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I 93 PAESI CHE HANNO CAMBIATO IDEA SU OBAMA (ED I 31 DOVE E' MENO POPOLARE DI GEORGE W. BUSH – TRA I QUALI IL KENYA)

DI NICOLAS J.S. DAVIES

alternet.org

IL SONDAGGIO DELLA GALLUP [USGLP]

Durante gli anni di Bush, le popolazioni di tutto il mondo erano inorridite dalle aggressioni, dalle violazioni dei diritti umani e dal militarismo degli americani. Nel 2008 solo una persona su tre, in tutto il mondo, approvava l’operato dei leaders degli Stati Uniti.

L’elezione del Presidente Obama trasmise un messaggio di speranza e di cambiamento ben oltre la frontiera degli Stati Uniti, e lo U.S.-Global Leadership Project (USGLP) della Gallup [la più grande società di ricerca degli Stati Uniti, ndt], nel 2009, registrò il forte consenso dell’opinione pubblica mondiale nei riguardi della leadership statunitense [49%].
Ma le politiche che sono state adottate hanno eroso il consenso sia agli Stati Uniti che allo stesso Obama, scendendo al 41% nel 2012, per poi risalire al 46% nel 2013.

Il 2013 USGLP report, invece, rivela che all’inizio del 2013 – subito dopo la rielezione di Obama e prima della rivelazione delle intercettazioni della NSA – in Europa e nelle altre aree sottoposte a sondaggio le opinioni erano migliorate al punto da riflettere finanche una ripresa della speranza, piuttosto che un mero responso favorevole alla politica degli Stati Uniti.
Ma uno sguardo più da vicino al report USGLP rivela che il consenso alla leadership degli Stati Uniti, nei paesi di tutto il mondo, è costantemente diminuito a partire dal 2009. La questione specifica che Gallup aveva posto era la seguente: “Lei approva o disapprova l’operato della leadership degli Stati Uniti?”.

In alcuni paesi, però, un gran numero di persone ha rifiutato di rispondere e di esprimere un qualsivoglia parere, mascherando la disapprovazione dietro ad un silenzio dettato dalla paura, dalla deferenza e dalla cortesia. Non credo che il 71% dei vietnamiti non abbiano davvero alcun parere sulla leadership globale degli Stati Uniti. Inoltre, il numero delle persone che l’approvano non è viziato, probabilmente, nella stessa misura in cui lo è quello di chi disapprova.
Nel 2008 la maggioranza degli intervistati approvava l’operato dei leaders statunitensi solo in 30 dei 109 paesi sottoposti a sondaggio. Dopo l’elezione di Obama, questo numero è balzato a 54 su 112, ovvero quasi la metà dei paesi esaminati. Ma nel report del 2013 solo il 37% di questi paesi [ovvero 48 su 130] aveva ancora maggioranze di cittadini che approvavano la leadership degli Stati Uniti.

Dal 2009, nel complesso, il consenso è diminuito in 93 paesi, perché l’impatto delle politiche statunitensi ha progressivamente pregiudicato l’immagine del paese e di Obama nella mente delle persone. In 31 paesi (*), inoltre, i consensi sono addirittura affondati sotto quelli di Bush (**).

I dati più suggestivi sono venuti dall’Africa, continente dove Obama ha sempre goduto di alti indici di gradimento. La caduta delle grandi speranze che questo continente nutriva nei suoi riguardi può spiegare, almeno in parte, il minor consenso in 28 dei 34 paesi esaminati [rispetto a quello della “luna di miele” del 2009].

Ma non può spiegare perché, ora, in 15 paesi su 27 [ovvero nella maggior parte del continente] le persone considerano la leadership di Obama peggiore di quella di Bush. Compreso il Kenya, il paese di origine della famiglia Obama. L’entusiasmo per la sua elezione che si era generato nel Kenya e nel resto dell’Africa, aveva portato gli africani a prestare maggiore attenzione alla politica degli Stati Uniti, ma quello che hanno scoperto li ha notevolmente delusi.

