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CHE COSA SI NASCONDE DIETRO L’ASSEDIO CINESE E L’ORRORE A CASA NOSTRA. UNA VERGOGNA NAZIONALE

DI SERGIO DI CORI MODIGLIANI
sergiodicorimodiglianji.blogspot.it

Ipocriti.
E anche assassini.
La nostra classe politica dirigente si distingue, per l’ennesima volta, nel fare a gara a chi vince la battaglia degli errori.
O meglio degli orrori.
La tragedia della fabbrica cinese a Prato svela il segreto di Pulcinella e scopre l’acqua calda.
Tutti sanno, tutti sapevano.
Sembra ormai dato per scontato che nel cuore dell’Italia, quella Toscana che per decenni è stato il trampolino di lancio dell’industria del made in Italy verso i mercati di tutto il mondo, i cinesi usano sistemi cinesi con operai cinesi soldi cinesi e merci cinesi sul nostro suolo nazionale, approfittando del fatto che l’Italia è un paese corrotto, dove la legalità non conta e non viene rispettata.In nessuno altro paese dell’Unione Europea i cinesi schiavisti godono dell’immunità di cui si avvantaggiano, invece, in Italia.

E’ uno dei grandi paradossi dell’età in cui viviamo: il più grande paese schiavista del mondo, il paese che più di ogni altro in assoluto sfrutta il bisogno di sopravvivere trattando gli esseri umani come bestie, è allo stesso tempo un paese che ha una istituzione e una classe politica dirigente che si richiama al comunismo e ai diritti dei lavoratori, definendo se stessi degni eredi di Carlo Marx.

Basterebbe questo per comprendere quanto sia intricata e complessa l’aggrovigliata matassa degli interessi geo-politici nel mondo di oggi, e quanto sia difficile percorrere i sentieri del Senso. 

La tragedia di quei poveretti a Prato è una tragedia tutta italiana.

Perchè quella è una fabbrica che produce il pronto-moda a prezzi imbattibili, che sta mettendo in ginocchio l’economia italiana del settore due volte: una, perchè stampa il marchio “made in Italy” potendolo fare con prodotti di bassa qualità e quindi sottrae all’immagine dell’Italia il suo insostituibile valore aggiunto; l’altra, perchè veicola le proprie merci e sta dando un enorme contributo alla diffusione della illegalità facendo affari con la criminalità organizzata italiana.
Un metro di tessuto per realizzare questi capi costa, all’origine, in Italia, 5 euro dal miglior offerente. In Francia costa 4,75 euro. In Germania ne costa 5,22. In Olanda 4,80 euro.
I cinesi lo pagano 54 centesimi di euro.
Tonnellate di questi tessuti arrivano via nave nei porti di Napoli, Genova, Ancona.

E lì avviene l’inghippo: in quei porti.

Perchè questi tessuti non sono a norma. Non vengono controllati, la maggior parte delle volte non esistono neppure bolle d’accompagnamento e di scarico, c’è sempre qualcuno che chiude un occhio. Non credo avvenga la stessa cosa a Marsiglia, Amburgo, Rotterdam, Liverpool, i nostri principali concorrenti.

Quindi, la prima responsabilità è delle istituzioni governative statali che presiedono i doganieri, i finanzieri, gli ispettori fiscali. 

C’è la totale responsabilità degli amministratori locali liguri, campani e marchigiani, anche loro chiudono un occhio.

C’è la totale responsabilità di tutto il personale politico-amministrativo della Regione Toscana, della Provincia di Firenze, del Comune di Prato, che non eseguono i controlli di norma previsti dalle Leggi e regolamenti che gli imprenditori italiani, invece, rispettano, altrimenti l’Europa ci bastona. Giustamente.

Poi c’è la responsabilità dei sindacati, che dovrebbero vergognarsi di se stessi, perchè la base del concetto stesso di “sindacalismo” poggia sull’idea di “solidarietà tra tutti i lavoratori” mentre, rispetto a questo problema, si sono comportati sempre nello stesso modo: “tanto quelli sono cinesi”, come se non fossero esseri umani e come se il solo fatto di essere cinese, avere gli occhi a mandorla e parlare il mandarino, automaticamente garantisce un passaporto per l’immunità.

Ne vogliamo parlare?

