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ECCO LA FINE DELLA CRESCITA. OVVERO: TECNOCRAZIA STADIO SUPREMO DEL CAPITALISMO ?

DI MAURO BONAIUTI
il-main-stream.blogspot.it

IL FATTO

Il 14 novembre scorso – davanti alla platea degli esperti del Fondo Monetario Internazionale, riunito per la sua 14 riunione annuale, – Larry Summers, uno dei più scaltri e influenti economisti americani, ex Segretario del Tesoro, ha pronunciato un discorso per molti versi eccezionale in cui, per la prima volta in contesto ufficiale, si è parlato esplicitamente di “stagnazione secolare” o come qualcuno l’ha ribattezzata di “Grande stagnazione”: a cinque anni dalla Grande Recessione – dice Summers – nonostante il panico si sia dissolto e i mercati finanziari abbiano ripreso a salire, non c’è alcuna evidenza di una ripresa della crescita in Occidente. Il discorso di Summers è stato ripreso da varie testate economiche (Financial Times, Forbs, e in Italia da Micromega e la Repubblica) oltre che dal premio Nobel Paul Krugman, che già da qualche tempo andava sostenendo tesi assai simili dal suo blog sul New York Times.

Nonostante il discorso di Summers e la conferma di Krugman abbiano ovviamente provocato molte reazioni, le loro affermazioni non hanno ricevuto sostanziali smentite, soprattutto da parte dei responsabili delle istituzioni economiche americane e occidentali. Insomma, la notizia è ufficiale: l’età della crescita potrebbe essere davvero finita e parlarne non è più eresia. Come ex-eretico, dunque, sento l’urgenza di intervenire su un tema che avevo anticipato nel mio ultimo libro La grande transizione seppure partendo da premesse molto diverse da quelle di Summers e Krugman.

L’ANALISI DEL PROBLEMA

Chiariamo per cominciare come Summers e Krugman giungono alle loro conclusioni. Va detto innanzitutto che, nonostante qualche cenno al rallentamento dell’innovazione e della crescita demografica, le ragioni profonde del declino delle economie occidentali avanzate restano sullo sfondo. Il punto di partenza di Summers è pragmatico. Poichè i flussi finanziari rappresentano ormai le interconnessioni indispensabili al funzionamento del sistema economico, il collasso della finanza del 2007 ha comportato una sostanziale paralisi del sistema. È un po come se, argomenta Summers, in un sistema urbano venisse d’improvviso a mancare l’80% della corrente elettrica. Tutte le attività ne risulterebbero paralizzate. Quando tuttavia la corrente elettrica viene ripristinata, ci si aspetterebbe un ripresa dell’attività economica su livelli maggiori di quelli anteriori alla crisi: questa ripresa non c’è stata. Come si spiega questa ripresa deludente? Secondo Summers e Krugman, le trasformazioni strutturali del sistema hanno portato il tasso di interesse naturale, cioè il tasso che mantiene in equilibrio i mercati finanziari e garantisce condizioni prossime alla piena occupazione, a divenire stabilmente negativo. Per quanto incredibile possa sembrare, i due grandi economisti ci stanno dicendo che, per convincere le imprese ad investire in misura sufficiente da garantire la piena occupazione, bisognerà non solo offrire loro denaro a costo zero, ma addirittura far sì che possano renderne meno di quanto è stato prestato.

In altre parole, dunque, Summers e Krugman ci stanno dicendo che le condizioni strutturali del sistema economico sono tali per cui le imprese si aspettano mediamente che il valore di ciò che viene prodotto e venduto sia inferiore al costo di produzione (una volta dedotto una sorta di profitto normale). Naturalmente questo potrebbe sembrare un problema innanzitutto delle imprese, se non fosse che viviamo ormai in una “società di mercato” e dunque i redditi nelle loro diverse forme, e con essi la nostra vita materiale in quasi ogni sua forma, dipendono ormai interamente dalla possibilità che la macchina economica continui a funzionare.

LA TENTAZIONE TECNOCRATICA

Anche il non economista potrà a questo punto intuire che qualcosa di potenzialmente molto pericoloso si intravede in questa rappresentazione del prossimo futuro. La possibilità di realizzare investimenti profittevoli è infatti la molla fondamentale dell’attività capitalistica e dire che per convincere gli imprenditori ad investire sarà necessario offrire loro tassi di interesse negativi, sostenendo inoltre che questo non è uno spiacevole e temporaneo inconveniente ma “un inibitore sistemico dell’attività economica”, significa riconoscere implicitamente che il capitalismo è ormai un sistema entrato nel reparto geriatrico e che per mantenerlo attivo è necessario offrirgli dosi di droga finanziaria almeno costanti (ma di fatto crescenti).

