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DIVIDE ET IMPERA: LA STRATEGIA DEL PENTAGONO PER IL CONTROLLO DEL MONDO MUSULMANO

DI NAFEEZ AHMED

informationclearinghouse.info

Lo Yemen è solo l’ultima vittima di una strategia neoconservatrice perpetrata dall’esercito americano il cui scopo è quello di “capitalizzare il conflitto sunnita-shiita” in Medio Oriente-l’obiettivo non è altro che “l’egemonia dell’occidente”.

Secondo l’alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite lo Yemen è sul ciglio di un tracollo totale. Gli attacchi aerei dall’Arabia Saudita, supportata da Washington, Inghilterra e una coalizione senza precedenti degli stati del Golfo, hanno tentato di respingere l’invasione della capitale dello Yemen, Sanaa, da parte dei ribelli Shiiti Houthi.

Non appena le forze Houthi ,appoggiate invece dall’Iran, si sono riversate ad Aden scontrandosi con le truppe Yemenite fedeli al presidente esiliato Abdu Rabu Mansour Hadi, gli Stati Uniti si sono procurati video live ottenuti con droni della sorveglianza americana al fine di aiutare i sauditi nell’individuare gli obiettivi. Il Pentagono è determinato ad incrementare gli aiuti militari per questa operazione a tempo indeterminato fornendo il supporto dell’intelligence, ordigni e azioni di rifornimento aereo.

I fatti suggeriscono tuttavia , in modo sempre più palese, che gli stessi Stati Uniti, tramite gli alleati nel Golfo, avevano dato lo scorso settembre un via libera all’offensiva degli Houthi del nord.

L’allarme USA

Come riportato da David Hearst nell’ottobre 2014 , l’offensiva Houthi è stata “portata avanti proprio sotto gli occhi di una base Americana in Djibuti” dalla quale venivano manovrati i droni della CIA. “Gli Houthi per di più presidiano l’ambasciata americana a Sanaa.”

Hearst ha rivelato inoltre che gli Houthi sono stati incoraggiati da un pacato assenso dell’Arabia Saudita, sotto l’occhio vigile dell’intelligence americana.

Un anno prima, il capo dell’intelligence saudita principe Bandar aveva incontrato il leader Houthi Saleh Habreh a Londra. I sauditi erano intenzionati a mobilitare gli Houthi contro il partito Islah, il ramo yemenita dei Fratelli Musulmani che si spartiva il potere con il presidente Hadi , così da annullarsi a vicenda nel conflitto.
Ma l’islah ha rifiutato il confronto con gli Houthi e il via libera di Riyadh è fallito , permettendo così alla milizia di marciare indisturbata verso la capitale.

Gli stati uniti sono pienamente coinvolti. Fonti vicine a Hadi riferiscono di essere state informate dagli americani riguardo un incontro a Roma tra ufficiali iraniani e il figlio dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh, per garantire che le forze governative fedeli a Saleh non si sarebbero opposte all’avanzata Houthi.

Tre anni fa Ali Abdullah Saleh era stato sostituito da Hali nelle trattative in cui era appoggiato dai sauditi e dagli americani che gli garantivano l’immunità. intercettazioni audio e un rapporto del Consiglio della sicurezza delle Nazioni Unite provano come Saleh fosse colluso con gli Houthi, tanto da controllare le loro operazioni militari.

Il presidente Hadi però , fuggito poco dopo l’offensiva Houthi, “ha dichiarato di essere stato informato del meeting a Roma solo dopo la presa Houthi di Sanaa”.

Gli Stati Uniti in altre parole sebbene consapevoli dell’imminenza dell’operazione supportata dall’Iran, non hanno riportato all’intelligence queste informazioni se non dopo il successo degli Houthi, per il bene dei propri interessi in Yemen.

Doppio Gioco

Secondo un’altra fonte vicina al presidente hadi, anche gli Emirati Arabi hanno giocato un ruolo chiave nell’operazione Houthi finanziandoli con un milardo di dollari tramite Hadi e il figlio Ahmad.