L’Europa è il continente che più fortemente aveva respinto la leadership di Bush. Solo il 18% degli europei, nel 2008, l’approvava [con minimi dell’8% in Austria e nel Belgio, e del 6% in Spagna]. Il fascino di Obama si è rivelato, quindi, più redditizio in Europa che altrove, con il consenso che saliva fino al 47% del 2009, salvo scendere al 34% del 2012, ma arrampicandosi di nuovo fino al 41% dei primi mesi del 2013.

Ma le interviste europee della Gallup, nel 2013, sono state fatte prima delle rivelazioni di Edward Snowden sullo spionaggio della NSA, e prima che l’Assistente Segretario di Stato, Victoria Nuland, organizzasse il colpo di stato in Ucraina, trasformando questo paese nell’ultimo campo di battaglia di quella guerra globale americana, che aveva alienato il consenso di così tanti europei all’Amministrazione Bush.

Dovremo quindi attendere il report del 2014 per “leggere” la reazione dell’Europa alle intercettazioni di massa e al “Fuck the E.U.” [l’Unione Europea vada a farsi fottere] tratto dall’intercettazione della Nuland.

L’indice di gradimento della leadership statunitense in Asia è molto variabile, ma è cresciuto insieme alla crescita economica di questo continente, arrivando al 45% del 2013, e migliorando la media generale dei consensi a livello mondiale.

I dati dell’America Latina sembrano essere più simili a quelli europei, con il 34% dei consensi registrati al termine dell’Amministrazione Bush, saliti fino al 53% del 2009, e di nuovo scesi fino al 40% del 2013. L’Argentina è passata dall’11% del 2008 al 42% del 2009, ma è scesa fino al 19% del 2012 ed al 23% del 2013.

LE FALSE PROMESSE DI OBAMA

Le promesse di speranza e di cambiamento fatte da Barack Obama nella campagna presidenziale del 2008, sono progressivamente sbiadite nei titoli dei giornali di tutto il mondo, esattamente come in America.

La sua politica estera e militare è clamorosamente fallita nel segnare una rottura con le politiche di Bush, che hanno alienato agli Stati Uniti i consensi di così tanta parte della razza umana. Non è riuscito a chiudere Guantanamo, né a “contenere” gli alti ufficiali statunitensi responsabili dei crimini di guerra.

Ha intensificato la guerra in Afghanistan [ci sono stati 22.000 attacchi aerei] e ha consentito centinaia di illegittimi attacchi di droni in Pakistan, Yemen e Somalia. Ha ampliato le operazioni delle forze speciali fino all’incredibile numero di 134 paesi, ha lanciato sanguinose guerre “per procura” in Libia ed in Siria [precipitando questi due paesi nel caos], e ha consegnato l’Iraq e l’Afghanistan ai “signori della guerra”.

Obama ha sovrinteso all’evoluzione delle strategie di guerra americane – dalla rinuncia alle occupazioni militari di massa ad un maggior ricorso alle operazioni segrete ed alle guerre per procura, fino alla concentrazione di forze navali nel Pacifico [il cosiddetto “Pivot Asiatico”, ndt].

Ma quest’evoluzione è stata dettata dalle fallite occupazioni di Iraq/Afghanistan e dall’ascesa della Cina, piuttosto che da una nuova visione che Obama ha portato alla politica degli Stati Uniti. Un Presidente come McCain [rivale di Obama nella campagna presidenziale, ndt] avrebbe seguito più o meno la stessa politica e avrebbe commesso, probabilmente, molti degli stessi crimini.

Il fascino di Obama si è sempre basato più sullo stile che sul merito. Dietro alla maschera del “cambiamento” c’è sempre stata la “continuità”. Né l’America né le popolazioni globali avrebbero accettato tranquillamente un altro George W. Bush.
Conseguentemente, la sfida per i “Power Brokers” [mediatori politici che esercitano la loro influenza inducendo la gente a votare per un particolare soggetto o per una particolare posizione politica, in cambio di vantaggi politici o finanziari, ndt] del sistema politico americano, nel 2008, consisteva nello scovare e nel promuovere un volto ed una voce cui una popolazione sfibrata avrebbe volentieri dato il benvenuto, ma in grado di garantire, allo stesso tempo, la continuità nel controllo di Wall Street e dell’economia, e la ricerca incessante, ma sempre più sfuggente, del dominio militare americano nel mondo.

