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FABBRICA CHIUSA, FABBRICA OCCUPATA

DI MANUEL ALMISAS ALBÉNDIZ

Rebelión

L’occupazione delle grandi fabbriche come necessaria (ri)organizzazione della classe operaia

Quando si assiste alle lotte degli operai delle grandi imprese con un’indiscutibile tradizione sindacale, al pari dell’ottimismo e dell’orgoglio, il dubbio che ci assale è quale sia il passo successivo alla protesta risoluta e determinata, come completare questa combattività e dargli una strategia per fare avanzare il movimento per la trasformazione radicale della società capitalista?
Scrisse Lenin che nelle società capitaliste la classe operaia, per cause economiche obiettive, si differenzia dalle altre classi per la sua maggiore capacità organizzativa (1). Proseguendo il ragionamento, non tralasciava di ribadire l’idea che bisognasse aumentare la capacità di organizzazione del proletariato e di altre fasce del popolo russo aventi potenziale rivoluzionario. È famosa la sua frase “… affinché gli operai ed i contadini poveri prendano il potere, affinché lo mantengano e lo utilizzino con successo manca organizzazione, organizzazione ed organizzazione” (2).

Anche il capitalismo si è reso conto sulla sua pelle di questa superiorità del proletariato e lo ha spaventato il fatto che se loro, la borghesia, avevano tardato più di tre secoli per sconfiggere le caste feudali ed imporre il proprio sistema socioeconomico, agli operai ed ai contadini, dopo l’esperienza della Comune di Parigi, è stato sufficiente quasi la metà del tempo per spazzarli dal secondo paese più grande del pianeta, la Russia zarista. La rivoluzione sovietica del 1917 lanciò il grido di allarme, e da allora, cominciando con la sconfitta della rivoluzione dei consigli del 1918 in Germania, il sistema capitalista non ha smesso di sperimentare nuove forme per svilire l’organizzazione della classe operaia. Non solo con la repressione feroce, o favorendo la proliferazione e penetrazione sociale e sindacale di gruppi riformisti e destabilizzatori, impedendo con ciò che le esperienze di lotta rivoluzionaria delle masse operaie e contadine aumentassero la coscienza rivoluzionaria di classe. Ma anche cercando di dividere e disgregare gli operai più combattivi dei principali settori produttivi, nei quali il taylorismo ed il fordismo ebbero molto a che vedere.

Oggigiorno continua con la delocalizzazione delle fabbriche o con la divisione delle stesse in piccole unità allocate in poligoni o quartieri separati gli uni dagli altri da svariati chilometri. E non è stata meno significativa la pianificazione urbana, che ha spostato i quartieri operai e storico-popolari dal centro delle grandi città verso le periferie, in quartieri dormitorio molto distanti tra di loro.

Le strade di San Pietroburgo, Parigi, Barcellona o Madrid non saranno più sbarrate con barricate difese da operai e lavoratori. Il sistema si è incaricato di mandarli fuori dai loro centri di potere e di disseminarli per indebolirli. Al massimo lascerà che cortei di operai opportunamente guidati da sindacati concilianti raggiungano il centro delle città, manifestino e dopo facciano ritorno nelle loro case.
O al massimo lascerà per un po’ di tempo che giovani della classe media, intellettuali, ed altri settori indignati e preoccupati per la mancanza di “democrazia” occupino le principali piazze delle città; fino a quando la migliore organizzazione, la radicalizzazione ed il pericolo che l’ideologia proletaria possa penetrare nel movimento faccia vedere loro che l’esperimento “cittadino” è cessato. Il miraggio di un’auto-organizzazione popolare nel centro stesso del nemico è svanito con la repressione dura e pura.

Si è gridato “il popolo unito non sarà mai vinto”.
Ma sarebbe meglio dire “il popolo lavoratore organizzato ed unito non sarà mai vinto”. Sarebbe meglio cominciare a farlo cercando alternative che vadano in quella direzione. L’occupazione delle fabbriche è la soluzione. Fare dei centri di lavoro chiusi, abbandonati o in via di sparizione spazi di autogestione e contro-potere operaio, zone di assemblee permanenti che aumentino l’organizzazione e l’ottimismo rivoluzionario.
Sono molte le esperienze che avallano il metodo. Manca solamente il coraggio di metterle in pratica e fare propaganda tanto scritta che verbale sulla validità delle stesse.

Di fronte alla situazione di avere perso il lavoro a causa di una serrata come nel caso di Delphi a Puerto Real (nei pressi di Cadice, Spagna meridionale n.d.t.), in cui gli operai sono stati ingannati con interminabili corsi di formazione, promesse di reimpieghi ed altre misure mediatorie per assottigliarne la capacità di lotta, l’occupazione e il recupero della fabbrica sono state e continuano ad essere un’alternativa vera.

Di fronte alla situazione dei cantieri navali della Baia di Cadice (Navantia), in costante diminuzione del suo organico, dei carichi di lavoro e della minaccia di riconversione e possibile chiusura di qualche settore, l’occupazione delle fabbriche è un’alternativa che deve essere tenuta in conto prima che la sfiducia e la disgregazione dei lavoratori più combattivi facciano breccia in quegli autentici distaccamenti operai di avanguardia a livello andaluso.