C’è chi l’ha fatto e da lungo tempo.
Si tratta di una bravissima giornalista toscana che collabora a IlSole24ore.
Si chiama Silvia Pieraccini.
Ecco che cosa scriveva 10 mesi fa in un suo articolo apparso nella rubrica economica del Corriere Fiorentino.

ORRORI A CHINATOWN NEL SILENZIO DI PRATO

Un altro cittadino cinese è morto nel silenzio della comunità di cui faceva parte. Ma anche nel silenzio della città in cui viveva , lavorava, soffriva. Nel silenzio di quella Prato tradizionalmente operosa e attenta che è capace di indignarsi per i (presunti) valori troppo alti della diossina dell’inceneritore di Baciacavallo, per gli scarsi controlli dell’Europa sulle merci in arrivo dalla Cina, per le linee soppresse degli autobus e per le buche nelle strade, ma non dice nulla o quasi sui morti cinesi, sugli schiavi cinesi, sugli sfruttatori cinesi, sugli evasori cinesi, tutti «prodotti» di un medesimo sistema organizzato di illegalità che qui ha messo da tempo radici profonde, e che sta diventando sempre più pericoloso.

E dice poco, questa Prato distratta e superficiale, sul riciclaggio di denaro guadagnato illegalmente (due miliardi la sti- ma dei ricavi sottratti al fisco), sui centinaia di operai senza contratto che danno linfa ai laboratori in cui si cuciono abiti a 1 euro, sui mutui da 200mila, 300mila e addirittura 400mila euro concessi dalle banche (tutte le principali) a cittadini cinesi che presentano dichiarazioni dei redditi da fame.

Ê come se la città si fosse assuefatta a una malattia pestilenziale, seduta su un bubbone inoperabile, adattata a un desti- no infausto. Tacciono le forze economiche, continuando ad agitare (da 10 anni) la bandiera della possibile integrazione tra tessile pratese e abbigliamento low cast cinese. Tacciono i sindacati, sempre poco interessati a una comunità che non porta tessere. Tacciono i magistrati, le forze di polizia, le istituzioni locali, i politici di nuova e vecchia elezione, gli enti religiosi e le associazioni noprofit di destra e di sinistra. Tutti muti, senza voglia di ribellarsi, di fare appelli, di lanciare allarmi, di fare domande e esigere risposte. Solo l’assessore-sceriffo Aldo Milone continua a urlare, quotidianamente, contro l’illegalità cinese di ogni ordine e grado, prendendosi le battute di chi lo liquida come colui che ha legato la sua stessa sopravvivenza alla lotta contro i cinesi.
Ieri il gruppo interforze ha sequestrato un capannone di 500 metri quadrati che ospitava un’azienda cinese in cui lavoravano (anche) sei clandestini. Cucivano maglie per un committente italiano, un maglificio di Agliana che si è giustificato dicendo di aver ottenuto dalla ditta cinese il Durc, il documento unico di regolarità contributiva che attesta il pagamento dei contributi dei dipendenti. Di quelli in regola, naturalmente: gli altri non interessano, ed è meglio non vederli. E qui sta l’altro bandolo della matassa: la connivenza di quella parte (piccola, per fortuna) di città che sulle spalle dei cinesifa soldi e fortuna. Un intreccio ine- stricabile guidato dal profitto, che pochi sembrano interessati a disboscare. «Sporcarsi» le mani per combattere la ragnatela di illegalità cinese è faticoso e rischioso. In un’altra fase storica Prato ci avrebbe provato, e forse avrebbe vinto. Oggi, acciaccato dalla crisi economica e guidato dagli interessi di bottega, ha deci- so che la rassegnazione è meglio della pro- testa. E ha scelto il silenzio.

Silvia Pieraccini
Corriere Fiorentino 28 Marzo 2013

Qualche tempo fa, dopo diversi articoli sulla questione che nessun politico, amministratore, magistrato, ha raccolto per far valere il principio di legalità, Silvia Pieraccini ha scritto e pubblicato un libro (edizioni Il Sole24ore) che si chiama “L’assedio dei cinesi: il distretto senza regole degli abiti low cost a Prato”.
E’ una bella e corposa inchiesta sulla questione, caduta nel silenzio.