La suggestione del cambiamento era indispensabile per depistare e porre il bavaglio alla crescente richiesta di un cambiamento effettivo nella politica degli Stati Uniti.

E’ questa la sfida che ha definito il ruolo intrinsecamente ingannevole di Obama come nuovo CEO dell’”America Incorporated”. Ma … come cambiare la percezione pubblica senza modificare le politiche sottostanti su cui essa si basa?
Lo USGLP, ad esempio, è un esplicito strumento per raggiungere questo scopo. Nella sua introduzione si legge: “Lo USGLP fornisce ai leaders pubblici e privati ​​una migliore comprensione su ciò che sta trainando la visione che il mondo ha della leadership statunitense, collabora al miglioramento di questa visione e contribuisce a migliorare gli effetti degli sforzi globali, pubblici e privati, degli Stati Uniti”.

Scopo dello USGLP, evidentemente, non è quello di suggerire dei cambiamenti fondamentali nella politica statunitense. I suoi autori accettano implicitamente che le opinioni delle persone intervistate non abbiano alcuna voce in capitolo. Il loro scopo è quello di “fabbricare il consenso” e di ridurre al minimo la resistenza alla politica degli Stati Uniti [i cui leaders devono solo impegnarsi insieme a loro].

E questo era esattamente ciò che i “power brokers” del potere americano volevano che Barack Obama facesse, e lo USGLP è una pagella senz’altro utile per valutare la sua performance.

I NEOCONS ED IL NUOVO ORDINE MONDIALE

I parametri della politica estera degli Stati Uniti per il post Guerra Fredda furono definiti nel 1992, per fornire un quadro stabile e prevedibile ai leaders del settore pubblico e privato, in grado di consentire lo sfruttamento del dividendo acquisito conseguentemente al crollo dell’Unione Sovietica.

Furono precisati nel documento “Defense Planning Guidance” redatto dal Sottosegretario alla Difesa Paul Wolfowitz e dal suo assistente Scooter Libby, come trapelò sul New York Times nel Marzo del 1992. Quel documento fu poi sostanzialmente rivisto per oscurare le sue implicazioni a livello di offensiva globale, prima che fosse ufficialmente rilasciato il mese successivo.

Il quadro politico delineato da Wolfowitz nel 1992 fu poi codificato nel “1997 Quadriennal Defense Review” dell’Amministrazione Clinton, e nel “2002 National Security Strategy” che il Senatore Edward Kennedy descrisse come “un manifesto dell’imperialismo americano del 21° secolo, che nessun’altra nazione può o dovrebbe accettare”.
La politica delineata da Wolfowitz nel 1992 stabiliva un ordine mondiale in cui l’esercito statunitense sarebbe stato così schiacciante, e così pronto ad usare la sua forza, che “i potenziali concorrenti sarebbero stati indotti a non aspirare ad un qualche ruolo regionale o globale”.

Anche gli alleati della NATO sarebbero stati scoraggiati dall’agire in modo indipendente dagli Stati Uniti, o di formare accordi di sicurezza europei al di fuori della NATO. Una volta che questa politica si fosse affermata, gli Stati Uniti sarebbero stati “sufficientemente importanti, per gli interessi delle nazioni industriali avanzate, da scoraggiarle dallo sfidare la nostra leadership, o dal cercare di rovesciare l’ordine politico ed economico prestabilito”.
Il “1992 Defense Planning Guidance” violava implicitamente il divieto contenuto nella “Carta delle Nazioni Unite” di minacciare o di far ricorso unilateralmente all’uso della forza militare, da parte degli Stati Uniti, contro i “potenziali concorrenti”.

Il New York Times rilevò, all’epoca, che “il documento del Pentagono rigetta chiaramente l’internazionalismo collettivo, ovvero la strategia che è emersa al termine della 2a Guerra Mondiale, quando le cinque potenze vincitrici cercarono di dar vita alle Nazioni Unite, un organismo che avrebbe potuto mediare sia nelle dispute che nelle esplosioni della violenza”.

