Home / ComeDonChisciotte / GEORGE SOROS E LA SCOMMESSA SUL TONFO DELLA CINA
16333-thumb.jpg

GEORGE SOROS E LA SCOMMESSA SUL TONFO DELLA CINA

DI MAURO BOTTARELLI

ilsussidiario.net

Ci risiamo, la vecchia volpe ha messo il muso fuori dalla tana. Dopo una lunga pausa, George Soros è tornato a operare in prima persona e con volumi consistenti, attirato dalle opportunità di profitto in quello che prevede sarà un periodo di difficoltà economiche globali e di conseguente riequilibrio al ribasso del mercato azionario. Il miliardario, tramutatosi in filantropo e organizzatore di primavere colorate per conto del Dipartimento di Stato Usa, si è recentemente impegnato in una serie di grandi investimenti al ribasso: il Soros Fund Management, che gestisce 30 miliardi di dollari per conto di Soros e famiglia, in vista di un tonfo dei mercati ha venduto titoli azionari e ha comprato oro e azioni di società attive nell’estrazione del metallo prezioso, di fatto il bene rifugio durante i periodi di turbolenza e che, soprattutto, tesaurizza le aspettative di crisi.

Il suo recente approccio riflette una previsione molto più pessimista rispetto a molti altri esponenti di Wall Street e la sua visione si è incupita negli ultimi sei mesi poiché, a suo avviso, la situazione economico-politica in Cina, Europa e altrove si è fatta più intricata e divenuta ostaggio di eventi catalizzatori, come il referendum sul Brexit o le presidenziali Usa di novembre. Per quanto il mercato azionario statunitense si sia ripreso grazie alle acrobazie della Fed e ai multipli di utile per azione sostenuti dai buybacks, salendo verso livelli record dopo i problemi di inizio anno, e i mercati cinesi si siano in parte stabilizzati, Soros resta scettico a proposito del Dragone e del rallentamento della sua economia.

Le ricadute di una qualsiasi riduzione degli investimenti cinesi avranno probabilmente implicazioni globali, ha scritto Soros in un’e-mail: «La Cina continua a risentire della fuga dei capitali e sta esaurendo le riserve di valuta estera, mentre gli altri Paesi asiatici le hanno invece accumulate. La Cina si trova ad affrontare un conflitto interno alla leadership politica, che il prossimo anno comprometterà la capacità di fare fronte ai problemi finanziari». Insomma, Soros teme per lo stato di salute del Dragone, anche perché Pechino non sembra disposta ad abbracciare un sistema politico trasparente, elemento che il finanziere ritiene necessario ai sensi dell’adozione di riforme economiche durature.

E se alcuni investitori iniziano a prefigurare l’aumento dell’inflazione in un contesto di rialzi dei salari negli Stati Uniti, Soros continua a credere che la persistente debolezza in Cina possa esercitare una pressione deflazionistica sulle economie di tutto il mondo. Ma Soros ha ragione o torto? Temo che, come nel 1992, abbia ragione. Partiamo da un presupposto, innegabile: quando si tratta di fabbricare dati, la Cina non ha rivali. Si tratti dei dati di import ed export, dove si nascondono magicamente miliardi in fughe di capitali o delle percentuali per così dire “massaggiate” del Pil, Pechino ha una soluzione per tutto e il resto del mondo, con il tempo, ha preso coscienza di questo. L’ultima scoperta l’ha fatto Goldman Sachs, la quale in un report ha scoperto che la Cina sta operando una rappresentazione del tutto distorta del suo credito aggregato, Total Social Financing, per centinaia di miliardi di dollari, visto che non tiene conto dei flussi del sistema bancario ombra che non finiscono nell’economia.

