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I TRE PASSI DEL POPOLO ITALIANO VERSO LA RIVOLTA

DI EUGENIO ORSO
pauperclass.myblog.it

Come indispensabile premessa, si avverte che in questa sede distinguiamo fa la Rivoluzione e la semplice insurrezione popolare, in quanto si tratta di fenomeni politici e sociali molto diversi fra loro. Il primo – la Rivoluzione – s’inserisce a pieno titolo nelle correnti di cambiamento storico che portano a un ”nuovo mondo”, a una realtà culturale, economica e politica profondamente diversa da quella che dominava in precedenza, in un rivolgimento epocale dell’”ordine costituito” che cambia la prospettiva futura. Il secondo – l’insurrezione – è, per così dire, soltanto “unidimensionale”, perché connotato dalla rabbia dei dominati che si ribellano, in modo violento, allo status quo, al potere vigente e oppressivo. Senza avere, però, un preciso progetto politico alle spalle e alla testa delle élite (come quelle rivoluzionarie) con capacità e volontà trasformative dell’esistente a trecento e sessanta gradi. Rivoluzione vuol dire l’Ottobre Rosso di Lenin nel 1917, la Lunga Marcia di Mao, in Cina, conclusasi nel 1949, Castro e Guevara vittoriosi a Cuba nel 1959. Insurrezione significa i riots a sfondo razziale di Los Angeles nella primavera del 1992, la rivolta della Banlieue parigina dell’autunno 2005, i disordini in Inghilterra, a partire dalla periferia di Londra, dell’agosto 2011.

Chiarito quanto precede, nel futuro del popolo italiano, data la prospettiva di de-emancipazione e impoverimento progressivi, possiamo aspettarci conati di rivolta contro il sistema politico locale e il suo “mentore”, cioè l’impianto sopranazionale di potere e oppressione dei popoli rappresentato dall’unione europide monetaria. Finora abbiamo assistito, al più, a “scaramucce” minori localizzate, come i recenti scontri fra polizia e manifestanti a Torino, attraversata dalla rivolta (in gran parte pacifica) dei cosiddetti Forconi, o i ricorrenti scontri fra le forze poliziesche di repressione e i no-Tav valsusini (e nazionali). Possiamo presumere che nei prossimi mesi la situazione si aggreverà di molto, rischiando di precipitare. Non ci sarà alcuna ripresa nel 2014, come millanta il piccolo Quisling Letta, se non una ripresa della disoccupazione, delle chiusure aziendali e dello “spread”.

Tenendo presente la distinzione fra Insurrezione e Rivoluzione che abbiamo operato all’inizio, possiamo tracciare il percorso seguito dal popolo italiano, ormai a maggioranza, per giungere alle soglie della rivolta sociale, ai riots diffusi, all’insurrezione nei confronti del sub-potere politico locale e dei suoi padroni esterni. Sintetizziamo la questione in tre passi, l’ultimo dei quali, quello decisivo, è ancora da compiere.