Su questo ultimo punto Krugman è esplicito: “Ora sappiamo che l’espansione del 2003-2007 era sostenuta da una bolla speculativa. Lo stesso si può dire della crescita della fine degli anni ’90 (legata alla bolla della new-economy). Nello stesso modo anche la crescita degli ultimi anni dell’Amministrazione Reagan fu guidata da una ampia bolla nel mercato immobiliare privato”. La conclusione è chiara: “no buble no growth” cioè senza speculazione finanziaria non c’è più crescita, e lo stesso Summers avverte che i provvedimenti presi per regolamentare i mercati finanziari potrebbero essere controproduttivi, rendendo ancora più alti i costi di finanziamento per le imprese.
Naturalmente Krugman e Summers si guardano bene dal trarre conclusioni pessimistiche sulla salute di lungo termine del capitalismo, come evitano con cura di allargare l’analisi sulle cause del malessere economico fino a comprendere tutti quei costi sociali ed ambientali che non rientrano nel calcolo degli indicatori economici tradizionali.

Tuttavia, anche limitando l’analisi a questi aspetti economici, lo scenario presentato è estremante serio e foriero di conseguenze. Questo quadro si chiarisce ulteriormente analizzando le proposte di intervento pensate dai due economisti, che indicano come sarebbe concretamente possibile rianimare un’economia nelle nuove condizioni di tasso di interesse naturale stabilmente negativo.
La prima proposta suona come una revisione in salsa tecnocratica dei tradizionali incentivi keynesiani alla spesa. Secondo Krugman si potrebbe decidere, ad esempio, di dotare tutti gli impiegati di Google Glass (una sorta di occhiale multimediale) e altri strumenti che consentono di essere perennemente connessi ad internet. Anche se poi ci si accorgesse che si tratta di una spesa inutile, questa decisione politica sarebbe comunque positiva in quanto costringerebbe le imprese ad investire… Ovviamente sarebbero preferibili spese “produttive”, ma nello scenario attuale non si può andare tanto per il sottile: anche spese improduttive sono meglio di niente.

Ma questo evidentemente non può bastare. Di fronte a un tasso di interesse naturale stabilmente negativo occorre spingersi oltre. Per Krugman un modo ci sarebbe: “si potrebbe ricostruire l’intero sistema monetario, eliminare la cartamoneta e pagare tassi di interesse negativi sui depositi.” Traducendo per i non economisti questo significherebbe niente meno che togliere la possibilità ai cittadini di comprare e vendere attraverso la moneta cartacea (che per definizione non costa nulla) e rendere forzose la transazioni con carta di credito, appoggiata necessariamente su conti correnti sui quali sarebbe tecnicamente possibile un prelievo forzoso di alcuni punti percentuali l’anno. In questo modo si costringerebbe la gente a spendere di più (la ricchezza infatti si deprezza restando immobilizzata su un conto in cui si paga un interesse invece di riceverlo) consentendo inoltre di allettare, con il ricavato, le imprese recalcitranti ad effettuare nuovi investimenti. Un’altra soluzione proposta prevede di alimentare un tasso di inflazione crescente che porterebbe agli stessi risultati, riducendo progressivamente il potere di acquisto dei cittadini in modo ancora più subdolo e surrettizio.
Se queste sono le idee che sorgono alla “coscienza di un liberale” (per riprendere il titolo della rubrica di Krugman) per far fronte all’incapacità ormai cronica del capitalismo di crescere, non è difficile immaginare cosa, a partire dalla stessa lettura della realtà, potrebbe venire in mente a chi, per tradizione, ha sempre auspicato risposte tecnocratiche e autoritarie alle crisi del capitalismo. E’ evidente che, una volta imbracciata questa logica, tutto si giustifica, e anche le normali libertà, come quella di decidere come e dove impiegare i propri risparmi, divengono sacrificabili sull’altare di qualche punto percentuale di PIL. La prospettiva è chiara: tutti, volenti o nolenti, credendoci o meno, si dovrà partecipare al nutrimento forzoso – per via finanziaria – della macchina capitalista.