Se questo fosse vero significherebbe che gli Stati Uniti hanno preannunciato l’avanzata Houthi e il ruolo che vi avrebbe ricoperto Saleh, gli Emirati Arabi presumibilmente hanno finanziato Saleh per l’operazione e i sauditi hanno personalmente dato il via libera agli Houthi sperando di fomentare uno scontro mortale con la Fratelllanza Musulmana yemenita.

Secondo Abdussalam al-Rubaidi,docente all’università di Sanaa e capo editore di “Inquadrare la rivoluzione in Yemen” dello Yemen Polling Centre (centro di ricerca indipendente), inchieste locali riferiscono di “un’alleanza […] tra gli Houthi, gli Stati Uniti e la guarda repubblicana di saleh” , per contrastare Ansar al-Sharia, il ramo locale di Al-Quaeda. Alcuni politici yemeniti dicono anche che “gli americani hanno dato il via libera agli Houthi per entrare nella capitale allo scopo di indebolire Islah”.

Perchè gli Stati Uniti non hanno fatto nulla per informare il suo regime satellite yemenita riguardo all’incombente offensiva Houthi mentre precipitosamente appoggiavano la reazione militare esagerata dell’arabia saudita per debellare lo spettro di un’espansione iraniana?

Divide et impera

L’ escalation della crisi in Yemen rischia di evolversi in una guerra “di procura” (“proxy war”) regionale su larga scala tra sunniti e sciiti.

Sin dal 9/11, in questa regione tutte le nazioni sottoposte all’influenza degli Stati Uniti hanno attraversato una Guerra civile nel momento in cui il loro tessuto sociale veniva irreversibilmente sfaldato: Yemen, Siria, Iraq e Libia.
Lo scenario risultante da una guerra settaria rimanda anche se in modo inusuale a scenari esplorati in uno studio poco noto di un influente fornitore del dipartimento della difesa a Washington DC.

Il rapporto del 2008 della RAND Corporation è stato sponsorizzato dal Army Capability Integration Centre (Training and Doctrine Command) dell’esercito americano. Esaminava le diverse opzioni di una politica, quella del governo Americano, mirata a perseguire ciò che viene descritta come la “lunga Guerra” contro “avversari nel mondo musulmano votati a istituire un unico mondo islamico che soppianti il dominio occidentale”.

I nemici musulmani includono i “dottrinari” salafiti-jihadisti, “organizzazioni nazionaliste religiose” come “Hezbollah e Hamas che partecipano al dibattito politico” ma sono anche “disposti a usare la violenza”; gruppi laici come i comunisti, i nazionalisti arabi o i “baathisti”; e infine “organizzazioni non-violente” dal momento che i loro membri potrebbero successivamente aderire a “movimenti più radicali”

Il verbale suggerisce che l’esercito Americano vede come “avversari” da contrastare ed indebolire tutti i gruppi musulmani della zona che sfidano l’ordine geopolitico costituito .

Tra le strategie illustrate nel rapporto sponsorizzato dall’esercito Americano c’è quella del “divide et impera”, che invita a “sfruttare attriti tra le varie correnti salafite-jihadiste per metterle una contro l’altra e dissipare la loro energia nei conflitti interni” ad esempio tra “ gruppi S-J locali concentrate sul rovesciamento del governo nazionale” e jihadisti transnazionali come Al-Qaeda.

Sembra questa la strategia messa in atto in Siria e Libia, dove i ribelli locali, nonostante l’affiliazione con Al-Qaeda, hanno ricevuto aiuti segreti dagli USA per spodestare Gheddafi e Assad.

Il rapporto RAND fa presente che gli USA e I suoi alleati “ dovrebbero usare jihadisti nazionalisti per lanciare champagne proxy (su procura) per screditare I jihadisti transnazionali..gli Stati Uniti e la nazione ospitante potrebbero addirittura aiutare I jihadisti nazionali ad attuare una campagna militare per eliminare elementi di Al-Qaeda presenti a livello locale.”
Il supporto Americano ai suddetti “jihadisti nazionali” dovrebbe comunque venire adeguatamente imballato per la “fruizione pubblica”. “vista la natura dei gruppi terroristi nazionalisti,qualsiasi supporto dovrà essere assolutamente nascosto e implicherebbe capacità di “IO”(“information operation”) avanzate.”

