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C’E’ UN PROBLEMA DELL’INFORMAZIONE IN ITALIA OGGI ? QUESTA SAREBBE UNA NOVITA’ ? IL PERCHE’ DELLO SCONTRO GRILLO VS GIORNALISTI

DI SERGIO DI CORI MODIGLIANI
Libero pensiero

“Agli scrittori si chiedeva sempre più di curare il loro aspetto pubblico: dovevano farsi vedere…erano costretti a parlare invece che scrivere, a farsi ascoltare invece che leggere, obbligati a vivere un surrogato di mondanità invece di tenere in esercizio quel guardare incarognito le cose della vita che solo fornisce materia alla scrittura.
Luigi Bernardi, 10 marzo 2012

“Noi e loro anima e corpo. Sembra che noi e il Pd non siamo mai stati avversari. Siamo in piena luna di miele. Ci scambiamo tutti sorrisetti, occhiolini, pacche. In questa realtà sono a mio agio. M5S e Sel sono tremendi, hanno totalmente perso il senso della imparzialità. Invece la parola d’ordine é condivisione. In armonia”.

Alessandra Mussolini, 4 giugno 2013

Parliamo oggi di comunicazione e giornalismo.
Beppe Grillo attacca la corporazione dei giornalisti e fa nomi e cognomi spingendoli ad assumersi le loro responsabilità. I giornalisti, in compenso, rispondono gridando allo scandalo, protestando, indignandosi, ma scelgono di sottrarsi al dibattito e al confronto, al punto tale da scegliere di passare alle querele.

E così, l’ex presidente della Rai Lucia Annunziata denuncia Beppe Grillo. Come a dire: meglio vedersela tra avvocati che affrontarsi in un dibattito pubblico.

Basterebbe questo per chiarire le motivazioni di base che ci hanno portato dal 57esimo posto al mondo, come nazione che usufruisce della libertà di stampa, al 69esimo; il tutto negli ultimi quattordici mesi. Il 2012 è stato l’anno della svolta negativa, che ha impresso al mondo dell’informazione italiana la spinta verso l’inarrestabile declino mediatico, esaltato dalla classe politica dirigente nei lunghi mesi di deferenza, servilismo, acriticità e compiacenza, profusi in tutte le salse nei confronti del governo Monti. La stragrande maggioranza dei giornalisti, indifferentemente di destra e di sinistra, che avevano investito la loro energia e professionalità spiegando perché Monti fosse “una risorsa insostituibile”, non solo all’inizio del suo governo, il che era comprensibile, sono le stesse identiche persone che dieci secondi dopo l’esito elettorale del 25 febbraio 2013 hanno cominciato a spiegarci perché il governo Monti non andava bene e perché, invece, andrà benissimo quello Letta-Alfano.

Ma c’è un problema dell’informazione, in Italia?

Va da sè che esiste, altrimenti non ci troveremmo in quella posizione di classifica.

