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COME IL POTERE DELLE AZIENDE DOMINA INTERNET

DI NORMAN SOLOMON
counterpunch.org

Se nella tua routine quotidiana passi da un orto organico a un altro, scavalcando vaste coltivazioni impregnate di pesticidi, è probabile che ti senta soddisfatto dell’attuale stato dell’agricoltura.

Se nella tua routine quotidiana vai da un sito progressista e non commerciale a un altro, puoi sentirti contento dell’attuale stato di Internet.

Ma se da un lato i media ci ubriacano di entusiasmo per la rivoluzione digitale in atto, il mondo delle aziende sta dominando Internet, e la stretta anti-democratica si fa sentire ogni giorno di più.

“La gran parte delle valutazioni di Internet ignorano le sue radici ben piantate nella politica economica; non comprendono il ruolo del capitalismo nel modellare e – in mancanza di un termine migliore – addomesticare Internet,” dice Robert W. McChesney nel suo nuovo e illuminante libro Digital Disconnect.

Diversi commentatori celebrano Internet a gran voce. Altri sono scettici. “In entrambi i casi, con pochissime eccezioni, c’è un unico, profondo errore, spesso fatale, che compromette alla radice il valore del loro lavoro”, scrive McChesney. “Questo errore, in termini semplici, è l’ignoranza del concreto e reale capitalismo esistente e la sottovalutazione di quanto il capitalismo domini la vita sociale. Entrambi ignorano il modo in cui il capitalismo definisce il nostro tempo e stabilisce i termini di comprensione non solo di Internet, ma di qualsiasi altro aspetto di natura sociale, compresa la politica, della nostra realtà contemporanea”.

E, aggiunge: “Il profitto, il commercio, le pubbliche relazioni, il marketing e la pubblicità – tutti caratterizzati dal capitalismo aziendale contemporaneo – sono punti fondamentali di qualsiasi valutazione di come Internet si sia sviluppato e si svilupperà.”

Le preoccupazioni di base sul mondo “online” spesso si concentrano sul tema dell’avanguardia delle tecnologie digitali. Ma, secondo McChesney, “la critica delle tecnologie fuori controllo è per lo più parte di una critica a una commercializzazione fuori controllo”. La solitudine, l’alienazione e l’infelicità spesso attribuite a Internet, sono associabili anche ad un mercato ormai impazzito.”

I vari discorsi intorno a Internet sembrano presumere che le tecnologie digitali abbiano una mente propria e una propria volontà. Ma non hanno nessuna delle due.


Quello che soprattutto è andato storto nel regno digitale non riguarda la tecnologia. Spesso penso a quello che scrisse Herbert Marcuse nel 1964 nel suo libro One-Dimensional Man (L’uomo a una dimensione): “La tradizionale nozione della “neutralità” della tecnologia non può più essere considerata. La tecnologia in quanto tale non può essere isolata dall’uso per cui è intesa; la società tecnologica è un sistema di controllo che già opera nella concezione e nella costruzione delle tecnologie.”

Marcuse già vedeva, nell’avanzata società industriale, la tecnologia fusa con la politica, “lo stadio ultimo nella realizzazione di uno specifico “progetto” storico – ovvero l’esperienza, la trasformazione e l’organizzazione della natura come la vera essenza del dominio.”

Marcuse già metteva in guardia sul fatto che la produttività e il potenziale di crescita del sistema contenevano in se stessi il “progresso tecnologico in un quadro di dominio”.

Cinquanta anni dopo, il libro di McChesney ci dice:

“Internet e l’intera rivoluzione digitale non sono esclusivamente determinati dalla tecnologia; essi vengono definiti dal modo in cui la società sceglie di svilupparli… Nel capitalismo reale, quello che gli Americani attualmente vivono, individui molto ricchi e grandi aziende detengono un immenso potere politico che mina i principi della democrazia. Questo è tanto più vero nell’elaborazione delle politiche di comunicazione”.

Attualmente, grandi gruppi di aziende scorrazzano a loro piacimento in lungo e in largo su Internet. All’interno dell’illuminante libro Digital Disconnect ci sono due capitoli che spiegano chiaramente quello che le grandi aziende hanno già fatto a Internet – la spietata commercializzazione che ossessiona ogni essere umano online, raccogliendo allo stesso tempo immense quantità d’informazioni per poi bersagliare la gente di messaggi pubblicitari; l’annullamento della privacy; la raccolta e il controllo occulto dei dati; la collaborazione diretta tra internet provider, aziende di motori di ricerca, società di telecomunicazioni e altre entità, spinte dal profitto, legate al settore militare e della “sicurezza nazionale” degli Stati Uniti; e quella irresistibile, fortissima e insaziabile spinta a massimizzare il profitto, guidata da Apple, Google, Microsoft ed altri giganti digitali.