Storicamente l’occupazione delle fabbriche, come l’astensione dal lavoro, sono nate come forma di potenziamento degli scioperi rivendicativi. Il proletariato imparò che l’essere chiusi nei posti di lavoro aumentava la loro capacità di unione, organizzazione e spirito di lotta, eliminando ugualmente la possibile contrattazione di crumiri ed assicurando che la produzione si fermasse e si facesse un vero danno al datore di lavoro ed al sistema capitalista nel suo insieme. Nella grande crisi mondiale del 1930, dove la disoccupazione fu tanto estesa e duratura, diventò impossibile qualunque sciopero contro le riduzioni dei salari, perché dopo che gli scioperanti abbandonavano le officine queste erano invase immediatamente da masse di disoccupati sui quali i datori di lavoro confidavano per porre fine agli scioperi.

Così, il rifiuto di lavorare in condizioni peggiori doveva accordarsi, necessariamente, con la permanenza nel posto di lavoro mediante l’occupazione della fabbrica. Un esempio notorio di questa pratica furono le occupazioni di vari stabilimenti della General Motors della località statunitense di Flint (stato del Michigan) tra dicembre 1936 e febbraio 1937, terminate con la vittoria delle migliaia di operai che finirono per imporre le loro rivendicazioni alla poderosa multinazionale.

Tuttavia, con l’occupazione delle fabbriche i lavoratori e le lavoratrici dimostravano qualcosa in più, che la loro lotta entrava in una fase nuova, perché prendevano coscienza del loro legame con il centro di produzione. Presto si trasformò in un modo per dimostrare che quello stesso proletariato poteva trasformarsi in reali amministratori e responsabili delle imprese occupate, e che se potevano assolvere a questo compito avrebbero potuto dirigere ed organizzare tutta la società, senza dipendere dai borghesi e dal loro inservibile sistema capitalista. Nel 1941, il marxista olandese Pannekoek scriveva nella sua opera “Los consejos obreros” (The Party and the Working Class, Anton Pannekoek 1941 n.d.t.): “Così, nell’occupazione delle fabbriche il futuro proietta la sua luce nella progressiva coscienza che le fabbriche appartengono ai lavoratori, che insieme ad essi costituiscono un’armoniosa unità, e che la lotta per la libertà si libererà nelle fabbriche e per mezzo di esse.” (3)

E. P. Thompson racconta che agli albori del 1819, operai inglesi di una fabbrica di tabacco, dopo 11 mesi di sciopero, decisero di prescindere dai padroni e produrre per conto loro (4). È evidente che la grande esperienza dell’autogestione operaia e del controllo della produzione con i propri “produttori associati” comincia con la rivoluzione bolscevica nel 1917 e continuerà negli anni successivi nelle rivoluzioni frustrate della Germania (1918) ed Ungheria (1919), e nel consiglio di fabbrica del nord d’Italia nel cosidetto “biennio rosso” (1919-1920). Tuttavia, bisognava attendere i processi rivoluzionari dell’est dell’Europa, legati a partiti socialisti e comunisti dopo la sconfitta nazi-fascista, per assistere ad occupazioni di fabbriche con fini di recupero ed autogestione operaia, come il caso delle esperienze in diverse fabbriche iugoslave nei primi tempi del governo socialista di Tito, subito dopo la II Guerra Mondiale.

Nell’Europa capitalista industrializzata, possiamo situarci nella Francia successivamente alle ondate del maggio del 1968 per assistere a nuove e massicce azioni di occupazione operaia. Nel 1972 alla Renault si diffuse il conflitto che portò all’occupazione della fabbrica con più di 14.000 operai, dove il comitato di base – integrato con francesi ed immigranti – impose in varie sezioni il controllo operaio dei ritmi di lavoro, la rotazione nei posti e forzò i capisquadra a lavorare con gli operai. Quello stesso anno, una prolungata mobilitazione operaia, con l’appoggio studentesco e popolare, spinse il controllo operaio della fabbrica di orologi LIP a Bensançon, i suoi motti diventarono dei classici: “È possibile: fabbrichiamo, vendiamo, ci vantiamo”, “I padroni licenziano… licenziamo i padroni.”

Tuttavia, questa forma di mobilitazione cosciente del proletariato attecchì con speciale forza in diversi paesi latinoamericani, dove ancora continua a segnare una strada che negli stati europei si sta appena intraprendendo, come vedremo in seguito.

Occupazioni e controllo operaio di fabbriche in America latina: lo specchio dove guardarsi

Nella settimana santa del 1952, un’insurrezione di settori popolari ed operai armati, principalmente minerari con fucili e dinamite di giacimenti vicini a La Paz e Oruro, sconfisse in soli tre giorni il regime militare del generale Ballivián, vera appendice armata dell’oligarchia mineraria.
Durante la rivoluzione boliviana, a carattere popolare ed operaio, al contrario di altre del dopoguerra dove gli agricoltori erano gli organismi di avanguardia (come il caso della Cina o di Cuba anni più tardi) si svilupparono nei luoghi di lavoro sistemi di autogestione dei lavoratori, principalmente nelle miniere.

