Home / ComeDonChisciotte / I PALESTINESI REAGISCONO CON INDIFFERENZA ALL'ASSASSINIO DEI TRE RAGAZZI ISRAELIANI
13447-thumb.jpg

I PALESTINESI REAGISCONO CON INDIFFERENZA ALL'ASSASSINIO DEI TRE RAGAZZI ISRAELIANI

DI AMIRA HASS

haaretz.com

Il rapimento e l’omicidio dei tre studenti yeshiva della West Bank è stato interpretato dai palestinesi come un altro incidente in una routine di violenza, di cui Israele è il primo responsabile. Non c’è stata nemmeno una scintilla che somigliasse ad una opposizione o a una protesta, ma non c’è stata nemmeno una scintilla a favore del rapimento, nessuno che abbia chiesto “di più”.

Migliaia di famiglie palestinesi sono rimaste per due settimane sotto il rullo del compressore militare israeliano, senza che ci fosse un solo motivo che collegasse questa gente al rapimento dei ragazzi ebrei, senza che fosse mostrata almeno quella naturale compassione che nasce a livello personale. E questo il motivo per cui i palestinesi fondamentalmente ritengono che gli israeliani in particolare, ed il mondo in generale, li discriminino quando si parla di violenza.

La violenza dei palestinesi merita di essere condannata, e i due responsabili per questa violenza, insieme a tanti che non erano responsabili di nulla, sono stati puniti con grande severità, anche se questa severità ha assunto la natura di una rappresaglia. Al contrario, la continua violenza israeliana – messa in atto dal governo perché si tratta di violenza perpetrata da un governo straniero, dall’esercito e da privati cittadini come i coloni – non solo non viene punita, ma viene anche raccontata. Non la chiamano nemmeno “violenza”, non è qualcosa che interessa gli israeliani e certamente non risveglia in nessuno un sentimento di identificazione con le vittime. Le vittime israeliane della violenza – che sono meno di quelle palestinesi – hanno tutte un nome e una faccia, sia in Israele che nel mondo. Le molte vittime palestinesi, quando va bene, entrano nel conto delle statistiche. Questa affermazione non è solo il punto di vista espresso su un editoriale, ma è alla base della vita quotidiana dei palestinesi. La loro mancanza di compassione in casi particolari, come questo, è la risposta dei palestinesi a questa loro discriminazione.

Fintanto che non erano ancora stati trovati i corpi, molti palestinesi non credevano nemmeno che il rapimento fosse mai avvenuto. Per loro, il rapimento era stata tutta una invenzione per ostacolare il governo di unità nazionale palestinese, per annullare i risultati (secondo il punto di vista palestinese) della negoziazione per liberare il soldato rapito Gilad Shalit e per danneggiare Hamas. I palestinesi hanno creduto che il rapimento avrebbe solo portato vantaggi al governo di Benjamin Netanyahu, che il rapimento fosse stato solo un artifizio diplomatico (per esempio, per giustificare il rifiuto europeo e americano e l’opposizione al governo di unità nazionale palestinese). Lo sciopero della fame dei palestinesi in detenzione amministrativa in Israele aveva cominciato a fare eco sui media, e l’omicidio (omicidio, è la parola usata dai palestinesi) di due ragazzi palestinesi a Beitunia fatto dai soldati israeliani aveva rivelato le menzogne esistenti nel resoconto israeliano sull’incidente e l’assoluto imbarazzo delle autorità israeliane. Per un pò, questo aveva fatto sì che anche l’esercito e la polizia di frontiera – sia secondo i manifestanti che secondo i giornalisti – si erano comportati in modo stranamente più moderato in presenza di alcune manifestazioni. Così, invece di chiedersi: “Chi è il palestinese che, con questo atto, è riuscito a vanificare tutti gli ultimi successi palestinesi”, si sono tutti rifugiati nelle teorie della cospirazione.

Questo atteggiamento ha impedito che qualsiasi discussione pubblica portasse ad una conclusione diversa: non solo non esiste nessuna strategia palestinese unificata, ma è stato dimostrato ancora una volta che, anche all’interno di Hamas, non c’è nemmeno un coordinamento tra tattica e strategia. Il rapimento mette in pericolo il nuovo governo e va contro gli interessi del leader di Hamas e di molti rami del movimento. In questo momento c’era un immediato bisogno del governo di unità nazionale, per sopravvivere alla crisi e riuscire a per pagare gli stipendi ai dipendenti di Hamas a Gaza e, a lungo termine, per sbarazzarsi del peso della cronica crisi economica creata dal blocco israeliano. Eppure, anche quelli che erano furiosi – soprattutto nel partito Fatah – contro quegli attori locali che hanno pianificato e messo in atto il rapimento, sono stati costretti a reprimere i loro sentimenti di rabbia alla luce dell’assalto israeliano lanciato contro una parte tanto grande della popolazione palestinese.

