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IL DRONE MANGIA COM ME: DIARIO DI UNA CITTA' SOTTO ASSEDIO

DI VACY VLAZNA

countercurrents.org

“Prepariamo il suhoor [il pasto consumato prima dell’alba durante il Ramadan]. Sediamo intorno a cinque piatti: formaggio bianco, hummus, marmellata d’arance, formaggio giallo e olive. Il buio mangia con noi. La paura e l’ansia mangiano con noi. L’incertezza mangia con noi. Gli F16 mangiano con noi. Il drone e il suo operatore da qualche parte in Israele mangiano con noi”.

Ho lettoIl drone mangia con me: diario di una città sotto fuoco” di Atef Abu Saif tutto d’un fiato, infastidita dal fatto che dovessi fermarmi per cucinare e mangiare. Questi diari violenti, scritti magnificamente, che raccontano ognuno dei 51 giorni della mostruosa guerra di Israele alla popolazione di Gaza, portano il lettore nell’angosciante esperienza di Atef. Un’esperienza che comprende le profondità oscure della coscienza umana sia personale che collettiva.

“Le tue preoccupazioni iniziano a dissolversi, anche le paure più grandi sembrano ingiustificate. Cosa importa se hai paura per i tuoi figli, quando tutti i bambini della Striscia sono in pericolo? Cosa importa se hai paura che la tua casa possa essere ridotta in macerie quando migliaia vengono distrutte? La tua casa è migliore delle altre? I tuoi figli sono migliori dei centinaia che sono già stati mutilati o uccisi?”.

Atef condivide con noi il tormento mentale ed emotivo di ogni genitore, bambino, marito, moglie, fratello o amico intrappolato a Gaza, come Chomsky scrive nella prefazione “sotto l’inarrestabile attacco senza rimorsi della più avanzata tecnologia di uccisione e distruzione che l’ingenuità della moderna civilizzazione abbia concepito”.

L’orrore, inimmaginabile per una persona esterna, diventa, dalla prima all’ultima parola, sentito, reale. Ci sfida ad andare ben oltre le statistiche e le immagini delle notizie …

… per arrivare alla verità della sofferenza palestinese e all’infernale crudeltà di Israele che gliela infligge.

Tutto viene trasformato in numeri, le storie si celano e si perdono dietro a questi numeri. Esseri umani, anime e corpi, tutti trasformati in numeri.

La famiglia Kawareh – di Khan Younis [città meridionale della striscia di Gaza] a cui il drone ha impedito di finire la cena sul terrazzo – non era formata da solo “sei” persone. Erano sei storie, immensamente ricche e sconosciute, finite quando un missile, sganciato da un drone, ha distrutto le loro vite. Sei romanzi che Mahfouz, Dickens or Márquez non sarebbero riusciti a scrivere in modo soddisfacente. Romanzi che avrebbero necessitato di un miracolo o un genio, per trovare la struttura e la poesia che meritavano.

Israele ha sistematicamente inflitto la sua crudeltà su 1.7 milioni di innocenti con nessun posto dove scappare, in una “prigione, chiamata Gaza” dietro le sbarre di un assedio illegale giunto all’ottavo anno.

Ci affacciamo con Atef, da casa sua a Saftawi, a guardare i flash mortali dei droni, le fiamme e i “fuochi sputati dalle navi”. Sentiamo la casa tremare, sentiamo tutta Gaza tremare sotto le esplosioni. Ascoltiamo il “colpo incessante della nave da guerra… boom…boom…boom… un suono rimbombante che si prende gioco del tonfo del tuo cuore”, i “singhiozzi e le urla dei bambini”, i tuoni degli F16 e la “sinfonia delle esplosioni, il ruggito dei mortai e il ronzio dei droni”. Affrontiamo con lui il pericolo nel suo viaggio di ritorno a casa dall’affollatissimo campo profughi di Jabalia dove la sua famiglia ha trovato rifugio. Ci mettiamo in fila con lui per il cibo, mettiamo in buste di plastica pezzi di cadaveri e ci facciamo travolgere dalla disperata agonia dei genitori:

“Grida di dolore un uomo della famiglia Abu Namous; un giornalista spiega che il corpo senza vita che quell’uomo porta in braccio è quello del figlio, con la testa senza più il cervello… il padre grida, pregando il figlio di risvegliarsi per vedere i giocattoli che gli ha portato. Povero bambino. Povero padre”.