Tra gli anni 1959 e 1963, le valli peruviane andine di La Convención e Lares furono scenario della maggiore rivolta contadina dal tempo di Tupac Amaru e centro di un poderoso movimento contadino indigeno che si estese in altre zone del paese e dove i latifondi capitalisti, principalmente produttori di caffè, furono espropriati e riconquistati da diverse migliaia di affittuari comuni e lavoratori agricoli. Al seguito di queste mobilitazioni e dell’estensione delle guerriglie peruviane del MIR (Movimiento de Izquierda Revolucionaria – partito politico di sinistra peruviano n.d.t.) e dell’ELN (Ejército de Liberación Nacional – Esercito di Liberazione Nazionale – Colombia n.d.t.) negli anni posteriori, si sviluppò il trionfo del colpo di stato del generale Velasco Alvarado (guidò il Perù dal 3 ottobre 1968 al 30 agosto 1975 con il titolo di Presidente del governo rivoluzionario n.d.t.) che formò il Governo Rivoluzionario della Forza armata del 1968, di carattere nazionalista, antimperialista e progressista, negli anni del suo governò diede impulso ad un regime di cooperative e comunità industriali, stimolando la partecipazione del lavoratore nella gestione, utilità e proprietà delle imprese.

In Argentina, benché dopo parleremo di esperienze più attuali, bisogna ricordare che nel 1964, nella cornice di un gigantesco sciopero generale si formarono, per numero e per qualità di partecipazione, le più importanti occupazioni di fabbriche realizzate in questi anni. I ricercatori Celia Cotarelo e Fabían Fernández (5) stimano che tra maggio e giugno del 1964 furono occupate 4.398 imprese, e si da il caso che vi parteciparono operai delle principali industrie (soprattutto metallurgiche e tessili) delle grandi città del paese, questo gli conferì un carattere proletario genuino dotato di un grado di disciplina ed organizzazione senza pari.

Queste cifre concordano con quelle apparse nell’opera di Mandel prima citata (“circa 3 milioni di operai occuparono 4.000 imprese ed iniziarono l’organizzazione della produzione in autogestione”) benché le occupazioni, ove furono presi in ostaggio impresari, tecnici e personale di sicurezza, durarono solamente alcune ore, gli operai non resistettero agli sgombri della polizia.

In Cile, sotto il Governo dell’Unità Popolare di Allende (1970-1973), nonostante l’opposizione istituzionale, più di 125 fabbriche erano amministrate da operai, organizzati in Cordoni industriali e Comandi Comunali che univano le occupazioni di officine ed industrie e di terre abbandonate dai latifondisti. Dopo la sconfitta della “serrata” dell’ottobre del 1972, nella Carta del Popolo, queste organizzazioni di base condannavano: “L’esperienza di questi giorni ha dimostrato che i lavoratori non hanno bisogno dei padroni per fare funzionare l’economia. Nei suoi disperati tentativi di paralizzare il paese, sono riusciti solo a mostrare il loro carattere parassitario…. La conclusione è chiara: i padroni sono di troppo.”

La prima esperienza di recupero di imprese in fallimento in Brasile fu nel 1991, con la fabbrica di scarpe Makerli che chiuse lasciando per strada 482 lavoratori. Nel 1994 si fonda l’Associazione Nazionale di Imprese Autogestite (ANTEAG) per coordinare le diverse esperienze che nascevano a causa della crisi dall’industria.

Attualmente esistono 160 progetti che l’associazione favorisce insieme ad alcuni governi statali e comunali, includendo circa 30 mila lavoratrici e lavoratori brasiliani. I momenti più importanti ebbero luogo tra il 2002 ed il 2005, quando più di 35 fabbriche furono occupate e passarono al controllo operaio. Alla fine del 2002 ebbero luogo grandi scioperi nella zona industriale di Joinville (Stato di Santa Catarina), fino a che un migliaio di operai delle multinazionali CIPLA, materiali di costruzione, ed INTERFIBRA, plastica e vetro, decisero di prendere il controllo della produzione ed organizzarsi mediante assemblee e consigli di fabbrica. Lo stesso cammino verso l’occupazione ed il controllo operaio seguirono un anno più tardi i 64 lavoratori della fabbrica di contenitori plastici FLASKO, del quartiere di Sommerò.

Due anni dopo, nel 2005, la fabbrica occupava solamente un quarto dei 14 mila metri quadrati del terreno disponibile, ma l’assemblea popolare, coordinata dai lavoratori, decise di occupare e costruire la cosi detta “Vila Operaria”, un complesso residenziale dove attualmente vivono più di 350 famiglie. E più tardi nel 2007, la Flasko fomentò a la nascita del Centro della Memoria Operaia e Popolare (CEMOP), il quale funziona come un archivio che riunisce documenti, video e fotografie sul movimento delle fabbriche recuperate e realizza ed appoggia diversi seminari, simposi, eccetera.