Altri, tra cui gli oppositori di Hamas, stavano aspettando il momento in cui i rapitori avrebbero dettato le condizioni per la restituzione degli ostaggi (vivi). Nello sbilanciamento di potere tra palestinesi e israeliani, il rapimento è visto come uno strumento legittimo. Gli assassini dovevano aver previsto che i ragazzi rapiti restassero vivi, ma qualcosa è andato storto e questo attesta il dilettantismo e la mancanza di una preparazione adeguata. Ma un dubbio resta sempre vivo. Hamas non ripudia mai pubblicamente chiunque dei suoi membri che fallisca o che abbia agito di propria iniziativa.

In questa atmosfera, quei palestinesi che credono che sia sbagliato uccidere dei ragazzi israeliani inermi, anche se sono coloni o se studiano negli insediamenti, non osano dirlo ad alta voce. Dopo che i palestinesi sono stati costretti ad ammettere che gli israeliani rapiti non erano dei soldati armati, ma solo ragazzi, più volte hanno voluto sottolineare che, comunque, erano dei coloni. Tra i palestinesi, l’opinione prevalente è che gli attacchi contro i coloni siano giustificati, e che dovrebbe essere fatta una distinzione tra i coloni e i cittadini israeliani che vivono al di là della Linea Verde.

Un uomo che, dice che non sarebbe mai capace di uccidere personalmente un colono, ha dichiarato che l’attacco a questi coloni è stato interpretato come un segnale lanciato agli israeliani, per far capire che non dovrebbero mandare i propri figli in Cisgiordania, che in quel posto non dovrebbero sentirsi al sicuro, che dovrebbero sapere che la loro presenza significa una spoliazione per i palestinesi. E’ molto dubbio che questo possa essere stato il messaggio che avrebbero voluto mandare quelli che hanno rapito e ucciso i tre ragazzi.

Quel che è certo, però, è che al momento, non c’è nessun dibattito interno tra i palestinesi sul fatto se l’omicidio sia effettivamente servito per questo obiettivo.

Amira Hass

Fonte: www.haaretz.com/

Link: http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/.premium-1.602520

02.07 2014

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l’autore della traduzione Bosque Primario.

Pubblicato da Bosque Primario

  • Eshin

    Amira Hass ( Gerusalemme [it.wikipedia.org], 1956 [it.wikipedia.org]) è una scrittrice [it.wikipedia.org] e giornalista [it.wikipedia.org] israeliana [it.wikipedia.org], conosciuta per i suoi articoli pubblicati sul quotidiano israeliano Ha’aretz [it.wikipedia.org].

    Ha deciso di stabilire la propria residenza nei territori della West Bank [it.wikipedia.org] e nella striscia di Gaza [it.wikipedia.org], condizione che le dà l’opportunità di raccontare i fatti e di osservare da una prospettiva palestinese il conflitto israelo-palestinese [it.wikipedia.org]. Figlia di due attivisti comunisti ebrei, sopravvissuti all’ Olocausto [it.wikipedia.org] di Bosnia [it.wikipedia.org] (la madre, Hanna Levi) e di Romania [it.wikipedia.org] (il padre, Avraham Hass), Amira Hass è nata a Gerusalemme [it.wikipedia.org]. La sua carriera come giornalista ha avuto inizio nel 1989 [it.wikipedia.org] come membro della redazione di Ha’Aretz e cominciò a scrivere articoli dai territori occupati nel 1991 [it.wikipedia.org]. Attualmente è l’unica corrispondente israeliana dai territori occupati (è stata a Gaza [it.wikipedia.org] dal 1993 [it.wikipedia.org] al 1996 [it.wikipedia.org] e a Ramallah [it.wikipedia.org] dal 1997 [it.wikipedia.org] a oggi). Dal 2001 scrive un diario per il settimanale italiano Internazionale [it.wikipedia.org].

    Amira Hass ha ricevuto nel 2000 [it.wikipedia.org] il "Press Freedom Hero award" dall’International Press Institute; il " Bruno Kreisky [it.wikipedia.org] Human Rights Award" nel 2002 [it.wikipedia.org], la "Colomba d’Oro per la pace" 2001 [it.wikipedia.org], il "Premio Unesco [it.wikipedia.org]/Guillermo Cano per la libertà di stampa nel mondo" 2003 [it.wikipedia.org] e il premio dell’" Anna Lindh [it.wikipedia.org] Memorial Fund", 2004 [it.wikipedia.org].

