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I GIOCHI DI SOCHI: E' LA POLITICA, NON LO SPORT, LA COSA CHE CONTA PER I MEDIA OCCIDENTALI

DI FINIAN CUNNINGHAM
Strategic Culture

I Giochi Olimpici Invernali di Sochi si aprono con una raffica di superlativi. Sono i giochi più costosi a tutt’ oggi – ad un costo di 50 miliardi dollari; sono le prime Olimpiadi Invernali ad essere ospitate dalla Russia, e la staffetta ufficiale della torcia olimpica è la più lunga della storia, coprendo oltre 40.000 miglia (65000 Km) e coinvolgendo la partecipazione di circa 14.000 tedofori .

Un altro superlativo è che nessun altro evento sportivo ha attirato tanta copertura mediatica lercia e negativa, proveniente in gran parte dalle agenzie di stampa occidentali asservite…

Nelle ultime settimane, i media occidentali hanno cercato di mettere in evidenza ogni sorta di presunti problemi che attendono i Giochi di Sochi, problemi che vanno dal cupo e serioso al sublimemente ridicolo.

A seguito, “Giochi olimpici e meno olimpici” (Giulietto Chiesa, ilmanifesto.it);

Questa settimana, prima dell’ apertura ufficiale dei Giochi, sotto gli auspici del presidente Russo Vladimir Putin , i media occidentali han riportato gli avvertimenti che il governo americano stava dando alle compagnie aeree dirette verso le località turistiche del Mar Nero sul rischio di bombenascoste dai terroristi in tubetti di dentifricio .

Una nave da guerra statunitense è entrata nelle acque del Mar Nero , senza alcuna spiegazione ufficiale, con una seconda unità missilistica in arrivo. Le forze speciali USA e Francesi hanno anche detto di avere piani di emergenza pronti per evacuare i loro cittadini in caso di attacco terroristico .

Solo a poche settimane dal doppio attentato letale in Volgograd – circa 600 km da Sochi – che ha ucciso più di 30 persone , la minaccia di un attacco terrorista sui Giochi è abbastanza reale . Circa 40.000 uomini tra esercito e polizia russa sono stati dispiegati dentro ed intorno a Sochi per garantire la sicurezza . Tuttavia, vi è più di un suggerimento che i media occidentali e fonti governative stiano giocando a soffiar sul fuoco della minaccia in un modo da aggiungerulteriore ansia su visitatori e squadre partecipanti , piuttosto che alleviare la paura .

Ci sono state anche numerose notizie dei media occidentali e pezzi cosiddetti investigativi circa la presunta corruzione tra i funzionari russi addetti alla costruzione degli impianti olimpici, articoli e programmi televisivi su presunti problemi di inquinamento dovuto ad opere d’ ingegneria scadente ; sulle famiglie sfollate dalle loro case per far posto a stadi e infrastrutture , su alloggi ultra-mederni per gli atleti provenienti da oltre 80 paesi che hanno già carenze idrauliche che erogano acqua contaminata. La lista potrebbe continuare all’infinito .

Poi c’è la questione dei « diritti degli omosessuali » messa in risalto dal Guardian britannico che ha pubblicato un lungo articolo alla vigilia dell’apertura dei Giochi, insieme a una lettera aperta firmata da più di 200 autori e attivisti internazionali, che sostenevano che la nuova legge dell’anno scorso che vieta la letteratura omosessuale è una «violazione della libertà di parola.

Il problema è stato amplificato dal Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki -Moon, che frequenta la cerimonia di apertura. La sventurata figura capo delle Nazioni Unite, che segue pedissequamente gli ordini politici da Washington su ogni questione , dalla Siria alla Corea del Nord, dall’Iran all’Afghanistan, ha invitato il Comitato olimpico internazionale a «difendere i diritti di gay e lesbiche».

La questione del cosiddetto genere sessuale è quella cui il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e pochi altri leader occidentali hanno deciso di dare spicco e in effetti, boicottare i Giochi di Sochi, in quello che è visto da molti osservatori come un affronto senza precedenti per la Russia.