Questo dà un’idea del grado di impegno politico che hanno raggiunto le occupazioni di fabbriche in Brasile, nonostante i numerosi tentativi di sgombri e la feroce repressione del movimento.

In Argentina, il passaggio dal secolo XX al secolo XXI è stato caratterizzato da una crisi economica brutale quanto insostenibile che si era sviluppata a cominciare dal 1991 con un processo di de-industrializzazione. Il prodotto di questa crisi è l’enorme tasso di disoccupazione e l’alta percentuale di persone povere e senza casa. Sono migliaia le imprese e fabbriche che chiudono e si dichiarano fallite licenziando le maestranze. È in questo contesto che si diffondono le occupazioni delle fabbriche ed i recuperi di diverse imprese (compresi ospedali, scuole, hotel, etc.) di fronte all’abbandono dei capitalisti, il proletariato argentino si “trincera” nel suo territorio lavorativo: occupano in primo luogo le fabbriche, resistono dopo gli sgombri – per mezzo di battaglie sia legali che fisiche – ed infine gestiscono la produzione. Con ciò fanno propri gli insegnamenti del Movimento dei Senza Terra del Brasile: “Occupare, resistere produrre”.

Alle leggendarie occupazioni dell’impresa di ceramiche Zanón (a Neuquén) (Argentina n.d.t.) quando alla fine del 2001 i 271 operai decidono di opporsi al licenziamento e si accampano all’esterno della fabbrica per mettere in esercizio quattro forni e dare inizio alla produzione sotto il controllo operaio, e della tessile Bruckman (in Balvanera Buenos Aires), nella quale 50 lavoratrici occuparono la fabbrica il 18 dicembre 2001 e successivamente, innanzi alla fuga degli impresari, controllarono la produzione, gli fecero seguito quella di centinaia di fabbriche recuperate ed occupate ma sopratutto, conferirono al proletariato argentino una riconosciuta esperienza in questo aspetto della lotta di classe.

Senza ulteriori dilazioni e per non abbondare in altri esempi (Uruguay, Messico o Colombia) dobbiamo passare al caso del Venezuela, dove negli ultimi decenni il movimento operaio si è spinto a seguito della Rivoluzione Bolivariana. Le numerose occupazioni ed il controllo operaio delle fabbriche sono stati appoggiati dal governo, che ha nazionalizzato molte di esse. Tra i padroni ed i lavoratori, i dirigenti venezuelani si sono saputi destreggiare sin dal principio. Non è casuale che nel 2005 il presidente Chávez proclamasse in Brasile che non c’era niente di buono dentro il capitalismo e che la strada verso la rivoluzione era il socialismo. Quello stesso anno nazionalizzò la cartiera Venepal occupata da tempo dai lavoratori, e mesi dopo fece la stessa cosa con la Constructora Nacional de Válvulas (denominata Inveval), anch’essa occupata da quando nel 2002 la fabbrica aveva chiuso dopo una serrata.

Furono poche decine di lavoratori quelli che favorirono la creazione del FRETECO (Frente Revolucionario de Trabajadores de Empresas Cogestionadas y Ocupadas) che portarono la lotta in strada ed organizzarono altri lavoratori in situazioni similari. Non è casuale che si celebrasse a Caracas il I Incontro Latinoamericano di Imprese Recuperate, dove proprio Chávez fece suo il motto dell’incontro: “fabbrica chiusa, fabbrica occupata.”

Con più coscienza e forza del caso argentino, il messaggio della classe operaia venezuelana per i proletari di tutto il mondo è chiaro: i lavoratori possono dirigere ed amministrare le imprese, e se possono assolvere questo compito possono anche dirigere ed organizzare l’intera società.

Gli scarsi esempi europei

Nell’autunno 2007, le 124 lavoratrici e lavoratori della fabbrica di biciclette “Strike Bike” di Nordhausen, piccola città dell’est della Germania, cominciarono l’occupazione ed il controllo della produzione a seguito di una serrata ed il licenziamento degli operai. Era un caso insolito nel panorama sindacale della Germania delle ultime decadi.

L’impresa francese di televisori “Philips” a Dreux ha sofferto un tracollo del propio mercato che può essere un altro esempio pragmatico di quello che è successo e sta succedendo in altri stati europei in questi anni di crisi galoppante. Dall’avere 7000 operai nell’anno 2005 è passata ad averne quasi duecento nell’anno 2009 e l’unica alternativa era sperare nelle sovvenzioni e nella cassa integrazione. Agli inizi di gennaio 2010, gli operai decisero di mettere la fabbrica in produzione per dimostrare, davanti al piano di chiusura della Confindustria, che la fabbrica era produttiva e poteva continuare a funzionare. Questo tentativo di controllo operaio durò solamente dieci giorni e la lotta dovette proseguire fuori della fabbrica, ma nel marzo del 2010 raggiunsero l’obiettivo di mantenere i posti di lavoro.

