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BOWIE A BERLINO: “…GUIDANDO IN UN PARCHEGGIO A 70 MIGLIA ALL’ORA, URLANDO DI VOLER FARLA FINITA”

DI RORY MACLEAN

theguardian.com

David Bowie si trasferì a Berlino a metà degli anni ’70, quando era dipendente dalla cocaina. Ma la città mise in fuga i suoi demoni interiori e lo indirizzò verso nuove forme di creatività. Rory MacLean ricorda bene le loro notti passate insieme nel suo appartamento di Hauptstraße – e in particolare una notte folle insieme a Iggy.

“E’ il giorno di Natale del 1977 a Berlino. Seduti a un tavolo David Bowie e il produttore cinematografico David Hemmings, insieme ad altre persone, partner, figli e amici, come me. In un ristorante appartato della Grunewald, la profonda e scura foresta urbana che delimita i confini occidentali di Berlino, mangiamo e beviamo, anche troppo. Bowie a un certo punto mi regalò una copia della biografia di Fritz Lang, che un giorno mi aiuterà a scrivere un libro su Berlino

In cambio, gli regalai un modellino retrò di astronave giapponese, il dono giusto per qualcuno che vorrebbe essere un…alieno tra le stelle. Alla fine di questa bella serata lo seguii al piano di sotto fino alla grande stanza da bagno in piastrelle di ceramica e davanti agli orinatoi iniziammo a cantare insieme Buddy Holly e una o due strofe di Good Golly Miss Molly di Little Richard.

Quando Bowie si trasferì da Los Angeles a Berlino alla fine del 1976, era sull’orlo di un crollo fisico e mentale. In un primo momento, cadde nuovamente nelle vecchie abitudini, girando per la città insieme al suo coinquilino Iggy Pop, bevendo Kopi alla Beer House di Joe, tra grondaie e bar di travestiti e frequentando il Dschungel e l’Unlimited. Una notte, Iggy era seduto sul sedile del passeggero mentre Bowie speronava ripetutamente l’auto di un loro ‘rivenditore’, per cinque lunghi minuti di follia. Poi s’infilò in un parcheggio sotterraneo di un hotel, guidando in tondo all’impazzata a 70 miglia all’ora, urlando, sopra lo stridio dei pneumatici, che voleva farla finita andando a sbattere contro una parete di cemento. Finché la sua macchina finì il carburante e i due amici si lasciarono andare ad una crisi isterica.

Per sconfiggere i suoi demoni, Bowie aveva bisogno di spazio e di stabilità. Sua moglie Angie, ormai un’estranea, queste due cose non poteva dargliele più. Per la maggior parte del tempo lo tenne lontano dal loro figlio Zowie (Duncan Jones), andando a vivere a Londra o in Svizzera. Così, l’assistente di David, Coco Schwab, gli trovò un modesto appartamento al primo piano di un edificio art nouveau a Schoneberg, il quartiere verde di Berlino.

Coco – sua devota e vera eroina della carriera di Bowie – gli fece dipengere le pareti di bianco per farne una galleria per le sue immagini scure. Ordinò delle tele nere e pittura a olio. Seduta accanto a lui gli lesse Nietzsche, sotto un ritratto fluorescente dell’ autore giapponese Yukio Mishima dipinto da Bowie. Ma soprattutTo, lo portò al Brücke Museum ad ammirare i lavori di Kirchner, Kollwitz ed Heckel. Le ruvide e audaci pennellate e l’umore malinconico degli autori espressionisti catturarono in lui il senso dell’effimero e la sua immaginazione.

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David Bowie nello studio di Hansa con Robert Fripp, a sinistra, e Brian Eno, a destra, nel Luglio del 1977. Foto: Christian Simonpietri/Sygma/Corbis

Nella capitale della reinvenzione e grazie alle cure di Coco, Bowie iniziò a fare sempre meno uso di cocaina e allentò le sue psicosi, riuscendo così gradualmente ad abbandonare la vita di eccessi e a diventare un uomo normale. Si vestiva con pantaloni larghi e camicie sciatte, godendosi il totale disinteresse in lui da parte dei berlinesi. Nessuno lo importunava per strada, a differenza di quanto avveniva a Los Angeles, la città delle stelle. Una notte, così per sfizio, Salì sul palco di un cabaret per cantare dei brani di Frank Sinatra. Il pubblico non gradì molto e lo invitò a scendere. Evidentemente si aspettavano un altro tipo di spettacolo. Lontano dalle luci della ribalta, riuscì a comporre, a dipingere e, per la prima volta dopo tanti anni, “avvertì una nuova gioia di vivere, un senso di liberazione e guarigione“, come disse lui.

Capì che il suo scopo non era solo quello di trovare un nuovo modo di fare musica, ma piuttosto di reinventare – o tornare a – se stesso. Trovò il coraggio di buttare via gli oggetti di scena, i costumi e le scenografie che aveva conservato. Nell’ estate del 1977, Bowie era in una nuova fase creativa. Insieme al produttore Tony Visconti e all’amico Brian Eno, iniziò a lavorare a un nuovo album. Durante le lunghe sessioni di lavoro non mangiava quasi nulla; all’alba si trascinava verso casa insieme all’amico Brian Eno, mangiava un uovo crudo, dormiva un paio d’ore e poi tornava in studio.