1) Primo passo: dentro il sistema secondo le sue regole. E’ un passo già compiuto, meno di un anno fa, con il consenso dato al cinque stelle, a Grillo e Casaleggio e alle loro liste elettorali per le ultime politiche. La speranza, che in una manciata di mesi si è rivelata ingenua, era di poterli mandare tutti a casa, rinnovando la “classe politica” e cambiando le politiche spietatamente neoliberiste e pro-euro. Restando, però, dentro il sistema e giocando la partita secondo le sue regole parlamentari ed elettorali. Fra queste, i grillini hanno accettato una legge elettorale poi dichiarata illegittima, senza fare una piega perché certi di vincere, o almeno di riuscire a entrare in forze nella “stanza dei bottoni”. M5s ha ottenuto ben tre risultati, con il senno di poi, ma nessuno di questi va nel senso delle aspettative popolari, drammaticamente concrete in termini di reddito, occupazione, stato sociale. Il primo risultato conseguito, di natura politica e dentro i giochi parlamentari, è stato quello di “affondare” il pagliaccio piddino Bersani, candidato premier. Poca cosa, perché di piccoli Quisling disponibili, in Italia, le eurocrazie e il grande capitale finanziario ne trovano finché vogliono. Infatti, è spuntato Letta appoggiato da Napolitano, basista eurocratico e presidente. Il secondo risultato ottenuto, di legittimazione del sistema liberaldemocratico, è stato quello di limitare l’astensionismo, che altrimenti avrebbe potuto essere ben più consistente del 25% dell’intero “corpo elettorale”, lanciando un segnale negativo ai sub-dominanti politici locali. Il terzo risultato, sempre a sostegno del sistema di potere vigente e della sua riproducibilità futura, è consistito nell’aver neutralizzato preventivamente una possibile protesta sociale, destinata a sfociare in una serie di riots violenti e imprevedibili, come ha dichiarato candidamente Grillo rivendicandone il merito. Se questi sono i principali risultati conseguiti da m5s, presente in forze in parlamento, è chiaro che la delusione cocente si è fatta largo in una manciata di mesi dal “successo elettorale” fra coloro che gli hanno dato consenso. Il movimento di Grillo e Casaleggio, quale effettivo rappresentante dei bisogni e delle richieste popolari, ci pare, ormai, acqua passata, in quanto destinato al declino (quanto rapido vedremo) o alla scomposizione in parti come il pdl. E’ ormai chiaro che m5s, lo voglia o no, ha supportato il sistema facendogli da stampella.

2) Secondo passo: fuori dal sistema, ma rispettando i suoi tabù. Una volta constatato il fallimento di m5s, parte di una popolazione totalmente priva di rappresentanza politica e sindacale ha deciso per il “fai da te”, cioè ha agito completamente fuori dai recinti liberaldemocratici creando un movimento extrasistemico (appunto), ma ancora rispettoso dei tabù sistemici, e fra questi del più efficace per evitare rivolte: il pacifismo strumentale. Quella dei Forconi – o Comitato 9 dicembre –fin da subito si è connotata come una protesta “oltre la destra e la sinistra”, senza agganci di rilievo con i cartelli elettorali presenti in parlamento o con le centrali sindacali sistemiche, ma ancora “pacifica”, non armata, non incline all’uso della violenza. Per qualche giorno i Forconi hanno attraversato l’Italia, con manifestazioni, volantinaggi improvvisati, blocchi stradali e ferroviari, poi, verso Natale, la protesta è sembrata rientrare, riducendosi di molto. Per non dire delle spaccature fra i capi, in occasione dell’adunata a Roma, partecipata solo da una parte del movimento. Se m5s aveva uno straccio di programma politico (frutto delle votazioni in rete, ma veramente?) per la verità contradditorio, date la presenza contemporanea di elementi antiliberisti e liberisti e la sottovalutazione della questione dell’euro, i Forconi non sembrano esprimere delle chiare linee programmatiche. Sono quelli del tutti a casa, del governo provvisorio e delle nuove elezioni, apparentemente senza possibili compromessi istituzional-elettorali. Per farla breve, notiamo che il passo in avanti dei Forconi, rispetto all’inutilissimo m5s (o meglio, utile solo alla liberaldemocrazia), è consistito non certo nel programma politico, o in più deciso “tutti a casa”, ma sostanzialmente nel giocare fuori dal sistema e dalle sue regole parlamentari ed elettorali, nonché nella maggior consapevolezza che l’unione europoide è il vero burattinaio del governo in carica e dei partiti tutti. Anche questo movimento, che definiamo pur con una certa prudenza protorivoluzionario, è destinato a “rientrare”, o a essere sconfitto, o comunque a deludere le componenti meno prostrate e idiotizzate – e più colpite dalla crisi strutturale neocapitalistica – di una popolazione senza rappresentanza, abbandonata al massacro sociale.