E più recentemente, nel mezzo di una crisi economica di cui non si vede la fine, martedì 12 febbraio 2013 è stato il primo giorno ufficiale di auto-gestione operaia della fabbrica di piastrelle e materiali di costruzione di Viomijaniki Metalleftiki, (Industrial Minera) a Salonicco, Grecia (filiale della Philkeram-Johnson, azienda leader della ceramica greca n.d.t.). Nel maggio 2011 l’Amministrazione di questa consociata di Filkeram-Johnson chiuse la fabbrica lasciando i lavoratori senza salario per diversi mesi. In risposta, i lavoratori della fabbrica si astennero dal lavorare da settembre 2011 fino a che in assemblea si decise, quasi all’unanimità, il 25 gennaio 2013, l’auto-gestione della fabbrica da parte dei lavoratori, “senza padroni ed altri parassiti e mediatori” (6)

A maggio 1973, i lavoratori della catena di montaggio della fabbrica di macchinari agricoli John Deere nella città tedesca di Mannheim con il loro scipopero diedero inizio ad uno dei cicli di lotta, (principalmente nell’industria metallurgica), più straordinari della storia proletaria della Germania, come scrivono Roth ed Ebbinghaus (7). Per questi autori, la lezione che scaturisce dall’ondata di scioperi di operai ed operaie tedeschi, “la fabbrica si è trasformata oggi in una forza imprenditoriale piena di armi che schiacciano le necessità dei lavoratori. La risposta può essere solamente trasformare la fabbrica in una fortezza, in un punto di partenza dal quale i lavoratori cortocircuitino il meccanismo a servizio del sistema” (op. cit, pag. 368).

O come diceva un rappresentante operaio dell’impresa venezuelana di arti grafiche Asertia, filiale della spagnola Indra, prima occupata e dopo nazionalizzata dal governo bolivariano: “Quando vediamo questi scenari, vedi un esempio di come è il sistema capitalista nel paese, di come distrugge la società, di come gioca con il salario, con la stabilità lavorativa dei lavoratori nel paese. Questo sistema capitalista deve finire una volta per tutte. E come può finire? Con l’acquisizione delle fabbriche da parte di tutto il settore operaio del paese, perché deve esistere il controllo operaio in ogni fabbrica e mezzo di produzione, non deve più accadere che i capitalisti si riempiano le tasche portando il denaro fuori dal paese attraverso le multinazionali” (8).

Essi chiudono le fabbriche, noi apriamo.
Essi rubano le terre e noi le occupiamo.
Essi fanno le guerre e distruggono le nazioni, noi difendiamo la pace e l’integrazione sovrana dei paesi.
Essi dividono, noi uniamo.
Perché siamo la classe lavoratrice,
Perché siamo il presente ed il futuro dell’umanità.

(Dichiarazione del I Incontro Latinoamericano di imprese recuperate dai lavoratori e lavoratrici, Caracas, Venezuela, Ottobre 2005 (9)

Manuel Almisas Albendiz

Fonte: www.rebelion.org

Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=166259
5.04.2013

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di FABIO BARRACO

NOTE

1: “Naturalmente, la condición fundamental de este éxito fue que la clase obrera, cuyos mejores elementos crearon la socialdemocracia, se diferencia en virtud de causas económicas objetivas, de todas las demás clases de la sociedad capitalista por su mayor capacidad de organización. Sin esta condición, la organización de revolucionarios profesionales sería un juego, una aventura. . .” (VI. Lenin. Obras completas. Ed. Cartago, Buenos Aires, 1960; t. XIII, p. 97.)
2: Publicado el 16 (3) de mayo de 1917 como anejo al núm. 13 del periódico “Soldátskaya Pravda”. T. ül, págs. 454–457.
3. – Anton Pannekoek. Los Consejos obreros. Ámsterdam, 1941-42. http://www.antorcha.net/biblioteca_virtual/politica/pannekoek/caratula.html
4. – Citado en el prefacio de la obra de E. Mandel “Control obrero, consejos obreros, autogestión, antología”, Editorial la Ciudad del Futuro, Buenos Aires, 1973.
5. – María Celia Cotarelo y Fabián Fernández. “La toma de fábricas. Argentina, 1964”. En: http://www.razonyrevolucion.org/textos/revryr/prodetrab/ryr3Cotarelo.pdf
6. – “En el corazón de la crisis, los obreros de Viomijanikí Metaleftikí (Industrial Minera) atacan el corazón de la explotación y de la propiedad”: Comunicado de Iniciativa Abierta de Solidaridad y Apoyo a la Lucha de los Trabajadores de Viomijanikí Metaleftikí. En: http://verba-volant.info/es/comienza-a-funcionar-la-fabrica-autogestionada-de-viomijaniki-metaleftiki-industrial-minera/
7. – KH Roth y Angelika Ebbinghaus. El “otro” movimiento obrero y la represión capitalista en Alemania (1880-1973). Ed. Traficantes de sueños, Madrid, 2011.
8. – Entrevista a trabajadores de la fábrica ocupada ASERTIA GC. Jueves 20 de Diciembre de 2012. Disponible en: http://www.luchadeclases.org.ve/lucha-obrera-leftmenu-166/7273-entrevista-asertia
9. – Lia Tiriba. Reflexiones sobre fábricas ocupadas y recuperadas por los trabajadores. Revista OSERA (Observatorio Social sobre Empresas Recuperadas y Autogestionadas) nº 6, 1º Semestre de 2012, Buenos Aires-Argentina. Disponible en: http://webiigg.sociales.uba.ar/empresasrecuperadas/PDF/PDF_06/Tiriba_revisado_.pdf
** Una referencia obligada debe ser la lectura y discusión del exhaustivo trabajo de Iñaki Gil de San Vicente, donde se encontrará una impresionante y diversa bibliografía:
“Cooperativismo obrero, consejismo y autogestión socialista. Algunas lecciones para Euskal Herria”. Iñaki Gil de San Vicente (2002). Disponibile a: http://www.rebelion.org/docs/121970.pdf

