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ASSSANGE: LA STORIA TACIUTA DI UN'EPICA LOTTA PER LA GIUSTIZIA

DI JOHN PILGER

counterpunch.org

L’assedio di Knightsbridge è sia un emblema di grave ingiustizia che una farsa estenuante. Per tre anni un cordone di polizia attorno all’ambasciata ecuadoriana di Londra non è servito ad altro che ad ostentare il potere dello stato, al costo di 12 milioni di sterline. La preda è un australiano non accusato di alcun crimine, un profugo la cui unica sicurezza è una stanza che un coraggioso paese sudamericano gli ha concesso. Il suo “crimine” è di aver iniziato a divulgare la verità in un’epoca di menzogne, di cinismo e di guerra.

La persecuzione di Julian Assange sta per infuriare nuovamente, dato che sta entrando in una fase pericolosa. Dal 20 agosto, infatti, tre quarti del caso riguardanti gli abusi sessuali che gli accusatori svedesi di Assange hanno intentato contro di lui nel 2010 saranno prescritti. Allo stesso tempo, l’ossessione di Washington contro Assange e WikiLeaks si è intensificata, ed è proprio il vendicativo potere americano che presenta la minaccia più grande – come Chelsea [Bradley] Manning e quelli ancora detenuti a Guantanamo possono attestare.

Gli americani stanno perseguendo Assange perché WikiLeaks ha esposto nel dettaglio i loro crimini in Afghanistan e in Iraq: le uccisioni su larga scala di decine di migliaia di civili tenute nascoste, e il loro disprezzo per la sovranità e per il diritto internazionale, sono chiaramente trapelate dai loro dispacci diplomatici. WikiLeaks continua a far luce sulle attività criminali degli Stati Uniti, avendo recentemente pubblicato intercettazioni americane top secret che riguardano i resoconti di spie statunitensi dove telefonate private tra i presidenti di Francia e Germania, e di altri alti funzionari, in materia di affari politici ed economici interni europei sono raccontate nei dettagli.

Secondo la Costituzione degli Stati Uniti niente di tutto ciò è illegale. Da candidato presidenziale nel 2008, Barack Obama, un professore di diritto costituzionale, lodava gli informatori come “parte di una sana democrazia [e che] devono essere protetti da ritorsioni”. Nel 2012, la campagna per la rielezione del presidente Barack Obama vantava sul suo sito web di aver perseguito più informatori nel suo primo mandato di tutti gli altri presidenti degli Stati Uniti messi insieme. Prima ancora che Chelsea Manning fosse processato, Obama lo aveva già dichiarato colpevole. In seguito Manning è stato condannato a 35 anni di carcere, dopo aver subito torture durante la sua lunga detenzione preventiva.

Sono pochi a dubitare che se gli Stati Uniti riuscissero a mettere le mani su Assange, un simile destino lo attenderebbe. Minacce di cattura e di assassinio di Assange sono diventate il pane quotidiano degli estremismi politici statunitensi, in seguito all’assurda dichiarazione del vicepresidente Joe Biden che denunciava il fondatore di WikiLeaks come “cyber-terrorista”. Quelli che hanno dubbi sul grado di spietatezza che Assange può aspettarsi dovrebbero ricordare come l’aereo del presidente della Bolivia, nel 2013, fu fatto atterrare, credendo – a torto – che trasportasse Edward Snowden.

Secondo documenti rilasciati da Snowden, Assange è su di una lista di “Caccia all’Uomo”. I tentativi di Washington di mettere le mani su di lui, dicono dispacci diplomatici australiani, è “senza precedenti sia nella portata che nella sostanza”. Ad Alessandria, in Virginia, un gran giurì segreto ha passato gli ultimi cinque anni a cercare di escogitare un delitto per il quale Assange possa essere perseguito, ma non è facile. Il Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti protegge editori, giornalisti e informatori.

Di fronte a questo ostacolo costituzionale, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti si è inventato accuse di “spionaggio”, “cospirazione per commettere spionaggio”, “conversione” (furto di proprietà del governo), “frode informatica e abuso” (pirateria informatica) e “cospirazione” generica. Tra i provvedimenti che può impugnare, l’Espionage Act conta l’ergastolo e la pena di morte.