Quanto detto è sufficiente a capire su quale sentiero si potrebbe incamminare il “riformismo neo-keynesiano” (con l’appoggio degli ex neoliberisti alla Summers) nell’era dei rendimenti decrescenti. Il tutto è tanto più serio in quanto ci troviamo di fronte non ad una crisi congiunturale, per quanto grave, ma ad un processo di rallentamento strutturale e, sopratutto, progressivo. E qui veniamo al secondo punto fondamentale.

RENDIMENTI DESCRESCENTI E L’IMPOSSIBILE RITORNO AL PASSATO

Anche se si decidesse che il funzionamento della macchina economica è l’interesse supremo cui tutto è sacrificabile, dove ci porterebbe questa scelta? Cosa dire della base materiale ed energetica su cui fondare il rilancio della crescita? Su questo naturalmente i due economisti non spendono una sola parola. Perché è evidente che per quanto affidato alla finanza, un ritorno della crescita significa nuove risorse naturali da utilizzare, prodotti da vendere per poi gettare rapidamente, tutto per tenere in movimento – da una bolla speculativa all’altra – la macchina economica globale.

Qui si evidenzia la differenza incolmabile tra il keynesismo terminale di Krugman e il rilancio del sistema industriale immaginato, (peraltro con ben altre finalità) negli anni Trenta da Keynes. Quello che gli economisti tardo keynesiani sembrano non capire è quanto il contesto sia completamente mutato rispetto all’età della crescita: dove possiamo oggi costruire case o infrastrutture per rilanciare occupazione e consumi, dove trovare nuove risorse energetiche e materie prime a buon mercato, come creare nuovi consumatori offrendo loro modelli di vita capaci di trasformare in pochi anni intere società?

Se, come credo, le economie capitalistiche avanzate sono entrate già da quaranta anni in una fase di rendimenti decrescenti questo non dipende solo dalla riduzione nella produttività degli investimenti delle multinazionali. Siamo di fronte ad un fenomeno di ben più vasta portata che comprende la riduzione della produttività dell’energia (EROEI), dell’estrazione mineraria, dell’innovazione, delle rese agricole, dell’efficienza dell’attività della pubblica amministrazione (sanità, ricerca, istruzione), oltre che di una sostanziale riduzione della produttività legata al passaggio da un’economia industriale a una fondata sostanzialmente sui servizi. E sopratutto, cosa che manca completamente nell’analisi di Summers e Krugman, si tratta di un fenomeno evolutivo e dunque incrementale.

I rendimenti decrescenti, inoltre, non comportano solo una riduzione dei rendimenti dell’attività economica quanto, piuttosto, un generale aumento del malessere sociale, e questo a causa dell’aumento di svariati costi, di natura sociale ed ambientale, legati sopratutto alla crescente complessità della megamacchina tecnoeconomica, che ricadono come “esternalità” sulle famiglie e sulle comunità e che non rientrano nel calcolo degli indici economici. Occorrerà dunque ragionare in termini ben più ampi, non solo in termini di PIL, ma della capacità delle politiche di generare benessere e occupazione stabili (e in condizioni di sostenibilità ecologica e non solo economica).

In conclusione, benché sia un fatto di per sé eccezionale che i sostenitori dello status quo (sia di ispirazione neoliberista che keynesiana) siano disposti ad ammettere, pragmaticamente, la “fine della crescita”, questi non sono disposti a riconoscere che le loro proposte per tenere in vita il sistema sono ormai entrate in rotta di collisione con la libertà democratica (oltre che, da tempo, con la sostenibilità ecologica). Insomma dove il capitalismo è una cosa seria, come negli Stati Uniti, si riconoscere pragmaticamente il problema, e ci si attrezza per affrontarlo. Credo tuttavia che il problema dovrebbe cominciare ad interessare anche quelli che, nella vecchia Europa come in Italia (e sono moltissimi, a sinistra, ma anche nelle reti e nell’associazionismo di base) credono ancora alla possibilità di un capitalismo addomesticato, ad un modello di “mercato regolato” che dovrebbe produrre insieme occupazione, giustizia sociale e sostenibilità ambientale.

Dal nostro punto di vista il passaggio non traumatico dalla “grande stagnazione” ad una società sostenibile richiede un ripensamento ben più profondo e radicale dei valori e delle regole di funzionamento della nostra società, una “grande transizione” che si lasci alle spalle questo modello economico e i problemi – sociali, ecologici, economici – creati dall’ineliminabile dipendenza del capitalismo dalla crescita.