3) Terzo passo: fuori dal sistema e contro le sue regole. Dopo aver fatto un po’ di “dietrologia”, da bravi “complottisti” quali siamo, entriamo nel campo della previsione e tentiamo qualche “vaticinio” per il futuro più prossimo. Ironie a parte, che speriamo si colgano, se non interverrà nel frattempo qualche evento esterno di portata epocale (guerre mondiali e/o nucleari, ascesa di forze politiche “euroscettiche” nel resto d’Europa con rapida dissoluzione della uem, cataclismi naturali di grande portata, collasso degli usa e del dollaro, eccetera) prevediamo che in breve una popolazione sempre più alle strette, colpita a morte nel reddito, nell’occupazione e nei consumi, sarà costretta a scegliere una strada totalmente extrasistemica, ma questa volta con abbondante uso della violenza. Infatti, è proprio la via violenta e armata che fa la differenza rispetto al passo precedente. Ciò provocherà disordini, lutti, perdite in termini di vite umane, ma consentirà di incrinare definitivamente il tabù sistemico del “pacifismo strumentale”, di fondamentale importanza in periodi come questi per il controllo dei dominati e la tenuta sistemica complessiva. Non si tratterà ancora di una Rivoluzione, perché i prossimi movimenti di popolo dopo i Forconi, anch’essi poco organizzati, seguiranno l’unica via possibile, cioè quella insurrezionale, ma probabilmente si entrerà in un clima protorivoluzionario, che annuncerà trasformazioni future di grande portata. Per essere chiari, non assisteremo a fenomeni politici e sociali equivalenti all’Ottobre Rosso sovietico o alla Lunga Marcia maoista, ma a riots urbani e confronti con le forze della repressione sistemica, dopo i quali si conteranno morti e feriti. E forse anche le distruzioni. La rabbia è scatenata dalle ingiustizie sociali che tendono ad approfondirsi e a estendersi a fasce sempre più ampie di popolazione. La rabbia è legata ai problemi contingenti, a una quotidianità sempre più misera e degradata, al tradimento di coloro che dovrebbero rappresentare la popolazione. La rabbia non richiede l’elaborazione di ideologie di legittimazione antagoniste, né abbisogna, per esprimersi, di programmi politici coerentizzati da applicare alla realtà. Il terzo passo, che il popolo messo con le spalle al muro dovrà compiere, sarà per qualche verso decisivo, se non altro perché segnerà – probabilmente con un certo tributo di sangue – la distanza incolmabile fra questo sistema, dominato dal neocapitalismo e dalle eurocrazie di rapina, e le esigenze vitali della popolazione. I collaborazionisti al governo – in primo luogo il pd – e i sindacati gialli non avranno più scusanti, saranno riconosciuti come tali, per quel che sono: servi dell’occupatore del paese e “nemici del popolo”. E finalmente cominceranno ad avere paura.

Sulle forme e sui modi che caratterizzeranno la rivolta di cui al punto tre – il terzo passo ancora da compiere – non ci esprimiamo. O almeno non ci esprimiamo ancora, pur avendo già scritto qualcosa in passato. Per ora è importante rilevare che una percentuale della popolazione italiana compresa fra i due terzi e i tre quarti già oggi non ha – e soprattutto non avrà in futuro – alcuna rappresentanza effettiva all’interno del sistema. Anzi, è schiacciata e vessata da governi collaborazionisti dell’occupatore del paese, il cui compito è di trasferire risorse nazionali all’esterno in quantità sempre maggiori. A beneficio del grande capitale finanziario, per “salvare l’euro”, per favorire il manifatturiero in germania, per far andare la globalizzazione, e via dicendo. Se in prima battuta la popolazione ha creduto a Grillo, pensando di poter cambiare il sistema, senza spargimenti di sangue, standosene comodamente all’interno (comodamente, come i parlamentari e gli amministratori locali del cinque stelle!), in breve ha dovuto amaramente ricredersi e una parte di questa ha appoggiato i Forconi, pacifici manifestanti extrasistemici. C’è però un piccolo problema (detto con ironia). La protesta pacifica, non armata, che rifugge dalla violenza a costo di fallire miseramente, non solo non può pagare, ma è sempre destinata a frantumarsi, a essere fagocitata, a estinguersi senza ottenere risultati. Come abbiamo già scritto nel recente passato, il popolo procede in solitudine per approssimazioni successive. Quello italiano in modo particolare. Il prossimo passo non potrà che essere quello da noi delineato, perché la possibilità di salvezza – quando le vecchie certezze muoiono e tutte le vie sono chiuse – ci sarà soltanto fuori e contro, rispondendo colpo su colpo alla violenza del nemico.