All’inizio, una delle prime canzoni che registrò quell’estate era solo un brano strumentale; poi, un giorno, seduto al pianoforte, da solo, Bowie iniziò ad abbozzare un testo: era il brano che poi avrebbe dato il titolo all’album ‘Heroes’ . Visconti attrezzò tre microfoni con delle ‘porte’ elettroniche. Il primo microfono era a venti centimetri da Bowie, il secondo a sei metri di distanza, il terzo a quindici metri, in fondo alla grande sala buia. Le porte elettroniche furono programmate per aprirsi quando Bowie cantava al di sopra di un certo livello di volume, quando la sua voce gradualmente passava da sussurro a grido, utilizzando l’eco naturale della sala.

Mentre Visconti lavorava all’audio, Bowie continuava a scrivere i testi. Un giorno Bowie chiese di essere lasciato da solo con i suoi pensieri e con il pianoforte. Visconti uscì dallo studio e s’incamminò su Köthenerstraße andando incontro alla sua ragazza. Dalla sala dell’ Hansa Studio, Bowie li vide baciarsi per strada addosso a un muro.

Due ore dopo, il testo fu registrato. “Heroes” divenne l’inno rock di Berlino, un audace e ronzante muro di suoni, alimentato da profonde emozioni, scandito da un martellante ritmo metallico, prodotto in parte dallo stesso Visconti colpendo una posacenere nello studio di registrazione. Bowie definì “Heores” e i suoi tre album di Berlino il suo DNA. Da allora è stato più volte considerato uno dei più grandi e originali brani singoli del pop.

Ovviamente, nella vita di Bowie, anche a Berlino ci furono alcuni momenti di beata follia. Ad esempio la festa del suo 41° compleanno, insieme a Iggy e Eno, al Lützower Lampe, quando Viola, la tanto amata drag queen sessantenne, fu invitata a sedersi sulle mie ginocchia e sussurrarmi all’orecchio delle canzone d’amore in tedesco. Quella sera Bowie andò via insieme all’unica “vera” donna che della festa…

David Bowie con l’aiuto regista Rory MacLean mentre gira Just a Gigolo nel 1977. Foto: Emilio Lari

Ero andato a Berlino per lavorare come aiuto regista per Just a Gigolo, un film con Bowie e Marlene Dietrich. Essendo gli unici di madrelingua inglese, ovviamente noi quattro – Bowie, Coco, Hemmings ed io – spesso ci ritrovavamo insieme. Passammo diverse sere nell’appartamento di Bowie di Hauptstraße. Registrava brani e demo per noi e per altri, spiegando il modo in cui musicisti e gruppi si uniscono e si lasciano alla ricerca di nuovi obbiettivi creativi, comparando il processo a quello degli espressionisti del Die Brücke, ai Beatles e John Lennon, ai Roxy Music e Brian Eno, al gruppo Blaue Reiter e Kandinsky. Mi introdusse a Brecht, parlò di “quadranti e salti quantici, creazione e processo” – e anche dell’insidiosa offerta di 15 milioni di dollari della Warner Brothers per un musical rock Ziggy Stardust.

Sono un generalista!” mi disse un giorno sul set, nel senso che si sentiva come un uomo del Rinascimento, dotato di diverse abilità, attitudini e mezzi. “E perché allora sei sempre associato al rock’n’roll?” chiesi. “E’ solo una facciata” rispose ridendo.

Avanti veloce fino a Earls Court a Londra – ultima location europea del Tour Isolar II. E’ il giugno del 1978 e 18.000 fan fischiano e agitano le braccia. Applaudono, battono i piedi, urlano e chiedono il ritorno di Bowie. Nelle 14 settimane precedenti si era esibito davanti a 1,5 milioni di persone in 43 diverse città. Dietro il palco, lungo un corridoio di cemento, il loro Starman era seduto in silenzio, vestito con un giacca di pelle di serpente e larghi pantaloni bianchi, e guardava Coronation Street. Aveva l’abitudine di guardarsi un episodio durante le pause: gli serviva per riprendere fiato, per svuotare la mente con qualcosa di non impegnativo, trattenendo così la stratosferica energia sprigionata nella prima parte del concerto.

In quei pochi mesi a Berlino, Bowie è passato dalla tossicodipendenza all’indipendenza, da essere una celebrità paranoica a diventare un messaggero radicale senza maschera che ha voluto dire a tutti, grassi, magri, ricchi e poveri, che siamo bellissimi e che ognuno di noi può essere se stesso.”

Rory MacLean
Fonte: www.theguardian.com
Link: http://www.theguardian.com/music/2016/jan/13/david-bowie-berlin-years-heroes-just-a-gigolo
13.01.2016

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

Pubblicato da Davide

  • massi

    C’è un brano stupendo che si intitola "Always Crashing In The Same Car" dell’album "Low" ispirato da quella notte in auto nel parcheggio di un hotel.