Mauro Bonaiuti
Fonte: http://il-main-stream.blogspot.it/
Link: http://il-main-stream.blogspot.it/2014/01/un-intervento-di-mauro-bonaiuti.html
23.01.2014

Pubblicato da Davide

  • Black_Jack

    L’articolo è molto interessante però finisce sul più bello; si menziona un "ripensamente ben più profondo e radicale dei valori" però non se ne dice niente.

    Il seguito alla prossima puntata.
  • ericvonmaan

    85 persone nel mondo guadagnano la stessa cifra di 3,5 MILIARDI di persone. Il problema non è la "crescita" o la sua fine, il problema è la distribuzione della ricchezza, assolutamente iniqua immorale e ripugnante. Nel mondo ce ne è in abbondanza per stare più che bene, tutti, nessuno escluso.

  • Georgios

    L’economia non e’ che sia il mio forte, ma ho sentito da qualche parte che oggi il 5% della popolazione del pianeta possiede il 70% della ricchezza. E che esiste un relativamente piccolo numero di banche e imprese che possiede 1.400 di trilioni di dollari di ricchezza creativa che richiedono urgentemente un modo per essere espressi in ricchezza reale.
    Dato che il PIL globale del pianeta ammonta a circa 70 trilioni di dollari si capisce che si tratta di un’operazione impossibile, a meno che, tutto il pianeta non si metta a lavorare senza paga, senza mangiare e senza dormire per 20 anni consecutivi.
    Cioè ci troviamo nella sfera dell’irrazionale e questo si vede ormai chiaramente dal momento che il vecchio spot propagandistico "il comunismo vi prenderà le case e renderà vostre mogli delle prostitute", e’ diventato prassi dell’economia neoliberista globalizzata.
    E come lasciano intendere i commenti sopra, il più bello sta per arrivare. Speriamo presto.

  • sankara

    Ciao Georgios, ho provato a risponderti ma credo che ci siano problemi nell’inviare e-mail con il programma di CDC. In caso se volessi scrivermi all’indirizzo sankarat13@yahoo.it..ciao e grazie della disponibilità

  • Georgios

    Ciao sankara
    Ho provato anch’io con la mail "interna" ma forse, come dici tu, c’è qualche problema.
    Comunque puoi scrivermi qui se desideri. Non abbiamo mica dei segreti da condividere!

  • ilsanto

    Come sempre tutto dipende da come si guarda il problema.

    Certo che in USA, EU, Y servirebbero tassi negativi per convincere le industrie a restare ed investire magari anche una riduzione del cuneo fiscale, del costo dell’energia, una semplificazione della burocrazia ma perchè tutto questo ?
    Per il semplice motivo che si è fatta la globalizzazione e se sei una multinazionale la produzione ti costa meno in Cina, India, Vietnam, etc etc quindi se vuoi che resto mi devi compensare in mille modi ( Marchionne docet ).
    Quindi è del tutto inutile discutere di una cosa se non si affronta il problema alla radice e cioè il peccato originale la Globalizzazione.
    Idem per le risorse mancano perche la globalizzazione ha fatto crescere di miliardi i consumatori.
    Peggio ancora ma si vuole capire o no che bisogna fare una politica demografica senza la quale prima o poi x le risorse scoppia una guerra ? 
    Tutta questa attenzione alla finanza secondo me è strumentale x non parlare dei problemi veri tanto contro i soldi non ti ci puoi mettere e un cambiamento del sistema è di la da venire anche se ritengo sia giusto dire che il capitalismo è sbagliato dalle fondamenta o quanto meno superato per tutti i motivi che conosciamo a partire dalla proprietà privata che è una ingiustizia galattica, allo snaturamento della natura dell’uomo che normalmente non è egoista, prevaricatore, arrivista, ruffiano, violento, criminale, bugiardo come ti insegna a diventare il capitalismo per finire nella malattia di chi pur avendo di che campare per tutta la vita continua ad accumulare milioni o miliardi di pezzetti di carta alla paperon dei paperoni una sorta di ludopatia.
  • babuskin
    La produzione capitalistica ha come scopo il profitto e non i bisogni dei produttori. Il vero limite della produzione è il capitale stesso, è questo: che il capitale e la sua autovalorizzazione appaiono come punto di partenza e punto di arrivo, come motivo e scopo della produzione; che la produzione è solo produzione per il, e non al contrario i mezzi di produzione sono dei semplici mezzi per una continua estensione del processo vitale per la società dei produttori.

    Il saggio del profitto costituisce la forza motrice della produzione capitalistica; viene prodotto solo quello che può essere prodotto con profitto e nella misura in cui tale profitto può essere ottenuto.

