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Facebook collabora con il governo di Israele per stabilire cosa deve essere censurato

 

DI GLEEN GREENWALD

theintercept.com

Una seria controversia e’ scoppiata la settimana scorsa quando Facebook ha cominciato a cancellare tutti i post contenenti la foto iconica della “Ragazza del Napalm” vietnamita in base al fatto che violerebbe le condizioni riguardo l’uso di immagini di nudità di minori. Facebook ha persino rimosso un post del Primo Ministro norvegese, che aveva caricato una foto di protesta di questo atto censorio. Non appena le reazioni di oltraggio si sono diffuse, Facebook ha cambiato idea e ha ammesso “la storia e l’importanza a livello globale di questa immagine nel documentare un particolare momento storico”. In qualche modo, però, l’episodio fornisce un altro esempio dei pericoli che si corrono nel lasciare ad un nugolo di aziende tech come Google, Facebook e Twitter, la decisione ultima su ciò che possiamo o non possiamo vedere.

Ora che Facebook si è risollevata da questo atto di censura, sembra che si sia buttata a capofitto in un altro. L’Associated Press riporta da Gerusalemme che oggi (12 Settembre, NdT) il governo di Israele e Facebook hanno raggiunto un accordo su come trattare, congiuntamente, l’incitamento alla violenza e all’odio, sul social media. Questi meetings si stanno tenendo in questi giorni, mentre il governo sta mettendo a punto un disegno di legge per costringere i social network a limitare i contenuti che Israele indica incitare alla violenza. In altre parole Israele sta per costringere Facebook, per legge, a censurare i contenuti che le autorità politiche israeliane considerano “improprio”, e Facebook appare reagire con entusiasmo a questa minaccia lavorando direttamente col governo di Israele per determinare quale contenuti debbano essere censurati.

Non è necessario aggiungere che l’operazione di censura congiunta tra Isreele e Facebook sarà diretta ad Arabi, Mussulmani, e Palestinesi che si oppongono all’occupazione Israeliana. L’articolo di AP è chiaro sul punto: “Israele ribatte che l’ondata di violenza con i Palestinesi negli anni recenti è stata alimentata dall’incitamento avvenuto in gran parte sui social media.” Come riporta Alex Kane su The Intercept di giungo, Israele ha attivamente monitorato i contenuti pubblicati dai Palestinesi su Facebook e in alcuni casi arrestato individui per i loro post di natura politica. L’ossessione Israeliana per il controllo dell’uso dei social media da parte dei Palestinesi è motivata dal fatto che Facebook ha giocato un ruolo chiave nell’organizzare gruppi politici che si oppongono all’occupazione. Come scrive Kane: “Una dimostrazione contro l’occupazione di Israele può essere organizzata in una manciata di ore, mentre il monitoraggio dei Palestinesi può essere condotto più facilmente grazie all’impronta digitale che questi lasciano nei loro portatili e cellulari.”

Da notare che in questo meeting con Facebook, Israele era rappresentata dal Ministro di Giustizia Ayelet Shaked, un estremista a tutti gli effetti, il quale ha precedentemente dichiarato che non crede in uno Stato Palestinese. E’ stato Shaked che ha proposto “una legislazione atta a costringere i social network a rimuovere contenuti che Israele considera di incitamento”. Recentemente ha fatto notare, con orgoglio, come Facebook sia già molto “in regola” con i diktat della censura di Israele: “negli ultimi 4 mesi, Israele ha trasmesso a Facebook 158 richieste di rimozione di contenuti, e Facebook ha accettato il 95% dei casi.”

Tutto questo non fa altro che riportare all’attenzione i serissimi pericoli di avere le nostre dichiarazioni pubbliche sotto il controllo e la responsabilità di un piccolo numero di giganti tech, senza un mandato democratico. Suppongo che qualcuno sia confortato dall’idea che managers benevoli come Mark Zuckenberg ci proteggeranno dai discorsi di incitamento all’odio. Però, parole come “terrorismo” non hanno un significato fisso; sono costantemente malleabili e soggette a manipolazioni per scopi propagandistici. Puoi dire di fidarti veramente di Facebook o del governo di Israele nel giudicare quando un post Palestinese contro l’occupazione sia considerato “incitamento alla violenza e odio”?