Tutto ciò mette in luce la confusione presente nelle cerchia statunitensi riguardo I complessi rapport che legano jihadisti nazionali e transnazionali. Secondo il Dr. Akil Awan, un esperto di gruppi jihadisti del Royal Holloway, Università di Londra, prima dell’11 settembre gli interessi dei gruppi jihadisti nazionali erano “spesso limitati ad ambito locale e parrocchiale”. Dopo l’11 settembre la situazione è cambiata non appena il “marchio” Al-Qaeda “divenne irresistibile per molti gruppi locali che hanno giurato poi fedeltà a Bin Laden durante champagne di pubbliche relazioni.”

“Finanziare gruppi jihadisti nazionali non è un’idea particolarmente brillante” ha dichiarato il Dr. Awan. “Sì, potrebbe minare il supporto a gruppi jihadisti globali come Al-Qaeda, ma chiunque l’abbia proposto deve avere poca memoria della recente politica estera statunitense e le sue guerre proxy e il loro inevitabile contraccolpo-caso emblematico : Afghanistan. Sostenere gruppi violenti per perseguire propri obiettivi di politica estera è anche incredibilmente dannoso per quelle voci locali democratiche o pacifiste, e altri esponenti di una società civile.”

Il rapporto sostenuto dall’esercito americano ha evidenziato i rischi di un possibile “ritorno di fiamma” :la strategia del “divide et impera potrebbe inavvertitamente rafforzare avversari futuri per il raggiungimento di obiettivi immediati”.

Capitalizzare il settarismo

Secondo il Dr Christopher Davidson della Durham University,autore di “After the Sheikhs: the Coming Collapse of the Gulf Monarchies”, l’attuale crisi in Yemen è fomentata dagli USA, e potrebbe essere parte di una strategia segreta più ampia volta a “stimolare la frammentazione tra gli alleati iraniani e permettere a Israele di essere circondato solo da stati deboli”.

Davidson suggerisce che la Guerra in Yemen giovi agli interessi degli Stati Uniti su tre piani sovrapposti. Intanto chiarisce se l’Iran “intensificherà il supporto agli Houthi” . In caso contrario, gli USA vedranno confermato il potenziale ruolo dell’Iran “di fedele gendarme, distante da mire espansionistiche(proprio come gli Shah)”.

La Guerra potrebbe inoltre svigorire l’Arabia Saudita. Spingere la dinastia Saudita in una “intensa guerra calda”,ha dichiarato il Dr Davidson, risulterebbe “molto vantaggioso per l’industria delle armi, e conferirebbe agli USA un potere ormai necessario nella questione Riyadh che si presenta sempre più problematica…Se il tempo del regime in Arabia Saudita è giunto al termine, come molti negli Stati Uniti sembrano intimamente credere, nell’era che segue quella dei “100$ a barile”, ciò appare una soluzione per stringere velocemente alleanze sul territorio”.

Inoltre il conflitto in Yemen “distoglie l’attenzione globale dalla questione IS (Islamic state) nel Levante e alla sempre più palese incapacità o meglio la riluttanza della coalizione guidata dagli USA di agire contro di essa”.
Davidson fa presente che esite un precedente : “Anche nell’era Reagan venne più volte fatto riferimento all’utilità dei conflitti settari per gli interessi USA nella regione”.

Una reiterazione post-Reagan di questa politica venne pubblicata dall’Istituto per gli Studi di Strategia Politica Avanzata con base a Gerusalemme indirizzato a Benjamin Netanyahu. Questo documento del 1996, ”A Clean Break” di Douglas Feith, David Wumser e Richard Perle- tutti prenderanno parte all’amministrazione Bush- sosteneva il cambio di regime in Iraq come anticamera di un asse Israele-Giordania-Turchia che avrebbe contenuto e respinto Siria, Libano e Iran. Lo scenario sembra sorprendentemente simile all’odierna politica USA di Obama.