    I suoi articoli sono spesso molto solidali con il punto di vista
    palestinese e generalmente molto critici della politica messa in atto
    dal governo israeliano nei confronti dei Palestinesi, ma durante gli
    anni dell’ Intifada [it.wikipedia.org] Al-Aqsa, la Hass ha anche pubblicato diversi articoli che criticavano molto severamente il caos e l’ anarchia [it.wikipedia.org] causati dalle bande armate di Fatah [it.wikipedia.org], facenti capo a Yasser Arafat [it.wikipedia.org] e dalla guerra sanguinosa tra le milizie palestinesi a Nablus [it.wikipedia.org].

    A motivo dei suoi frequenti reportage e per il fatto di dare voce ad opinioni contrarie alla posizione ufficiale di Israele [it.wikipedia.org]
    sul conflitto con i Palestinesi, la Hass è stata spesso bersaglio di
    attacchi verbali e spesso si è trovata a scontrarsi con l’ostilità sia
    delle autorità israeliane che di quelle palestinesi.

    WIKI

  • Eshin

    Palle,scusate, è venuto male…

  • helios

    per i tre ragazzi israeliani morti 911 palestinesi al momento sono stati sequestrati dagli israeliani e non si sa la loro sorte e tre ragazzi arabi, al momento, sono stati uccisi.

    Gli israeliani reagiscono con indifferenza sia la sequestro dei palestinesi che ai loro morti. Ma questo Amira Hass non lo scrive.
  • Tao

    Tre adolescenti israeliani uccisi da palestinesi. Atroce, crudele, imperdonabile. Vero. Almeno 37 bambini libanesi uccisi da Israele. Deplorevole, sfortunato, ma la colpa alla fine è di “terroristi”. Falso. La strage dei bambini di Qana in Libano nel 1996 – compresi tra i 109 civili uccisi dall’artiglieria israeliana una volta rifugiatisi presso un campo dell’ONU – fu un crimine di guerra. Come lo è, mi permetto di aggiungere, l’omicidio di tre adolescenti israeliani. Ma il teatro osceno della guerra israelo-palestinese segue un copione scandaloso quanto letale. Questa settimana, il Primo ministro israeliano ha definito “bestie” i palestinesi che hanno ucciso tre israeliani.

    E allora? Non fu forse Menachem Begin in persona a definire i palestinesi «animali a due zampe» nel 1982? E a quel punto Begin scatenò migliaia di raid aerei israeliani contro di loro: proprio come Netanyahu, che dice che Hamas “pagherà” per questi ultimi morti. E ora il presidente Shimon Peres dichiara che Israele «punirà i malvagi terroristi con mano ferma». Ma quante persone dei media oggi ricorderanno che si tratta proprio dello stesso Shimon Peres che in veste di Primo ministro lanciò nel 1996 una guerra contro il “terrorismo” che portò direttamente alle uccisioni di massa di Qana? Nessuna. Perché l’unica cosa che sia proibita in Medio Oriente è avere una memoria istituzionale.

    Già negli anni Sessanta del XX secolo, Israele lanciava attacchi aerei contro i “terroristi” in Libano. Dopo non si sa più quante migliaia di raid aerei, più tardi, stavano ancora in scena gli attacchi aerei volti a «spazzare via il terrorismo» in Libano o a «sradicare la mala pianta del terrorismo» (Begin): l’invasione del Libano del 1982 costò circa 17 mila vite – e l’assedio di Gaza (2008-9), con i suoi oltre 1.100 palestinesi morti e 13 israeliani morti (quattro uccisi entro il proprio confine). Il presidente neoeletto Obama allora stette in silenzio su tutto questo, mentre ora è stato invece assai loquace, quando ha condannato «questo insensato atto di terrore contro giovani innocenti». Nel 1996, Hezbollah dichiarò che Israele aveva «aperto le porte dell’inferno». Hamas ha avvertito che Israele sta «aprendo le porte dell’inferno».

    La stessa sceneggiatura distorta, badate. E il sangue chiama sangue: almeno Macbeth suona originale. E dobbiamo scordarcelo che la Palestina sia destinata a essere uno Stato – se solo Netanyahu facesse brillare il suo nuovo entusiasmo per la sovranità curda anche per i suoi vicini palestinesi – e che la statualità significhi la fine di ogni violenza, non è vero? Ma Mahmoud Abbas, corrotto come il defunto Yasser Arafat, ha fatto un accordo con il corrotto Hamas che permette alla corrotta amministrazione politica di Israele di insistere sul fatto che non ci può essere pace se Hamas fa parte di un governo palestinese – sebbene, quando Hamas non era parte del governo palestinese, Netanyahu sostenesse che non aveva alcun negoziatore palestinese con cui parlare, perché Abbas non poteva parlare per Hamas. Alla fine – e non è cosa di oggi – è tutta una questione di terra.