Mentre l’attenzione si concentra sull’ “incitamento” dei Palestinesi, è in realtà molto frequente l’uso che gli Israeliani fanno di Facebook per incitare alla violenza sui Palestinesi, incluso l’incitamento alla vendetta degli Ebrei che vivono negli insediamenti contro i Palestinesi quando vi sono attacchi a Israele. Come ha fatto notare recentemente il Washington Post “I Palestinesi hanno anche loro messo in rilievo il fatto che i social network incitano alla violenza e diffondono una propaganda d’odio, razzismo e discriminazione nei confronti dei Palestinesi.”

Nel 2014, migliaia di Israeliani hanno usato Facebook per pubblicare messaggi in favore dell’assassinio dei Palestinesi. Quando un soldato dell’IDF nei territori occupati fu arrestato l’anno scorso per aver ucciso, senza motivo e con un colpo in testa, un Palestinese ferito a terra, il soldato ha usato Facebook per lodare il gesto e giustificare quella violenza, con tutta la cricca di soldati Israeliani accorsi in suo supporto. Persino lo stesso Ministro Shaked, adesso parte del governo che deve decidere sulla censura, ha usato Facebook per pubblicare messaggi incredibilmente estremisti, violenti, e di una retorica rabbiosa anti-Palestinese. Il Primo Ministro Netanyahu e altri ministri del suo gabinetto hanno fatto lo stesso. Al Jazeera America ha riportato nel 2014:

I messaggi d’odio contro gli Arabi pubblicati su Facebook si sono tradotti in atti di violenza sulle strade di Gerusalemme nel momento in cui gli estremisti Israeliani hanno fomentato la violenza e provocato caos. Questa violenza è poi circolata, di ritorno, nei video di YouTube e Facebook, i quali mostrano centinaia di gruppi di Israeliani cantare con rabbia “Morte agli Arabi”, in cerca di Palestinesi da attaccare”. Il video di un Ebreo Israeliano che attacca un Palestinese in un autobus pubblico, gridando “Sporco Arabo, sporco Arabo, assassino di bambini” è emerso da Tel Aviv. E altri video che mostrano le forze di sicurezza Israeliane usare una forza eccessiva su un ragazzino Israelo-Americano in manette, vien da chiedersi chi fosse in realtà ad incitare la violenza:

 

VIDEO https://www.youtube.com/watch?time_continue=4&v=rImgsRg-a-8

C’e’ qualcuno che riesca ad immaginare il fatto che Facebook possa rimuovere messaggi di importanti figure Israeliane che fanno appello alla violenza o oppressione sul popolo Palestinese? Allo stesso modo, chi può minimamente immaginare Facebook cancellare i messaggi di Americani o Europei che chiedono guerre di aggressione o altre forme di violenza contro paesi Mussulmani, o paesi che criticano le politiche occidentali? La risposta è ovvia. Facebook è una azienda privata la cui missione legale è quella di massimizzare i profitti, e quindi interpreterà concetti scivolosi come “discorsi d’odio” o “incitamento alla violenza” per far piacere a coloro che detengono il potere. E’ quindi inconcepibile il fatto che Facebook possa minimamente sognarsi l’idea di cancellare questo tipo di difesa e incitamento alla violenza:

Facebook è sotto la pressione di vari governi per cancellare contenuti non graditi a questi ultimi. Gli Stati Uniti e Gran Bretagna hanno recentemente lanciato una campagna di veleni contro aziende di Silicon Valley ritenute essere di supporto ai terroristi o all’ISIS, per il solo fatto di essersi rifiutate ad avere un ruolo piu’ attivo nel bandire contenuti che questi governi considerano “terroristici”. Israele è stata particolarmente aggressiva nel tentare di dare la colpa a Facebook per gli atti di violenza e quindi costringerla a venire al tavolo. Famiglie Israeliane i cui membri sono stati uccisi dai Palestinesi stanno portando in tribunale Facebook con l’accusa di aver facilitato questi attacchi. Alcuni hanno persino accusato Facebook di essere sbilanciata contro Israele nelle sue attività di censura dei contenuti.

In tutto questo, The Intercept ha inviato le seguenti domande a Facebook, ma ancora non abbiamo ricevuto risposta. Aggiorneremo questo articolo se succederà:

1) Ha Facebook mai incontrato leader Palestinesi in uno sforzo congiunto per identificare e sopprimere messaggi di Israeliani che incitano alla violenza? Avete in programma di farlo?

2) Se un Israeliano dichiarasse apertamente un attacco o bombardamento della Palestina, questo post violerebbe i termini d’uso di Facebook? E’ stato mai rimosso un tale contenuto?