La morte dei quei cinesi schiavizzati pesa sulle coscienze di noi tutti.
Perchè noi siamo europei, e non siamo schiavisti.
E se non affermiamo, oggi, con vigore, il sacrosanto diritto alla salvaguardia di chiunque lavori nel territorio della Repubblica Italiana, qualunque sia il colore della pelle o la razza, il messaggio che l’Italia sta dando nel mondo è: “venite pure qui da noi a fare gli schiavisti, tanto le istituzioni, la classe politica, gli amministratori locali e i sindacati chiudono tutti un occhio e potete fare quello che volete, come vi pare, quando vi pare e per quanto vi pare”.
Ma è anche un segnale, tragico termometro sociale, dei cieli che ci attendono, se non andiamo in Europa a combattere con furia e tenacia per far affermare l’Europa dei Diritti, del rispetto del lavoro, ma soprattutto della Civiltà.

Qui di seguito vi propongo una bella intervista rilasciata da Silvia Pieraccini alla giornalista Sonia Montrella che è apparsa su una agenzia di stampa ad ampia diffusione, nella sua specifica rubrica relativa alla China. Si chiama AGI CHINA 24.
Ecco il link: QUI

E’ stata pubblicata circa un mese fa, nessuno ne ha voluto parlare.
E’ arrivato il momento di prendere il toro per le corna.
Facciamo in modo che la morte di quei poveri schiavi sia servita a qualcosa.
E non dite a voi stessi: chissenefrega tanto quelli so’ cinesi.
Sono esseri umani.
E l’Italia non è terra franca aperta agli schiavisti sfruttatori: che si richiamino a Mao Tze Dong o a Goldman Sachs, per me è irrilevante.

Sempre bastardi sono.

Se non li fermiamo adesso, penseranno che c’è il semaforo verde per loro.

Domani faranno la stessa cosa con i lavoratori italiani.

Anzi, lo stanno già facendo: questa è la vera notizia del giorno.

Intervista rilasciata a Silvia Montrella per Agichina24 on line da SILVIA PIERACCINI – AUTRICE DEL LIBRO – INCHIESTA “L’ASSEDIO CINESE – IL DISTRETTO SENZA REGOLE DEGLI ABITI LOW COST DI PRATO”

A Prato si sono venuti a creare diversi fattori che hanno reso possibile lo sviluppo del pronto moda cinese. Per prima cosa i pochi controlli che sono stati effettuati nella città toscana hanno regalato ai cinesi l’opportunità di operare indisturbati;  in secondo luogo, la forte crisi del tessile ha creato una grande disponibilità di spazi, in prevalenza capannoni, da utilizzare. 

A ciò bisogna poi aggiungere la collaborazione di ‘braccia italiane’, ovvero di quelle persone del ‘sottobosco’ che hanno aiutato i cinesi a mettere in piedi questo distretto illegale. Decisiva è stata poi la collocazione geografica: il fatto di essere al centro dell’Italia e sulla direttrice nord sud favorisce gli spostamenti, tanto ogni fine settimana a Prato si assiste a un flusso di compratori dell’est Europa e dell’Europa centrale che arrivano nella città toscana per fare il carico di prodotti di abbigliamento cinese. 

Tutti questi fattori, uniti alla disponibilità di servizi (logistica, spedizioni, ecc.) presenti sul territorio grazie alla lunga tradizione pratese nel settore moda hanno contribuito al successo del pronto moda sino-pratese.

E’ possibile secondo lei replicare altrove in Italia l’esperienza pratese?

Secondo me a Prato si è verificata una ‘congiuntura astrale favorevole’. E’ difficile dire se il fenomeno sia  replicabile altrove, ma di certo la realtà manifatturiera, la location, la crisi del tessile e la scarsità dei controlli sono tutti elementi fondamentali che inducono a pensare che oggi sarebbe molto difficile esportare altrove il modello pratese.

