerca di valori extracristiani, di veri valori,  ad essere ancora in questione…

  • Truman

      Il giovane favoloso, un film sopravvalutato [www.dirittodicritica.com]

    a quanti hanno avuto modo di conoscere e studiare in modo approfondito Leopardi, il film non è piaciuto. Chi invece nella vita non si è avvicinato particolarmente al poeta di Recanati, ha avuto modo di apprezzare il film.

    Il film, in generale, si sofferma poco su quella che avrebbe dovuto essere in parte la vera sceneggiatura (già scritta): i testi dello Zibaldone, dei Canti, delle Operette morali che con la loro complessità tanto avrebbero potuto dire delle esperienze del poeta. Claudicante, malfermo, indeciso, Leopardi viene invece riconfermato nello stereotipo che lo vede sventurato.

     

  • Rosanna

    Un film non potrà MAI E POI MAI rendere in due ore la grandezza di un poeta come Leopardi che ha ingombrato secoli di storia, di poesia, di filosofia e di cultura occidentale …

    mi sembra lapalissiano, anzi "banale, semplice, umile, chiaro, luminoso, evidente, colorato …"
    come la sua ginestra.