Nel suo nuovo libro, McChesney delinea in maniera convincente le tristi realtà di Internet. (Non ho alcun problema a rivelare che McChesney è nel consiglio di amministrazione di un’organizzazione che io ho fondato, l’Istituto per la Pubblica Diligenza). A confronto di Digital Disconnect, le critiche a Internet che normalmente si sentono e leggono in giro sembrano favole per bambini.

Soffiando via la nuvola di fumo che le grandi aziende hanno creato negli anni, McChesney irrompe con dichiarazioni di questa portata:

* “Il settore dei media aziendali ha trascorso la gran parte degli ultimi 15 anni facendo qualsiasi cosa fosse in suo potere per limitare l’apertura e l’uguaglianza su Internet. La sua sopravvivenza e prosperità dipendono proprio dal mantenere il sistema il più chiuso e privato possibile, incoraggiando il monitoraggio occulto degli utenti Internet da parte di enti privati e pubblici, spalancando le porte alla commercializzazione selvaggia.”

* “E’ estremamente ironico che Internet, il campione stra-propagandato di aumento dei consumi e delle più spietate forme di concorrenza, è divenuto uno dei più grandi generatori di monopolio della storia dell’economia. La concentrazione del mercato digitale si è evoluta molto più furiosamente che in qualunque altra situazione o area osservate…A mano a mano che emergevano “applicazioni killer”, le nuove industrie digitali sono passate dal concorrenziale, all’oligopolistico e al monopolistico a velocità mozzafiato.”

* “Oggi Internet, in quanto sistema di comunicazione e informazione sociale, è sotto il dominio di una manciata di gigantesche aziende.”

* “E’ vero che con l’avvento di Internet molti dei giganti di successo – Apple e Google, i primi che vengono alla mente – furono iniziati da idealisti che probabilmente non erano proprio convinti di voler diventare dei capitalisti alla vecchia maniera. Il sistema, in breve tempo, li ha resi tali. In poco tempo sono state messe da parte tutte le remore possibili su privacy, commercializzazione, evasione fiscale e lavoro sottopagato nelle fabbriche del Terzo Mondo. Il punto non è che i manager siano persone particolarmente malvagie e avide – in effetti il loro costrutto morale è del tutto irrilevante – ma è che il sistema ricompensa lautamente alcuni tipi di comportamenti e ne penalizza altri, in modo tale che le persone o si adeguano al programma interiorizzandone i valori necessari, oppure sono fuori.”

* “La grandiosa promessa della rivoluzione digitale è stata compromessa dall’appropriazione e dallo sviluppo capitalistico di Internet. Nel grande conflitto tra l’apertura e un sistema chiuso di profitto aziendale, le forze del capitale hanno trionfato ogni volta che una questione era di loro interesse. Internet è stato reso schiavo del processo di accumulazione della ricchezza, che ha una logica tutta sua, nemica di qualsiasi potenziale democratico della comunicazione digitale.”

* “Ciò che sembrava una sfera pubblica sempre più aperta, staccata dal mondo delle borse valori, sta ora assumendo la forma di un ambito privato di un mercato sempre più chiuso, oligopolistico e persino monopolistico. L’estensione di questa colonizzazione capitalistica di Internet non è stata poi così invadente come avrebbe potuto essere, poichè le sconfinate distese del cyberspazio hanno comunque consentito l’esistenza di spazi non commerciali, anche se in modo sempre più marginale.”

* “Se Internet ha un valore, se deve mantenere le promesse dei suoi più convinti sostenitori e fugare le preoccupazioni degli scettici, esso deve essere una forza che difende e diffonde la democrazia. Questo significa che è necessario porre un freno a quelle forze, al suo interno, che invece promuovono la disuguaglianza, i monopoli, l’iper-commercializzazione, la corruzione, la depoliticizzazione e la stagnazione.“

* “Le tecnologie digitali possono portare alla luce, una volta per tutte, la discrepanza tra quello che una società potrebbe produrre e quello che realmente produce con il capitalismo. Internet è un bene pubblico per eccellenza e, idealmente, è votato al più ampio sviluppo sociale. E’ capace di ridurre la povertà ed è profondamente predisposto a creare democrazia. Ed è molto più. Le nuove tecnologie stanno rivoluzionando i metodi di produzione, rendendo possibile una produzione decentralizzata meno costosa, più efficiente e più rispettosa dell’ambiente. Nel capitalismo reale, invece, pochi di questi vantaggi potranno essere sviluppati e tanto meno ampiamente diffusi. Le grandi aziende tenteranno di limitare la tecnologia e asservirla a quelli che sono i loro maggiori interessi.”