“Il padre di uno dei bambini uccisi in un attacco al quartiere di Shuja’iyya piange suo figlio: «Perdonami, figlio, non ho potuto proteggerti! »”.

“Guardare i miei bambini pensando che potrebbero morire in un attimo, che potrebbero essere trasformati in una di quelle immagini in TV – è troppo”.

Abu Saif, 37enne ex-detenuto, autore, oratore, drammaturgo, editorialista con la moglie Hanna sono genitori di cinque bambini: “Talal, Mostafa, Naeem, Yasser e il più piccolo, Jaffa, che ha solo 19 mesi di vita… … Questa è la terza guerra a cui assistono i miei figli in cinque anni”.

Lo straziante destino, lasciato in eredità da Israele, dei bambini di Atef e di generazioni di giovani innocenti di Gaza – “c’è una (guerra) fissata saldamente nella tua infanzia, una o due in più nella tua adolescenza, e così via … hanno segnato il passare del tempo della tua vita come gli anelli nel tronco di un albero” -incrimina Israele e i suoi alleati, gli indifferenti e silenziosi spettatori della sofferenza di Gaza.

Questi anelli sono cicatrici della guerra lacerate ripetutamente dalla forza del trauma; “Sentire una bomba dopo un paio di anni, è come avere un flashback da stress post-traumatico. Ti riporta esattamente dove eri due anni fa, cinque anni fa, quattro decenni fa, fino al periodo più recente, o alla prima volta che ne hai sentita una”.

Sentiamo nei diari la tensione nucleare del tempo, perché sappiamo quello che Atef non sa, dato che la sua narrazione si svolge di giorno in giorno, ovvero che i palestinesi sono condannati a 51 giorni di orrore, “Tutto diventa normale. Le barbarie, il terrore, il pericolo. Tutto diventa assolutamente ordinario. L’unica paura che hai, dopo tante settimane, è l’opprimente sensazione che questa guerra non finirà mai”. E sappiamo che non ci sarà nessun sollievo dal tormento, soprattutto per i bambini.

“Ogni volta che senti le urla dei bambini o pensi alla loro paura, al terrore, alle domande nei loro occhi, al tremolio delle labbra, al panico nei loro volti. Ogni volta che senti quello che dicono durante il caos, i loro tentativi di capire cosa sta succedendo”

Un ragazzo è ancora isterico, dopo aver visto pezzi del corpo di suo padre e suo zio mischiati insieme come carne in una macelleria. Devono ancora calmarlo.

I diari sono colmi della triste litania delle famiglie e dei bambini massacrati di cui i ragazzi Bakir, che giocavano a calcio sulla spiaggia, sono soltanto 4 delle 527 vittime: “Una serie di missili, lanciati da una nave da guerra miglia al largo, hanno ridotto a brandelli il loro gioco. Il sangue si mischiava con la sabbia e l’acqua del mare, mentre i loro corpi venivano recuperati, tra le urla e i continui bombardamenti”.

I diari sono una raccolta degli ancestrali crimini di guerra israeliani, etichettati giustamente da Hearst Operazione Stone Age – “Il numero delle vittime cresce costantemente ogni giorno. Più persone in gruppi vengono uccise da singoli attacchi; in cinque, sette, nove. Gli obiettivi non sono gli individui, ma residence, case famiglia. Sono bombardate fino a quando non rimane più niente”.

Le esperienze di Atef confermano le testimonianze dei soldati israeliani raccolte e diffuse dal sito Breaking the Silence nel recente articolo Così abbiamo combattuto a Gaza nel 2014 e le confronta con il prevedibile rapporto che assolve Israele dai crimini di guerra. Speriamo che verranno pubblicati altri diari di palestinesi in prima linea nell’aiuto umanitario, come l’amico di Atef Hisham, i lavoratori della Mezzaluna Rossa e il personale medico.