Eugenio Orso

Fonte: http://pauperclass.myblog.it/

Link: http://pauperclass.myblog.it/2013/12/30/i-tre-passi-del-popolo-italiano-verso-la-rivolta-eugenio-orso/

30.12.2013

Pubblicato da Davide

  • Black_Jack

    Sogni e chimere, nient’altro.
    E ci tengo a dire che condivido pienamente le idee politiche di Pauperclass, di Sollevazione, di Infoaut etc ma in quanto ad analisi politica la vedo agli antipodi.
    Eugenio Orso dice una cosa che non sta né in cielo né in terra e cioè che il problema sarebbe che il popolo si sta rendendo conto di non avere una rappresentanza politica reale.
    Ma la gente se ne strafrega di problemi filosofici e spirituali come la "mancanza di rappresentanza politica". La gente protesta per il pane o per il benessere consumistico perduto e quindi quando, come sta per succedere in questi mesi, allenteranno la morsa e lasceranno che un minimo di ricchezza si ridistribuisca un po’ su tutte le classi subalterne la protesta si sgonfierà e rimarrà a uno stadio di "inquietudine" del tutto inoffensivo.

    Dice Orso:

    "La rabbia è legata ai problemi contingenti, a una
    quotidianità sempre più misera e degradata, al tradimento di coloro che
    dovrebbero rappresentare la popolazione. La rabbia non richiede
    l’elaborazione di ideologie di legittimazione antagoniste, né abbisogna,
    per esprimersi, di programmi politici coerentizzati da applicare alla
    realtà."

    Ma la rabbia popolare c’è sempre stata e non ha mai generato dei movimenti rivoluzionari autenticamente di popolo se evitiamo (per cortesia) di tornare a ricordare Spartaco e la Comune di Parigi; ci sarà pure qualcuno che ha conosciuto il Sudamerica degli anni ’80 e ’90, no? La gente stava 100 volte peggio di noi oggi eppure non c’è stata una singola rivolta di popolo. Ci sono state le reazioni di élites locali (Chavez, Kirchner, Correa) che hanno scalzato quelle asservite allo straniero il che però è tutto un altro paio di maniche; ad oggi in Brasile e Argentina le differenze di reddito fra le classi sono aumentate e non diminuite.

    Orso scrive:

    "Come abbiamo già scritto nel recente passato, il popolo procede in solitudine per approssimazioni successive"

    Il popolo non procede proprio, resta sempre lì. E non procede perché gli intellettuali come Orso continuano a credere che i bisogni materiali abbiano da soli la forza di spingere le persone alla presa di coscienza. E’ un’evidente assurdità eppure a sinisytra ci credono tutti.
    Al contrario di quello che scrive esplicitamente Orso, finché non nascerà un nuovo ideale appassionato, che infiammi i cuori, che ridia la sacrosanta rabbia per le ingiustizie subite alla gente ("ingiustizie" non biosgni materiali) gli unici movimenti politici saranno fra élites che si contendono il potere.
    E per di più un "ideale" non deve essere limitato all’appartenenza a una certa classe sociale quindi sarebbe molto utile e veicolabile ovunque dal punto di vista politico.

    La cosa paradossale è che in "basso" non ci si pensa e anzi si considerano gli ideali come qualcosa di confuso, meno efficace della spinta dei bisogni materiali; in "alto" invece queste cose le hanno perfettamente capite e infatti vediamo Di Blasio con i discorsi sull’eguaglianza è diventato sindaco di NY e il Papa che parlando di "affetto" e "cuori che devono essere lasciati commuovere" in meno di un anno ha ottenuto un successo mai visto prima.
    E’ per questo che loro stanno al potere e il popolo se la prende in quel posto, proprio perché la prima differenza di classe dal punto di vista psicologico è nella capacità di gestione delle emozioni.

  • Firenze137

    Secondo me la "chiave" di lettura semplice l’ha data Barnard con l’esempio delle 10 caramelle (se andate sul sito suo lo trovate ) che via via ci hanno tolto ed adesso ne sono rimaste 5 ? 4 ? .

    La maggioranza degli Italiani è terrorizzata – a vari livelli di paura –  di perdere quelle 5 caramelle che ancora comunque restano. Questa maggioranza comprende anche i non votanti, quindi una maggioranza notevole direi decisiva per un eventuale innesco di movimenti popolari grande portata .

