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ECCO CHE SUCCEDE SE CROLLA L'ECONOMIA

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Peak Prosperity

L’Argentina è un paese dove l’odore della crisi ormai si riconosce da lontano. Il debito sovrano ha fatto bancarotta tre volte negli ultimi 32 anni e sembra che sia sul punto di andarci di nuovo. Il peso, si è svalutato di oltre il 20% nel solo mese di gennaio. L’inflazione attualmente è arrivata al 25%. Il deficit del bilancio sta esplodendo e, se si vuol dare retta alle stime dei default swap rates, il mercato dà all’Argentina l’ 85% di possibilità per un altro crack entro i prossimi cinque anni.

Volete sapere come si vive durante una bancarotta monetaria? L’Argentina è una finestra aperta da cui possiamo vedere, in tempo reale, quello che succederebbe in qualsiasi altro paese.

Per questo, abbiamo invitato Fernando FerFAL” Aguirre per farci avere dei commenti in diretta sugli eventi che si stanno vivendo sul campo. Come vive in questo momento per l’argentino medio?

Aguirre ha iniziato la sua attività di blogger durante il periodo in cui l’iperinflazione distrusse l’economia argentina nel 2001 e da allora ha dedicato la sua carriera professionale ad educare il pubblico raccontando le sue esperienze e le sue osservazioni sulle conseguenze di tutto ciò che continua a produrre effetti.

E’ anche autore di Surviving the Economic Collapse in cui rivela molti paralleli tra il percorso che portò alla bancarotta dell’Argentina e i fatti analoghi che stanno succedendo nella maggior parte dei paesi occidentali, compresi gli Stati Uniti.

L’ intervista che gli feci nel 2011 Case Study su come crolla una Economia rimane un punto saldo a cui molti fanno riferimento.

Chris Martenson: Puoi darci qualche aggiornamento su quello che sta accadendo in Argentina, in questo momento, per quanto riguarda la sua moneta, il peso?

Fernando Aguirre: Piuttosto recentemente, il 22 gennaio scorso, il peso ha perso il 15% del suo valore. Si è svalutato un po’. Quella settimana ha finito per perdere il 20% del suo valore poi da quel momento è impazzito. L’inflazione è sfuggita di mano in certi settori, il cibo è aumentato fino al 100%, i negozi di alimentari hanno aumentato i prezzi del 20% e, in certi casi, del 30%. Così tuttto è diventato tremendamente complicato. Ci sono un sacco di negozi che non vogliono vendere la merce che hanno in magazzino fino a quando non vedono che i prezzi sono aumentati. I fornitori non fanno consegne, in attesa di vedere come vanno le cose … ma questi sono comportamenti ben conosciuti dagli argentini, perché è proprio quello che successe nel 2001, quando tutto andò a finire come sappiamo.

Chris Martenson: Inflazione al 100% e al 20%, intendi dire inflazione annua ?

Fernando Aguirre: Questa è una inflazione di pochi giorni. Il cemento a Balcarce, una delle città nel sud dell’Argentina, per esempio, è aumentato del 100% in una notte, ha raddoppiato il prezzo. Come pure nei negozi di alimentari a Córdoba, ma anche a Buenos Aires, la gente racconta di un aumento dei prezzi del 20- 30% proprio in questi giorni. Attualmente la mia famiglia in Argentina mi dice che non riescono a comprare niente neanche dal ferramenta, perché i negozi vogliono resistere per vedere dove arriveranno i prezzi tra qualche giorno.

Chris Martenson: Quindi questo è uno di quei grandi misteri dell’inflazione. Ovviamente “I soldi volano”. Per questo tutti cercano di sbarazzarsi dei loro soldi (comprando qualsiasi cosa). Si potrebbe pensare che questo dovrebbe far aumentare il giro di affari. Ma se ci si mette dall’altra parte del banco, se si pensa di essere il proprietario di un negozio, si capisce che si ha tutto l’interesse a tenersi la merce stretta, il più a lungo possibile. Così come una tragica ironia, anche se il denaro sta circolando veloce in un modo pazzesco, le merci cominciano a sparire dagli scaffali. E’ così che stanno andando le cose?