Uno dei punti di forza del pronto moda sino-pratese è naturalmente il prezzo stracciato. Un metro di tessuto importato dalla Cina costa 54 centesimi contro i 5 euro del prodotto italiano. A ciò si aggiungono  poi le evasioni fiscali e l’ingresso di  tessuti illegali che arrivano nei porti di Napoli, Livorno, Genova e La Spezia e che costituiscono ormai un fatto noto. Quale è il grado di responsabilità delle autorità doganali e cosa ha fatto finora il governo italiano per mettere un freno a questa tendenza?
Un’inchiesta condotta dalla guardia di Finanza, in collaborazione con l’Agenzia delle Dogane, e resa pubblica proprio mesi fa ipotizza un contrabbando di tessuti in arrivo dalla Cina e che entrano nel nostro Paese senza pagare dazi e IVA. Naturalmente in questa inchiesta non sono coinvolti solo i  cinesi, ma anche funzionari italiani che inevitabilmente hanno permesso tutto ciò.  Non credo, infatti, che un’attività di questo tipo sia possibile senza la collaborazione di personale dei porti e delle dogane europee. In questi anni sono stati fatti pochi controlli dogane ed è stata fatta passare molta merce.

Si potrebbe parlare di ‘concorso di colpe’?

Quello di Prato è sicuramente uno di quei casi in cui lo Stato italiano ha dimostrato la propria scarsa forza nel fare i controlli, a qualsiasi  livello: locale, nazionale, sono stati condotti pochi  controlli nei porti, nei negozi cinesi, e sui soldi guadagnati dai cinesi spesso in modo illegale che attraverso money transfer vengono mandati in Cina. E’ come se lo Stato avesse girato la testa dall’altra parte e avesse deciso di non guardare quello che stava succedendo.

A marzo il Parlamento italiano ha approvato la legge Reguzzoni-Versace che stabilisce che per poter etichettare un marchio come “Made in Italy”  il capo deve aver subito almeno i 2/3 della lavorazione in Italia. La legge sarebbe dovuta entrare in vigore dal 1 ottobre, ma manca ancora il via libera di Bruxelles. Se la normativa dovesse essere varata quanto ne risentirebbe il distretto di Prato? E quanto il Made in Italy sarebbe effettivamente protetto dalla concorrenza sleale?
La legge Reguzzoni non dovrebbe toccare il distretto pratese. I cinesi a Prato realizzano due fasi: la cucitura e la nobilitazione – tintura del capo finito, rifinitura del capo, stampa di disegni su magliette e abiti – .Se la normativa dovesse essere approvata i cinesi di Prato continuerebbero ad apporre (legittimamente) l’etichetta Made in Italy, in linea con i principi della Reguzzoni – Versace. In questo caso il Made in Italy prodotto in Italia sarebbe legittimo. Ma se l’Ue non riesce ad approvare una normativa sull’etichetta “Made in” delle merci in entrata nel continente, non è possibile mettere un freno nemmeno a quei prodotti che vengono prodotti all’estero ed etichettati in Italia.

Spesso si tratta di prodotti di scarsa qualità. E’ così per molti generi alimentari ed è così anche per le stoffe che contengono sostanze tossiche. Ma mentre la Cina prima di importare prodotti dall’estero li sottopone a lunghe analisi ed esami, l’Ue non impone obblighi di salubrità e “spalanca i cancelli”. Perché?

Questo è il grande problema della mancanza di reciprocità. L’Europa richiede scarsissimi requisiti per poter ammettere merci varie, in particolare quelle tessili. Spesso queste stoffe vengono importate dalla Cina senza alcun problema, ma nel momento in cui questi tessuti vengono trasformati in abiti e riesportati in Cina, vengono fermati alle dogane, esaminati accuratamente e spesso respinti perché per il governo cinese non rispondono ai parametri richiesti. Mentre questo grande Paese in via di sviluppo si è attrezzato con una serie di barriere e di ostacoli per selezionate l’ingresso di merci sul proprio territorio, l’Europa rimane a guardare. Famoso è il caso di Zegna che tempo fa si è visto respingere alla dogana alcuni tessuto precedentemente acquistati in Cina perché ritenuti non idonei. Ci troviamo quindi di fronte a un caso davvero paradossale. Se vogliamo dirla in modo banale, la Cina si è attrezzata per proteggere le sue frontiere, l’Europa no: la prima è molto più restrittiva ed esigente, la seconda importa tutto e fa passare qualsiasi cosa. E oggi ne paghiamo le conseguenze.

Secondo lei è un fatto di ‘distrazione’ , di ‘ingenuità’,  si teme  di ‘stuzzicare’ il Dragone o c’è qualche altra ragione?

