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IL CALIFFO IN KOSOVO, GRAZIE USA (E ITALIA)

DI MASSIMO FINI

ilfattoquotidiano.it

Adesso si scopre che in Kosovo (come in Bosnia e in Albania) c’è una forte presenza jihadista. Ma guarda, chi avrebbe mai potuto immaginarselo? Come sempre, come per l’Afghanistan, la Somalia, la Libia e l’Egitto, si dimentica il pregresso, lo si sottace pudicamente o, nella migliore delle ipotesi, si sorvola.

Chi nel 1999, senza il consenso dell’Onu, anzi contro la sua volontà, aggredì la Serbia ortodossa guidata da Slobodan Milosevic? Gli americani. Che c’entravano gli americani? Niente.

Si trattava di una questione interna allo Stato serbo, dove si trovavano a confronto due ragioni: quella dei kosovari albanesi che nei decenni precedenti erano diventati maggioranza e avevano creato un movimento indipendentista (peraltro foraggiato e armato dagli Usa e che, come ogni resistenza, non disdegnava l’uso del terrorismo) e quella della Serbia a mantenere l’integrità dei propri confini e un territorio storicamente suo da secoli. Oltretutto il Kosovo, dopo la battaglia di Kosovo Polje del 1389, era considerato “la culla della Patria serba”. Una terra non appartiene solo a chi la abita in quel momento, ma è anche frutto delle generazioni che l’hanno vissuta e lavorata in precedenza facendone ciò che è. Era quindi una questione che indipendentisti kosovari e Serbia avrebbero dovuto risolversi fra loro.

Che c’entravano gli Usa che stanno a 10mila chilometri di distanza? Ma siccome essi hanno interessi geopolitici dappertutto, anche sul più sperduto atollo, convocarono sotto la loro guida una Conferenza di pace a Rambouillet. Le condizioni poste alla Serbia (molto invisa anche perché era rimasto l’ultimo Paese paracomunista in Europa) erano tali che Belgrado non avrebbe dovuto rinunciare solo alla sovranità sul Kosovo, ma anche su se stessa. E i serbi, già defraudati della vittoria conquistata sul campo di battaglia in Bosnia (perché, sul terreno, sono i migliori combattenti del mondo e si deve alla loro resistenza alla Wermacht quel ritardo di tre mesi che fu fatale a Hitler, perché ritardò il suo attacco all’Urss e così le truppe di Von Paulus si scontrarono col Generale Inverno che aveva già sconfitto Napoleone–questo merito storico bisognerebbe riconoscerglielo, qualche volta) dissero di no. Allora gli americani, con alcuni servi fedeli fra cui l’Italia (gli aerei partivano da Aviano), violando il principio del diritto internazionale – fino ad allora mai messo in discussione – della non ingerenza militare negli affari interni di uno Stato sovrano (e con questo precedente è ora difficile bacchettare la Russia perché si è intromessa in Ucraina a difesa degli indipendentisti russi di Crimea e di altre zone russofone), bombardarono per 72 giorni una grande e colta capitale europea come Belgrado facendo 5500 morti, fra cui molti di quegli albanesi che pretendevano di difendere. E, poiché da sempre bombardano “’ndo cojo cojo”, colpirono anche l’ambasciata cinese. Princìpi a parte, abbiamo finito per favorire la componente islamica dei Balcani, quella che oggi provoca le isterie Fallaci-style.

Gli Usa però almeno un piano ce l’avevano: costituire una striscia di musulmanesimo moderato (Albania + Bosnia + Kosovo) in appoggio a quella che allora (oggi molto meno) era la loro grande alleata nella regione, la Turchia. Ma sbagliarono anche quella volta i calcoli: oggi i musulmani dei Balcani sono assai meno moderati, molti stingono nello jihadismo e la Turchia sta via via abbandonando l’assetto laico di Ataturk per un regime sempre più confessionale.

Ma particolarmente stolida fu la partecipazione dell’Italia a quell’aggressione. Perché noi con i serbi non abbiamo mai avuto alcun contenzioso (l’abbiamo avuto semmai con i croati che fascisti erano e fascisti sono rimasti). Abbiamo anzi un legame storico che risale ai primi del Novecento. A quell’epoca si pubblicava a Belgrado un quotidiano che si chiamava Piemonte, perché i serbi vedevano nell’Unità d’Italia un modello per raggiungere la loro. Inoltre il ‘gendarme’ Milosevic, checché se ne sia detto e scritto, era, almeno dopo la pace di Dayton, un fattore di stabilizzazione nei Balcani. Ridotta ora la Serbia ai minimi termini, in Kosovo, Bosnia, Macedonia, Montenegro e Albania sono concresciute grandi organizzazioni criminali che vanno a concludere i loro primi affari sporchi nel Paese ricco più vicino, l’Italia. Quando a Ballarò, presente Massimo D’Alema, dissi che la guerra alla Serbia oltre che illegittima era stata cogliona, l’ex premier – che guidava il governo all’epoca dell’intervento non fiatò. Ma io a Ballarò non ci ho più rimesso piede.