Documenti sull’occupazione delle fabbriche:

1. – La hora de los hornos (Argentina- Getino/Solanas, 1969- 260 minutos), en: http://www.youtube.com/watch?v=2osTsDH5sUc
2. – La toma (Argentina, A. Lewis y Naomi Klein, 2004-87 minutos), en:
http://www.youtube.com/watch?v=bpRjxJH6qQc
3. – Les lip, l’imagination au pouvoir (Francia, Christian Rouaud, 2007-118 minutos).

Pubblicato da Truman

  • Ercole

    Finalmente un articolo molto attuale che porta alla ribalta il Marxismo-Leninismo ,che fa da spartiacque tra il riformismo e la lotta di classe ,tra idealismo e materialismo dialettico è storico ,che mette in risalto ciò di cui hanno veramente paura i padroni e i loro servi a tutto ciò deve tendere l’umanità sottomessa al giogo del capitale per la sua liberazione dalla schiavitù salariata (quando va bene)impariamo dalla storia e facciamo tesoro delle esperienze di lotta a livello internazionale che siano di esempio alle attuali e future generazioni .Il proletariato non ha nazione ,internazionalismo rivoluzione.Mettiamo fine all’ideologia borghese che morfina le nostre coscienze con dibattiti inutili vuoti è astratti sulla Democrazia,libertà,parlamentarismo (borghese) M5S -pd-pdl-legge elettorale , corruzzione ,casta , mafia ,lobby, debito,e ciarpame di tuttii tipi di cui essa stessa crea, si nutre ,e si alimenta.

  • mincuo

    A me sembra quasi impossibile nel 2013 leggere articoli del genere, senza pensare che siano delle prese per il c..lo tragiche, come del resto erano anche a quei tempi. Evidentemente chi le scrive o le pubblica sa che c’è un bacino ampio a cui si puo’ ancora raccontare una collezione di fesserie simili anni ’70 o anni ’50 senza problemi.
    E altrettanto evidentemente, anche assumendo un tipo di logica, se invece di puntare sulla partecipazione azionaria diffusa, li dirigono sulla “okkupazione” e la mitica “autogestione” a meno che non sia di un negozietto, vuol dire che li stanno prendendo per il c..lo. Per conto di chi?
    Significa distruggere un’impresa in poco tempo dato che le competenze, specie se sofisticate, non si inventano, e come del resto è risultato sempre in quelle esperienze, uno sfacelo. Allora questi sono lì per dare un ulteriore mano a chi vuole distruggere l’impresa manifatturiera Italiana del tutto.
    Un conto è scioperare, rivendicare diritti, o anche mirare ad avere partecipazione azionaria, un conto è firmare la propria rovina.
    Neanche in URSS, pur con capitali di Stato, e quindi risolto quell’ulteriore problema, che qui neanche si pongono questi, c’era “autogestione”.
    C’erano quadri e manager di Stato, questi ultimi con un’autonomia non poi così tanto differente da quella Occidentale. E non c’era nemmeno una economia centralizzata vera e propria. Un altro mito. C’era un’economia policentrica, poco efficiente.
    Bene così comunque, chissà che prenda piede, così sfasciano prima e fanno un altro bel bolscevismo d’antan, partito unico, aboliscono sciopero, e gli operai che protestano diventano “sabotatori” e li fucilano direttamente.

  • Jor-el

    Be’, mi sembra che l’articolo parli di occupazioni di singoli stabilimenti, non della gestione di grandi multinazionali! Inoltre, in molti esempi, si cita lo Stato che interviene nazionalizzando l’impresa occupata e fornendo, quindi, un sostegno adeguato (si spera!). Non si parla di ciclopici sforzi per l’industrializzazione forzata, di gestione del sistema produttivo globale, ma di occupazioni di singole fabbriche allo scopo di preservare il posto di lavoro.