Il problema non è facile da affrontare, perchè il perno della vicenda ruota proprio intorno alla struttura stessa del potere politico italiano che possiede il controllo dei media, e quindi sceglie, decide e stabilisce di che cosa si parla e di che cosa non si parla. Soprattutto in quali termini sia necessario farlo. Non è certo casuale che la mamma di tutte le caste (la corporazione dei giornalisti) sia l’unica attività professionale esercitata legalmente in questo paese che non è stata quasi mai toccata, da scandali, accuse di concussione, falsi in bilancio, corruttela provata e dimostrata. Non solo. Il potere mediatico-editoriale ha avuto l’accortezza diabolica di impossessarsi delle tematiche della indignazione popolare costruendoci sopra un lucroso business. Dopo il danno anche la beffa. E così, negli ultimi anni, si sono ingegnati costruendo quella che ho definito “l’industria del dissenso”, sofisticata modalità censoria abilmente camuffata da apparente denuncia, dato che è prodotta, distribuita e venduta da coloro contro i quali  gli autori si scagliano. In quei prodotti, sia cartacei che televisivi, si presenta la schiuma di una onda piccola e la si spaccia per oceani giganteschi, dando quindi al fruitore l’impressione di essere testimone di un’accorata denuncia del sistema vigente. Non esiste un libro pubblicato in Italia che abbia affrontato il tema della “casta mediatica”, se non qualche tentativo d’artigianato distribuito in forma rozza secondo modalità pre-capitalistiche, e quindi, inevitabilmente, destinato al dichiarato insuccesso. In un teatro come questo, diventa un imperativo categorico tentare e cercare -come si può, sulla base degli strumenti operativi a disposizione di ciascuno- di riappropriarsi del Senso, per non perdere il significato della realtà. L’oligarchia al potere si sente minacciata, e ha ragione a sentirsi così. Si sente in pericolo, e ha ragione a sentirsi così.  Sente di avere a disposizione sempre meno tempo, sempre meno argomenti, sempre meno sostanza, e quindi deve fare tutto ciò che è possibile per abbassare il livello dell’informazione, per annacquare il dibattito, per distrarre l’attenzione, in modo tale che la vera autentica natura dello stato dell’arte non venga svelata alla cittadinanza e sia per loro possibile seguitare a produrre dei falsi conclamati.
La casta mediatica, ormai, vive all’interno di un rovesciamento di valori. Enrico Letta va a Bruxelles il giorno dopo aver varato il suo governo e incassa una pesante sconfitta. Le sue richieste vengono bocciate. La stampa presenta il suo viaggio come un successo suo personale. Non solo. Ci aggiungono anche un plusvalore, dichiarando che l’Europa applaude per come l’Italia si è mossa finora “negli ultimi due anni”, il che significa far credere a tutti che Mario Monti e quindi anche Silvio Berlusconi avevano lavorato molto bene. Il 10 marzo 2013 -pur dimissionario ma ancora in esercizio- il governo Monti aveva annunciato “ufficialmente” di aver accolto le istanze di Confindustria, mettendo a disposizione la cifra di 50 miliardi di euro “subito” per venire incontro ai debiti della Pubblica Amministrazione verso le piccole e medie imprese creditrici. Applausi e fiumi di articoli. Il 10 aprile tale decisione viene annullata con pesanti dichiarazioni da parte della Corte dei Conti e non se ne fa niente. Nessun giornalista protesta davvero, nè si scrive al riguardo. Confindustria “finge” sconcerto ma non accade nulla perchè non denunciando nulla non può avvenire nulla. Il nuovo governo dichiara che varerà “subito” un piano per pagare le imprese. La stampa pubblica con enfasi dichiarazioni e opinioni di politologi, economisti, editorialisti, esperti giuristi, i quali, con enfasi, spiegano come avverrà l’operazione. Avviene poco o nulla. Gli articoli al riguardo cessano.  Il governo Letta annuncia rivoluzionari provvedimenti per abbattere il finanziamento pubblico ai partiti, attraverso il varo di un Decreto Legge fumoso, all’interno del quale esistono dei dispositivi che recano in sè i germi per un rientro dei soldi ai partiti dalla finestra. Non c’è stato nessun giornalista di destra, nessun giornalista di sinistra, che ha chiesto direttamente, in modo convinto, a Enrico Letta e Angiolino Alfano “scusate, ma perchè non restituite subito i 45 milioni di euro?”. Nessuno glielo ha chiesto. L’onorevole Daniela Santanchè dichiara il 6 maggio 2013 in televisione “io sono a favore dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e sono addirittura d’accordo a restituire immediatamente la cifra destinata al PDL in questa tornata elettorale: sia chiaro a tutti che questa è la posizione del PDL”. L’8 maggio 2013, alle 12.30, il capogruppo del PDL alla Camera, on. Brunetta, presenta la richiesta ufficiale in tesoreria per avere i soldi. La richiesta viene accettata. Nessuno chiede conto di questo. E così via dicendo.

E’ un mondo senza senso, all’interno del quale non è facile districarsi. Non è peggiorato, intendiamoci. L’immagine che vedete in bacheca ritrae la prima pagina del corriere della sera del marzo 2009 quando -in teoria- non c’era ancora la crisi, in cui il quotidiano ci annuncia che il segretario del PD si era dimesso e il PD era nel caos. Eppure, all’italiano medio, al cittadino inerme, viene fatto credere che “il PD nel caos” sia una novità, una notizia che si è verificata nell’aprile del 2013. Non è così. Idem per ciò che riguarda il PDL e tutte le altre attività governative. I giovani di “occupy PD” in realtà sono vecchi ammalati di Alzheimer sociale precoce; pensano di star vivendo una epopea civica originale, mentre invece sono la copia clonata dei loro cugini che hanno vissuto la stessa identica esperienza quattro anni fa. La differenza sta nel fatto che allora aveva un nome diverso. In questi ultimi anni non è accaduto nulla di nuovo, se non l’arricchimento di una percentuale minima della popolazione pari a circa l’1,8%, ai danni del restante 98,2%, i quali sono stati spinti verso un degrado sempre maggiore, verso un impoverimento sempre maggiore, con il conseguente declino della nazione ormai avviata verso una definitiva regressione.
La stampa ha seguitato a sostenere la classe politica dirigente che ha prodotto questo risultato, a seconda dei casi esaltando la destra, la sinistra, il centro.