Fernando Aguirre: Assolutamente si. Scaffali mezzi vuoti. Il governo cerca sempre di mostrare i muscoli per evitare questo tipo di problemi, cerca di costringere le aziende a rifornirsi di nuovi prodotti, ma queste, semplicemente, continuano a tenere duro. Per esempio, il gas è salito del 12% in questi ultimi giorni. E non c’è davvero niente che si possa fare per questo. Ma comunque se il prezzo delle merci non verrà aumentano, le aziende non sono disposte a vendere niente. E’ una situazione piuttosto complicata.

Chris Martenson: C’è qualcosa che somigli a un “calmiere” per controllare i prezzi ? C’è qualche obbligo che si deve rispettare ?

Fernando Aguirre : Come sapete, il controllo dei prezzi non funziona mai. Voglio dire, l’hanno già provato in Argentina, l’anno scorso una delle notizie che circolavano era che il governo aveva congelato i prezzi dei prodotti alimentari e di alcuni elettrodomestici. Non ha funzionato. Solo pochi giorni dopo quel “presunto congelamento” i prezzi ” congelati” già aumentavano. Subito dopo la data di scadenza ufficiale del provvedimento, i prezzi sono immediatamente raddoppiati.

Chris Martenson : Allora vorrei chiederti : Quante persone in Argentina ancora hanno dei dollari nelle banche argentine ? Una delle caratteristiche del 2001 era che la gente aveva dei dollari depositati in banca. Poi le banche hanno chiuso, hanno stappato lo spumante e dopo un paio di settimane, hanno riaperto ma …. Sorpresa …. il numero del conto corrente non era cambiato, ma i soldi depositati erano in pesos, non erano più in dollari. Quello fu un vero furto, se posso dirlo. Ci sarà qualcuno che oggi in Argentina ha dei soldi in banca. In questo senso come stanno funzionando le cose?

Fernando Aguirre : Beh, prima di tutto, vorrei chiarire a chi ci ascolta : Le banche che fecero certe operazioni, sono le stesse banche che stanno in tutto il mondo. Non sono delle strane banche Sudamericane o Argentine – sono sempre le stesse-solite banche. Non ci si dovrà stupire se non si vergogneranno a rubare anche in altri posti.

Fonte: http://www.zerohedge.com

Link: Here’s What It Looks Like When Your Country’s Economy Collapses

09/2/2014

Il testo italiano di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte ComeDonChisciotte.org e l’autore della traduzione Bosque Primario

Pubblicato da Bosque Primario

  • oggettivista

    Chissà quali argomenti useranno i nostri eroi antieuro (Borghi, Rinaldi, Barnard, Bagnai etc) in difesa del loro Modello Argentina…

  • Georgejefferson

    Hai ragione,meno male che c’e’ la troika a difenderci dai demagoghi “che la fanno facile”,tipo “stampa carta e salvi il mondo”,hanno ragione i ragazzini di youtube con le loro critiche “oggettive”,non c’e’ bisogno di studiare.

  • AlbertoConti

    Una cosa è cercare di capire la realtà, sempre e comunque, altra è fare
    sciacallaggio ideologico sulle fragilità di Davide contro Golia.

    Tra le
    due Cristine il match è decisamente impari, se poi ci si mette anche la
    malattia.

    Molto più preoccupante trovo la "Alianza del
    Pacìfico":

    Colombia, Cile, Messico e Perù hanno
    firmato nei giorni scorsi un accordo che elimina, con azione immediata, i
    dazi sul 92% dei prodotti commerciali
    al fine di aumentare gli scambi e
    conquistare i mercati della regione Asia-Pacifico, attraendo gli investimenti
    esteri. Liberalizzazione in vista anche per i capitali e libero accesso
    alle persone che potranno quindi viaggiare senza visto di ingresso.

    I
    fautori della ‘Alianza’ rimarcano che non si tratta di un accordo ideologico
    e tanto meno di una contrapposizione agli altri blocchi regionali formati negli
    ultimi 15 anni
    . Ma appare chiaro a tutti che si tratta di una contromisura
    nei confronti dell’approfondimento del Mercosur (Mercado comun del Sur),
    i cui soci sono Argentina, Brasile, Venezuela, Uruguay, Paraguay
    (quest’ultimo sospeso negli scorsi mesi)
    , e soprattutto dell’Alba
    (Alianza bolivariana per i popoli delle Americhe)
    fortemente voluta dall’ex
    presidente venezuelano Hugo Chavez, a cui hanno aderito, oltre al
    Venezuela, Bolivia, Cuba, Ecuador e Nicaragua.

