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COMMENTARE LE NOTIZIE SENZA LEGGERLE, QUANDO FACEBOOK E' LO SPECCHIO DELL'ITALIA DI OGGI

FONTE: LASTAMPA.IT

Ripubblichiamo l’articolo comparso su Il Secolo XIX che ricostruisce la vicenda dei commenti all’articolo pubblicato il 28 luglio sull’edizione online.

Cosa succede quando un gesto di disperazione (non) è di un lavoratore italiano

Ieri mattina abbiamo pubblicato sulla pagina Facebook del Secolo XIX la notizia dell’uomo di 38 anni che ha cercato di darsi fuoco a Sarzana (foto) dopo avere perso casa e lavoro, ma senza specificare che si tratta di un cittadino marocchino. Abbiamo scritto semplicemente che «un uomo di 38 anni, sfrattato e senza lavoro, tenta di darsi fuoco davanti alla moglie e ai figli».

Nella foto: Sarzana, il salvataggio dell’uomo (foto Il Secolo XIX)

Il primo commento è arrivato 4 minuti dopo la pubblicazione del post: «Diamo lavoro agli altri…», con tanto di “mi piace” di un’altra persona che evidentemente ha la medesima opinione; poi, un diluvio: «(con gli, ndr) immigrati non lo fanno», «aiutiamo gli italiani come il signore», o anche, in rapida sequenza, «per lui non esistono sussidi, alberghi e pranzi pagati, vero?» e «aiutiamo gli altri, noi carne da macello», «come mai non gli hanno dato un albergo a tre stelle come ai (suoi, ndr) fratelli migratori?», e i vari «ma noi… pensiamo a ‘sti maledetti immagrati (così nel testo, ndr)» e «invece agli immigrati… » o il più articolato «ma perché, perché… basta andare a Brindisi, imbarcarsi per l’Albania e fare ritorno a Brindisi il giorno dopo… vestito male… e il gioco è fatto!».

È solo quasi 4 ore dopo la condivisione del post che qualcuno legge la notizia e si accorge che il 38enne è in effetti un cittadino straniero, e lo fa notare agli altri: «24 commenti e nessuno ha letto l’articolo, viste le risposte!». Proprio così: sino a quel punto, evidentemente, moltissimi avevano commentato basandosi solo sul titolo, senza nemmeno sapere su che cosa stavano esprimendo la loro opinione.

Da quel momento, il tenore degli interventi cambia, c’è chi fa notare a molti dei primi commentatori che «guardate che è marocchino» e comunque il post perde rapidamente d’interesse: il 38enne non è italiano e quindi, come fa notare qualche irriducibile, «non avremo perso nulla…».

Quel che è accaduto ieri dimostra innanzi tutto qual è il rapporto degli italiani (di una parte, almeno) con i cittadini stranieri: nessuna sorpresa qui, purtroppo. E nemmeno sorprende quel che è diventato il rapporto degli (stessi?) italiani con l’informazione: se prima si sfogliava velocemente il giornale al bar, si spiavano i titoli dalla spalla del vicino in autobus, adesso il bancone del bar è diventato il News Feed di Facebook e i titoli si scorrono ancora più velocemente, perché tempo da perdere per leggere non ce n’è. Per commentare quello che non si è letto, invece, sembra essercene in abbondanza.

Ed è anche per questo, per la mancanza di attenzione di chi legge, che da tempo il rapporto dei siti d’informazione con commenti e commentatori è parecchio travagliato. E nell’ultimo anno non è migliorato: «Spegniamo i commenti per un po’», aveva annunciato The Verge a luglio 2015, più o meno nello stesso periodo in cui la Bbc si chiedeva se «è iniziata la fine dei commenti online» . In realtà, almeno per il momento, i commenti sopravvivono, ma sempre più siti decidono di passare la “patata bollente” (di chi insulta, offende, minaccia di morte, si esprime in modo razzista e così via) a Facebook: sotto gli articoli non si può più commentare e si è “costretti” a farlo sui social network, dove chi scrive è identificabile con un nome e un cognome e soprattutto dove la responsabilità legale diventa personale (perché anche i giornali devono tutelarsi): se offendi, vieni chiamato tu a rispondere, non chi gestisce il sito.