C’è stata una considerevole omissione nei diari di Atef; mi aspettavo ad ogni nuova pagina, tra le notizie dettagliate, riferimenti ai combattenti della resistenza di Gaza, oltre al commento del 7 agosto, “oggi cinque militari sono stati uccisi e portati al cimitero, per il loro riposo finale. I colpi sono stati sparati a causa del loro passaggio”.

L’integrità dei diari sarebbe stata rafforzata da un generoso riconoscimento del coraggio dei combattenti per la libertà; migliaia di giovani “figli della Palestina” e i loro 531 commilitoni, martirizzati mentre “proteggevano il loro territorio, hanno provocato ad Israele gravi perdite militari, e hanno fatto nascere la simpatia e il rispetto in tutto il mondo” per la difesa di Gaza.

Al suo ritorno a casa da Gaza il chirurgo norvegese, Mads Gilbert, ha elogiato “l’inflessibile determinazione palestinese a non sottomettersi all’occupazione!”. Paragonando Gaza alla resistenza norvegese ai nazisti, Gilbert ha sostenuto il “diritto dei palestinesi a resistere, anche con l’uso di armi”.

Anche un alto funzionario dell’intelligence israeliana ha ammesso che Israele ha sottovalutato la tenacia dei combattenti di Gaza. Una tenacia che ha caricato il morale palestinese e, secondo Samah Sabawi, ha conferito ad Hamas “la sua più grande e significativa vittoria … un aumento del sostegno popolare e l’ammirazione da parte dei palestinesi al di là delle divisioni politiche, diventata l’epicentro della resistenza”, in aggiunta alla dichiarazione di vittoria. Questa vittoria è stata dichiarata da Hanin Zoabi e Marwan Barghouti, e da un sondaggio del Centro Palestinese per la politica e i sondaggi d’opinione di Ramallah che ha scoperto che il 79% ritiene che Hamas abbia vinto la guerra.

I diari di Atef sono un libro assolutamente da leggere, fanno luce sull’eroica capacità di recupero di tutti i palestinesi nell’inferno di Gaza. Alla fine Atef lancia un guanto di sfida morale, per conto di Gaza,

Chi convincerà questa generazione di israeliani che quello che hanno fatto questa estate è stato un crimine? … Chi convincerà la comunità internazionale che ha la responsabilità di essere obiettiva quando cose come questa accadono? Credo nessuno. Gaza non ha nessuno che l’aiuti. Le persone possono contare solo sulla speranza e sulla loro capacità di recupero.

Noi, tutti noi, abbiamo i mezzi per convincere Israele e la comunità internazionale che i palestinesi “hanno il diritto di vivere in pace” attraverso il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS), che ora ha la forza giuridica e obbligatoria del Trattato sul Commercio delle Armi (ATT) firmato da 130 nazioni.

Attraverso il BDS, possiamo fare pressioni sui nostri governi per fermare il potere di mutilare e uccidere di Israele, come con l’ATT che, il 24 dicembre 2014, è divenuto vincolante nel diritto internazionale di pretendere che gli stati pongano fine al trasferimento di armi che verrebbero utilizzate in crimini di guerra e genocidi.

Vacy Vlazna

Fonte: www.countercurrents.org

Link: http://www.countercurrents.org/vlazna230615.htm

23.06.2015

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di KOKO

Pubblicato da Davide

  • makkia

    Non ce la faccio a commentare…

    … tranne per questa cosa: "pretendere che gli stati pongano fine al trasferimento di armi che verrebbero utilizzate in crimini di guerra e genocidi".
    Che cavolo significa? Un cal.22 può essere usata per commettere crimini di guerra tanto quanto una mini-nuke.

  • Jor-el

    Credo che significhi questo: "Basta, USA e EU, fornire armi a Israele. Ne hanno più che abbastanza e ne fanno un uso pessimo."