3) Quale ruolo, esattamente, gioca il governo Israeliano nell’aiutare Facebook ad identificare i contenuti da bandire?

4) Facebook ha dichiarato che ha “approvato il 95% delle richieste di rimozione dei contenuti” dagli ufficiali Israeliani. Quale percentuale di simili richieste da parte Palestinese è stata approvata?

5) Se qualcuno dice che l’occupazione Israeliana è illegale e deve essere fatta resistenza con ogni mezzo, è questa una dichiarazione permessa?

E’ vero che queste aziende private abbiano il diritto legale di censurare quello che vogliono. Ma questo fatto ignora il controllo (mai avuto prima da nessuna azienda) che un così piccolo gruppo di corporazioni possono esercitare sull’informazione a livello globale. Che questa attività di censura sia parte dei diritti concessi alle corporazioni non li assolve dai seri pericoli che queste aziende pongono, per le ragioni descritte sopra. (E’ di oggi la notizia che Twitter ha bandito un gruppo Scozzese a favore dell’indipendenza della regione dopo che ha criticato l’articolo di un giornalista di un tabloid, il quale si era lamentato di essere stato “maltrattato verbalmente”).

Non è una esagerazione dire che Facebook, in questo momento, è di gran lunga la forza più dominante nel giornalismo. Ed ecco perché è incredibilmente significativo vederlo al lavoro in collusione con governi nel censurare i contenuti degli oppositori di questi governi. Ma come spesso succedere con la censura, la gente la approva fino a quando non vengono toccati contenuti che sui quali sono d’accordo ideologicamente.

Una delle vecchie promesse di Internet era nella sua capacità di livellare le disparità, di dare a coloro senza potere la possibilità di parlare tanto liberamente e efficacemente quanto quelli che il potere lo detengono. E, in ultima analisi, di potersi organizzare politicamente in maniera più efficace. Coloro che difendono l’opportunità di aziende come Twitter e Facebook di censurare contenuti, stanno mettendo seriamente in discussione questi valori, non importa quanto nobili siano i loro intenti. E’ difficile immaginare uno scenario più lontano da questi principi di uguaglianza di quello di un gruppo di funzionari governativi Israeliani e managers di Facebook mettersi d’accordo su ciò che i Palestinesi sono autorizzati (o non autorizzati) a dire.

Fonte:  https://theintercept.comhttps://theintercept.com

Link: https://theintercept.com/2016/09/12/facebook-is-collaborating-with-the-israeli-government-to-determine-what-should-be-censored/

12.09.2016

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di COLOSSEUM

Pubblicato da Davide

  • Piero61

    salve e buongiorno a tutti
    non sono iscritto a nessun social, non mi sono mai piaciuti per motivi personali.
    Non bisogna dimenticare che, l’ideatore di FB è un ex agente del Mossad.
    Quando ero in servizio (sono pensionato MM) partecipai a più di una riunione sui pericoli di trattare dati personali e di lavoro su internet in generale e su FB in particolare, in quanto sono probabili (direi certe al 90%) fonti di intelligence e schedatura di pensieri “non conformi”.
    Non per niente, internet stesso, nacque come strumento di spionaggio militare…
    saluti
    Piero e famiglia

  • marcoferro

    da più parti ho letto che questo social è nato , anzi è stato creato con fondi neri della cia. meglio non fidarsi, io non metto ne foto ne dati per esempio.

  • Primadellesabbie

    Dopo i fatti dell’undici settembre, una personalità militare US dichiarò che avrebbero schedato “tutto il mondo”.

    A quei tempi sembrò una boutade priva di senso o una smargiassata.

    Non a me.

    Poi comparve Facebook, non certo farina del sacco di un qualsiasi Zuckerberg.

  • fabKL

    IL mio account facebook e’ stato disattivato a causa di un commento come questo: I PALESTINESI DOVREBBERO DICHIARARSI TUTTI OMOSESSUALI E NESSUNO POTREBBE FARGLI PIU NIENTE” postato durante uno dei tanti attacchi israeliani e nello stesso periodo le leggi idiote sull’omofobia.
    Il mio account venne bloccato con la scusa che il mio nick non rispecchiava il mio nome vero e avrei dovuto inviare copia di un documento d’identita. cosa che ovviamente non ho fatto dato che nemmeno su CDC uso il mio nome.