Oggi, invece, la notizia relativa alla novità quotidiana sarebbe che il “problema” dell’Italia consiste nell’attacco di Beppe Grillo alla stampa. La verità è che si rendono conto che non sono più in grado di sostenere delle argomentazioni che producono falso. Questo è l’unico vantaggio della crisi economica perdurante: l’aumento del disagio sociale comporta un ispessimento della soglia dell’attenzione e sono sempre meno le persone che se la bevono. Diventa sempre più difficile ingannare i cittadini, perchè in Italia comincia, poco a poco ma inesorabilmente, a diffondersi -e questa è la splendida novità del nostro risveglio, che è lento ma reale- una nuova lettura della realtà basata sulla comportamentalità, sulla fattualità, sull’esistenzialità. Si viene giudicati ormai alla prova dei fatti. I giornalisti non fanno ormai domande scomode ai politici, tranne a quelli del M5s. Beppe Grillo dovrebbe arrabbiarsi soprattutto per questo. Il mestiere del giornalista è quello di chiedere di “render conto” ma a tutti, con la stessa tenacia. Altro che domande sulle diarie! Ben altre sono le domande che dovrebbero essere fatte al resto dei parlamentari tutti, nessuno escluso.

E’ il motivo per cui, ieri sera, contravvenendo ai miei propositi di sfruttare i miei 4 minuti a disposizione per fornire al pubblico dei telespettatori la mia personale “idea narrativa e visionaria della presenza del M5s”, ho finito col virare verso un attacco personale contro Battista, il quale, a nome del corriere della sera, insisteva nell’accanirsi contro il M5s insistendo nel darlo per spacciato. Mentre me ne stavo lassù, appollaiato in quella specie di gabbiotto in attesa del mio turno e lo ascoltavo, c’erano due cose che mi frullavano dentro la testa, in maniera ossessiva, parallele e contigue anche se appartenenti a due dimensioni totalmente diverse. Da una parte, il ricordo, forte ma appannato, di un vecchissimo post di Grillo che se la prendeva con Pier Luigi Battista per qualche motivo che non riuscivo a ricordare, in tempi di gran lunga antecedenti all’esistenza del M5s come movimento elettorale. Dall’altra, il ricordo doloroso per la morte di Giuliano Zincone, mio maestro. Un grande, glorioso, poderoso giornalista, che qualche decennio fa mi fece avere accesso alla professione portandomi al corriere. E i maestri vanno sempre onorati, soprattutto quando si tratta di maestri bravi e di cavalli di pura razza, come nel caso di Zincone, autore del più potente e famoso editoriale mai pubblicato nella storia del giornalismo italiano, a metà degli anni ’70, sul corriere, da tutti considerato il più bell’articolo della storia repubblicana, per l’impatto che allora ebbe sull’immaginario collettivo della borghesia italiana Si chiamava “Orfani” e descriveva la tragedia dei giovani della sinistra di allora nell’aver capito, captato, la follia del criminale dittatore cambogiano Pol Pot, e  trovarsi pertanto di fronte all’idea che l’intera guerra fredda era una truffa: bisogna rimboccarsi quindi le maniche, uscire dalle ideologie e, assumendosi le responsabilità in proprio del proprio comportamento individuale, andare a combattere per la conquista dei diritti civili nel nome di una ritrovata comunità della cittadinanza collettiva, abbandonando i padri storici: da oggi siete tutti orfani. Mentre stavo lì ad ascoltare Battista con la voglia di saltar giù e dir la mia (ma non potevo farlo) quelle due idee si sovrapponevano. Poi, più tardi, a casa, sono andato sulla rete per vedere se trovavo qualche input che mi potesse aiutare a comprendere. Navigavo senza requie e senza risultati. Infine, ci sono riuscito.

Ed è andato tutto a posto: la virulenza di Battista, gli allarmi di Grillo, il lutto di Zincone.