  • Chigi

    «L’inflazione è sfuggita di mano in certi settori, il cibo è aumentato fino al 100%, i negozi di alimentari hanno aumentato i prezzi del 20% e, in certi casi, del 30%.»

    Hanno aumentato i prezzi del 20 o 30% ed il cibo è aumentato fino al 100% ??????

    Che economia del cazzo che hanno…

    «

    Chris Martenson:  Inflazione al 100% e al 20%, intendi dire inflazione annua ?

    Fernando Aguirre: Questa è una inflazione di pochi giorni


    Minchia!!!! hanno un’inflazione annuale del 10.000% annuale, più di noi !!!!!!!!

    «Il cemento a Balcarce, una delle città nel sud dell’Argentina, per esempioè aumentato del 100% in una notte, ha raddoppiato il prezzo

    E non ti dico quanto è aumentato di giorno, uno sproposito, proprio, ho dovuto comprarlo alla città affianco….

    Ma per favore……………………ho sentito dire da un mio cugino che in argentina, forse….ma non lo dire a nessuno…..c’è un…………..


  • Franco-Traduttore

    Le affermazioni di questo autore sono assolutamente inveritiere. Avendo qualche informazione di prima mano, posso senz’altro dire che la situazione non è assolutamente quella descritta. 

    La svalutazione della valuta locale sarà pari, grosso modo, al livello cumulato dell’inflazione, a partire da quando il Peso è stata tenuto artificialmente sopravvalutato, illudendosi che in questo modo si poteva combattere l’inflazione [fermo restando che un valore ottimale dell’inflazione non l’ha mai calcolato nessuno!].
    La svalutazione del Peso, al di là di qualche trauma di brevissimo termine, farà ripartire l’economia locale, restituendole una valuta che ben la rappresenta. 
    Il pericolo relativo ai maggiori oneri che saranno dovuti per le importazioni tecnologiche, che sono abbastanza anaelastiche, è ben conosciuto, e quindi ben contrastabile.
    Con buona pace di tutti.
  • oggettivista

    Forse la situazione è più complessa di quanto si creda e di quanto ci danno ad intendere i personaggi di cui scrivi sul tuo sito.

  • Georgejefferson

    Il sito mio non centra nulla.Appunto,dovresti leggere un po di piu,oltre alle battutine.Proviamo Bagnai,la fa facile come dicono i bambini che leggono 2 righe?Vediamo:

    E dopo che si fa?
    Questa crisi richiede un deciso cambio di paradigma, che è fuori dalla portata di chi si ostina a difendere l’esistente, per difetto etico (collusione con il potere, incapacità di ammettere un errore), o politico (incapacità di immaginare un cambio di rotta senza sopportare enormi costi in termini elettorali). Il nuovo paradigma, evidentemente, deve muovere dal superamento degli errori del vecchio, e da una percezione chiara, e articolata per priorità, dei problemi che abbiamo di fronte. Problemi, giova ricordarlo, che quando non sono stati creati, non sono stati nemmeno risolti dall’entrata nell’euro. Problemi, va anche detto, che non sono tutti alla nostra portata, né come singoli, né come collettività nazionale. Tuttavia se prima non si acquisisce una consapevolezza, è impossibile proporre un’azione politica tale da coinvolgere altri soggetti (siano essi il vicino di casa, o altre nazioni europee). L’agenda di quello che si può fare parte anche da una visione costruttiva, e non scaltramente distruttiva, di quello che non si può fare, o non da soli, o non adesso.
    Il quadro sopra delineato chiarisce che l’uscita dall’euro, di per sé, non risolverebbe tutti i problemi. Ma questo nessuno potrebbe pensarlo, nessuno l’ha mai né creduto né detto né in Italia né altrove. Le analisi dei possibili percorsi di uscita dall’euro abbondano e sono facilmente consultabili su internet. Da inventare c’è veramente poco, e nessuna fra le analisi proposte, che esamineremo in dettaglio, considera l’uscita dall’euro come risolutiva. Chi sostiene il contrario è disinformato o in cattiva fede.
    Se abbiamo unito bene i puntini, l’agenda mi sembra sia evidente: bisogna smontare pezzo per pezzo le istituzioni partorite dai paradigmi fallimentari che hanno messo in crisi la nostra economia e soprattutto la nostra democrazia, seguendo quattro linee guida:
    –  uscire dall’euro, come affermazione di sovranità e di democrazia, riprendendo il controllo della politica valutaria;
    –  ristabilire il principio che la Banca centrale è uno strumento del potere esecutivo, e non un potere indipendente all’interno dello Stato;
    –  riprendere il pieno controllo della politica fiscale, non più costretta ad agire in funzione prociclica (cioè a rispondere alle crisi con tagli);
    –  adottare, nella misura consentita dagli atteggiamenti dei partner commerciali, e propugnare nelle sedi istituzionali, una politica di scambi con l’estero basata sul principio che squilibri persistenti della bilancia dei pagamenti, quale ne sia il segno, cioè siano essi surplus o deficit, devono essere simmetricamente combattuti, secondo il principio che abbiamo definito dell’External compact.
    Queste quattro linee guida hanno una serie d’implicazioni. Precisiamo subito le più importanti.
    Riprendere il controllo della politica valutaria significa, in primo luogo, lasciare che il tasso di cambio nominale torni a un valore più allineato con i fondamentali dell’economia. Per l’Italia, oggi, ciò implica una svalutazione non catastrofica, di un ordine di grandezza verosimilmente inferiore a quello sperimentato dalla lira dopo la crisi del 1992, o dall’euro nei primi due anni della sua introduzione. In nessuno di questi due precedenti storici l’Italia è stata devastata dall’iperinflazione. Discuteremo fra breve, razionalmente, quale sarebbe l’impatto di questo provvedimento sul nostro tenore di vita. Ma riprendere il controllo della politica valutaria significa anche rientrare in possesso di uno strumento che consenta di difendersi da shock esterni, siano essi determinati da crisi economiche, siano essi il risultato di politiche deliberate di aggressione commerciale (nelle pagine precedenti abbiamo visto esempi dell’uno e dell’altro caso).
    Riprendere il controllo della politica monetaria significa:
    –  rifiutare il dogma dell’indipendenza della Banca centrale, e quindi l’articolo 104 del Trattato di Maastricht, il quale al primo comma recita:
         È vietata la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Bce o da parte delle Banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate “Banche centrali nazionali”), a istituzioni o organi della Comunità, alle amministrazioni statali, agli enti regionali, locali o altri enti pubblici, ad altri organismi di diritto pubblico o a imprese pubbliche degli Stati membri, così come l’acquisto diretto presso di essi di titoli di debito da parte della Bce o delle Banche centrali nazionali.