Questa è una risposta che dovrebbe dare la politica. Sicuramente a Bruxelles ci sono forze contrastanti per cui accanto a Paesi importatori, che non hanno molti interessi a porre paletti all’ingresso delle merci in Europa, si collocano altri Paesi manifatturieri, tra cui l’Italia, che avrebbero grande interesse a imporre una serie di parametri di protezione come avviene in molti altri Paesi. E’ questo scontro che fino ad oggi ha ritardato l’approvazione dell’etichettatura per i prodotti importati. Credo che alla base di tutto ci sia il conflitto tra i Paesi dell’Ue, ma naturalmente anche la grande potenza cinese ha un grande peso.

Nel libro si parla di due aziende, Giupel e Koralline, che hanno imboccato la via della legalità. La prima, specializzata in capi in pelle è una delle poche SPA in Italia, la seconda è “il primo marchio cinese Made in Italy”. Pensa che saranno d’esempio anche per altre aziende o resteranno casi isolati?

Spero vivamente che siano d’esempio per le altre aziende, ma purtroppo a sei anni di distanza dalla sua entrata in Confindustria, bisogna constatare che Giupel continua a essere l’unica compagnia cinese iscritta nel registro. Giupel era entrata in Confindustria con la speranza e la promessa di portare altre aziende sulla via della legalità, ma nessun’altra ha seguito il suo esempio e il ponte tra le aziende cinese e la comunità italiana che Giupel si era prefissata di costruire è franato miseramente. Oggi Prato conta 5000 aziende cinesi di cui 4000 operanti nel settore dell’abbigliamento e ancora oggi i controlli eseguiti dalle forze dell’ordine  mostrano che la maggior parte di esse presentano grandi sacche di illegalità. Un fatto allarmante soprattutto se si considera il fatto che è tra l’illegalità e la grande circolazione di denaro che spesso si vanno a insinuare le organizzazioni criminali.

Sergio Di Cori Modigliani
Fonte: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it
Link: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it/2013/12/che-cosa-si-nasconde-dietro-lassedio.html
2.12.2013

Pubblicato da Davide

  • ROE

    Sì, è l’ennesima nostra vergogna. Deve finire.

  • Primadellesabbie

    …Quindi, la prima responsabilità è delle istituzioni governative statali che presiedono i doganieri, i finanzieri, gli ispettori fiscali.

    C’è la totale responsabilità degli amministratori locali liguri, campani e marchigiani, anche loro chiudono un occhio.

    C’è la totale responsabilità di tutto il personale politico-amministrativo della Regione Toscana, della Provincia di Firenze, del Comune di Prato, che non eseguono i controlli di norma previsti dalle Leggi e regolamenti che gli imprenditori italiani, invece, rispettano, altrimenti l’Europa ci bastona. Giustamente.

    Poi c’è la responsabilità dei sindacati,…

    Qui chiunque, dal Presidente della Repubblica all’ultimo usciere, può percepire uno stipendio dalla comunità ed interpretare il compito che gli viene assegnato a modo suo, a discrezione della sua convenienza e cultura.
    Esempi di quello che dico ne abbiamo avuti ogni giorno e li abbiamo sperimentati, ciascuno di noi, a nostro vantaggio o svantaggio.

    Qui, un estemporaneo sedicente imprenditore, può decidere di divenire Presidente del Consiglio e costringere la comunità a badare ai suoi problemi personali, imponendo i suoi vezzi e le sue convenienze per due decenni e oltre, insultando tutto e tutti a misura del suo estro.

    Qui i diritti fondamentali dei cittadini in uno stato di diritto sono a inappellabile discrezione dell’autorità di turno.
    I regolamenti di applicazione delle leggi sono orientati a questo scopo.

    Qui imperano e si diffondono senza trovare resistenza, a macchia d’olio, organizzazioni criminali associate al potere.
    Anche le mafie straniere hanno assegnato il loro legittimo spazio come si ricava anche dalla storia di cui ci stiamo interessando.

    Qui gli sfortunati immigrati che hanno la sorte di capitare, si rendono immediatamente conto della situazione e ne approfittano nel peggiore dei modi, per loro e per noi.

    Una sola domanda. Perché ci ostiniamo a credere di vivere in uno Stato e a dargli persino un nome?

  • Tao

    Le persone bruciate vive nelle fabbriche tessili segnano la storia dello sviluppo industriale e delle condizioni di lavoro. La stessa data dell’8 marzo ricorda la strage di operaie avvenuta per il fuoco più di un secolo fa negli Stati Uniti.