Ma c’è di peggio ma di confortante per le decisioni prese da Soros in fatto di investimenti. Nel suo nuovo report, infatti la Fathom Consulting avanza il dubbio che la Cina stia pesantemente alterando il dato della più critica metrica per la stabilità sociale, ovvero il tasso di disoccupazione, il quale sarebbe tre volte superiore a quello comunicato ufficialmente dagli enti governativi. Il grafico a fondo pagina ci mostra infatti come, stando a valutazioni della Fathom, l’indicatore della sotto-occupazione sia triplicato al 12,9% dal 2012, questo a dispetto del dato ufficiale, rimasto fisso al 4% per cinque anni di fila. Ed ecco la criticità: il rischio di tensioni sociali legate a un’ondata di nuovi disoccupati, nell’ordine di milioni, all’interno di un’economia deregolata. Ecco spiegato, ad esempio, perché la Cina ha recentemente ricominciato a indebitarsi, garantendo volumi spaventosi di credito all’economia: un indebolimento del mercato del lavoro che ha richiesto un immediato intervento al fine di cercare di stabilizzare la seconda economia del mondo e scongiurare sul nascere scioperi e proteste di massa.

D’altronde, sono stati gli stessi leader del Partito comunista a sottolineare in continuazione il fatto che mantenere i tassi occupazionali stabili è la loro prima priorità e questo rende ancora più seri i dati della Fathom, visto che se i licenziamenti di massa già operati in molte aree del Paese ancora non si sono materializzati come dinamica strutturale, il numero di persone che non lavora a tempo pieno o con piena capacità è aumentato. La Cina, di fatto, ha un problema di disoccupazione nascosto dai dati ufficiali, altrimenti non si spiegherebbe l’inversione a U operata dalle autorità, finite sotto pressione e quindi tornate a più miti consigli, operando sulla leva del credito a pioggia.

Non ci vuole un laureato in economia ad Harvard per capire che la Cina di oggi stia vivendo su una palese contraddizione strutturale, visto che i leader di quel Paese stanno contemporaneamente promettendo di tagliare l’eccesso di capacity produttiva nelle miniere di carbone e nelle acciaierie, ad esempio e di mantenere la crescita economica stabile al 6,5% quest’anno. Impossibile, di fatto e quindi ci ritroviamo a fare i conti con una realtà che vede vere e proprie fabbriche-zombie a controllo statale che vengono mantenute in vita dai governi locali soltanto per un motivo: evitare instabilità sociale a costo di gettare denaro in produzioni disfunzionali.

Avete presente i lavori socialmente utili? Ecco, in Cina vanno oltre: fanno finanziare il business di aziende decotte dagli enti locali e chiedono ai lavoratori di lavorare metà del tempo normale e con paga dimezzata. Finora, il pannicello caldo ha retto, ma per quanto durerà? Insomma, la Cina trucca i dati e comincia ad avere un problema occupazionale. Tanto più che la compilazione del dato si basa su clamorose distonie, come quella che vede la cifra formarsi grazie alla registrazione dei lavoratori presso gli uffici dei governi locali per ottenere il sussidio di disoccupazione, peccato che questo dato non contempli qualcosa come 270 milioni di lavoratori migranti non cinesi, ma che nel Paese del Dragone ci vivono e lavorano. E se anche si va a prendere il dato disaggregato per città, il quale è visto come più accurato da alcuni analisti, appare poco credibile che negli ultimi tre anni non si sia mosso dalla percentuale del 5,1%.

Insomma, ogni minima deviazione al ribasso delle dinamiche occupazionali andrebbe a toccare un nervo scoperto del Partito di governo, visto che come sottolinea la Fathom, «l’insicurezza occupazionale è un driver chiave dell’instabilità sociale, un qualcosa che le autorità cinesi devono evitare a ogni costo». E un’altra preoccupazione è quella legata alla produttività, un tema che unisce economia Usa e cinese, tanto da diventare una delle minacce peggiori. Già oggi si parla di crescita della produttività in declino, visto che il dato è risultato particolarmente debole nel settore dei servizi, uno di quelli che assorbe la maggior parte della forza lavoro.

Poi, la bomba: il governo ha confermato che lo scorso anno la crescita dell’economia cinese è stata del 6,9%, la più debole da 25 anni a questa parte ma la Fathom ritiene che quel dato sia sovrastimato enormemente e che la percentuale reale non superi il 2%. Quindi, se fosse vero, delle due, l’una: o la Cina continuerà a creare 1 triliardo di dollari di nuovo debito ogni trimestre, come ha fatto quest’anno incurante del fatto che questo sia un ammontare pari al 10% del Pil, per mantenere calma la popolazione dei semi-occupati, oppure il rischio che lo spettro peggiore, quello dell’instabilità sociale, si materializzi salirà in maniera esponenziale. E George Soros, forse, fa leva anche su questa possibilità.