Ma l’avventurismo yankee nei Balcani ci ha lasciato un altro regalo, il più gravido di conseguenze: ora, per i contraccolpi dell’aggressione alla Serbia del ‘99, gli uomini del Califfo li abbiamo sull’uscio di casa, mentre gli Usa se ne possono fregare perché c’è l’oceano di mezzo.

Eppoi almeno qualcosa hanno ottenuto: oggi in Kosovo c’è la loro più grande base militare. Non è poco visto che, in giro per il mondo, ne hanno una settantina.

Massimo Fini

Fonte: www.ilfattoquotidiano.it

18.02.2016

Pubblicato da Davide

  • oriundo2006

    Rammento solo che il Ministro della Difesa di allora era Mattarella, l’attuale Pres. della Rep…da Viki ”..Caduto il primo governo Prodi, Mattarella assunse la carica di vicepresidente del Consiglio durante il governo D’Alema, con delega ai servizi segreti.

    Tenne invece il ministero della difesa nei successivi Governo D’Alema II e Governo Amato II, sino al 2001. L’incarico di Mattarella al ministero della Difesa seguì la delicata partecipazione dell’Italia all’operazione Allied Force, con la quale la NATO era intervenuta nella guerra del Kosovo… Nello stesso periodo venne approvato il decreto legislativo 297/2000 che rendeva l’Arma dei Carabinieri una forza armata autonoma.

    Capito mi hai ?…

  • CarloBertani
    Concordo con Fini. Nel 1999, per una fatalità, riuscii a mattermi in contatto con un editore serbo, e ci raccontammo la guerra vista dai due "fronti", sfrondando la propaganda degli americani e dei serbi. Fu la guerra più falsa che mai fu raccontata.
    Anzitutto, le vicende belliche giunsero ad una simile impasse che solo i B-52 – carichi di bombe Mk-82 della seconda guerra mondiale – riuscirono a piegare la resistenza serba: il solito metodo già usato in Germania. Questo perché l’aeronautica USA non riusciva ad aver ragione di quella serba e dei sistemi superficie-aria, anche se mal armate di missili: le fonti russe (abbastanza indipendenti) stimarono in circa 40 i velivoli USA abbattuti o costretti ad atterraggi d’emergenza.
    Gli USA, allora, attrezzarono la base avanzata di Tuzla (Bosnia) per ricevere gli aerei danneggiati ma i serbi, con un’audace mossa, decollarono da Povikne (hangar sotterranei) e distrussero una ventina di velivoli a terra come, successivamente, distrussero i tanto osannati Apache che giunsero dalla Germania, con un attacco a sorpresa sull’aeroporto di Tirana con bombe a frammentazione, dove, proprio quel giorno, c’era l’aereo di Stato del ministro dell’Interno, Rosa Russo Jervolino. Chi "accecò" il radar di Tuzla?
    Si dice i cinesi i quali, guarda a caso, subirono lo "strano" bombardamento della loro ambasciata.
    Scrissi un libro su quello strano "dialogo" col serbo, ma nessun editore – subito dopo la guerra – volle pubblicarlo: la censura era totale.
    Sono tornato in Bosnia nel 2006 ed ho potuto constatare che moschee e madrasse (scuole islamiche) sono state tutte ricostruite in stile arabo/saudita – ben diverso dallo stile turco della Bosnia – e ciò significa che i soldi sono giunti da lì, abbondanti, soprattutto ben "mirati". Così, è stata la fine dell’Islam turco, quello descritto da Andric, sostituito da stili wahabiti, e non solo nell’architettura. Non mi meraviglia (anzi, già lo sapevo) che le milizie di Daesh siano in Bosnia, come lo furono quelle di Al-Qaeda: molti uomini si fermarono, dopo la guerra bosniaca, e si sposarono lì. Le vedove non mancavano: le guerre balcaniche degli anni ’90 fecero circa 127.000 morti: censimento effettuato dai serbi recentemente.
    Saluti
    Carlo Bertani