I NEOCONS E L’AMMINISTRAZIONE OBAMA

Durante l’amministrazione Bush, la filosofia politica “neoconservatrice” di Wolfowitz, Libby e della loro cricca, è uscita dal cono d’ombra ed è diventata un bersaglio della critica mondiale. Le radici dell’aggressione all’Iraq sono state rintracciate nel neoconservatore “Project for the New American Century” [PNAC] fondato nel 1997 da Robert Kagan e da William Kristol, Direttore del “Weekly Standard” fondato da Murdoch. Cheney, Rumsfeld, Wolfowitz e Libby erano tutti membri del PNAC.

Ma il ruolo della moglie di Kagan, Victoria Nuland, quale leader del team del Dipartimento di Stato/CIA che ha organizzato il colpo di stato americano in Ucraina, ha attirato nuova attenzione sul fatto che anche sotto Obama i neocons continuano a detenere posizioni di potere e di influenza.

I neocons di oggi non solo stanno influenzando la politica nelle vesti di un semplice gruppo di pressione esterno [analogamente al loro “Team B” negli anni 1970, e al PNAC nel 1990], ma stanno comodamente seduti nel Dipartimento di Stato di Obama, nella CIA, nel “National Endowment for Democracy” [NED] e nei “think tanks” di Washington.
Victoria Nuland è stata Consigliere per la Sicurezza Nazionale del Vice Presidente Dick Cheney, e poi Ambasciatrice degli Stati Uniti presso la NATO. Hilary Clinton l’aveva nominata, in seguito, portavoce del Dipartimento di Stato, e poi John Kerry [l’aveva nominata] Assistente Segretario di Stato per gli affari europei ed eurasiatici.

Suo marito Robert Kagan, co-fondatore del PNAC, lavora presso il Brookings Institution e, insieme a Kristol, ha fondato il “Foreign Policy Initiative”, considerato il successore del PNAC, e considerato per essere, ironicamente, “Il Progetto per la Riabilitazione del Neoconservatorismo”.

Ma Robert Kagan non sembra aver bisogno di alcuna riabilitazione. Il Presidente Obama ha preparato il suo discorso sullo Stato dell’Unione del Gennaio 2012 studiando un saggio di Kagan, “The Myth of American Decline” [Il mito del declino americano], dibattendolo paragrafo per paragrafo con i conduttori dei principali networks, in un incontro alla Casa Bianca.

In contrasto con il rapporto USGLP, il saggio di Kagan non riesce del tutto a considerare [ironicamente] il punto di vista delle persone al di fuori dell’America, ma tutto ciò non è necessario, naturalmente, quando si fa propaganda per un pubblico americano. Obama, nel fare il suo discorso, ha attinto notevolmente da quel saggio, chiedendo un misero applauso, al culmine del suo intervento, per il pio desiderio di Kagan, “chi dice che l’America è in declino, o che la nostra influenza è diminuita, non sa di cosa sta parlando”.

Un altro neocon, influente nell’Amministrazione Obama, è il fratello di Kagan, Frederick, uno studioso dell’”American Enterprise Institute”, mentre sua moglie, Kimberly, è Presidente dello ”Institute for the Study of War”.
Nel 2009 erano tra i principali sostenitori dell’escalation in Afghanistan, e gli stretti rapporti con il Segretario Gates e con i Generali Petraeus e McChrystal ha dato loro un’influenza fondamentale nel far prendere ad Obama la decisione di intensificare e prolungare la guerra.

L’ex direttore del PNAC Bruce Jackson, è Presidente del “Project on Transitional Democracies”, il cui scopo è l’integrazione dell’Europa dell’Est nell’UE e nella NATO. Reuell Marc Gerecht, membro della “Foundation for the Defense of Democracies” ed ex Agente della CIA in Iran, è una delle voci più forti che si sono alzate a Washington per sostenere l’aggressione americana alla Siria e all’Iran, e l’abbandono di soluzioni diplomatiche per entrambi i casi.