  • Jor-el

    Mi spiego meglio. Quando una fabbrica chiude, gli operai non possono esprimere grande forza contrattuale ricorrendo alle forme di lotta tradizionali. In quel caso, lo sciopero non ha nessuna efficacia. Di fronte a una fabbrica che chiude i battenti e lascia a spasso le maestranze, gli operai cosa fanno? Occupano la fabbrica e riprendono autonomamente la produzione. Questa cosa, contrariamente alla manifestazione o allo sciopero, può avere un’efficacia, costringendo lo Stato a intervenire e a schierasi o con la proprietà (sgombrando lo stabilimento e arrestando gli occupanti) o con gli operai (assumendosi parte della gestione dello stabilimento occupato sostenendo l’iniziativa degli operai). Non si tratta nè di autogestione nè di cogestione, ma di forme di lotta. Che da esse si possa ipotizzare un futuro modello industriale basato sul controllo operaio sulla produzione, solo il tempo potrà dire se è possibile o no. E’ qui, quando lo da per scontato, che l’articolista introduce una forzatura ideologica, presentando una forma di lotta come la soluzione a tutte le contraddizioni del modo di produzione. Le forme di lotte sono di per sé costituenti in quanto esprimono l’esercizio di un potere in contrasto con altri poteri, ma non per questo sono la soluzione. Occupando le fabbriche gli operai giocano una carta, ma la partita prosegue.

  • Santos-Dumont

    Quoto, e per chi volesse saperne di più sulla Flaskô, ecco il relativo site [www.fabricasocupadas.org.br] (in portoghese, ovviamente).

  • Santos-Dumont

    Saresti credibile se per ribattere all’articolo portassi esempi concreti invece di mantenerti comodamente sul generale.
    Patetico poi l’accenno all’URSS concepita tra le righe come realizzazione ideale del comunismo, sottintendendo che al di là del loro modello centralizzato nulla esiste.

  • gm

    Servono grandi competenze tecniche per portare avanti un’impresa? A parte il fatto che non sono solo gli “ignoranti” operai in tuta a impossessarsene e a mandarle avanti ma possono benissimo essere anche i quadri tecnici della stessa impresa. In secondo luogo come fanno i capitalisti a mandare avanti le loro imprese? (agnelli diceva che non sarebbe stato capace neppure di gestire una tabaccheria!) Lo fanno pagando i tecnici che gli servono! Benissimo, vuol dire che in futuro saranno gli operai – e non i capitalisti – a comprare e pagare i tecnici che gli serviranno. E per quelli che non vorranno farlo ciccia! vuol dire che rimarranno disoccupati (per non arrivare alle maniere forti puntandogli – come diceva Lenin – le baionette alla schiena!).
    Certo è che, da parte operaia (e intendo anche i tecnici) non c’è altro modo di superare il capitalismo che quello di impossessarsi e di gestire le fabbriche … altro che “azionariato diffuso”!

  • Jor-el

    Non ho queste adamantine certezze. Io vedo l’occupazione delle fabbriche e l’autogestione come forme di lotta, non come la prefiguarazione di un futuro modo di produzione in cui gli operai sostituiscono i padroni cortocicuitando il comando capitalista sul lavoro. Aldilà del fatto che questo possa o non possa funzionare, io alla fine della storia vedo fabbriche completamente automatizzate e uno o due tecnici che controllano il tutto da casa. Lo sviluppo della tecnologia tende all’eliminazione del lavoro vivo. Questo in futuro può tradursi in una tragedia che non ha eguali nella storia dell’umanità oppure in un modo di produzione in cui tutti lavorano ma pochissimo e senza rinunciare al reddito. Io non vorrei che in tutto questo entusiasmo per l’autogestione si nasconda una sostanziale accettazione di salari più bassi.

  • mincuo

    Sono pressochè l’unico abituato a portare esempi concreti, a citare, a mettere links. Qui non l’ho fatto e ho fatto invece, anche per brevità, solo un’ affermazione riguardo ai risultati dell'”autogestione” nel passato, anche perchè, salvo qualcuno qui, per il resto del mondo non si improvvisa un direttore amministrativo, finanziario, di produzione, commerciale ecc….Mi sembrava già una cosa logica e sufficiente.
    Contrariamente a quel che puoi pensare trovo però che tu abbia comunque ragione a farmi questo rilievo. Forse scriverò qualcosa, ma trattandosi di economia non si può ridurre a due righette: “buono” o “cattivo”. Posso farlo per il Cile dell’epoca o per il Venezuela odierno. Mi auguro che Santos Dumont pratichi nel frattempo questo standard qualitativo per tutti, a cominciare da lui stesso. Non mi ricordo tuttavia molti documenti di Santos Dumont.
    Proclami e giudizi me li ricordo, ma documenti al momento pochini.

  • mincuo

    Sì servono grandi competenze tecniche signor GM. E anche diversificate. Altrimenti i “padroni” non pagherebbero direttori amministrativi, esperti fiscali, esperti legali, direttori di produzione, esperti nella gestione della logistica, direttori commerciali, direttori finanziari, progettisti, disegnatori e tutti questi e altri con uffici con personale qualificato, i cosiddetti quadri. Forse nel mondo di GM ci sono solo i “padroni” e “gli operai” in un’impresa, neanche gli impiegati.
    Se poi GM dice che “vuol dire che in futuro saranno gli operai – e non i capitalisti – a comprare e pagare i tecnici che gli serviranno” allora significa appunto che non è “l’autogestione” ma il controllo del capitale. E perchè poi gli operai? E non gli impiegati? Mistero.
    Comunque significa anche avere rischio d’impresa.
    La baionetta ecc….invece non credo. Quelli andranno a farsi un’impresa altrove, dove non ci sono baionette, e non solo quelle.