La facoltà di Assange di difendersi in questo mondo kafkiano è stata ostacolata dagli Stati Uniti che dichiarano il suo caso un segreto di Stato. Lo scorso marzo, una corte federale di Washington ha bloccato il rilascio di tutte le informazioni sulle indagini “di sicurezza nazionale” contro WikiLeaks, perché “attive e permanenti” e perché avrebbero potuto pregiudicare l'”imminente processo” di Assange. Il giudice, Barbara J. Rothstein, ha detto che è necessario mostrare “opportuna deferenza verso l’esecutivo in materia di sicurezza nazionale”. Tale è la “giustizia” di un tribunale illegale.

Il ruolo di spalla in questa pessima farsa è giocato dalla Svezia, ed è svolto dal procuratore svedese Marianne Ny. Fino a poco tempo fa, la Ny si è rifiutata di rispettare una procedura europea di routine che le richiedeva di recarsi a Londra per interrogare Assange e portare così avanti il caso. Per quattro anni e mezzo, la Ny non ha mai dato alcuna spiegazione circa il suo rifiuto di recarsi a Londra, così come le autorità svedesi non hanno mai spiegato perché si rifiutano di dare ad Assange una garanzia che non lo estradiranno negli Stati Uniti sotto un segreto accordo pattuito tra Stoccolma e Washington. Nel dicembre del 2010, The Independent rivelò che i due governi avevano discusso la sua estradizione negli Stati Uniti.

Contrariamente alla sua reputazione di caposaldo liberale che aveva negli anni ’60, la Svezia si è fatta così vicina a Washington da permettere alla CIA segrete “consegne”, tra cui la deportazione illegale di rifugiati. La consegna e la successiva tortura di due rifugiati politici egiziani nel 2001 è stata condannata dal Comitato delle Nazioni Unite Contro la Tortura, da Amnesty International e da Human Rights Watch; la complicità e la doppiezza dello stato svedese sono documentate nel successo del contenzioso civile e nelle rivelazioni di WikiLeaks. Nell’estate del 2010, Assange si è recato in Svezia per parlare delle rivelazioni di WikiLeaks sulla guerra in Afghanistan – a cui la Svezia partecipò con proprie truppe al comando degli Stati Uniti.

“Documenti diffusi da WikiLeaks da quando Assange si trasferì in Inghilterra”, ha scritto Al Burke, direttore del Nordic on-line News Network, un’autorità sui molteplici colpi di scena e sui pericoli in agguato per Assange, “indicano chiaramente che la Svezia ha costantemente ceduto alle pressioni degli Stati Uniti in materia di diritti civili. Ci sono tutte le ragioni per temere che se Assange dovesse essere preso in custodia dalle autorità svedesi, potrebbe essere consegnato agli Stati Uniti senza la dovuta considerazione per i suoi diritti legali”.

Perché il procuratore svedese non ha risolto il caso Assange? Molti nella comunità giuridica in Svezia ritengono il suo comportamento incomprensibile. La stampa svedese, un tempo implacabilmente ostile ad Assange, è arrivata a pubblicare titoli come: “Vai a Londra, per l’amor di Dio”.

Perché non lo ha fatto? E più precisamente, perché non vuole permettere alla corte svedese l’accesso a centinaia di messaggi sms che la polizia ha estratto dal telefono di una delle due donne coinvolte nelle accuse di violenza sessuale? Perché non li consegna agli avvocati svedesi di Assange? Dice che non è legalmente tenuta a farlo fino a quando non ci sarà un’accusa formale e solo dopo averlo interrogato. Allora, perché non lo interroga? E se lo interrogasse, le condizioni che esigerebbe da parte sua e dei suoi avvocati – di non mettere in dubbio le sue conclusioni – renderebbe l’ingiustizia una quasi certezza.

Per una questione di diritto, la Corte suprema svedese ha deciso che
la Ny può continuare ad ostacolare la vitale questione dei messaggi sms. Il caso sarà ora portato alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Ciò che la Ny teme è che i messaggi potrebbero distruggere il suo caso contro Assange. Infatti uno dei messaggi chiaramente afferma che una delle donne non voleva assolutamente accusare Assange “ma la polizia non vedeva l’ora di mettere le mani su di lui”. Lei fu “scioccata” quando lo arrestarono perché voleva “solo che lui facesse [un HIV] test”. Lei “non voleva accusare JA di niente” e che “era stata la polizia a montare l’accusa”. (Un testimone oculare asserisce che la donna abbia detto di essere stata “pilotata dalla polizia e altri intorno a lei”.)