Carl Gershman e Vin Weber sono rispettivamente il Presidente e l’Amministratore Delegato del “National Endowment for Democracy” [NED], l’organizzazione che ha gettato le basi per il colpo di stato in Ucraina, spendendo più di 3,4 miliardi di Dollari delle nostre tasse su 85 progetti in quel paese. Ron Paul ha definito la NED “un’organizzazione che utilizza i soldi delle tasse statunitensi per sovvertire la democrazia, concedendo finanziamenti a pioggia a partiti o movimenti politici di loro gradimento all’estero”.

NON CI SONO CRIMINI CHE L’ECCEZIONALISMO AMERICANO NON POSSA GIUSTIFICARE

Ma l’influenza del neoconservatorismo si estende ben al di là della cricca dei neoconservatori che cavalcavano l’Amministrazione Bush. Nonostante la mancanza di una qualsiasi prova ufficiale sulla loro applicazione nel mondo reale, il quadro e gli obiettivi sviluppati da Paul Wolfowitz nel 1992 sono stati scolpiti nella pietra, allo stesso modo, da tutte le Amministrazioni democratiche e repubblicane.

L’obiettivo della supremazia militare degli Stati Uniti è diventato un tale articolo di fede, che le alternative razionali vengono considerate come un sacrilegio o un tradimento. Gabriel Kolko, nel suo “Century of War” del 1994, ha scritto: “opzioni e decisioni intrinsecamente pericolose ed irrazionali, non solo diventano plausibili, ma costituiscono l’unica forma possibile di ragionamento, in ambienti ufficiali, sulla guerra e sulla diplomazia”.

Non ci sono crimini che l’eccezionalismo americano non possa giustificare, ed il genuino rispetto per lo Stato di Diritto è visto come un’impensabile minaccia al nuovo fondamento del potere americano.

L’unico modo attraverso il quale un governo può mantenere una posizione di tale illegittimità, è attraverso l’uso della propaganda, dell’inganno e della segretezza, sia contro il proprio popolo che contro il resto del mondo.
Il “modello Obama” si è evoluto al di là della propaganda tradizionale attraverso l’uso delle tecniche del marketing e della costruzione dell’immagine, tipiche delle imprese private, ma anche con la costruzione di un profondo senso di fiducia nell’immagine iconica di un Presidente trendy, sofisticato, con forti radici nell’afro-americanismo e nella moderna cultura urbana.

Il contrasto tra l’immagine e la realtà, un elemento così essenziale nel ruolo di Obama, rappresenta la nuova conquista della “democrazia gestita”, che gli consente di continuare ed espandere politiche che sono l’esatto opposto del cambiamento che i suoi sostenitori pensavano di andare a votare.

Questo regime di segretezza, di inganno e di propaganda, è la caratteristica essenziale della filosofia politica neoconservatrice che sta ora guidando la leadership di entrambi i maggiori partiti politici americani.

LEO STRAUSS E LA DEMOCRAZIA GESTITA

Leo Strauss, il padrino intellettuale dei neocon – un rifugiato proveniente dalla Germania del 1930 – credeva che qualsiasi sforzo, seppur sincero, per ottenere un “governo del popolo, dal popolo e per il popolo”, fosse destinato a finire come la Repubblica di Weimar in Germania, con l’ascesa di Hitler e dei nazisti.

Strauss aveva una visione hobbesiana, molto oscura, della natura umana, che giustificava con i significati “segreti” che egli riteneva fossero nascosti nelle opere di Platone, di Nietzsche e di tutti i filosofi. Strauss non credeva, in generale, che i popoli avrebbero potuto gestire la verità per come lui la vedeva: qualsiasi sistema in cui il popolo avesse detenuto sul serio il potere sarebbe sicuramente finito in barbarie.

La soluzione di Strauss a questo problema immaginario è un sistema costituito da una “democrazia gestita”. Ovvero una forma privilegiata di “alto sacerdozio” o di “oligarchia”, che monopolizza il potere reale e sovrintende ad una superficiale struttura democratica, promuovendo miti patriottici e religiosi per garantirsi la fedeltà del popolo e la coesione sociale.
Il politologo Sheldon Wolin ha definito tutto ciò come “totalitarismo invertito”. Poiché questo è meno apertamente offensivo del “totalitarismo classico”, può essere più sostenibile – e può quindi avere più successo – nella concentrazione totale della ricchezza e del potere.