        Se ciò comporti un’uscita dall’Unione, o solo una sospensione dell’applicazione del Trattato, è materia controversa, la cui soluzione dipende comunque dall’atteggiamento delle controparti europee (ne parleremo più avanti). Certo, alla luce di quanto abbiamo detto finora, l’Italia, se intende difendere i valori fondanti della propria Costituzione, non può più permettersi di aderire a un progetto d’integrazione continentale fondato sul principio antidemocratico della costituzione di un “quarto potere” monetario indipendente. L’insofferenza crescente nelle sedi internazionali verso questo principio e verso l’ideologia ad esso sottostante potrebbero consigliare atteggiamenti interlocutori alle controparti europee;
    –  rivedere la riforma bancaria del 1994, ripensando il concetto di banca “universale” o “mista”, di derivazione tedesca, da essa introdotto, e ristabilendo la separazione delle funzioni fra banca commerciale e banca d’affari, sancita in Italia dalla legge bancaria del 1936. Quest’ultima si ispirava al Glass-Steagall Act del 1933, che aveva riformato il sistema bancario statunitense smantellando i meccanismi che avevano fomentato la speculazione borsistica prima della crisi del 1929. Oggi numerosi commentatori (ad esempio, Stiglitz, 2012) attribuiscono all’abrogazione del Glass-Stegall Act una responsabilità diretta nella crisi finanziaria statunitense, e nei Paesi anglosassoni è animato il dibattito sul cosiddetto ring fencing (separazione delle funzioni).[1]
    –  reintrodurre il “vincolo di portafoglio”, cioè l’obbligo per le banche di acquistare titoli di Stato fino a una certa quota del proprio attivo. Questa norma, introdotta nel 1973, aveva lo scopo di contenere il costo del debito pubblico, favorendone il collocamento. Essa venne abrogata nel 1983, “anche grazie all’incessante pressione di Mario Monti” (Zingales, 2012). Andreatta (1991) ricorda che il progetto complessivo di divorzio prevedeva la “costituzione di un consorzio di collocamento tra banche commerciali”, ma che “i tempi non erano maturi per affrontare questi aspetti e la Banca d’Italia preferì procedere solo sul nuovo regolamento della sua presenza nelle aste”. Prevalse insomma la “linea Monti”, che, come sempre, aveva motivazioni ideali “alte” (favorire l’efficienza allocativa del mercato), e conseguenze politiche più spicciole (orientare il conflitto distributivo). Vedremo che la reintroduzione di un simile vincolo viene data per scontata da tutte le proposte più sensate di smantellamento del
    l’euro, provenienti sia da economisti di sinistra come Sapir (2011b), sia da economisti espressione della comunità finanziaria come Bootle (2012).
    Riprendere il controllo della politica fiscale significa evidentemente ripudiare gli obiettivi di pareggio di bilancio e di rientro coattivo del debito verso soglie prive di particolare valore economico, come quelle stabilite dal Fiscal compact. Ciò posto, la politica fiscale dovrebbe, nel breve periodo, stimolare l’economia attraverso una politica di piccole opere volte:
    –  alla riqualificazione del patrimonio pubblico (edilizia scolastica, patrimonio artistico e archeologico, eccetera);
    –  alla messa in sicurezza del territorio (viabilità locale, monitoraggio e gestione del rischio idrogeologico, eccetera);
    –  all’integrazione e riqualificazione degli organici della pubblica amministrazione, stabilizzando le posizioni precarie, normalizzando i percorsi di carriera e le procedure di reclutamento.
    Queste misure devono avere come obiettivo complementare quello di rilanciare l’occupazione, riportando il tasso di disoccupazione dall’attuale 10 per cento sotto al 6 per cento, e riattivando il tessuto economico del Paese, tramite la valorizzazione del tessuto delle piccole e medie imprese.
    Nel medio-lungo periodo, la politica fiscale dovrebbe finanziare e gestire misure che favoriscano la crescita sostenibile e la competitività del Paese, da orientare secondo i seguenti assi prioritari:
    –  definire le linee di un piano energetico nazionale che affronti il tema del contenimento degli sprechi e dell’incentivazione delle energie rinnovabili, adeguando il Paese alle best practices europee, con l’obiettivo minimo di rispettare l’obiettivo definito dalla strategia europea 20-20-20 (parlamento europeo, 2008), rispetto alla quale l’Italia si trova in ritardo (Deutsche Bank, 2012), e l’obiettivo strategico di ridurre la dipendenza da fonti fossili, che vincola la crescita del Paese;
    – adeguare, anche in questa ottica, gli investimenti in istruzione e ricerca al livello dei partner europei, portando la spesa in ricerca e sviluppo dall’1 per cento al 2 per cento del Pil, riaffermando il ruolo chiave dello Stato nell’incentivazione e nella tutela della ricerca fondamentale;
    –  recuperare il digital divide (ritardo nell’uso delle tecnologie digitali) che separa l’Italia dagli altri Paesi industrializzati e ne penalizza la crescita, adeguando il Paese ai requisiti dell’Agenda digitale europea (Unione europea, 2012c; Messora, 2011);