Pensateci, se siete fra le oltre 60mila persone che ieri si sono viste passare davanti su Facebook la notizia dell’uomo (sì, un marocchino) che ha cercato di darsi fuoco a Sarzana e avete lasciato un commento basandovi solo sul titolo. Se a scuola vi hanno insegnato a leggere, prima che a scrivere, un motivo ci sarà.

abbiamo scelto di non pubblicare qui i nomi dei commentatori, ma il post è pubblico: se siete curiosi, potete trovare gli autori sulla nostra pagina su Facebook

Fonte: www.lastampa.it

Link: http://www.lastampa.it/2016/07/29/tecnologia/news/commentare-le-notizie-senza-leggerle-quando-facebook-lo-specchio-dellitalia-di-oggi-zmdqi4kLExzsh8nirLuI2N/pagina.html

29.07.2016

Pubblicato da Davide

  • 1Al

    L’unica cosa che mi ispira la notizia, è la conferma di un sistema/modello occidentale, europeo e soprattutto italiano, fallito. Un fallimento voluto da qualcuno, ma che resta un fallimento. Assoluto e totale.

  • Sven

    Investire la gente con un "profluvio" di notizie, come dice il prof. Taufer (illustrando le linee di azione di "esperti" del settore come Walter Lippman) è il modo migliore per favorire la deconcentrazione.

    La connessione continua, la rete e  le reti televisive "all news" ben si prestano a queste operazioni.

    Basti vedere, come ha notato qualcuno forse anche qua sopra e sicuramente l’ottimo Federico Dezzani, che dopo Nizza ci sono stati altri fatti di sangue (alcuni palesemente NON LEGATI a terrorismo ma ricondotti ad esso) in modo da far superare subito la discussione sulle reali dinamiche, omissioni, anomalie e potenziali complicità connesse alla strage di Nizza.

    L’importante però dopo ogni notizia è "lo sdegno social", "il cordoglio social", ecc.
    Al di là dell’episodio del marocchino, i principali giornali online, testate che – se seguite sovente – molto rivelano dell’azione psicologica e sociale dei MEDIA, si rafforzano continuamente con il "contributo sociale". Je suis paris, Je suis Nice, eccetera, appartengono alla liturgia "millennial" e vengono amplificati dai media. Nella parte destra di solito (parlo di Repubblica) trovate tutto quello che è destinato a fare "tendenza", "propaganda" o meglio ancora "psyops". Compresi i Pokemon GO, largamente pubblicizzati nelle scorse settimane proprio da queste testate pseudoculturali.

  • Fischio

    Questa la risposta:" 2milioni di analfabeti, 13milioni di semianalfabeti (persone che sanno firmare ma non capiscono ciò che leggono), 13 milioni di analfabeti di ritorno (perdita dell’uso della scrittura e lettura) ". Se a ciò aggiungiamo la piaga dell’ignoranza nel senso esteso, è facile riscontrare rigurgiti razzisti, fascisti e populismi reazionari…    

  • Pyter
    E magari smetterla con questi trucchi da baraccone social disease, ché le risposte agli stimoli pavloviani è roba ritrita e non dobbiamo certo aspettare l’esperimento del secolo XIX per meravigliarci..
    Che il secolo XIX sia rimasto al secolo XIX ((nomen omen?)
    Non si trattava di un attentato di matrice islamofoba, quindi la parola marocchino o musulmano si poteva togliere.
  • Truman

    Per chi è ancora capace di guardarsi intorno il problema non è facebook. L’Italia è piena di persone che al telefono, dal vivo, sui social, devono dire la loro. Chiaramente chi passa il tempo a comunicare il suo punto di vista non ha tempo per ascoltare (o leggere) il punto di vista dell’altro.

    C’è qualcosa di surreale in queste persone così preoccupate di dire la loro senza accorgersi che dicono tutti le stesse cose.

    (Ero l’altro giorno nella pizzeria del mio amico siriano, e la tv proiettava non so quale evento, mentre loro stavano a lavorare al caldo della pizzeria. Mi sfuggì la frase: "Se ti viene il dubbio che gli italiani sono tutti rincoglioniti, ce l’ho pure io questo dubbio".
    Lui annuì, insieme ai suoi lavoratori rumeni, e ci facemmo una risata.)

  • Lif

    Non ho capito il tuo commento:
    non sai quale evento, ma la battuta razzista sugli italiani ti è scappata. Gli stranieri, non mi stupisce, hanno gradito il commento razzista. Tu, invece, non hai mai visto un italiano lavorare al caldo? O non hai mai visto un italiano lavorare? O forse non conosci gli italiani tout-court?
    Vediamo: dov’è il problema?