Paradossalmente, questa forma di totalitarismo è più insidiosa e pericolosa del totalitarismo classico che i seguaci di Strauss sostengono di volerci risparmiare. Nel suo libro del 1997, “Leo Strauss and the American Right” [Leo Strauss e la Destra Americana], Shadia Drury ha scritto:

Strauss crede che ogni cultura ed ogni sua implicita forma di moralità siano invenzioni umane, progettate dai filosofi e dagli altri geni creativi per la conservazione del gregge. Poiché la verità è buia e sordida, Strauss sostiene che il filosofico amore per la verità deve restare un appannaggio riservato a pochissimi. Nella loro posizione pubblica i filosofi devono mostrare rispetto ai miti e alle illusioni che hanno fabbricato per gli altri. Devono sostenere l’immutabilità della verità, l’universalità della giustizia e la natura disinteressata del bene … mentre segretamente insegnano ai loro accoliti che la verità non è che una mera costruzione, che la giustizia deve fare del bene agli amici e del male ai nemici, che il solo bene è il proprio piacere. La verità deve essere gustata da pochi, perché è molto pericoloso che la consumino in molti.
Se tutto ciò sembra inquietante, esattamente come lo è l’atteggiamento cinico delle persone che gestiscono l’America di oggi, è perché stiamo vivendo in un sistema politico neoconservatore e straussiano, ed il presidente Obama, lontano dal rappresentare una sorta di alternativa, è un Presidente neoconservatore, anch’egli straussiano.

In realtà – attingendo agli strumenti ed alla sensibilità di Hollywood [e all’industria della pubblicità] per bilanciare i tradizionali appelli al patriottismo [ed alla religiosità] con le politiche di identità urbana e con la retorica inclusiva e populista – Obama ed i Clinton si sono dimostrati praticanti più sofisticati e magistrali della politica straussiana di quanto mai lo siano stati Bush o Cheney.

CONCLUSIONI

Il report USGLP del 2013 è una prova di come si possa ingannare qualcuno per un po’ di tempo, e qualche altro per tutto il tempo, ma non si può ingannare tutto un popolo per tutto il tempo. E tuttavia quest’ultima considerazione è alla base del modello di Strauss per la politica e per il governo americano.

Dietro alla cortina di fumo della democrazia e dei valori americani, il sistema politico statunitense ricicla la ricchezza in potere politico, ed il potere politico in ricchezza. Dietro al consumista “Sogno Americano”, un’economia guidata dalle oligarchie economiche e finanziarie sta portando la concentrazione di ricchezza e di potere ad un livello che mai i totalitaristi del 20° secolo avevano finanche immaginato, sostenuta dalla corrispondente esplosione della povertà, del debito e della criminalizzazione di massa.

E dietro a tutto questo sventola all’infinito la bandiera di una politica estera militarizzata, che distrugge paese dopo paese in nome della democrazia.

Se Leo Strauss aveva ragione, il popolo americano accetterà passivamente questo regime basato sulla propaganda e sull’inganno, e sarà guidato da un ricco e potente “alto sacerdozio” che si alimenta dei frutti del nostro lavoro.
Se invece aveva torto, noi rifiuteremo questa politica straussiana e ci organizzeremo per costruire quel mondo migliore che tutti noi pensiamo sia possibile. Ma i problemi che affliggono il mondo di oggi non aspetteranno ancora a lungo prima che noi si arrivi a comprendere se Leo Strauss aveva ragione o torto nella sua oscura e sprezzante visione di chi è che noi siamo.