Però è stato il nuovo articolo del NY Times – pure alla vigilia dell’apertura dei Giochi – sulla storia dei cani randagi in Sochi che ha dato via l’agenda politica della copertura dei media occidentali. Infatti le prime tre notizie estere del NY Times erano una sui jihadisti egiziani, l’altra sui problemi politici in Ucraina e, non sto scherzando, la « Corsa per salvare i cani randagi di Sochi».

In più di 1.100 parole , il cosiddetto “giornale dei record” d’America ha descritto in dettagli strazianti come centinaia di animali randagi nell’area di Sochi sono stati messi « di fronte a una condanna a morte prima dell’inzio delle Olimpiadi invernal». L’articolo sosteneva che i cani senza padrone erano in fila per « l’abbattimento sistematico » da parte di sterminatori «assunti dal governo ». Commosso dal linguaggio stucchevole a base di «teneri cuccioli uggiolanti» che balzano fino a leccare il viso dei lavoratori del canile, il lettore avrebbe potuto essere compreso se pensava che il servizio segreto russo, l’FSB, aveva assunto sicari per condurre un pogrom terribile contro i cani di Sochi .

Il New York Times ha affermato che la questione del controllo canino a Sochi «ha gettato un’ombra raccapricciante sulla tradizionalmente allegra atmosfera dei Giochi» e che «ha anche nettamente sminuito l’immagine di un’amichevole , accogliente Russia che il presidente Vladimir V. Putin ha cercato di coltivare negli ultimi mesi . »

Tanto per parlare di un articolo…da cani! Altro che Premio Pulitzer , questa storia merita il Premio Pull -the other-one (gioco di parole su Pulitzer, = “Tirane fuori un’altra, di balla” NdT ).

Leggendo l’articolo uno quasi si aspettava di sentire come i cani , se non fatti fuori per iniezione letale , fossero stati ammassati sui treni per essere trasportati ai gulag in Siberia .

In un altro angolo del mondo dei Media stava seminascosta – tranne per una frazione dei media occidentali – la storia assai più crudele di Susan Basso , l’americana prigioniera nel braccio della morte che è stato giustiziato lo stesso giorno della settimana , nello stato del Texas. La Basso è stato messo a morte con iniezione letale . Era il prigioniero 510 – e la quinta donna – ad esser stata soppressa legalmente dallo stato del Texas dal 1976. La sua esecuzione è avvenuta solo tre settimane dopo lo scandalo di un altro americano prigioniero nel braccio della morte, giustiziato anche mediante iniezione letale e la cui morte agonizzante che ha preso 26 minuti perché i farmaci somministrati sono stati un cocktail sperimentale a causa della carenza dell’anestetico ufficiale, il Fenobarbital .

Tuttavia, con priorità davvero pervertita, il New York Times ha deciso di coprire il « temuto » sterminio di cani randagi a Sochi, piuttosto che il destino infame della sig.ra Basso , e ciò che la sua uccisione legalizzata dice sulla società americana d’oggi .

Le priorità invertite e patetiche dei media occidentali nella loro copertura a saturazione negativa delle Olimpiadi invernali diRussia indica chiaramente un ordine del giorno politico teleguidato , che non è un ordine del giorno sulla base del valore giornalistico oggettivo. Ovvero, in altre parole, i media occidentali stanno servendo come agenti di propaganda con l’obiettivo evidente di minare le autorità russe. Questo per quanto riguarda il giornalismo occidentale cosiddetto indipendente e di libero pensiero, alla faccio dello spirito olimpico .

Non è un caso che l’ isterica campagna dei media occidentali su Sochi sia a stretto contatto con le interferenze politiche Occidentali negli affari interni dell’Ucraina. Ad ogni piè sospinto negli ultimi tre mesi da quando il governo ucraino ha respinto un accordo commerciale dell’Unione Europea , le capitali occidentali hanno cercato di infiammare i problemi politici interni nel paese e tra esso e il suo vicino Russo .