Mauro Bottarelli

Fonte: www.ilsussidiario.net

Link: http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2016/6/11/SPY-FINANZA-Soros-e-la-scommessa-sul-tonfo-della-Cina/3/710355/

11.06.2016

Pubblicato da Davide

  • annibale51

    Sarei molto sorpreso nel vedere il sig. Soros (& friends) scommettere su qualcosa. Di solito i tipi come lui non scommettono mai, sono troppo attaccati al danaro per rischiare di perderlo in una scommessa. Diciamo quindi che quando prendono una posizione sui mercati poi tendono ad aiutare il mercato stesso, grazie ai media in loro possesso, ad andare nella direzione desiderata. Son come le balene quando vanno a caccia di sardine: le radunano con le bollicine per poi farne un sol boccone! 

  • temuchindallaCina

    Se le parole di Soros sono state queste, c’è da pensare che ha dei problemi di vecchiaia, d’altra parte, è l’unico nemico che non potrà mai battere!

    Scommetta pure al ribasso sulla Cina, è la volta buona che arriverà con le pezze al culo e noi godremo come ricci.

  • edoro

    Comprare oro e le miniere che lo producono è una tendenza in cui negli ultimi due anni si sono distinti la Cina e la Russia, hanno anche cominciato a pagare i reciproci scambi commerciali con la loro moneta ed a liberarsi dei buoni del tesoro USA.

    Da quello che ho letto nell’articolo circa il comportamento di soros si deduce la tendenza ad imitare il comportamento economico dei due paesi.
  • Servus

    Non penso che siano i problemi della Cina a spingere Soros a vendere azioni e comprare oro, quanto la consapevolezza che tutti i mercati globali stiano per crollare e che siamo vicini, molti prevedono per 2017, ad una guerra mondiale.

  • lanzo

    @ Servus

    Spero che ti stia sbagliando, ma il ragionamento non fa una grinza, purtroppo.
  • luiginox

    è molto più probabile che soros crepi, che la cina continui a fare la cina e che l’oro fisico,non cartaceo,sia incettato da chi ha paura di sconvolgimenti.alla lunga le cartuccelle,ossia i titoli cartacei e/o digitali come bonds,strumenti finanziari ecc 

    verranno considerati quel che sono,cioè promesse di pagamento con impossibile buon fine
  • ilsanto

    ma perchè mai doverbbe scoppiare una guerra mondiale quando per tutti sarebbe un suicidio ? voglio precisare che ci sono tante armi da sterilizzare il pianeta piu di una volta. 

    non è più pratico riformare il sistema economico-sociale ? all’umanità oggi non mancano certo le capacità tecnico organizzative per farlo e vivere tutti bene.
    Volendo restare su Soros, dato che non è scemo, se pensasse all’apocalisse, magari non fomenterebbe disordini in giro per il mondo e non accumulerebbe ne azioni ne oro ne altro visto che saprebbe benissimo che sarebbe morto. 
  • PietroGE

    Sulla Cina non posso giudicare perché i dati veri li hanno solo i cinesi, ma la preoccupazione di Soros sull’Europa è pienamente giustificata. Il ‘Please don’t go’ di Der Spiegel in direzione degli inglesi e le minacce di Shaeuble dimostrano che il Brexit è una cosa che avrà ripercussioni economiche e finanziarie notevoli. Aggiungete il referendum che potrebbe scoppiare tra le mani di Renzi e la situazione delle banche italiane, la situazione economica greca e quella politica spagnola più il problema migranti e la campagna elettorale americana, e scoprirete che la posizione di Soros non può essere considerata eccessivamente allarmistica.

    Se avessi tutti i miliardi che ha lui comprerei anch’io oro in questo momento. Poi bisognerà vedere se davvero risorge l’inflazione.