    Dopo aver percorso il mondo con la sua devastazione costellata di stragi di lavoratori, ora, grazie alla crisi, la globalizzazione torna là da dove era partita, e anche da noi si muore come nel Bangladesh o in Cina.
    Negli Stati Uniti questi laboratori di migranti che si installano nelle antiche zone industriali li chiamano “sweet-shops”, fabbriche del sudore.
    Da noi la strage di operai cinesi a Prato è stata presentata cercando la particolarità estrema, quasi come fatto di costume.

    Si è messo l’accento sulla particolare chiusura in sé della comunità cinese, fatto assolutamente vero, quasi per derubricare quanto avvenuto. E soprattutto per non affrontare la questione vera, che in Italia la produzione industriale e il lavoro nei servizi stanno affondando nelle condizioni di quello che una volta si chiamava terzo mondo.

    La questione non è che i morti sono cinesi, ma che in Italia si lavora come schiavi per paghe vergognose, e che questo può toccare a tutti. Perché c’è chi ci guadagna a mettere il proprio marchio su ciò che viene fatto per pochi centesimi, e la svalutazione dei nostri redditi ci pesa un po’ meno se possiamo comprare indumenti a basso prezzo. Prima si dovevano trasportare da lontano le merci prodotte dagli schiavi, ora la strada è più corta perché gli schiavi li abbiamo in casa. I margini di profitto crescono con la schiavitù a chilometro zero.

    Se non si ferma la macchina infernale della globalizzaione, se non si ridà forza e dignità al lavoro quale che sia il colore della pelle o il taglio degli occhi di lo fa. Se si continua a parlare di competitività e produttività a tutti i costi. Se si continua ad accettare come fatto inevitabile che il lavoro sia sfruttato qui, tanto sennò lo sfruttano lì.
    Se continueremo a considerare con riprovazione domenicale ipocrita, il culto che Papa Francesco ha chiamato del Dio Denaro. Se continueremo a sprofondare verso il capitalismo ottocentesco, di quel capitalismo subiremo sempre di più la ferocia.

    Se vogliamo fermarci, cominciamo a dire che a Prato son stati uccisi sette operai, come alla Thyssenkrupp di Torino. Non sette cinesi, ma sette operai vittime in Italia dello schiavismo della globalizzazione.

    Giorgio Cremaschi
    Fonte: http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it
    Link: http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/12/02/giorgio-cremaschi-prato-schiavitu-a-chilometro-zero/
    2.12.2013

  • Tao

    Prato, la Guangdong italiana edificata dal centrosinistra. Dove si muore bruciati vivi

    macrolotto pratoSembra strano, specie in un mondo dove i territori si interconnettono, ma la realtà pratese non è chiaramente percepita in tante zone della Toscana. Eppure basta fare due passi nel secondo capoluogo di provincia della nostra regione per imbattersi in strade frequentate solo da cinesi. Oppure in autobus dove, a seconda dell’ora, puoi essere l’unico italiano. In un mare di cinesi, mescolato tra pakistani e immigrati di origine africana o slava. Prato altro non è che, dati alla mano, il più straordinario melting pot della nostra regione. Dove è più facile, per la strada, trovare gente che parla al cellulare in forte accento straniero, o nella lingua madre, che in italiano.

    Chi si occupa, dal punto di vista della ricerca, della demografia del luogo lo dice poi chiaramente: “non sappiamo realmente quanta immigrazione c’è sul nostro territorio, sicuramente molto più delle statistiche ufficiali”. E le statistiche ufficiali parlano di 6,32 per cento, rispetto alla popolazione complessiva, di abitanti di origine cinese e 1,04 per cento di origine pakistane. Basta dare un colpo d’occhio alla città ogni giorno, ancor di più conoscendo i durissimi orari di lavoro a cui sono sottoposti i migranti, per capire che l’immigrazione reale a Prato è molto più alta. In un capoluogo di provincia che è comunque, ufficialmente, il sesto in Italia per presenza di immigrati. In una città che, da sola, ha il 10 per cento di cinesi presenti in tutta Italia.