  • mincuo

    Patetico poi l’accenno all’URSS concepita tra le righe come realizzazione ideale del comunismo, sottintendendo che al di là del loro modello centralizzato nulla esiste..
    Dovreste mettervi d’accordo. Probvate a fare un “collettivo”.
    Perchè io ho sempre distinto puntigliosamente tra comunismo (un’utopia) e bolscevismo, la pratica, provocando regolarmente alti lai.

  • mincuo

    Addirittura il sacro nome di Lenin ho toccato, per molti l’emblema del “comunismo”. Mettetevi d’accordo. Urge “collettivo”.

  • Georgios

    Scusa, tu gli anni ’70 e ’50 li hai vissuti? Hai una, sia pure pallida, idea di quello che e’ successo nel cosiddetto autunno caldo?
    E poi, di quale “partecipazione azionaria” parli? Quella di tipo Enron?
    E ancora, chi ha distrutto e sta distruggendo le industrie italiane negli ultimi 20 anni? Gli operai? Va a sentire (o leggere) quello che racconta Nino Galloni (non Lenin)

    http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11789

  • gm

    Non mi sembra di aver parlato di “autogestione” se con questo si intende un potere che non intacca il potere decisionale capitalista. Ho parlato di “impossessamento” cioè di “appropriazione delle fabbriche” da parte, tendenzialmente e sperabilmente, di tutti i lavoratori delle fabbriche e intendendo per lavoratori non solo quelli in “tuta” ma anche gli stessi “tecnici” i cosiddetti “quadri”. Che poi qualcuno qui mi dipinga come un vetero “operaista” è frutto o di fraintendimento o di aperta mala fede e deformazione di quanto ho scritto e scrivo.
    Naturalmente sono d’accordo con Jor-el che il futuro si prefigura come altamente automatizzato ma non credo che, finchè esisterà il capitalismo, scomparirà il lavoro vivo perchè è il solo che può produrre plusvalore. La scomparsa del lavoro vivo (almeno nelle fabbriche produttive di merci) non avverrà ad opera dell’automazione, per quanto spinta agli estremi, ma solo dalla fuoruscita dal capitalismo.
    Un’ultima nota riguardo agli “specialisti” che servono in una fabbrica. Non credo affatto che in un sistema socialista serviranno tutti quelli attualmente al soldo dei capitalisti. Molte specializzazioni tipiche di questo sistema sicuramente sparirebbero in una diversa organizzazione produttiva e sociale magari sostituite da altre più adatte. Probabilmente, ad es. non ci sarà bisogno di esperti di “risk management”.
    Inoltre, tanto per provare a intenderci meglio, specifico che io non vedo affatto una serie di fabbriche in cui al singolo capitalista si sostituiscano i suoi operai e tecnici di quella singola fabbrica … se così fosse saremmo ancora nel capitalismo (con la sostituizione del consiglio di amministrazione capitalista con un consiglo di amministratori fatto di operai e tecnici che finirebbero, inevitabilmente, per diventare essi stessi dei capitalisti o, comunque, degli oligarchi anche se agissero apparentemente a nome di tutti gli operai e tecnici della fabbrica) e rimarremo ancora nel capitalismo “concorrenziale”. Le fabbriche invece, dovranno essere gestite dall’intero corpo sociale (naturalmente attraverso opportuni organi decisionali elettivi) e in base a piani di sviluppo che tengano conto dei bisogni veri dell’intera popolazione di una nazione. “Soviet di fabbrica” si ma soviet collegati fra loro e collegati anche a “soviet della scuola” quanto a “soviet cittadini” … “soviet generali”, quindi, che sovrintendono all’intera produzione indirizzandola, senza nessuna concorrenza di tipo capitalistico, verso i bisogni autentici delle persone e non per accumulare profitti a favore di un singolo individuo.
    Non vedo cosa ci sia di tanto abominevole in tutto questo che, invece, sarebbe espressioine di un più elevato concetto di civiltà e di una migliore produzione anche meno indifferente dell’attuale a tanti problemi ambientali. Se in un sistema del genere ci fossero poi dei “tecnici” tanto affezionati al vecchio da non accettare il nuovo, che se ne vadano pure nei paesi capitalistici (ammesso che ce ne siano ancora) che preferiscono … ma si scordino di ritornare a meno che non abbiano deciso di cambiare cervello e mettere le loro capacità tecniche al servizio dell’intera nazione piuttosto che del singolo o di singoli capitalisti.

  • mincuo

    Buono quello. E’ omonimo di qiuello che dice di essere “economista” ma non lo è, o che diceche ebbe incarico di metetre mano all’economia Italiana, ma non risulta da nessuna parte. Ma per favore su….fa il bravo.

  • Georgios

    E’ una risposta questa?