    Da qui l’ angoscia degli economisti di fronte alla diminuizione del saggio del profitto.

    L’ espansione dei mercati non può andare di pari passo con quella della enorme forza produttiva. La collisione diviene inevitabile e poiché non può presentare nessuna soluzione sino a ché non manda a pezzi lo stesso modo di produzione capitalistico diventa periodica.

    La produzione capitalistica genera un nuovo CIRCOLO VIZIOSO.

    Nelle crisi la contraddizione tra produzione sociale e appropriazione capitalistica perviene allo scontro violento.

    Il Capitale, libro terzo C. Marx 1894

    Antidhring, F.Engels 1879.

    Niente di nuovo

  • Georgios

    Pur non condividendo la tua preoccupazione demografica, il tuo finale e’, a dir poco, straordinario.

  • Georgios

    Parole sacrosante.
    Una domanda però ce l’avrei: cosa si prevede per la finanza creativa? Perché da quel che so (che non e’ poi moltissimo) solo una piccola parte del capitale viene oggi investita in processi produttivi. Il resto si gioca al casinò con vincite scontate (tranne rarissime eccezioni tipo Islanda).

  • ilsanto

    Ti ringrazio per l’apprezzamento, per la demografia, io nel 73 ho letto i limiti dello sviluppo del MIT e dire che mi ha colpito è poco, una vera illuminazione. Non gestire una crescita della popolazione di tipo esponenziale in un sistema finito ci espone ad una sorte atroce quanto il capitalismo, pensaci quando una popolazione non ha terra o risorse a sufficienza per sfamare i propri figli cosa vuoi che faccia ? Una guerra ovviamente. La storia è un lungo elenco di questi avvenimenti la tecnologia ci aiuta ma non può fare miracoli, se per caso non l’hai letto te lo consiglio e so che ci sono stati aggiornamenti ma il primo resta comunque il migliore. Se ti piace la narrativa c’è " Inferno " di Dan Brown un romanzo anche bello ma il succo è quello. 

  • ilsanto

    Chiunque dotato di un minimo di intelligenza non nel 2008 ma nel 1990 poteva pensare che finita la guerra fredda e restato il capitalismo o liberismo l’unico "Sistema" questo si sarebbe espanso in tutto il mondo e dato che una caratteristica del liberismo è di equilibrare geograficamente il PIL/abitante visto che và ad investire ove conviene di più, va da sè che un flusso enorme di investimenti sarebbe stato diretto verso la Cina e paesi una volta sottosviluppati. La stupidagine di portare HonKong, Singapore, Taiwan quale luminoso esempio di come questi si siano presto portati al nostro livello senza tener conto ( volutamente ) che parliamo di pochi milioni di abitanti contro il miliardo dei paesi sviluppati ovviamente non vale più quando si parla dei miliardi di Cina, India, Indocina, Indonesia, Russia, Brasile, Pakistan, Bangladesh, Turchia etc. Anche senza considerare i limiti delle risorse, il sistema si comporterebbe come dei vasi comunicanti quindi a fronte della crescita dei BRICS e altri ci sarebbe stato lo STOP dei paesi OCSE e la loro recessione verso un nuovo equilibrio. Giustamente non era una crisi passeggera ma strutturale. Voluta, volutissima per distruggere la classe lavoratrice e ripristinare il controllo dei capitalisti che a lungo avevano masticato amaro con il sindacato. Voluta per elevarsi a livello sovranazionale volando la dove la politica non può condizionarli, anzi condizionandola col danaro che tanto serve ai politici per essere eletti. Voluta perchè giocando su più tavoli alla fine le tasse non le pagano più anzi gli stati li finanziano pur di averli nei loro confini pur di avere qualche stabilimento. Voluta perchè sanno benissimo dei limiti dello sviluppo e sanno benissimo che presto ci saranno risorse per pochi, pochissimi ( 1-5% ) e che serve una drastica riduzione della popolazione che ovviamente riguarderà solo i disoccupati, pensionati, precari, dipendenti, artigiani non certo i capitalisti delle multinazionali

  • Georgios

    Accetto senz’altro la condizione posta: "la crescita della popolazione di tipo esponenziale in un sistema finito ci espone ad una sorte atroce". Lo stesso discorso d’altronde vale anche per le risorse di un sistema finito in relazione ad uno sviluppo di tipo "perpetuo" (come il capitalismo lo intende).
    Ho però 2 riserve, non in senso assoluto (non sono un esperto), ma in linea di principio:
    1. Credo sia prematuro parlare, specialmente oggi, di questo problema che può essere strumentalizzato da parte dei poteri forti del capitalismo che possono usare dei metodi, di fatto atroci, col pretesto di affrontarlo.
    2. In ogni caso questo reale problema non sarà mai affrontato in modo umano ed equo dal capitalismo stesso. Bisogna prima finirla col capitalismo per poi risolverlo.
    Infine questo "club di Roma", come le varie ONG, non mi ispira proprio nessuna fiducia.
    Ti ringrazio per i suggerimenti.