Mi sono ricordato di un lontano giorno del 1977. Allora ero giovanissimo. Ero andato al corriere a consegnare un pezzo. Al bar avevo incontrato il prof. Guido Blumir, un sociologo esperto nei movimenti, anche lui collaboratore del giornale e come me, amico di Zincone. Proprio in quel momento entrò Giuliano, con un’aria disperata. Prendemmo insieme un caffè e poi lui ci disse: “Venite con me, su su muovetevi. Vi faccio vivere una esperienza storica. Andiamo. Vi faccio toccare con mano l’inizio del lungo e buio tunnel dell’informazione in Italia. Spetta a voi darvi da fare, perchè c’è il rischio che questa sera finisce il giornalismo, in Italia, per sempre. E poi anche il resto finirà a vacca”. Lo seguimmo. Salimmo su, al quarto piano, dove c’erano i big, e lui, allora, era il più importante giornalista italiano (sezione laici libertari). Si stava svolgendo il consiglio del comitato di redazione, c’erano i pezzi forti, perfino l’amministratore delegato e Rizzoli in persona. Annunciarono il licenziamento del grandioso direttore Piero Ottone, e la nomina (che andava votata) del nuovo direttore, Franco Di Bella. Ci furono diversi interventi, tutti a favore, il più entusiasta quello di Enzo Siciliano, che in seguito sarebbe diventato presidente della Rai. Gaspare Barbiellini Amidei, vice-direttore, importante giornalista, cattolico, colto, studioso di storia, era bianco come un cencio. Insistè per avere un pubblico parere da parte di Giuliano Zincone. Si alzò in piedi e disse. “Io vorrei sapere per quale motivo, il sottoscritto, che di professione fa il giornalista onorando questo splendido mestiere, dovrebbe accettare l’idea di avere come nuovo direttore l’allenatore del Catanzaro. Vorrei che mi venisse data dalla proprietà, qui e adesso, una convincente risposta. Conosco i meccanismi del potere in questo paese come le mie tasche, quindi? Che cosa c’entra il calcio con la grande tradizione di libertà dell’informazione del corriere della sera?”. E si mise a sedere. Alcuni risero, ma dopo qualche secondo tacquero. Calò un enorme silenzio che durò diversi minuti, fu davvero tragico. Ero troppo giovane, allora, per capire, ma l’energia si poteva captare, palpare con mano. Dopo questo angosciante silenzio, Barbiellini Amidei  disse: “Giuliano, noi qui dobbiamo votare e basta”. Votarono tutti.
(tanto per facilitarvi la comprensione, devo specificare che in quel momento la squadra del Catanzaro era in serie A, il suo allenatore si chiamava Di Bella ed era un tipo estroverso famosissimo; ma si trattava di una omonimia casuale).

Giuliano Zincone fu l’unico a votare contro.

Venne eletto direttore Franco Di Bella, un oscuro redattore di cronaca. Soltanto molti anni dopo venimmo a sapere che la sua nomina era stata decisa a Washington, dal comitato di finanzieri che aveva fatto suo “il memorandum di Powell” (chi ignora che cosa sia lo trova per intero in rete) e aveva dato ordine a Licio Gelli di prendere possesso del gruppo Rizzoli e dell’informazione italiana. Fu l’onorevole Tina Anselmi a spiegare il tutto, nel 1983, quando presiedeva la commissione parlamentare sulla P2.

Zincone è stato un grande giornalista e qui celebro la sua memoria: che riposi in pace. Sono davvero orgoglioso di avere avuto un maestro  come lui.

Ieri notte, verso le 2, a casa, a un certo punto ho pigiato su Google “Franco Di Bella-Beppe Grillo-Battista” e zaff, è venuto fuori un articolo pubblicato dal signor Beppe Grillo sul suo blog in data 28 febbraio 2009.
Allora, ho capito.

Ecco qui il link: http://www.beppegrillo.it/2009/02/il_millsgate_e_il_corriere_della_sera.html

Così ve lo potete leggere per intero.

E per oggi, basta così.

Tutto ciò per dire che i bravi giornalisti esistono. 

Sergio Di Cori Modigliani
Fonte: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it
Link: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it/2013/06/ce-un-problema-dellinformazione-in.html
5.06.2013

Pubblicato da Davide

  • albsorio

    ” Tutto ciò per dire che i bravi giornalisti esistono.” Troppo pochi.

  • oldhunter

    Noi, il pubblico, gente comune, uomini e donne della strada, delle campagne e delle fabbriche, non abbiamo bisogno di “bravi giornalisti”!
    E poi, bravi secondo quali canoni? Quelli dell’editore o del padrone d’oltreoceano ornato di grembiulino?
    O quello nostro di giudizio e desiderio, di ricevere finalmente una informazione sincera e non di parte o di partito?
    A noi, in realtà, servono solo giornalisti ONESTI, EQUIDISTANTI, INDIPENDENTI!
    Nulla di più e niente di meno…