    Il problema di cambiare le cose sta proprio qui. Che comunque ci sono "interessi" economici allo status quo intrecciati tra loro come una gigantesca ragnatela con vari "centri" . Da quelli piccoli-piccoli di riuscire in qualche modo a sbarcare il lunario, a quelli mega delle lobby finanziarie. I colori politici – PD, PDL, forza QUI, forza LA. ecc –   che i TG ci menano ogni giorno e l’altro pure con tavole rotonde di personaggi dell’informazione drogata "pagati" per fare ragionamenti del "niente", non contano un cippa. Sono solo le caramelle che il "popolo" vede e conta e riconta ogni giorno sperando di arrivare all’indomani almeno con una..

    E se la maggioranza del Paese è questa credo il cambiamento avverrà per solo per sfinimento. A elettrocardiogramma piatto… Purtroppo.  

  • Georgios

    A me invece sembra che l’articolo segua un filo per lo meno logico. Che poi lo si possa chiamare anche profetico e’ un’altra cosa. Si vedrà.

    Quando però dici "Ma la gente se ne strafrega di problemi filosofici e spirituali" e poi riporti la frase dell’autore "La rabbia non richiede l’elaborazione di ideologie di legittimazione antagoniste, né abbisogna, per esprimersi, di programmi politici coerentizzati da applicare alla realtà", non riesco a focalizzare l’essenza del tuo disaccordo.

    Quanto alla "mancanza di rappresentanza politica" non credo sia un problema filosofico. E’ maledettamente reale, tant’è vero che se effettivamente questa mancanza esiste, allora e’ anche vero che qualsiasi tipo di protesta organizzata, quando ci sarà, la sua rappresentanza, parlamentare o meno, se la dovrà inventare.

    Sull’America Latina generalizzi un po’ su storie e tempi diversi, ma fatto sta che tutti gli esempi che porti sono stati conseguenza del fatto che questi popoli non sono stati fermi e che i passi avanti che hanno compiuto sono stati il risultato delle repressioni subite durante gli anni precedenti. Non considero esatto p. es. chiamare "élite locale" il movimento di povera gente, spontaneo e popolare, che ha riportato Chavez al suo posto durante il tentato golpe del 2002. Per cui mi sembra un’affermazione assolutamente logica dire che "il popolo procede in solitudine per approssimazioni successive" e quindi non trovo vero il contrario: "Il popolo non procede proprio, resta sempre lì". A conferma di ciò non ci sta solo Spartaco e la Comune di Parigi nella storia.

    Concordo invece con te che oltre ai bisogni materiali (proprio materiali, non di consumo) che e’ l’incentivo preferito della sinistra (giusto secondo me), ci debba anche essere quello che chiami "nuovo ideale appassionato" certamente motivato "dalla sacrosanta rabbia per le ingiustizie subite". E pare che questo ideale ci sia già in molta gente. Specie in questo tipo di crisi che attraversa l’Europa e che pone le basi per una sollevazione patriottica, popolare ed interclassista in ogni paese.

  • Black_Jack

    Scusa Georgios ma è evidente.
    Non vedi l’essenza del mio disaccordo fra la mia frase e quella di Orso

    "Quando però dici "Ma la gente se ne strafrega di
    problemi filosofici e spirituali" e poi riporti la frase dell’autore "La
    rabbia non richiede l’elaborazione di ideologie di legittimazione
    antagoniste, né abbisogna, per esprimersi, di programmi politici
    coerentizzati da applicare alla realtà", non riesco a focalizzare
    l’essenza del tuo disaccordo."

    Come ho scritto alla fine, ritengo che la vera resistenza si possa fare solo ed esclusivamente se esistono

    FEDE & PRINCIPIO

    cosa che non esiste al contrario di quello che osservi tu; ne esiste il bisogno, questo sì, ma non esiste in concreto e senza di quello non vai da nessuna parte (e certo che occorrono le rivendicazioni sui bisogni materiali, ma solo con quelle hai perso in partenza).