  • Georgios

    Quando ho commentato sopra, non avevo ancora letto questo.
    Quindi credo che in linee di massima siamo d’accordo.

  • sankara

    Ciao Georgios,

    intanto grazie per la disponibilità. In riferimento alla precedente mail "interna" credo che tu ti riferisca al
    deficit delle "amministrazioni pubbliche" calcolato in base alle
    normative europee

     http://epp.eurostat.ec.europa.eu/statistics_explained/index.php/Government_finance_statistics/it

     http://epp.eurostat.ec.europa.eu/statistics_explained/index.php/Glossary:General_government

     anche da quando risulterebbe da questi link, mi sembra che
    l’indebitamento degli enti pubblici venga in generale considerato ai fini del
    calcolo dei parametri del Patto di stabilità europeo. Semmai ci sono eccezioni
    per Stati come la Germania che ha contrattato l’esenzione dei debiti della KfW
    dal calcolo dei parametri del Patto di stabilità. Ti inviterei comunque a
    provare a tradurre qualche documento o a fare tu stesso un articolo in merito
    sulla nascita dell’enorme debito greco. Io ritengo la questione molto
    importante per fare piazza pulita di tante minchiate sui "greci
    fannulloni" e così via. In ogni caso manda pure qualche altra denuncia
    sulla questione, magari con google traduttore provo lo stesso a capirci
    qualcosa…

     Sulla questione di Goldman Sachs, mi ricordo che Gustavo Piga ha
    scritto diversi articoli sul suo blog, evidenziando come anche la BCE nasconda
    informazioni sui contratti derivati Goldman-Grecia. Sarebbe da capire il costo
    di questi contratti per la Grecia. Quegli avvocati di cui ti ho dato il link ne
    parlavano (si, c’è un pdf da scaricare, ma solo in lingua greca
    purtroppo). 

     Ancora una domanda, Georgios: ma Papandreu e Papakostantinou quali
    "vantaggi" avrebbero pensato di trarre dall’autodichiarare un deficit
    così alto? Va bene che si tratta di governanti-servi, però anche il servilismo
    ritengo abbia i suoi limiti, soprattutto se il risultato finale è la tua fine
    politica. Tu che ne pensi? Ti avrei postato qualche altro articolo
    che ho in archivio, però qui allungherebbe troppo .

    Grazie, buone cose per tutto.

    Sankara

  • Georgios

    I primi due link della "interna" si riferiscono, il primo al calcolo reale del deficit del 2009 e il secondo al perché certi enti pubblici (come energia, acqua etc) NON avrebbero dovuto costituire un peso per il deficit del governo centrale. Non mi chiedere di dimostrare questi dati, perché non ho né l’autorità né la conoscenza scientifica in materia. E’ per questo che ti ho mandato i link dove chi parla e’ esperta in materia oltre ad essere stata membro dell’ente di statistica greco.

    Sulla storia dell’enorme debito greco e’ stato fatto un racconto esauriente in passato in questo sito:

    http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11816

    Inoltre sulla questione dei popoli fannulloni non c’è da dimostrare niente. Chi crede a queste fesserie sarà il prossimo fannullone.

    Scendere nei particolari di quello che ha fatto la Goldman Sachs e come questi imbrogli pesano e peseranno sulla Grecia sarebbe un’impresa (e non credo solo per me).

    Per quel che riguarda il comportamento di certi personaggi usa e getta e la loro carriera politica non c’è da meravigliarsi. La storia insegna, ci sono sempre stati. Chi perché era semplicemente ingenuo e travolto dal senso di potere, chi aveva un preciso impegno da molto prima e poi l’ha messo in atto, chi era semplicemente ricattabile e cosi via.

    Concludendo un consiglio: Non ti fidare più di tanto del EUROSTAT che dipende dalla Commissione. Alla falsificazione del deficit greco in questione, è dentro fino al collo.