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GUERRA, CIRCO E INGIUSTIZIA IN AUSTRALIA

DI JOHN PILGER

asiatimes.com

Perché l’Australia ha un bisogno urgente di una carta dei diritti per gli Aborigeni

Ci sono momenti nella vita quotidiana dei governanti australiani in cui la farsa e la parodia quasi assorbono il cinismo e la falsità. Su tutte le prime pagine dei giornali c’è la foto di un risoluto Tony Abbott con un bambino indigeno ad Arhnem Land, nell’estremo nord del paese. “Politica interna un giorno” titola la didascalia “focus sulla guerra il giorno successivo”.
Ricordando l’immagine di un antropologo del passato, il primo ministro afferra la testa di un bambino indigeno cercando di stringergli la mano.

Lui sorride, quasi incredulo del successo del suo doppio inganno: “guidare la nazione” da una tenda nella desolata penisola di Gove, mentre “la trascina in guerra”. Come in un reality show, è circondato da telecamere e sovraeccitati assistenti, che informano la nazione dei suoi atti risoluti e di buoni principi.

Ma aspettate: il leader di tutti gli australiani deve volare a Sud per congedarsi dalla SAS (forze aree australiane), di ritorno dalla loro ultima eroica impresa dai tempi del trionfo al festival del sangue dei civili in Afghanistan. “inseguire il male assoluto” suona familiare; certamente non è dichiarabile il ruolo storico da mercenari, questa volta a sostegno dell’ultimo regime settario appoggiato dagli Stati Uniti a Baghdad e rinominato dagli ex terroristi curdi che ora proteggono Chevron, Exxon Mobil, Marathon Oil, Hunt Oil, etc.

Nessun dibattito parlamentare è ammesso; non è più necessario alcun invito da parte di stranieri in pericolo, come era accaduto in Vietnam. La rapidità è tutto. L’intelligence statunitense insiste nel sostenere che non ci sono minacce dirette dall’Is verso gli USA e presumibilmente verso l’Australia: la verità potrebbe impedire l’inizio della nuova missione se si perde tempo. Se neanche gli arresti per atti terroristici mostrati dai media e dalla polizia nel cosiddetto “complotto anti – Sidney” riescono ad aumentare i sospetti della nazione, nient’altro lo farà. Nei titoli in prima pagina dovrebbe apparire anche che le sciagurate azioni di guerra intraprese dall’impopolare Abbott hanno reso gli australiani meno sicuri . Ricordate i danni collaterali delle guerre di Bush e Blair.

Ma riguardo alle decapitazioni? Nei 21 mesi passati dal rapimento alla decapitazione di James Foley, è stato riportato che 113 persone sono state decapitate in Arabia Saudita, uno dei più stretti alleati di Tony Abbott e Barack Obama in questa “morale” e “idealistica” iniziativa. Inoltre, la guerra di Abbott aggiungerà certamente una targa commemorativa sul monumento ai caduti in guerra dell’Australia, accanto a tutte le altre invasioni coloniali intraprese dal colonialismo bianco, eccetto ovviamente l’invasione coloniale dell’Australia durante la quale la decapitazione degli indigeni che si difendevano, non era considerata male assoluto.

Questo ci riporta allo show di Arhem Land. Abbott sostiene che la ragione per la quale lui e i media sono accampati lì è dovuta al fatto che così lui può consultarsi direttamente con i leader indigeni e “ottenere una conoscenza migliore dei bisogni della gente che vive e lavora in queste aree”.

L’Australia conosce fin troppo bene i bisogni dei nativi. Praticamente ogni settimana, un nuovo studio si aggiunge al torrente di informazioni riguardo l’impoverimento in cui sono costretti e la crudele discriminazione contro gli indigeni: apartheid in tutto e per tutto tranne che nel nome. I fatti, non più manipolabili, dovrebbero quantomeno essere impressi nella coscienza nazionale se non sono rimasti impressi in quella del primo ministro.

L’Australia ha una percentuale di carcerazione indigena più alta di quella del Sud Africa ai tempi dell’Apartheid. Le morti in carcere avvengono a ritmo continuo; le malattie prevenibili dilagano, incluse quelle riscontrate tra coloro che vivono in mezzo a quelle esplosioni minerarie che fruttano alle compagnie miliardi di dollari a settimana. Malattie cardiache e reumatiche uccidono gli abitanti indigeni all’età di 30 o 40 anni, mentre i bambini diventano sordi e contraggono il tracoma (un batterio, ndt) che provoca cecità.