    Si tratta delle colonie che Israele sta costruendo contro il diritto internazionale in terra araba – colonie per gli ebrei e solo per gli ebrei – proprio nella Cisgiordania occupata in cui i tre ragazzi ebrei sono stati uccisi, mentre viaggiavano per vedere le loro famiglie presso le assai illegali colonie ebraiche, che stanno distruggendo la pace. No, questo non giustifica la loro morte. Il loro assassinio era atroce, crudele e imperdonabile. Le loro famiglie non meritano questo dolore. Giustizia dovrebbe essere fatta. Giustizia. E questo significa assassini sotto processo. E terra non rubata. Ma intanto… Più sangue.

    Versione originale

    Robert Fisk

    Fonte: http://www.independent.co.uk [www.independent.co.uk]

    Link: http://www.independent.co.uk/voices/israeli-teenagers-funeral-it-is-obscene-when-either-side-kills-children–not-only-palestinians-9577281.html [www.independent.co.uk]

    2.07.2014

     

    Versione italiana

    Fonte:  http://megachip.globalist.it

    Link: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=106321&typeb=0&Il-funerale-degli-adolescenti-israeliani-e-la-terra-rubata

    3.07.2014

     

    Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras

  • vernetto

    il titolo da solo e’ un programma

    "I PALESTINESI"…. ce ne sono a milioni, ognuno reagira’ come puo’, alle prese come sono con una sopravvivenza sempre piu difficile
    "CON INDIFFERENZA"…. ma Amira Hass cosa ne sa, lei che riceve un buon stipendio alla fine del mese e ha un passaporto che le permette di viaggiare dove le pare
    "L’ASSASSINIO dei tre israeliani"…. probabilmente la maggiorparte dei palestinesi pensa che sia stato uno squadrone della morte israeliano a commettere il malfatto… sono abituati a vedere ogni tipo di violenza, perche’ dovrebbero stupirsi
  • vernetto

    direi che ormai piu che indifferenti, i palestinesi sono disperati e rassegnati a morire o a finire i loro giorni da profughi chissa’ dove. Indifferenti sono gli israeliani. Indifferenti alla sofferenza dei palestinesi.

  • Ercole

    I proletari Palestinesi come quelli Israeliani non devono cadere nella trappola del nazionalismo delle rispettive borghesie ma adoperarsi contro di esse e fraternizzare ,noi non abbiamo patrie da difendere  il nostro compito immediato è storico è quello  di spezzare le nostre catene dal giogo del capitale.

  • cardisem

    Fraternizzare con chi?
    Con chi ti ha fatto la pulizia etnica del 1948?
    Mi sembra pretendere un rapporto sadomasochista fra vittima e carnefice.

  • atanasiuskircher

    Quanto scommettiamo che a breve il nostro ripugnante e servile apparato politico farà a gara a chi è più solidale con l’entità sionista magari con qualche visita a capo chino alla sinagoga di Roma?

  • Phitio

    Quelo che sarebbe opportuno capire e’ che nessuno muore davvero. Muoiono i corpi, ma l’anima di ciascuo e’ immortale e vista ugualmente con amore incondizionato dal creatore. Tutti quanti.

    Quello che cambia pero’ e’ che ciascuno rendera’ conto a se stesso del proprio comportamento, delle proprie intenzioni, e delle conseguenze dei suoi atti su tutti gli altri.

    E qualcuno che lo ha visto, ha definito questo processo di revisione della propria vita come il vero inferno che molti stanno preparando con le proprie mani, sebbene questo inferno non sia affatto eterno.

    IN definitiva, in un ottica che non arresta la sua visione al mondo materiale, con la morte intesa come annullamento definitivo dell’IO, tutta questa tragedia assume la dimensione di scuola spirituale. Alla fine dei conti, tutti moriremo, ma dall’altra parte porteremo solo il bene che abbiamo fatto.

    Ora, parlando a coloro che da una parte e dall’altra odiano e hanno paura, e uccidono, perche’ hanno paura della morte e non vedono nulla oltre al qui ed adesso, vano e fugace, direi: quando morirai, cosa porterai al cospetto di dio?

    La tua rabbia? il dolore inferto ad altri? la tua indifferenza? Hai qualcosa di buono da mostrare?
     

  • Gil_Grissom

    Da che mondo e’ mondo un morto palestinese "pesa" molto di piu’ di un morto israeliano, almeno secondo il politically correct, dunque perché stupirsi?