    Quindi sto dicendo che la "rabbia" del popolo fondata solo sulle difficoltà economiche è attualmente l’unica cosa che smuove il popolo; ma non dovrebbe essere così, ci vorrebbe un ideale alto e appassionato mentre (questo è il punto) Orso dice addirittura che la rabbia non ha bisogno di questo ideale come se fosse una specie di vantaggio, come se si riuscisse a saltare un passaggio inutile.
    La gente se ne strafrega delle questioni filosofiche ed è un male.
    E se ne strafrega perché si trova in uno stato di degrado culturale e spirituale che sarebbe compito degli intellettuali di sinistra di superare con dei forti richiami a nuovi ideali; da solo il popolo non si riprende più (su questo non siamo d’accordo però il dato di fatto è lì all’osservazione di tutti).
    Allora quando Orso dice che la gente sente il problema della rappresentanza tradita sta esponendo una sua privata rivendicazione di cui la stragrande maggioranza della gente se ne frega; la prova è che siano arrivati a questo punto, che ancora oggi il PD e Forza Italia in due si prendono il 50%…

    Sugli esempi di rivoluzioni veramente popolari fatte senza scendere a patti con il potere che finiscono per distruggere le buone intenzioni iniziali fammi qualche esempio che non li conosco.
    La vera rivoluzione sarebbe andare in mezzo alla gente a predicare l’uguaglianza, il diritto-dovere alla disobbedienza, la limitazione delle differenze di reddito, l’impossibilità di mantenere le rendite di posizione di generazione in generazione.
    Troppa fatica…

  • Georgios

    Dopo una tanto dettagliata risposta mi sento un po’ in obbligo!

    Comunque quello che ha tagliato la testa al toro e’ stata l’aggiunta "ed e’ un male". Ho capito.

    Per il resto che posso dirti… Il popolo e’ quello che e’, non possiamo trovarci uno migliore in qualche supermercato e comprarcelo. Bisogna adattarsi e sperare (oltre che lottare).

    Tutte le rivoluzioni sono cominciate, per la maggior parte della gente ma anche per moltissimi dei protagonisti, con le migliori intenzioni. Ma poi interviene la dura realtà dell’ideologia dominante della classe abbattuta (detto più semplicemente, le cattive abitudini), le diversità di opinioni e di interessi, l’economia, i rapporti internazionali etc e allora si prende la strada che si crede la più opportuna che alla fine si dimostra sbagliata.

    In totale però si va avanti. Da schiavi siamo diventati sudditi e poi cittadini. E’ qualcosa. Uniamoci ora per evitare la retrocessione in sudditi un’altra volta. Prima salviamoci. Poi si vedrà.

  • vraie

    senza ideali diffusi non ci si salva (si sprofonda di +)
    alla fine della baldoria spunta renzi o un altro renzi che pianta la bandierina fra l’entusiasmo generale e nulla cambia, perchè manca un progetto diffuso

  • vincenzo_bar

    Trovo questa analisi almeno interessante e di una certa aderenza alla realtà. Almeno rispetto alle banalità che si legge in giro un articolo "serio".

  • Georgios

    Non hai torto.
    Però ci sono dei passaggi obbligati. Lo vediamo anche qui, in Grecia. Il sistema e’ ogni volta costretto a bruciare le sue carte una per una. Renzi e’ una di queste carte.
    Man mano che queste carte vengono bruciate, la rabbia aumenta (perché le politiche non cambiano) e si comincia a prendere coscienza della vera realtà sociale. E’ cosi credo che si forma e si espande l’ideale diffuso ed eventualmente il progetto diffuso di cui parli.
    Certo, la parte critica della faccenda e’ che più si tarda a prendere coscienza più faticoso sarà uscirne. Per esempio, qui, sarebbe stato un bene se il SYRIZA avesse vinto le elezioni del 2012. Forse hanno truccato le elezioni, non si sa, fatto sta che ora ce lo abbiamo ancora davanti. E il tempo passa inesorabilmente.
    Questa e’ però (purtroppo) la realtà sociale e con questa dobbiamo fare i conti.