    –  adeguare la dotazione infrastrutturale del Paese, con particolare riguardo alle reti di trasporto locale;
    –  promuovere una riforma strutturale della pubblica amministrazione volta all’abbattimento dei costi della politica e della corruzione, incidendo in particolare sulla disciplina delle società a partecipazione pubblica (disciplina delle nomine, ripristino dei controlli di legittimità sugli atti, eccetera), e su quella delle autonomie locali attuata con la riforma del Titolo V della Costituzione (Barra Caracciolo, 2011).
    [1]. La Commissione indipendente per la riforma del sistema bancario, nominata dal governo britannico, ha emesso nel giugno 2012 un libro bianco (Hm Treasury, 2012) che dedica un intero capitolo al ring fencing.
    E poi, a p. 392:
    La gestione dell’External compact
    Ma questo è ormai il passato. Se per il futuro si accetta la logica dell’External compact, non si può sfuggire alla conclusione che la sua gestione richiede il ripristino di una naturale flessibilità del cambio fra Paesi membri, almeno finché questi avranno diversi mercati del lavoro.
    Rimangono ancora validi i tre principi fondamentali indicati da Meade (1957, p. 394):
    –  i Paesi partecipanti devono impegnarsi a effettuare politiche di stabilizzazione macroeconomica interna, volte nei Paesi in surplus a evitare la deflazione (il contrario di quanto ha fatto la Germania) e nei Paesi in deficit a evitare l’inflazione;
    –  gli aggiustamenti di cambio devono avvenire in regime di fluttuazione libera e rispettando un principio di simmetria, ovvero la valuta dei Paesi in surplus deve essere libera di apprezzarsi, quella dei Paesi in deficit deve essere libera di deprezzarsi;
    –  deve essere creato un meccanismo (un Fondo monetario europeo, per capirci) che sia in grado di fornire valuta di riserva ai Paesi in deficit, consentendo loro di gestire senza traumi economici e sociali il processo di aggiustamento.
    Tutto questo nel contesto di un principio di coordinamento in base al quale “ogni Paese membro riconosce formalmente che gli altri membri hanno un interesse legittimo alla stabilizzazione della sua economia, per quanto riguarda redditi, prezzi e costo del lavoro, e, in particolare, al fatto che Paesi in surplus evitino la deflazione e Paesi in deficit evitino l’inflazione”. Come abbiamo più volte ricordato, il Tfue già prevede che le politiche economiche dei Paesi membri siano coordinate. Questo interesse legittimo dovrebbe essere la base per stabilire un effettivo, simmetrico e preventivo monitoraggio degli squilibri macroeconomici (qualcosa di diverso da quello inefficace, asimmetrico e postumo proposto nel 2011 dalla Commissione europea).
    Sarebbe un errore, dice Meade, pensare che la libera fluttuazione del cambio apra a uno scenario di oscillazioni devastanti:
    Se si applicano delle ragionevoli politiche per la stabilizzazione delle economie nazionali, nulla potrebbe essere più assurdo; di converso, se tali politiche non vengono applicate, non è possibile immaginare alcuna politica della bilancia dei pagamenti sensata per una zona di libero scambio. Se si applicano delle ragionevoli politiche di stabilizzazione interna, rimarranno da aggiustare degli shock esterni, o delle moderate divergenze nella dinamica dei prezzi e dei costi del lavoro. A questo scopo, i tassi di cambio oscilleranno moderatamente in su o in giù; e bisognerebbe incoraggiare in ogni modo lo sviluppo di un libero mercato dei cambi a termine, che minimizzi i problemi causati da queste oscillazioni. (Meade 1957, p. 395).
    Queste, evidentemente, devono considerare anche il mercato del lavoro, tenendo presente che:
    Solo se si possono definire delle opportune regole di fissazione dei salari i governi Europei saranno in grado di utilizzare il proprio potere di controllo sul sistema bancario e sulle politiche di bilancio in modo da combinare il pieno impiego con una sufficiente stabilità, per rassicurare i propri cittadini e gli investitori esteri che non sarà necessario speculare continuamente al ribasso sulla valuta nazionale.
    Mentre, d’altra parte:
    Il controllo dell’inflazione dal lato del costo del lavoro può essere affrontato solo su base nazionale, perché i sindacati e i meccanismi contrattuali variano enormemente da Paese a Paese [come oggi, ndt]. Ci sono sicuramente divergenze di trattamento; e differenze fra Paesi europei nella variazione percentuale dei prezzi e dei costi del lavoro, per quanto piccole, possono creare seri problemi di bilancia dei pagamenti accumulandosi negli anni.
    Morale:
    Per questa ragione, se non altro, i tassi di cambio fra le valute europee devono restare variabili, se si desidera evitare l’impiego di restrizioni più o meno permanenti delle importazioni come strumento pe