    La tragedia del 1 dicembre non è però un caso: altro non è che il frutto maturo di un modello neoliberista feroce edificato negli anni dal centrosinistra. La riprova? La strage non è avvenuta in quartiere dismesso, o in una fabbrica abbandonata e poi riutilizzata, ma al Macrolotto di Prato. Zona che altro non è che la più grande area di lottizzazione industriale privata realizzata in Italia dagli anni ’80. Non proprio un luogo abbandonato quindi ma l’area della pianificazione della ristrutturazione liberista di quella parte di Toscana, progettata da regione, industriali, sindacati, banche. Se c’è una genealogia dei passaggi di proprietà, di capitale e di capannoni, delle ristrutturazioni in peggio delle condizioni di lavoro è il Macrolotto, vero libro aperto degli orrori liberisti edificati dal centrosinistra in trenta anni di deregolazione.

    Il Macrolotto non è un’area con capannoni dove nessuno si conosce: ha organismi di vero e proprio autogoverno. Economico e finanziario. Consulenze regionali, provinciali e di ricerca. Ovviamente non è il mondo liberista di ieri ma quello di domani. Dove imprese mutano composizione di capitale, proprietari, orari e ritmi di lavoro, processi e prodotti a seconda di dove va il mercato il giorno dopo. Il tutto dietro la benedizione dell’ “inseguite l’innovazione”, con capitali che arrivano da ogni parte del pianeta, e “arricchitevi”. Una Renziland già operativa da un trentennio, un incubo ad egemonia Pd nonostante che a Prato il comune sia maggioranza centrodestra. Con assessori che ordinano perquisizioni a negozi di extracomunitari fatte con l’elicottero e gli agenti calati dall’alto. Ma a tanto rigore spettacolarizzato corrisponde la deregolazione totale del territorio: basta che arrivino capitali, che qualcuno venda la propria forza lavoro a costi asiatici e tutto è possibile a Prato. Culla del modello della “crescita” caro ai Renzi, ai Letta nel silenzio-assenso più clamoroso da parte della Cgil.

    Ecco che, da due decenni almeno, si è importato così il modello di relazioni industriali cinese in Italia: diritti zero e morti dietro l’angolo. Non deve infatti sfuggire a nessuno che la Cina, ufficialmente, è il paese con più morti sul lavoro (in assoluto e in percentuale rispetto alla popolazione) di tutto il pianeta. Ecco cosa si è importato grazie a pluridecennale programmazione nell’attirare capitali dall’estero. Perché sono i capitali, non le persone, che combinano questi disastri. Domenica 1 in forma di strage. Col fuoco e col fumo. Prato come Guangdong, quindi. Ma non a caso: grazie alla serena programmazione della civile Toscana. Un pezzo di futuro già operativo da decenni in nome della “crescita”, e dell’integralismo dell’export che tanto piace all’Irpet ormai in preda ai Chigago Boys del Pd.

    Siccome però alla faccia di bronzo non c’è mai fine, Enrico “Karin B.” Rossi, presidente della Toscana, si è presentato a Prato di fronte alle tv a denunciare che “a Prato ci sono salari da terzo mondo”. Far finta di cascare dal pero è bello, ma sempre meno gente abbocca alla propaganda di un centrosinistra che come progetto di vita offre l’agonia. Quando non capitano stragi sul lavoro come queste.

    Fonte: http://www.senzasoste.it
    1.12.2013

  • Gekaldo

    Ritengo responsabile di questo neo schiavismo, o moderno nazismo, non solo la politica, le istituzioni ma anche chi acquista merci cinesi. In Italia, il consumatore deve essere messo ingrado di poter scegliere consapevolmente, ad esempio basterebbe una white-list istituzionale di imprese ben controllate che rispettino norme ambientali, di sicurezza, e diritti umani.

  • albsorio

    ” La morte dei quei cinesi schiavizzati pesa sulle coscienze di noi tutti. Perchè noi siamo europei, e non siamo schiavisti.” —– Non ne sarei così sicuro, l’Europa dice che nelle trasferte di lavoro vale lo stipendio del Paese di origine, succede quindi che ogni 6 mesi scarsi si cambiano i lavoratori stranieri in trasferta, così lo Stato, l’INPS etc non guadagnano niente e magari con 100$ al mese (0.50€/ora) + vitto/alloggio, documenti e viaggio A/R, si ha un lavoratore in “regola” con le leggi italiane… lo schifo “Europa” continua, chi ha un lavoro se ne frega di tutto, pensa che sono .azzi altrui… finchè non arriva il suo turno.

