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E SE RINUNCIASSIMO ALL'ITALIA ?

DI CARLO LOTTIERI

ilsussidiario.net

Quindici anni fa, in una fase storica che vedeva il Paese ormai impantanato in logiche politiche incapaci di affrontarne i problemi strutturali dell’economia e della società, ne L’asino di Buridano (ora ripubblicato dall’editore Guerini) Gianfranco Miglio immaginò una sua via d’uscita, essenzialmente basata su una struttura confederale e macro-regionale. L’Italia doveva lasciarsi alle spalle lo Stato nazionale e unitario di costruzione ottocentesca, affidarsi a logiche pattizie più coerenti con una società d’ispirazione democratica e liberale, ridefinirsi attorno ad aree omogenee per storia e struttura produttiva.

Quindici anni sono pochi e sono tanti al tempo stesso. Se l’essenza della riflessione migliana resta valida, qualcosa merita indubbiamente di essere rivisto, aggiornato, ripensato.

Non è in nessun modo realistica, in particolare, l’idea di una “via italiana” (o romana) alla soluzione dei problemi che affliggono il Paese. Innamorato della dimensione anche tecnica e ingegneristica dei dispositivi costituzionali, Miglio ancora 15 anni fa pensava che non fosse da escludere l’ipotesi di una classe politica italiana disposta a suicidarsi nella sua dimensione nazionale per riscoprire una propria vocazione locale. Questa illusione ora non è più ammissibile e non vi sarà mai una riforma delle istituzioni, a Roma, che ponga fine a quel potere romano che vede politici settentrionali e meridionali cooperare con tanta passione.

In secondo luogo, non è realistico prevedere un’Italia che tenga vivi tenui legami confederali, così come non era realistico immaginare che la Lituania o la Georgia potessero stare in una confederazione che avesse al centro la Russia. Se l’Italia perderà la configurazione prefettizia acquisita nel diciannovesimo secolo, al suo posto vi saranno piccole realtà tra loro assai slegate: non mancheranno certo accordi e alleanze (per giunta entro un condiviso quadro europeo), ma difficilmente vi sarà una struttura comune intesa in senso classico.

Certo è impossibile sapere se l’Italia saprà ammettere il fallimento della sua unificazione o invece continuerà a illudersi che sia riformabile anche l’irriformabile. Ma se un giorno l’unità verrà messa in discussione, come giustamente Miglio invitava a fare, quella che ne conseguirà sarà una soluzione di tipo catalano.

Qualche segnale va emergendo. A Trieste, ad esempio, c’è un movimento assai attivo che usa argomenti di diritto internazionale (legati all’amministrazione Onu delle zona A e B, create all’indomani del 1945) per rivendicare il diritto ad amministrarsi da sé: dando vita a un Lussemburgo di taglio adriatico e mitteleuropeo. Nel Tirolo meridionale, inoltre, va riemergendo la voglia di ricollegarsi a Innsbruck ed essere sempre più europei e sempre meno italiani. E spinte centrifughe sono visibili anche in Sardegna, in Lombardia e in altre parti del Paese. Ma la potenziale Catalogna d’Italia è il Veneto.

Miglio immaginava una soluzione confederata basata essenzialmente su tre grandi aree: Nord, Centro e Sud. Le premesse di un anti-Risorgimento vincente, invece, giungono da realtà più piccole e — ciò che è molto importante — dotate di una propria struttura istituzionale.

Il Nord di Miglio, come la Padania vagheggiata dai leghisti, non ha confini e non ha un parlamento. Non così è il Veneto, che dispone di un presidente, di un palazzo del governo e di una sua assemblea rappresentativa. E che nei mesi scorsi ha approvato una legge regionale che istituisce un referendum consultivo sull’indipendenza che l’attuale esecutivo si è subito preoccupato di impugnare dinanzi alla Corte costituzionale.

Matteo Renzi vuole giocare alla Mariano Rajoy (niente “diritto di voto” per i catalani), e non alla David Cameron. Il referendum scozzese ha però rappresentato uno spartiacque nella storia europea: ha detto che l’unità nazionale di uno Stato dipende dalla volontà, e solo dalla volontà, delle comunità che ne fanno parte.

In qualche modo, anche “retoricamente”, Miglio riteneva che l’Italia potesse ancora essere salvata soltanto disfacendola. Oggi le linee di tendenza ci dicono che l’alternativa è tra un’Italia che salva se stessa e condanna gli italiani, oppure un’Italia che si dissolve per dare alle diverse comunità italiane una qualche chance di farcela. E a questo punto c’è da domandarsi in che modo, nei mesi a venire, il potere romano saprà resistere dinanzi a chi chiede di mettere una scheda entro un’urna.