I leader politici ed i media occidentali son calati in massa sull’Ucraina adaizzare e pungolare i manifestanti pro – UE , anche se questi ultimi si sono comportati come rivoltosi violenti, con atti vandalici contro la proprietà pubblica e violenze sui poliziotti, niente affatto come dissidenti pacifici per i diritti costituzionali . Questa settimana , abbiamo visto il vice presidente degli Stati Uniti Joe Biden telefonare al presidente ucraino Viktor Yanukovich dicendogli di « prendere misure immediate per arrivare ad un compromesso», abbiamo visto anche il capo della politica estera UE Catherine Ashton arrivare nella capitale ucraina di Kiev per agire come un non-invitato ” mediatore politico » , e ancora una volta l’assistente segretario di Stato americano, Victoria Nuland, è volato laggiù per aizzare le folle in piazza Maidan a Kiev.

La copertura mediatica negativa e implacabile dell’occidente nel corso dei Giochi di Sochi non è motivata dalla presunta preoccupazione apparente sollevatea, che sia i diritti gay, i diritti degli animali,l’ impianto idraulico difettoso o la Torcia Olimpica che si spenge . E’ invece tutto parte di un’agenda politica di interferenza a bassa intensità negli affari ucraini e russi . Questa agenda è consonante con il più ampio strisciante disegno di aggressione militare degli Stati Uniti e dei suoi alleati della NATO contro Mosca, dalla espansione dei sistemi missilistici intorno al confine Russo, al sostegno segreto per gli estremisti del Caucaso affinchè compiano atti di terrorismo.

Ma ciò che è irritante è che le presuntuose agenzie di stampa occidentali, con grandiosi blasoni su se’ stessi come il New York Times , la BBC , France 24 , chiamano questa razza di informazioni « giornalismo » – quando in realtà non è altro che propaganda sponsorizzata dallorogoverno.

Dice che non si deve mescolare lo sport con la politica. Ma secondo il punto di vista dei media occidentali e dei loro governi, Sochi è evidentemente tutto un fatto di politica e molto poco di sport.

Finian Cunningham

Fonte: www.strategic-culture.org

Link: http://www.strategic-culture.org/news/2014/02/07/sochi-games-politics-not-sport-tops-western-media-agenda.html

7.02.2014

Traduzione per www.comedochisciotte.org a cura di FENGTOFU

Pubblicato da Davide

  • clausneghe

    Putin, sebbene abbia trascorsi poco edificanti nel KGB e nel comunismo applicato, ora come ora è una spanna più in alto di tutti.

    Vicino a lui il caffèlatte Obama sembra una macchietta.
    Non parliamo poi di tutti gli altri sgherri Nato, pennivendoli compresi.
    Non riusciranno a piegare la grande Russia, non ci sono riusciti nemmeno Napoleone e Hitler, figuriamoci questi spennapolli.
  • Tao
    Cominciano i giochi olimpici di Soci. Ma nello spazio tra il Caucaso e il Mar Nero si giocherà una partita ben più vasta è diversa da quella delle gare. È in corso – attorno alla Russia e dentro la Russia – qualcosa di molto simile a una guerra. Non la si può chiamare Nuova Guerra Fredda, perché le cose si presentano oggi in altra forma e con altri giocatori. Ma viene da pensare alle Olimpiadi di Mosca del 1980.

    Anche allora l’Occidente si divise. L’intervento sovietico in Afghanistan , iniziato nel dicembre dell’anno precedente, aveva fatto scattare le ritorsioni. Washington fu assente, insieme ad alcuni altri paesi. L’Italia ci andò, come quasi tutti gli europei, dopo molte esitazioni e in mezzo a forti pressioni.

    Oggi il premier Letta assisterà all’apertura, ma non ci saranno molti leaders europei: quelli che sono stati protagonisti delle guerre di Libia e di Siria, per esempio. E quelli che hanno agito in Ucraina.