Dodici anni dopo, l’esercito Americano ha commissionato un altro rapport RAND che invita gli USA a “scegliere di capitalizzare il conflitto Shiita-Sunnita schierandosi in modo deciso con i regimi conservatori sunniti e collaborarvi contro ogni movimento shiita nel mondo musulmano […] al fine di dividere il movimento jihadista”. Gli Stati Uniti dovranno contenere il “potere e l’influenza iraniana “ nel Golfo “supportando i tradizionali regimi sunniti in Arabia Saudita, Egitto e Pakistan” e allo stesso tempo “mantenere una forte relazione strategica con il governo shiita iraqeno” nonostante l’alleanza con l’Iran.

Nello stesso period in cui è stato rilasciato il rapport RAND, gli USA stavano segretamente coordinando il finanziamento degli stati del Golfo guidato dai sauditi ai gruppi jihadisti sunniti ,molti dei quail affiliati ad Al-Qaeda , dall’Iraq alla Siria fino al Libano. Questa strategia segreta è stata accelerata sotto il governo Obama nel contesto di un’azione anti-Assad.
L’ampliarsi del conflitto sunnita-sciita “ridurrebbe la minaccia Al-Qaeda ad uno strumento nelle mani degli USA in poco tempo”, conclude il rapporto,dirottando le risorse salafite-jihadiste verso “obiettivi di interesse dell’Iran attraverso tutto il Medio Oriente”, soprattutto in Iraq e Libano, “smorzando operazioni anti-occidente” .

Supportare il regime shiita in Iraq e cercare un accordo con l’Iran; e allo stesso tempo sostenere Al-Qaeda sponsorizzando gli stati del Golfo e potenziando a livello locale movimenti islamici anti-shiiti-questa strategia segreta degli USA si risolverà nel calibrare I livelli di violenza per debilitare entrambi I fronti e affermare il “dominio occidentale”.

Il quinto pilastro neoconoservatore del Pentagono

Il concetto di “lunga guerra” venne formulato la prima volta anni prima da un gruppo di esperti poco noto del Pentagono conosciuto con il nome di Highlands Forum. Il Forum fa incontrare regolarmente in meeting riservati gli ufficiali maggiori del Pentagono e i leader di vari settori (politici, aziendali, media, business).

Fondato formalmente sotto l’autorità dell’allora segretario della difesa di Bill Clinton,William J. Perry, l’Highlands Forum del Pentagono venne istituito per coordinare la politica interdipartimentale di “information operations” ovvero operazioni di recupero informzioni. Inizialmente coordinato dall’Ufficio del Segretario della Difesa, il Forum risponde ora all’Ufficio del sottosegretario dell’intelligence per la Difesa, al DARPA (Defence Advanced Research and Projects Agency ) all’ONA (Office of Net Assessment, e al DHS (Department of Homeland Security).

Il Forum Highlands lavora anche a stretto contatto con il comitato consultivo federale del Pentagono, il Defence Policy Board, di cui era membro tra I l1987 e il 2004 il neoconservatore Richard Perle(co-autore della strategia “Clean Break) .
Sotto l’amministrazione Obama ,sono diventati membri del Defence Policy Board statisti neoconservatori come William Perry e Henry Kissinger.

In particolare la RAND corp. è uno dei partner di lunga data del Forum.
Nonostante le sue pretese bipartisan, il Forum del Pentagono Highlands è uno schiacciante sistema neoconservatore. I suoi accoliti, il Segretario alla Difesa Ashton Carter, il vice Segretario della Difesa Robert Work, e il capo dell’intelligence Mike Vickers, tengono le redini delle strategie militari di Obama.

Oggi, essi mettono attivamente in pratica la strategia del “divide et impera” per riconfigurare forzatamente il Medio Oriente strumentalizzando la violenza settaria. Rimane tuttavia difficile dire quanto di questo caos sia un “ritorno di fiamma” e quanto invece sia voluto.

In ogni caso l’ultima vittima di questa strategia è destinato ad essere lo Yemen.