La crisi spagnola in corso, che vede Madrid interpretare logiche neo-franchiste, attesta quanto sia difficile per gli Stati democratici opporsi ai movimenti indipendentisti che chiedono di andare alle urne e far decidere tutto con il voto. Le nostre istituzioni pubbliche sono macchine poderose che sottraggono diritti e risorse (ormai il 50 per cento di quanto viene prodotto) legittimandosi con le procedure elettorali. Renzi può disporre di tanta parte dell’economia e della società italiane perché si sente legittimato dal voto. Ma se il voto è così nobile e potente, come può lo stesso Renzi negarne l’esercizio a quei veneti che vogliono interpellare la popolazione in merito alla scelta tra status quo e una Serenissima 2.0?

Esattamente come quando Miglio scrisse quelle pagine, non è affatto da escludere l’ipotesi che nulla cambi e che il nostro resti il Paese del gattopardismo. Ma l’Europa sta mutando: in Scozia già hanno votato e il 9 novembre catalano (la data fissata per un referendum che la Spagna considera illegale) è ormai alle porte.

L’ipotesi che il Veneto sia l’anello che non tiene è assai seria. Ben poco c’è da aspettarsi dalla Corte costituzionale e dal nostro ceto politico, ma vi sono processi che prendono luogo indipendentemente da queste cose. E talvolta prima di sprofondare nel nulla una società cerca di ripensarsi su basi nuove.

Carlo Lottieri

Fonte: www.ilsussidiario.net/

Link: http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2014/10/20/LETTURE-E-se-rinunciassimo-all-unita-d-Italia-La-profezia-di-Gianfranco-Miglio/2/544677/

20.10.2014

Pubblicato da Davide

  • albsorio

    Miglio parlava di macro regioni sul Corriere della sera nel 1975. 

    Poi si può essere parte dell’Europa, non cosi com’è, cioè con regole fiscali diverse. Paesi aderenti con proprie motete, es Inghilterra, con una moneta privata garantita da debito pubblico, con 18 commissari nominati da chissachi che governano dietro ad un paravento democratico, il Parlamento Europeo…
  • Georgios

    Eh, sì. E’ tempo che l’Italia sappia "ammettere il fallimento della sua unificazione". La deve smettere di continuare a "illudersi che sia riformabile anche l’irriformabile". E magari cosi anche la Grecia, la Spagna, la Francia… Dai, facciamo di
    tutta l’Europa un gigantesco puzzle balcanico. Fatto di ZES.

    Che sono 200 o più anni di storia rispetto all’eternità? D’altronde e’ la storia che ci insegna che l’umanità e’ cominciata da un enorme stato globale che e’ andato via via trasformandosi e spezzandosi in entità sempre più piccole. Ed ora, passato il tempo degli stati-nazione, e’ arrivato finalmente quello dei vassal states noti anche come protettorati o stati fantoccio. Ove si fa un business che di più si muore.

    Strano che questo fervore secessionistico e campanilista con tendenze magari verso il proprio quartiere o giardino di casa, sia coinciso con l’unificazione della "grande Europa" di Van Rompuy, di Barroso e di Juncker.

    Forza asini. Dividetevi. Sta scritto ne L’asino di Buridano.

  • castagna

    Mi sembra del tutto evidente che le
    popolazioni attualmente ingabbiate e mortificate da 150 anni nel
    “contenitore-italia” potranno uscire dalla crisi sistemica e
    storica che le opprime solo se sapranno reinventare e armonizzare i
    rapporti tra il nord e il sud dell’attuale stato italiano. E ciò
    vuol dire creare due o tre nuovi stati coerenti per storia,
    geografia, cultura, sociologia ed economia. Ciò viene come prima e
    più importante soluzione.

    Poi, secondo punto, questi due o tre
    nuovi stati devono ripudiare e bandire costituzionalmente il debito
    pubblico.

    E, terzo punto, conseguentemente
    uscire dall’euro. (Eventualmente, con una moneta europea disegnata
    differentemente, alcuni stati ex italiani potrebbero decidere di
    aderire)

    Questi sono i tre punti più importanti
    socio-economicamente. Altro è solo chiacchiericcio di
    ideologicizzati nazionalisti/cattolici/comunisti, oppure di persone
    che hanno qualche peloso interessate nel mantenere il marcescente
    status quo.

    In oltre è altrettanto ovvio,quarto
    punto, che si debba procedere ad una azione di “demigrazione” che
    rimandi nei loro paesi gli immigrati che delinquono o che non sono in
    grado di mantenersi al netto degli aiuti statali. Si deve cioè
    operare una vera politica ambientale-demografica che non continui a
    sovrapopolare aree già ipersfruttate e iperantropizzate come le
    attuali aree “italiane”, cosa che ha il solo scopo di creare la
    società “multietnica” stratificata “all’americana”.

    Sono quattro cose così semplici e
    fondamentali che chiunque ragioni autonomamente senza pregiudizi può
    capire.