  • PietroGE

    Greewald ha scoperto ( o fa finta di scoprire) l’America 600 anni dopo Colombo.
    Delle censure ai palestinesi non frega niente a nessuno, nemmeno agli arabi, che li hanno totalmente dimenticati. Quello che si vuole censurare è il negazionismo e ogni forma di revisionismo storico e la critica all’immigrazione in Europa e negli USA. E, naturalmente, ogni confronto con la politica israeliana al riguardo.

    Se poi il nostro autore vuole fare un reportage sulla censura israeliana e delle lobby associate, non deve far altro che andare a Hollywood, fare una statistica su quanti dei film che hanno preso l’oscar parlavano dell’olocausto, oppure quello che ha dovuto subire Mel Gibson quando ha diretto The Passion of the Christ in termini di censure e riscritture. E poi, ovviamente, in accuse di antisemitismo.

  • cedric

    Mi meraviglio che l’autore dell’articolo si stracci le vesti per gli accordi fra Facebook ed i governi. Facebook è “una piattaforma privata” e quindi ha tutti i diritti legali di cancellare quello che vuole ed ha anche ha il diritto “indirizzare le opinioni degli utilizzatori” proprio come fa la televisione e la stampa. Goebbels ha scritto “come farlo in modo efficace”.
    Un miliardo e mezzo di cog**ni su FB (Twitter, Whatsapp, Youtube, ecc) pretende di usare tali piattaforme senza controlli e senza censure come se fosse “un diritto naturale”. Non è così e se non lo capiscono peggio per loro.

  • consulfin

    Qui ci manca poco che chiediamo la luna nel pozzo. Come possiamo pretendere che una società privata abbia come principale obiettivo non la massimizzazione del profitto ma la libertà d’opinione? Io credo che un inserzionista pubblicitario preferisca che un mezzo come Facebook sia ben accetto da una società con possibilità di spesa come quella israeliana. La società palestinese, dispiace dirlo, ma, soprattutto quella di Gaza, non credo sia un buon “target”. E questo al di la delle ipotesi che si fanno nell’articolo circa le origini del “social network” (ma pensa un po’: ci si inventa un potentissimo mezzo per indirizzare le coscienze che, per sovrappiù, macina anche un sacco di utili!).
    Questo dobbiamo tenerlo presente se vogliamo guardare il problema dal verso giusto.
    D’altronde se quest’oppio digitale che è Facebook lo si usa per pubblicare la foto dell’ultimo ragù mangiato va fin troppo bene: l’utente è sommerso dalla pubblicità dei sughi pronti e tutto finisce lì. Il problema sorge quando qualcuno pretende che un miliardario/miracolato americano metta a disposizione i suoi terabit per indire riunioni con lo scopo di sovvertire l’ordine costituito. Ma siamo fuori? Quello, con l’ordine costituito ci fa affari, deve tenerselo buono per non essere oscurato e, se proprio deve rispondere a qualche domanda, si preoccuperà di rispondere a tono alle domande dei governi e non a quelle di “The Intercept”.
    Caro signor Greenwald, non credo che riceverà mai risposta alle sue domande e, detto tra noi, ritengo che sia giusto così: che Facebook continui sulla sua strada, le menti che, a miliardi, si obnubilano sulle sue pagine, in mancanza di queste, sarebbero comunque prese in ostaggio da altri distrattori. Per fare la rivoluzione occorrerà seguire altre strade. Una di queste, la prima che abbiamo a disposizione, si allontana da FB che, in fondo, non fa altro che reggersi sul sostegno ignaro/menefreghista della moltitudine.
    Saluti defacebookizzati

  • Adriano Pilotto

    “Una delle vecchie promesse di Internet era nella sua capacità di livellare le disparità, di dare a coloro senza potere la possibilità di parlare tanto liberamente e efficacemente quanto quelli che il potere lo detengono. E, in ultima analisi, di potersi organizzare politicamente in maniera più efficace”. Chi la fece? E chi ci credette?
    In secondo luogo Facebook non è la Rete, ma solo uno dei tanti modi in cui la massa si rispecchia nel mondo della comunicazione. Altri seguiranno.
    In terzo luogo, se i Palestinesi pensano di avere il loro Stato tramite i social network, Israele può dormire sonni tranquilli. Le rivoluzioni a colpi di Twitter o sono colpi di stato camuffati o operazioni di “regime change” organizzate dai soliti noti.