Nafeez Ahmed, PhD, è un giornalista investigativo, studioso di sicurezza internazionale e autore di best-seller in cui descrive quella che chiama la ‘crisi della civiltà’. Vincitore del Project Censored Award (giornalismo investigativo) per il suo reportage pubblicato dal Guardian sui rapporti tra crisi ecologica,energetica, economica globale e I conflitti e le geopolitiche regionali. Ha anche scritto per The Independent, Sydney Morning Herald, The Age, The Scotsman, Foreign Policy, The Atlantic, Quarzo, Prospect, New Statesman, Le Monde diplomatique, New Internationalist. Il suo lavoro sulle cause profonde e le operazioni segrete legate al terrorismo internazionale hanno ufficialmente contribuito alla Commissione sul 9/11 e all’inchiesta sul 7/7 di Londra.

Fonte: www.informationclearinghouse.info

Link: http://www.informationclearinghouse.info/article41438.htm

3.04.2015

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di FRANZIS H e ANNA GRASSO

Pubblicato da Davide

  • Hadrian

    Solo il Corriere della Se-a, RePub-ica, e i gekaufte media non se ne sono accorti !

  • GioCo

    A cosa serve la RAND Corporation? A fare giocattoli?
    Beh, quasi, secondo wikicopipiedi, "l’affidabile network" dal pregio del dominio pubblico, è una think tank fondata degli USA nel ’46 che avrebbe applicato con successo la teoria dei giochi per predire scenari futuri (immagino in contesti geopolitici). Ma è anche quella da cui emerge la "tecnologia" della commutazione di pacchetto, cioè quella "idea" su cui si regge l’infrastruttura comunicativa di internet.

    E’ evidente che non vogliamo (nessuno che abbia cervello intendo) un potere invasivo, distruttivo, coercitivo, genocida, guerrafondaio, grottesco, caotico, amorale. Vogliamo il lavoro (cioè l’idea di ritagliarci uno spazio di guadagno), la casa (uno spazio dove vivere), la famiglia (dove riprodurci), la serenità (fortificare le relazioni) per moltiplicare gli affetti e le situazioni divertenti.
    La politica, la burocrazia e perfino la religione sono impegni. Non rientrano nella cerchia ristretta dei nostri desideri intimi a meno che non siano sovrapposti con essi.
    In questo quadro leggiamo sconcertati del (ri)prodursi mondale di satanico dolore e ne usciamo disorientanti. Noi, noi che siamo così distanti ideologicamente e nell’esercizio delle nostre pratiche quotidiane, noi cosa abbiamo a che fare con tutti questo? Nasce quindi spontanea la repulsione, il rigetto, lo sdegno. Con il passare del tempo, non cessando il prodursi di questo fenomeno demoniaco, arriva la necessità di una concezione più complessa nella nostra mente, che la integri, ne accetti la presenza, ma mortificata di un senso compiuto. Insomma neutralizzi il veleno. Iniziamo allora a partecipare senza Phatos agli eventi, a saperli senza sentirli. Ci facciamo "il callo", la resistenza. Diventiamo apatici e riproduciamo l’apatia nel nostro intimo, dove la ferocia tracima, percola, come i liquami tossici dei cumuli crescenti di rifiuti dell’era produzione-consumo. Perchè la meccanicità riprodotta senza Phatos nell’intimo è implicitamente amorale e (ri)produce dolore.

    Quindi arriviamo su internet a fare un po’ di digitocrazia. Senza chiederci troppo come ci siamo arrivati, che già quello sotto il primo velo inizia già a presentarsi con un aspetto sinistro, inquietante.
    Cancelliamo il senso del condizionamento, il senso del nostro produrci nel digitale e ne accettiamo implicitamente un idea apollinea, luminosa, di riscatto magico. Internet ci libera le idee.
    Ma fuori dalla scatola digitale le forze che non dormono mai, non dormono mai e la libertà di esprimersi digitale controbilancia la libertà tolta fuori dal mondo digitale.
    Quando la porta del Cavò Internet si chiuderà ermeticamente, pochissimi si renderanno conto di cosa significhi e quei pochi assisteranno impotenti o festanti.
    Nessuno potrà impedirlo, nessuno potrà dire che sia un bene o un male in verità e coscienza.