(*) Afghanistan, Albania, Algeria, Angola, Argentina, Armenia, Australia, Austria, Azerbaigian, Bielorussia, Bolivia, Brasile, Burkina Faso, Camerun, Ciad, Cile, Colombia, Congo Brazzaville, Congo Kinshasa, Costa Rica, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Gibuti, Repubblica Dominicana, Ecuador, Egitto, El Salvador, Finlandia, Francia, Germania, Ghana, Grecia, Guatemala, Haiti, Honduras, Hong Kong, India, Indonesia, Iraq, Irlanda, Israele, Costa d’Avorio, Giappone, Kenya, Kosovo, Kirghizistan, Libano, Liberia, Lussemburgo, Macedonia, Madagascar, Malawi, Malaysia, Mali, Messico, Moldova, Mongolia, Montenegro, Marocco, Nuova Zelanda, Nicaragua, Niger, Nigeria, Olanda, Palestina, Panama, Perù, Russia, Rwanda, Sierra Leone, Slovenia, Somalia, Sud Africa, Spagna, Sri Lanka, Svezia, Svizzera, Taiwan, Tanzania, Thailandia, Trinidad e Tobago, Tunisia, Turkmenistan, Uganda, Regno Unito, Uruguay, Uzbekistan, Venezuela, Vietnam, Yemen, Zambia, Zimbabwe.
(**) Afghanistan, Armenia, Ciad, Colombia, Congo Brazzaville, Gibuti, Ghana, Guatemala, Honduras, India, Indonesia, Iran, Iraq, Israele, Kenya, Laos, Libano, Liberia, Madagascar, Malawi, Mali, Nicaragua, Nigeria, Filippine, Sierra Leone, Sud Africa, Sri Lanka, Tanzania, Uganda, Vietnam, Zimbabwe.

Nicolas J. S. Davies è l’autore di “Blood On Our Hands: The American Invasion and Destruction of Iraq”. Davies ha anche scritto il capitolo “Obama At War” del libro “Grading the 44th President: A Report Card on Barack Obama’s First Term as a Progressive Leader”.

Fonte: www.alternet.org

Link: http://www.alternet.org/news-amp-politics/93-countries-where-obamas-neocon-policies-have-killed-hopes-he-raised?paging=off&current_page=1#bookmark

29.04.2014

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da FRANCO

Pubblicato da Davide

  • Gil_Grissom

    Da che mondo e’ mondo, tutti sanno che eleggere un presidente degli Stati Uniti democratico piuttosto che repubblicano non comporta grossi cambiamenti di rotta in politica estera, la differenza la si nota invece nella politica nazionale. Possiamo non condividere il loro modello di societa’ capitalista, ma gli States sono e saranno sempre dei capitalisti che difendono con tutti i loro mezzi in tutto il mondo quel modello di societa’ che e’ agli antipodi del socialismo tanto che nel 1954 arrivarono persino a vietare la costituzione di un partito comunista sul loro suolo. Cosa si aspettavano gli scontenti da Obama? Che stringesse un’alleanza con Chavez? O che firmasse un patto col dittatore(presunto?) nano coreano? La guerra a tutto cio’ che assomiglia al comunismo e’ nel dna di ogni americano.Del resto se ricordate bene durante la presidenza Kennedy, che e’ tuttora considerato il presidente piu’ progressista della loro storia e che fu per questo motivo assassinato, si raggiunse l’apice della guerra fredda e il mondo ando’ vicinissimo allo scoppio della terza guerra mondiale con la crisi dei missili sovietici a Cuba. Questo per dire che per quanto un americano possa essere progressista, sara’ sempre visceralmente anticomunista. In campo di politica economica poi Obama ha ereditato un’ America gravemente colpita da una crisi recessiva e l’ha portata a livelli di crescita nuovamente accettabili oltre ad ave ridotto disoccupazione, due parametri che invece in Europa hanno un trend costantemente negativo.Se a questo aggiungiamo che  ha scovato e ucciso quello che forse e’ stato l’organizzatore dell’attentato alle twin Towers, direi che il suo bilancio e’ ampiamente migliore rispetto a quello dell’alcolizzato texano. 

  • Servus

    Gil_Grissom: "Se a questo aggiungiamo che  ha scovato e ucciso quello che forse e’ stato l’organizzatore dell’attentato alle twin Towers"


    Veramente da ridere.

  • Gil_Grissom

    Mi sembrava abbastanza lapalissiano che il finale fosse sarcastico.