Il grave squilibrio di potere digitale che affligge Internet è lo specchio di ciò che permea tutti i rapporti economici e il potere politico negli Stati Uniti. Abbiamo per le mani una guerra profonda e di vasta portata; siamo a un crocevia tra un futuro democratico ed il monopolio delle aziende. E’ in gioco il futuro dell’umanità.

Norman Solomon è co-fondatore di RootsAction.org e direttore fondatore dell’Istituto per la Pubblica Diligenza. Tra i suoi libri: “La Guerra Facile: come i Presidenti e i Pundit continuano a spingerci verso la distruzione”. Scrive per la rubrica Cultura Politica 2013.

Fonte: www.counterpunch.org
Link: http://www.counterpunch.org/2013/03/28/how-corporate-power-seized-the-internet/
28.03.2013

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

Pubblicato da Davide

  • Aironeblu

    Allarme, allarme!!! Anche i Rockfeller usano internet, e lo fanno per i loro interessi!!!

    Ma sono tutti così teneramente ingenui negli Stati Uniti?

  • Aironeblu

    Per fortuna glie lo hanno scritto in un libro…

  • Arazzi

    Già, la scoperta dell’acqua fredda.

  • Skoncertata63

    E’ importante leggere libri come questi, non tanto per chi si sente depositario delle verità del mondo, o per chi crede di sapere gia’ tutto, ma per chi si affaccia ora alla vita adulta e non conosce tutti i risvolti della realta’ digitale di cui si nutre quotidianamente.
    Penso infatti a chi oggi ha dai 16 ai 30 anni, e usa internet come fosse il pane, anzi piu’ del pane. Non credo che questi giovani commenterebbero mai questo articolo con: “Che ingenuo, ha scoperto l’acqua calda”. Qualcuno potrebbe anche dire “E chi se ne importa se le aziende dominano la rete”. Ma qualcun altro, invece, dopo aver letto questo articolo o addirittura il libro intero, potrebbe domani iniziare a ripensare, verificare, confrontare quello che trova in internet ogni giorno. O abituarsi a scegliere una pagina anziche’ l’altra. E non e’ per niente poco. Cogito ergo sum.

  • puntoaccapo

    Vero!
    Informarsi con spirito critico e’ comunque attivita’ utile.
    Pero’ questo testo puo’ forse essere interessante per chi vive negli Stati Uniti ma
    noi “periferici” dovremmo avere un diverso approccio al problema.

    Nell’articolo si parla genericamente di “multinazionali” che controllano la rete e rispondono a logiche capitalistiche, senza prendersi la briga di collocare geograficamente
    queste “entita’ malvagie”.
    (per collocazione geografica non intendo il semplice
    posizionamento di una azienda in un punto preciso del globo ma
    l’effettivo controllo su quell’apparato produttivo).

    Questo aspetto della collocazione e quindi del controllo delle aziende IT e’ costantemente omesso anche da chi si dimostra attento e critico nei confronti del fenomeno.
    Nei discorsi su Internet e in generale sulle nuove tecnologie l’aproccio e’ o di entusiasta accettazione (vedi Grillo) o di netto rifiuto (magari invocando le malefiche multinazionali).

    Difficile trovare una posizione “ragionata” in cui si valutino non soltanto gli aspetti sociali (in genere legati al consumo di beni digitali) ma anche economici e, perche’ no, strategici.

    Il famoso Digital Divide puo’ essere letto come una non corretta distribuzione
    dell’accesso alla rete (come generalmente viene inteso) o come una
    sproporzione tecnica/produttiva tra paesi.

    Gli Stati Uniti, oggi, controllano la quasi totalita’ dei processi produttivi che realizzano le meraviglie digitali di cui discutiamo.
    A partire dalla lavorazione del silicio, passando per la produzione dei sistemi operativi di base, proseguendo con gli apparati di rete e finendo con le applicazioni.
    Magari di tipo social.

    E difendono, giustamente, questo monopolio in modo deciso:
    http://punto-informatico.it/3755786/PI/News/usa-contro-it-cinese.aspx

    Il nostro problema non e’ l’esistenza delle “multinazionali” ma il fatto che nessuna di queste e’ Italiana !
    (anche se siamo stati i primi a realizzare computer a transistor e
    personal computer)

    Le risposte dei vari governi a questo deficit produttivo sono imbarazzanti.
    Si pensi alla promozione delle famigerate StartUp, una sorta di grattaevinci tecnologico in cui una massa di tecnici vengono spinti (al motto di “Stay Hungry, Stay Foolish”) ad investire le proprie ridotte energie nel tentativo di fare bingo, mentre nelle aziende “statali e non” vengono spesi annualmente milioni di euro (forse miliardi) che inevitabilmente attraversano l’oceano e si depositano nelle casse di quelle stesse multinazionali che poi gli Americani criticano !