  • oldhunter

    Dopo aver letto l’articolo di Eugenio Orso – in particolare il "Terzo
    passo: fuori dal sistema e contro le sue regole" – mi è subito venuto in
    mente quanto scritto dalla penna ferocemente sarcastica ma
    terribilmente veridica di Gianluca Freda nel dicembre 2010 sugli scontri
    di Roma. Tutto da rileggere e meditare. E’ una analisi (purtroppo)
    talmente attuale che val la pena riportarne perlomeno i tratti più
    salienti:

    (…) quando parliamo della progettazione di un
    cambiamento sociale, sarebbe bene che ci abituassimo a lasciare i sogni
    nella dimensione che ad essi appartiene di diritto: quella del
    dormiveglia e delle fantasie notturne. Appaltare le trasformazioni
    sociali a branchi di sonnambuli e parolai in pigiama, produce, anche
    nella migliore delle ipotesi, un fastidioso e rumoroso nulla di fatto,
    ammantato di deliri teoretici, come quelli che siamo abituati ad
    ascoltare – senza ormai troppa distinzione – tanto nelle parole dei
    “rivoluzionari” da centro sociale quanto nei discorsi dei
    “rivoluzionari” da organigramma di sindacato e di partito nel corso
    delle periodiche ed inutili manifestazioni “di protesta”
    accalappiagonzi. Nell’ipotesi peggiore (che è poi di gran lunga la più
    frequente e storicamente diffusa) l’allucinazione utopica produce
    semplice manovalanza per “rivoluzioni” gestite dal potere ed indirizzate
    verso scopi esattamente opposti a quelli che i sognatori dormienti
    vagheggiano mentre si agitano in preda al delirio.
    Date retta a un
    fesso: le rivoluzioni, quelle vere, sono roba per persone ben sveglie e
    con i piedi per terra. Soprattutto, sono roba da élite. Dove, col
    termine “élite”, non si intende indicare una realtà connotata sul piano
    della gerarchia economica o sociale, bensì su quello del pragmatismo
    politico e della pianificazione intellettuale. Pianificazione che, in
    tutte le rivoluzioni storiche di qualche rilievo, si è sempre attuata
    attraverso la circolazione delle idee e dei programmi attraverso i mezzi
    di comunicazione esistenti, tastiere comprese.
    In ogni rivolgimento
    sociale di successo c’è una “testa” che dirige le operazioni,
    rappresentata dall’élite che dispone dei mezzi di comunicazione
    necessari a diffondere nella massa le idee e le parole d’ordine su cui
    dovrà fondarsi l’insurrezione; e ci sono moltitudini di “sognatori”
    senza arte né parte che fungono da semplice carne da cannone. Inutile
    dire che gli effetti della rivoluzione si rivelano sempre vantaggiosi
    per l’élite e devastanti per gli utopisti sonnambuli. Non voglio
    togliere nulla all’utilità di questi ultimi, senza la cui incompetenza e
    irriflessività politica nessuna rivoluzione sarebbe possibile. Non ce
    l’ho con i decerebrati spaccatutto che abbiamo visto in azione a Roma,
    né con i branchi di pecore che transumano periodicamente verso i pascoli
    della protesta su apposito torpedone sindacale, i quali svolgono
    egregiamente il proprio ruolo di soldataglia. Ce l’ho con le élite da
    cui tali moltitudini sono attualmente gestite e manipolate. Perché le
    finalità perseguite da queste élite di potere sono del tutto antitetiche
    a ciò che ritengo essere l’interesse attuale del nostro paese, inteso
    nel suo insieme complessivo di pastori e di mandrie, di colonnelli e di
    subordinati. (…)
    (…) L’élite pianifica, organizza, gestisce,
    manovra la percezione del mondo e la stessa violenza di piazza secondo
    modalità che sono funzionali ai suoi obiettivi; la carne da cannone è
    del tutto priva di capacità di decodifica dell’esistente e di schemi
    progettuali. (…)

    Per chi volesse leggere l’articolo intero "COME COSTRUIRE UNA RIVOLUZIONE CHE NON CADA A PEZZI IN DUE GIORNI" questo è il link: http://blogghete.altervista.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=618:gianluca-freda&catid=25:politica-italiana&Itemid=44 [blogghete.altervista.org]

  • Zret

    Esatto. 

  • Zret

    Analisi impeccabile, Black jack.