  • natascia

    Il problema resta sempre sociale . L’insicurezza occupazionale causa tensioni che non hanno ancora ben manifestato il loro volto più cruento. Chi ha accumulato illudendo masse di lavoratori con fondi e pensioni non più onorabili, sa di non avere più alcun margine di manovra. Chi a ammassato azzerando stati, floride economie e destabilizzando interi continenti, comincia ad avere la consapevolezza che non esistono più altri lidi per la  menzogna. I  popoli o quel che ne resta dopo i tentativi di emigrazione forzata, e deportazione in atto stanno fallendo. Non esistono più  le pericolose identità culturali, ma i NON popoli  non consumano più nemmeno le miserabili cineserie, e lentamente stanno accumulando una tale rabbia che le tenute antisommossa e i droni  più sofisticati non basteranno più a contenerla. La credibilità bancaria su cui si fonda l’attuale sistema economico  tutto, sta mostrando il suo vero volto : truffa e millanteria. Avere, possedere in questo clima di ostilità sociale non vale più nulla. Spiace per Soros, così vicino alla dipartita.

  • AlbertoConti

    Soros sta facendo semplicemente il suo vecchio e sporco lavoro, quello di destabilizzare chiunque non faccia il gioco di Washington. Ma questa volta non gli riuscirà. La Cina ha preso l’autobus del capitalismo che l’ha portata lontano. Al punto in cui è potrebbe benissimo scendere e fare scelte alternative. Solo un conflitto nucleare potrebbe fermarla, e per questo, a braccetto con Soros, lavora l’amministrazione americana, travestita da Nobel per la Pace (figuriamoci se poi arriva l’isterica guerrafondaia moglie dell’altro bel tomo che tanti lutti produsse agli achei, di cui non si parla).

  • sfruc

    Due osservazioni:

    1) Bottarelli prende per oro colato le affermazioni della Fathom Consulting di Londra, una società di consulenza finanziaria e macroeconomica "indipendente" della City il cui Direttore, Erik Britton, ha svolto tutta la sua carriera nella Bank of England (!!!) e che scrive per il Fuffington Post… Che dire, le sue stime – si tratta di valori stimati e non misurati – "indipendenti" sono attendibili quanto la risposta dell’oste alla domanda se il suo vino sia buono o meno.
    Nel gioco delle parti, il PC cinese truccherà i dati (invece gli altri governi, le società di rating e le multinazionali bancarie non lo fanno, vero?) in modo uguale e contrario a quanto li truccherà la "autorevole" Fathom Consulting. Ognuno per i propri interessi di bottega. E quelli della finanza atlantista non sono più nobili né più onesti e trasparenti di quelli cinesi. Per certo.

    2) Secondo Bottarelli, la Cina sarebbe in condizioni catastrofiche se il suo tasso di disoccupazione fosse in realtà, secondo le suddette stime, pari al 12%. Noto che il nostro è decisamente maggiore (nonostante il trucco di non considerare in statistica i milioni di "scoraggiati") per non parlare di quello spagnolo o portoghese – sulla Grecia stendo un velo pietoso. Eppure ci dicono che, grazie a Bruxelles e Francoforte e alle loro intimazioni coercitive (il c.d. vincolo esterno) per le famose "riforme strutturali" stiamo finalmente riprendendo a marciare verso il sol dell’avvenire.
    In proposito, Bottarelli omette di dire che i Trattati Europei non prevedono un limite MASSIMO al tasso di disoccupazione, ossia una soglia da non oltrepassare per restare coerenti con la NOSTRA Costituzione volta all’obiettivo della piena occupazione. Quei Trattati impongono invece, di fatto, un tasso di disoccupazione MINIMO e strutturale, al di sotto del quale non si deve andare affinché si realizzino gli obiettivi di "stabilità dei prezzi" (perno della Costituzione europea, in opposizione alla nostra nazionale) e quindi di deflazione salariale.
    Tale tasso MINIMO e "strutturale" di disoccupazione è, per il nostro Paese, proprio un numeretto identico a quel catastrofico 12% (che starebbe portando la Cina al barato), ma guarda un po’. Quando lo ha detto il povero D’Attorre – che allora stava ancora nel PD – su La7 è stato zittito da una imbarazzata curatrice:

    Ma per ilsussidiario.net va tutto bene madama la marchesa, qui da noi con l’Euro e i vari Compact, mentre quei bastardi di cinesi…