  • Ercole

    Mettiamo la parola fine alla barbarie di questo sistema sociale basato sul profitto dello sfruttamento degli operai ridotti in schiavitù ,le lacrime di coccodrillo,e i piagnistei dei servi del capitale non portano da nessuna parte tutto ciò non fa che confermare la validità della scienza marxista e la necessità di una rivoluzione di classe internazionale è internazionalista è una necessità storica sono le contraddizioni del capitale che la impongono 😮 socialismo o barbarie .

  • yakoviev

    Ma non lavorano per i marchi italiani?

  • searcher

    che cosa si nasconde dietro…..

    in primis la stupidita,diciamo della stragrande maggioranza dell’umanità intera..e a venire tutto il resto

    se ci si chiedesse prima; “ma io ne ho davvero bisogno di COMPRARE questa cosa?”…la risposta ovviamente sarebbe no…ma a chi lo vai a dire??

    e cosi arriva il momento che succede quello che DEVE succedere..nessuno se ne faccia poi meraviglia.

    CONSUMA,PRODUCI,CREPA..CONSUMA,PRODUCI,CREPA…………..

  • orckrist

    “Nel settembre 2006, l’allora presidente del consiglio italiano Romano Prodi si recò in visita ufficiale in Cina accompagnato da i ministri Rosy Bindi, Emma Bonino, Antonio Di Pietro e Fabio Mussi. La delegazione italiana fu ricevuta a Pechino dal premier cinese Wen Jiabao e successivamente dal presidente Hu Jintao. Furono firmati accordi riguardanti la ricerca, lo scambio di studenti universitari e ricercatori, le adozioni e il commercio.”

    6 Luglio 2009, visita ufficiale di Hu Jintao in Italia con al seguito i delegati di 300 imprese cinesi.
    (http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2009/07/Hu_Jintao-visita-Italia.shtml)

    Dal 20 al 24 ottobre 2010, Su invito del Presidente Hu Jintao, il Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano ha compiuto una visita di Stato nella Repubblica Popolare Cinese Accompagnato dal Ministro degli Affari Esteri, On. Franco Frattini, il Capo dello Stato si è dapprima recato a Pechino, per poi proseguire la sua visita a Shanghai, Macao ed infine ad Hong Kong. Nelle due Regioni Amministrative Speciali il Presidente Napolitano è stato accompagnato dal Sottosegretario agli Affari Esteri, On. Stefania Craxi.
    (http://www.ambpechino.esteri.it/Ambasciata_Pechino/Archivio_News/Visita+Presidente+2010.htm)

    Prodi si conferma così interlocutore privilegiato di Pechino, l’amico italiano, una sorta di Henry Kissinger europeo.
    Prodi è da tempo in relazioni eccellenti con i cinesi, unico europeo invitato a tenere corsi alla scuola del Partito comunista cinese.
    (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-09-14/incontri-vertice-cina-romano-132621.shtml)

    E adesso tutti a fare le verginelle scandalizzate.
    Nessuno sapeva niente?
    Ovviamente in tutti quegli incontri si parlava del tempo.

    “Ottimo” intervento del ministro dell’integrazione:
    «La comunità cinese ha le sue colpe, noi abbiamo le nostre – interviene la Kyenge, in un’intervista al Messaggero – I cinesi hanno bisogno di uscire dalle loro comunità chiuse, ma per farlo devono potersi fidare di noi. E noi forse non abbiamo dato loro tutta la protezione necessaria».
    Quindi fabbrica cinese, gestita da cinesi, che impiega solo cinesi e la colpa è degli italiani.
    Non fa una piega.

  • orckrist

    Considerando che per una fetta sempre più ampia di italiani il risparmio anche di un solo euro è diventato vitale, la cosa è un tantino utopistica.

    Considerando, poi, che la pressione fiscale sulle aziende italiane è al 72%, i prezzi al dettaglio dei prodotti italiani sono sempre più inarrivabili.

    Chissà qual’è la pressione fiscale sulle aziende cinesi in italia…

  • Jor-el

    Giusto. Inoltre queste cose non succedono in Germania, Inghilterra, Olanda (i paesi cosiddetti “normali”) soltanto perché l’Unione Europea e l’FMI, nello scacchiere produttivo-distributivo della globalizzazione – hanno assegnato all’Italia esattamente questo posto.