    E’ banale, lo so, ma sono stupito dal tuo commento.

    In ogni caso, prescindendo da questo, la Stampa dovrebbe preoccuparsi delle notizie non date o date adulterate, come nel caso dei fatti di Fermo, tanto per dire.

  • Truman

    Visibilmente il commento lo hai letto tutto, quindi la risposta è dovuta.
    Il mio commento riguardava il fatto che in Italia la stragrande maggioranza delle persone sono preoccupate di esprimere sempre e comunque il loro parere.

    Tra parentesi, mi tornava in mente che questo atteggiamento secondo me è delirante, la pseudocomunicazione che sostituisce il ragionamento e l’esperienza.

    Detto questo, mi onoro di provenire da stirpe di bastardi, bastardi da molte generazioni.
    E questo mi ha consentito di trovare punti di contatto con tantissima gente di altri paesi.
    Se a qualcuno un mio commento sembra razzista, presumibilmente il razzista è lui.

  • Lif

    Io il tuo commento l’avevo letto, infatti. Ma tu?

    Perché dall’evento X da te citato tu sia passato a dire che tutti gli italiani sono rincoglioniti, con i tuoi "amici" non-italiani, lo sai solo tu. Di certo non è chiaro dal periodo che hai scritto nel primo commento. Così come non è chiaro cosa c’entri il lavorare al caldo. Io, gli italiani che lavorano al caldo o che si alzano all’alba per lavorare, lì vedo sempre.

    P.S.:"Bastardo da molte generazioni"? E che vuol dire? Sembri uno di quegli attori hollywoodiani che si vanno vanto di essere un decimo scozzese, un decimo navajo, un decimo afro-caraibico, un decimo anglosassone, un decimo siciliano, ecc., ecc.

    P.P.S.: in ogni caso, sì, la pseudo-comunicazione è un problema, enorme. Basterebbe scrivere meno su internet, in senso lato, tanto per cominciare.

  • Truman

    Il mio commento era quello all’inizio. Se in fondo metto qualcosa tra parantesi, esprimendo che mi è scappato un dubbio, vuol dire che vorrebbe tentare di chiarire la frase sopra, ma se non ti torna lo puoi ignorare.

    E il mio primo commento mi sembrava perfettamente a tema: non è solo sui blog che la gente parla senza ascoltare gli altri, è proprio una tendenza dilagante in tutti gli ambienti comunicativi (almeno in Italia, che è quella che conosco meglio).

    Qui potrebbe essere utile prendere un po’ le distanze, alcuni si rinchiudono in un eremo, altri preferivano la torre d’avorio, chi ha una casa in campagna può usare quella. Altri consigliano una specie di trucco: sentirsi un po’ stranieri a casa propria, guardarsi intorno con attenzione, senza dare troppo per scontato ciò che pensavamo di sapere, come se ci muovessimo in una terra incognita. Sentirsi sempre un po’ stranieri nel proprio paese può essere un utile modo per vederlo in modo più genuino, con minori filtri.

    Questa visione potrebbe essere condivisa da chi è straniero nel tuo paese, sempre tenendo presente che quest’ultimo poi tornando al suo paese potrebbe perdere questo modo di vedere le cose, come pure potrebbe con il tempo sentirsi uno del posto e prendere tutti i difetti di quel posto.

    Direbbe Camus che il sentirsi straniero è più una condizione dell’anima che un fatto geografico o politico. (A scanso di equivoci, non è una citazione, è una mia interpretazione).

  • Lif

    L’avrei potuto ignorare, ma siccome non l’ho fatto…

    In ogni caso, tutta la storia occidentale è anche sentirsi stranieri in casa, essendo l’Occidente storia di tradimenti. Dubito che in altri lidi ciò sia avvenuto nello stesso grado e nello modo, cioè con la stessa consapevolezza. Puoi trovarmi singoli episodi e singoli individui, ma non una storia paragonabile.

    A furia di voler essere foglie, per meglio osservare (dall’alto, sempre, presuntuosamente) le radici, le foglie si staccano dal corpo dell’albero e cadono giù in basso. Per poi marcire. Ed ora è, appunto, il tempo in cui le foglie marciscono al cospetto delle radici e del tronco dell’albero.