    Nel 1980 non c’era il terrorismo nell’Unione Sovietica. La Cecenia era una repubblica di cui nessuno conosceva l’esistenza. E la fine dell’URSS non era nemmeno lontanamente immaginabile, mentre al Cremlino sedeva un cenacolo di quasi ottuagenari che aveva in gestione la “parità strategica” tra Oriente e Occidente. L’astro cinese non era ancora salito sull’orizzonte e il suo capo di governo si chiamava Hua Guofeng, altrettanto relativamente poco rilevante – agli occhi del mondo – di quanto fosse la Cecenia.

    Eppure è in corso una guerra. Uno dei cui premi in palio – per chi la gioca contro la Russia – è demolire il prestigio di Vladimir Putin. Lui la volle, questa Olimpiade, anche per farsene un trofeo personale, un segno che la Russia era tornata grande e forte. E Soci gli fu regalata perché si pensava, nella capitale dell’Impero, che sarebbe stato possibile “resettare” i rapporti con Mosca, che erano venuti sempre più deteriorandosi.

    Così l’olimpiade di Soci venne preparata sotto un cielo roseo, e ora si apre sotto un cielo plumbeo. Cosa è successo in questo breve scorcio di tempo lo sappiamo, anche se molti sembrano non avere capito, non avere percepito il grande cambiamento.

    Vladimir Putin non è più l’amico che ci si augurava sarebbe diventato. E Obama non è più il presidente che si era sperato. Ci sono state due guerre intermedie, Libia e Siria, giocate dall’Occidente. C’è stata, nell’agosto 2008, la fulminea guerra tra Georgia e Russia. L’Europa è in una crisi profonda, ma ha trovato il tempo e il modo di aprire un conflitto nuovo ai suoi immediati confini ad est, innescando i prodromi di una guerra civile in Ucraina.

    In alcune di queste partite, solo apparentemente secondarie (in Siria e in Ucraina, per esempio) Putin ha giocato mosse magistrali, che non sono piaciute a Washington e a Bruxelles. Ma Putin ha dovuto fronteggiare manifestazioni di massa sulle rive della Moscova, proprio sotto le sue finestre, di gente che non sa in quale paese si trova a vivere e che vuole cambiare aria.

    È un’opposizione che nasce, inedita, strana, inattesa? Molti, in Occidente, questo hanno sperato e sperano, probabilmente sbagliando i calcoli. Quante volte l’Occidente ha sbagliato i suoi calcoli riguardo alla Russia?

    E poi ci sono gli sconfitti nella guerra di Cecenia, quella che Eltsin volle e che Putin vinse, con tutta la brutalità di cui è capace la Russia quando decide di essere brutale. Le bombe di Volgogrado sono il rumore e il sangue di una vendetta. Ma quel tritolo viene da lontano. Sappiamo che sultani carichi di minacce e di soldi sono andati fino al soglio di Putin.

    C’è dunque chi punta a incendiare non più solo la Cecenia, ma tutto il fienile del Caucaso: dal Daghestan, alla Kabardino-Balkaria, all’Ingushetia. C’è il fuoco sotto la cenere del conflitto, non sedato, tra Georgia, da un lato, e Abkhazia e Ossetia del Sud dall’altro. C’è l’Ucraina, che potrebbe precipitare dentro se stessa prima di scivolare in un’Europa incapace di gestirla. Ci sono gli appetiti espansivi della NATO.

    E c’è, purtroppo, l’illusione in alcuni gruppi dirigenti occidentali, inclusi gli europei, che la Russia di Putin sia ancora quella di Boris Eltsin. Così non è. Se a Soci succederà qualche cosa di sgradevole, o di grave, non sarà senza conseguenze su tutto il quadro, già plumbeo, che stiamo vedendo.

    Giulietto Chiesa

    Fonte: http://www.ilmanifesto.it [www.ilmanifesto.it]

    7.02.2014

  • Tao

    La Russia non è un progetto, è un destino». La sentenza scandita da Vladimir Putin il 19 settembre 2013 davanti alla platea internazionale del Valdai Club è un modo molto russo per evocare la dimensione spirituale del proprio Stato.