Quando ad Abbott, mentre era in carica come ministro ombra per la salute indigena nel 2009, venne fatto notare dall’inviato speciale del programma sugli indigeni delle Nazioni Unite che il disonesto intervento del governo Howard era razzista, lui ha risposto al professor James Anaya di “farsi una vita” e di “smettere di ascoltare le vecchie associazioni delle vittime”. L’eminente professor Anaya era appena stato in Utopia, una grande regione nei territori del Nord, dove io stesso ho filmato le prove del razzismo e delle forzate privazioni che hanno tanto scioccato lui e milioni di osservatori in tutto il mondo. Un medico dell’Australia centrale mi ha rivelato che “la malnutrizione è comune”.

Oggi, mentre Abbott posa davanti alle telecamere con i bambini di Arnhem Land, ai bambini di Utopia è negato un accesso sicuro all’acqua potabile. Per 10 settimane le comunità del luogo non hanno avuto a disposizione acqua corrente. Un nuovo pozzo costerebbe solo 35.000 dollari. La Scabbia e l’aumento del tracoma sono le conseguenze di tutto questo (Solo per fare un esempio, considerate che l’ultimo ministro per gli affari indigeni, Jenny Macklin, ha speso 331.114 dollari solo per ristrutturare il suo ufficio a Canberra).

Nel 2012 Olga Havnen, un’ufficiale di governo dei Territori del Nord, ha rivelato che sono stati spesi più di 80 milioni di dollari per la sorveglianza delle famiglie e la sottrazione dei bambini, rispetto ai soli 500.000 dollari che sarebbero serviti per dare supporto a queste famiglie disagiate. I suoi ammonimenti riguardo al rischio di una seconda generazione rubata le hanno causato il licenziamento. Questa settimana a Sidney, Amnesty International e un gruppo conosciuto come “nonne contro la sottrazione” hanno presentato ulteriori prove che il numero di bambini indigeni portati via dalle famiglie, spesso in modo violento, è più alto che in qualsiasi altro periodo della storia coloniale australiana.

Riuscirà Tony Abbott, autoproclamatosi amico delle genti indigene, a intervenire e difendere queste famiglie? Al contrario, nel suo budget di Maggio, Abbott ha tagliato 536 milioni di dollari nei prossimi 5 anni destinati ai “bisogni” della gente indigena, un quarto dei quali erano destinati alla salute. Lontano dall’essere amico degli indigeni, il governo Abbott sta continuando il furto delle terre indigene con un trucco sicuro chiamato “prestiti a 99 anni”: in cambio della cessione della propria terra – l’essenza dell’essere aborigeni – le comunità riceveranno pezzetti di affitto che il governo prenderà dalle royalties minerarie degli indigeni stessi. Forse solo in Australia questa messinscena può essere definita politica.

Allo stesso modo, Abbott sembra supportare le riforme costituzionali che permettono il “riconoscimento” delle genti indigene attraverso la proposta di un referendum. La campagna di “riconoscimento” consiste in concessioni unicamente simboliche e azioni paternalistiche, è promossa da una campagna di pubbliche relazioni “attorno alla quale la nazione può riprendersi” – secondo il Sidney Morning Herald – e significa che la maggioranza, o quelli a cui importa, possono sentire di stare facendo qualcosa mentre in realtà non fanno nulla.

Durante tutti questi anni nei quali ho filmato e documentato gli indigeni australiani, un “bisogno” in particolare mi è sembrato di vitale importanza: un trattato. Intendo una vera e propria carta dei diritti per gli indigeni: diritti sulle terre, diritti sulle risorse, diritto alla salute, all’educazione, alla casa e altri. Nessuno dei “progressi” degli ultimi anni, come il Native Title, ha portato quei diritti e i servizi che a molti australiani sono garantiti.

Come dice la leader degli Arrente/Amatjere, Rosalie Kunoth-Monks “Noi non abbiamo mai ceduto la proprietà delle nostre terre. Questa rimane la nostra terra e noi abbiamo bisogno di negoziare un trattato legale con coloro che ci hanno sequestrato la nostra terra”. Una gran parte, se non la totalità degli indigeni è d’accordo con lei, e la campagna per un trattato – del tutto ignorata dai media – sta crescendo rapidamente, soprattutto tra i giovani indigeni più saggi, che non si sentono rappresentati da quei leader imposti che dicono alla società bianca ciò che vuole sentirsi dire.

Che l’Australia abbia un primo ministro che ha definito il suo paese “instabile” fino all’arrivo degli inglesi indica l’urgenza di vere riforme: la fine delle politiche paternalistiche e la negoziazione di un trattato tra parti uguali.

Per allora noi, che siamo arrivati dopo, dovremo aver restituito ai primi australiani la loro nazionalità oppure non potremo più affermare la nostra.

John Pilger

Fonte: www.atimes.com

Link: http://www.atimes.com/atimes/World/WOR-01-230914.html

23.09.2014

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di STEFANO PAOLETTi

Pubblicato da Davide