  • Tao

    Bellissima galleria fotografica di David Bowie a Berlino QUI [bowieinberlin.tumblr.com]

  • IVANOE

    Ancora sto bowie !!!

    E basta !
    Che cosa ha insegnato?
    Una vita scellerata condita da droghe varie e fisime isteriche ..
    Ancora lo stamo a racconta !!!
  • Jor-el

    Hai senza dubbio ragione. Perché ricordare due spregevoli ubriaconi come  Edgar Allan Poe e Ernest Hemingway, per esempio? Meglio bruciare i loro libri e metterci una pietra sopra, no? cosa avranno mai insegnato?

    Bowie ha lasciato soltanto un seicento e rotti brani musicali, la maggior parte molto buoni, almeno 200 bellissimi e una trentina capolavori assoluti. Che sarà mai?
  • ZombiHolocaust

    lo hai fatto a pezzi 🙂

  • Georgejefferson

    Questa e’ una estremizzazione forzata, bruciare libri e pietra sopra. Te la canti da solo. Il potere che schiavizza e annichilisce miliardi di persone con il nostro inconsapevole consenso non e’ stato scalfito nemmeno di una carezza, dal poverino Bowie. L’opera lasciata, pur valevole per tante persone, e’ una parte della persona, non il TUTTO. Nel giudizio alla persona nella sua interezza, il peso della nullità quasi assoluta della sua estraneità a contrasto del potere, e’ valevole di giudizio di bassa statura di valore. Non vuol dire cattivo, vuol dire il Nulla sulle azioni che contano al miglioramento generale. Per te non sarà cosi, ma i 30 capolavori (che per te sono Assoluti) servono quasi esclusivamente, alla goduria personale dei suoi Fans che chiudono gli occhi ammaliati dalla presa che il personaggio, ha su di loro per via del loro vissuto storico personale.

  • calliope

    Ma scusa, secondo te un artista ha l’obbligo morale di attaccare il "potere" sempre e in ogni caso? un artista è "artista" se ha la libertà di fare quello che vuole quando lo vuole secondo me.

  • idea3online

    Riguardo al dominio della Musica…

    Siamo abituati ad assistere al desiderio di altri popoli ad esempio la Russia, di ascoltare musica italiana, ed ospitare presso i loro territori cantanti che raccontano l’Italia, e questo ad un primo sguardo è visto con orgoglio per la diffusione del made in Italy nel mondo, per esempio in Russia. Il popolo russo o i popoli dell’ex URSS, sono attratti dalla musica italiana, dall’Italia. Ed i popoli occidentali sono orgogliosi che altri amino e desiderino i nostri "prodotti". Ma la musica è pure un mezzo di dominio, come il cibo, come quasi tutto, solo quello che genera uno scambio unitario, dove entrambi i soggetti possono farsi conoscere in modo unitario grazie a scambi culturali al 50%, cioè bilanciati, solo quando la bilancia è in equilibrio gli obiettivi sono neutri. Dall’Occidente la musica è stata usata come mezzo di penetrazione culturale, strumento soft e non hard come l’immigrazione o l’emigrazione per esempio. Tra Italia e Russia c’è un gap, il popolo russo conosce la nostra musica ma noi non conosciamo la loro. Perchè in tutti questi anni quasi mai sono stati invitati cantanti russi, e di bravi ci sono e sono tanto ma tanto bravi, è in genere una musica che esprime sentimenti profondi. Solo quando in una manifestazione musicale italiana per esempio Sanremo verranno invitati cantanti russi che possano rappresentare il meglio della loro musica, solo allora anche il popolo italiano potrà ammirare cantanti russi, allo stesso modo del popolo russo che ammira cantanti italiani. Perchè questo non accade?……Geopolitica…GeoMusica…..GeoCucina….è tutta questione di dominio, una cultura considerata superiore soffoca l’altra considerata inferiore. Ed anche noi dopo ci convinciamo che siamo i più bravi. La musica essendo linguaggio universale non è del più bravo perchè il linguaggio ed i sentimenti sono elementi universali, mentre la cucina il vino, certo una nazione può dimostrare qualità che altri non possiedono, per esempio l’olio in Russia non può essere prodotto….ma producono una bella musica come quella americana ed italiana.
  • Georgejefferson

    Nessun obbligo morale, ognuno fa quello che vuole. Il mio giudizio e’ relativo al fatto che ad altissimi livelli mediatici un artista PUO (non deve) almeno "rompere le palle al potere", anche con un po di strategia volendo. Avrebbe piu dignita, dal mio punto di vista, nella considerazione generale alla persona (non all’opera musicale).Dopo ognuno e’ liberissimo di dire che l’artista "non deve" occuparsi di certe cose, ed essere considerato lo stesso, come persona, come un grande / immenso ecc..

  • borat

    La madre dei cattivi maestri è sempre incinta.