    Perché la Russia non è prodotto d’ingegneria geopolitica: è uno Stato-civiltà eretto forgiando nel corso di un millennio un’incandescente materia multiculturale e multietnica. Insomma, «un impero che ha tempo e non è di ieri», nella fulminante immagine di Friedrich Nietzsche. Come ogni impero che si rispetti, ha la sua missione civilizzatrice, i suoi valori di fondazione e da esportazione, che nel presidente russo assimilano sacro culto del potere e cristianesimo ortodosso in versione iperconservatrice.

    Oggi il destino della Russia è in gioco. E un teatro decisivo di questa partita è il Caucaso. Babele di popoli a matrice tribale, cerniera storica fra imperi del Levante e nomadi allevatori delle pianure eurasiatiche, Montagna delle lingue ( Djabal al-alsun) per i geografi arabi colpiti dalla formidabile concentrazione di idiomi in spazi angusti, questa terra impervia resiste da oltre due secoli a zar, leader sovietici e presidenti della Federazione Russa, decisi a integrarla nello spazio imperiale con la bruta forza o la seduzione del denaro. Senza mai riuscirvi del tutto. I Giochi olimpici invernali di Sochi, alle pendici del Caucaso settentrionale russo — kermesse da oltre 50 miliardi di dollari, molti dei quali destinati a compiacere la comunità degli affari intrinseca al Cremlino — sono stati voluti da Putin per stupire il mondo esibendo il volto moderno dell’impero, capace infine di pacificarne la frontiera più esposta. Senza dubbio l’operazione di immagine più rischiosa mai azzardata dal presidente russo, che pure gode fama (eccessiva) di freddo calcolatore. Se terroristi o altri provocatori rovinassero la festa, a farne le spese sarebbe anzitutto il prestigio personale del leader.

    Eppure Putin ha fortissimamente voluto questi Giochi. Non solo perché a due passi dalla sua dacia favorita. Soprattutto per dimostrare a se stesso, alla sua gente e ai suoi nemici che l’impero è vivo, solido e controlla con polso fermo il limes caucasico. Non un confine qualsiasi: la frontiera che determina il carattere della Russia. E ne condiziona il destino.
    A seconda che Mosca riesca o meno a pacificare, sviluppare e integrare la sua Ciscaucasia, blindata tre anni fa nel Distretto Federale del Caucaso del Nord — specie le irrequiete repubbliche di Daghestan e Inguscezia, oltre alla Cecenia secessionista riconquistata con la terribile campagna del 1999-2009 — cambia lacifra geopolitica della Federazione Russa. E il rango del suo capo. In caso di successo, Putin resta lo zar dell’impero russo, sia pure nell’improbabile veste federale. In alternativa, è declassato a presidente di una Federazione Russa amputata non solo del Caucaso settentrionale. Un torso.

    Putin non perde infatti occasione per ammonire che un secondo dopo la secessione dei “ribelli della montagna” scatterebbe la fuga generale da Mosca. Tana libera tutti. (…) La balcanizzazione della Russia. E la disintegrazione del più grande Stato al mondo, dotato di un inestimabile tesoro minerario e di un arsenale nucleare più che ragguardevole, difficilmente avverrebbe per separazione consensuale, con flemma notarile.

    Lucio Caracciolo

    Fonte: http://www.repubblica.it [www.repubblica.it]

    8.02.2014

  • cardisem

    Devo riconoscere che agli inizi degli anni 90 ero del tutto impreparato su ciò che stava accadendo in Iugoslavia e mi hanno potuto sorbire di tutto. Adesso non è più così… e non berrò facilmente le panzane che i media vorranno far passare.

  • rebel69

    Mi rivedo molto nel tuo commento, ed è per questo che mi sento come un ago in un pagliaio.

  • bysantium

    D’accordissimo e se si aggiunge l’Ucraina, non si può sbagliare ad identificare chi stia soffiando sul fuoco.
    Ancor più chiaro se ci si allaccia alle opinioni geopolitiche di Karl Schmidt e di Halford Mackinder circa la lotta fra le potenze del mare e quelle della terra.

  • Ercole

    Meglio tardi che mai ……