    r compensare divergenze crescenti fra i livelli dei prezzi nei vari Paesi.
    Certo: noi quest’ultimo problema non lo abbiamo avuto. Il protezionismo è stato accuratamente evitato, mentre veniva consentita la disoccupazione, che ha il pregio, come abbiamo visto, di contenere il costo del lavoro. Ma percorrendo all’indietro questo ragionamento, sempre attuale nei suoi fondamenti economici, non si può che giungere alla conclusione che se invece vogliamo tornare a rispettare il principio (iscritto nei trattati europei) di promozione del pieno impiego, allora dobbiamo smontare la moneta unica, reintrodurre la flessibilità del cambio per assicurare uno svolgimento ordinato degli scambi esteri, il tutto in un contesto di politiche di stabilizzazione interna volte a garantire che sul mercato dei cambi non si scarichino indebite pressioni (e quindi a disinnescare eventuali aspettative destabilizzanti negli operatori).
    In questo senso, tornano utili, acquistando un senso nuovo, numerose proposte fatte negli ultimi anni da una serie di economisti eterodossi.
    Mi riferisco in particolare alle proposte di:
    –  adottare uno standard europeo di salario minimo garantito (differenziato per Paese, ma definito secondo comuni regole europee; Hein, 2012);
    –  parametrare la crescita dei salari a quella della produttività (Sapir, 2011b), eventualmente legando alla produttività la crescita del salario reale minimo (cioè delle retribuzioni minime garantite corrette per il costo della vita) e prevedendo ulteriori aumenti per i Paesi in surplus commerciale (Brancaccio, 2011). Oppure, in modo forse più trasparente, determinare la crescita delle retribuzioni nominali sommando alla crescita della produttività quella di un comune obiettivo di inflazione concordato fra i Paesi dell’area (evidentemente, dimenticandosi il funesto “2 per cent or less” della Bce);
    –  programmare la spesa pubblica in modo tale che il deficit pubblico, dato l’ammontare della tassazione, compensi il surplus privato (la differenza fra risparmio e investimento privato), assicurando in tal modo l’equilibrio del saldo delle partite correnti (Hein, 2012), e una crescita compatibile con l’equilibrio della bilancia dei pagamenti.
    Queste proposte, con l’eccezione di quella di Sapir (2011b), fanno per lo più parte di progetti di difesa dell’esistente, di tentativi di “tenere insieme i cocci” dell’euro, poco condivisibili e poco credibili, certo non per la scarsa razionalità economica dei suggerimenti e di chi li propone, ma per l’evidente inattuabilità politica. Non ha senso proporre nuove forme di coordinamento in un contesto (quello dell’euro) nel quale l’esigenza di coordinamento, sancita dai trattati, avrebbe già potuto attuarsi nelle forme consuete, se solo ci fosse stata la volontà politica. Dentro l’euro non ci può essere coordinamento, perché l’euro è il moderno gold standard, intrinsecamente basato sulla legge del più forte e sulla repressione delle classi subalterne (e della democrazia).
    Ma le stesse proposte, nel contesto dell’External compact – e quindi dopo il ripristino della flessibilità di cambio e l’esplicita assunzione di un obiettivo di conti esteri bilanciati nel medio periodo – assolverebbero il compito essenziale di garantire la stabilizzazione macroeconomica, permettendo alla necessaria flessibilità del cambio di operare in modo efficiente, senza provocare episodi di turbolenza sui mercati, secondo le linee già indicate da Meade.
    L’adesione convinta e fattuale a queste regole sarebbe il primo segnale di una effettiva volontà di cooperazione e di integrazione economica. Si può speculare sul fatto che laddove esse fossero state seguite fin dall’inizio, l’Eurozona non sarebbe arrivata a una crisi così grave. Ma la storia non si fa con i se, notoriamente. Se queste regole, di puro buon senso, non sono state attuate, un motivo ci sarà stato, ed era quello, evidente, che in un contesto che impediva ai Paesi più fragili di difendersi, i Paesi più forti non avevano particolari motivi di mitigare le proprie pretese.
    Viceversa, il mantenimento della flessibilità del cambio sarebbe la versione moderna dell’antico adagio: si vis pacem, para bellum. L’adeguamento dei tassi di cambio intraeuropei diventerebbe sempre meno necessario a mano a mano che i mercati del lavoro europei si integrassero e adottassero regole comuni. Ma nel contesto dell’External compact non sarebbe possibile per un Paese praticare deflazioni competitive in violazione dei princìpi di coordinamento, perché gli altri Paesi potrebbero reagire immediatamente con una svalutazione difensiva del cambio, senza sacrificare i propri obiettivi di occupazione e di sviluppo. Quando chi è aggredito ha un’arma per difendersi, è più facile che emergano soluzioni cooperative.