Nessuna delle due donne ha mai affermato di essere stata violentata. Anzi, entrambi hanno negato di essere state violentate e una di loro ha perfino twittato, “io non sono stata stuprata.” Che siano state manipolate dalla polizia e che le loro volontà siano state ignorate è evidente – checché ne dicano i loro avvocati adesso. Ciò che è certo è che sono vittime di una saga che rovina la reputazione della Svezia stessa.

Per quanto riguarda Assange, il suo unico processo è stato un processo mediatico. Il 20 agosto del 2010, la polizia svedese ha aperto una “inchiesta stupro” e immediatamente – e in violazione della legge – ha diramato ai tabloid di Stoccolma che c’era un mandato di cattura per Assange per lo “stupro di due donne”. Questa è stata la notizia che fece il giro del mondo.

A Washington, un sorridente segretario USA alla Difesa, Robert Gates, ha detto ai giornalisti che l’arresto “a me pare una buona notizia”. Clienti di twitter associati al Pentagono descrissero Assange come uno “stupratore” e un “fuggitivo”.

Meno di 24 ore dopo, il procuratore capo di Stoccolma, Eva Finne, assunse la direzione delle indagini. Non perse tempo ad annullare il mandato d’arresto, dicendo: “Non credo che ci sia alcun motivo di sospettare che egli abbia commesso uno stupro.” Quattro giorni dopo respinse l’inchiesta stupro del tutto, dicendo: “Non c’è il sospetto di alcun crimine.” Il caso fu chiuso.

Qui entra in gioco Claes Borgstrom, un politico di alto profilo del Partito socialdemocratico, allora in corsa per una candidatura nelle imminenti elezioni generali della Svezia. Pochi giorni dopo che il procuratore capo respinse l’inchiesta sullo stupro, Borgstrom, un avvocato, proclamò ai media che egli rappresentava le due donne e cercò un nuovo procuratore nella città di Göteborg. Si trattava di Marianne Ny, che Borgstrom conosceva bene, personalmente e politicamente.

Il 30 agosto, Assange entrò volontariamente in una stazione di polizia di Stoccolma dove rispose a tutte le domande che gli fecero. Pensò che quella fosse la fine della questione, ma due giorni dopo, la Ny annunciò che stava riaprendo il caso. Un giornalista svedese chiese a Borgstrom perché si riapriva un caso già respinto, citando una delle donne che diceva di non era stata violentata. Egli rispose: “Ah, ma lei non è un avvocato.” L’avvocato australiano di Assange, James Catlin, ha commentato: “È una barzelletta… è come se improvvisassero come procedere da un momento all’altro”.

Il giorno in cui Marianne Ny riapriva il caso, il capo dei servizi di intelligence militari svedese – che ha l’acronimo MUST – pubblicamente denunciava WikiLeaks in un articolo intitolato “WikiLeaks [è] una minaccia per i nostri soldati.” Assange fu avvertito che ai servizi segreti svedesi, SAPO, era stato detto dai loro omologhi americani che gli accordi Stati Uniti-Svezia per la condivisione dell’intelligence sarebbero “saltati”, se la Svezia lo ospitava.

Per cinque settimane, Assange attese in Svezia che la nuova inchiesta facesse il suo corso. Quando il Guardian fu poi sul punto di pubblicare i “Diari di Guerra” dell’Iraq sulla base delle rivelazioni di WikiLeaks, che Assange avrebbe dovuto sovrintendere, il suo avvocato in Stoccolma chiese alla Ny se avesse obiezioni che [Assange] lasciasse il paese. Lei rispose che era libero di andarsene.

Inspiegabilmente, non appena lasciata la Svezia – e nel pieno dell’interesse mediatico e di pubblico sulle rivelazioni di WikiLeaks – la Ny emise un Mandato d’Arresto Europeo e un “allarme rosso” Interpol, normalmente usato per i terroristi e criminali pericolosi. Divulgato in cinque lingue in tutto il mondo, si assicurò la frenesia dei media.

Assange si presentò in una stazione di polizia a Londra, fu arrestato e trascorse dieci giorni nella prigione di Wandsworth, in isolamento. Rilasciato su cauzione di 340.000 sterline, e con un bracciale elettronico, era tenuto a presentarsi alla polizia quotidianamente e posto sotto arresti domiciliari virtuali, mentre il suo caso iniziava il lungo iter alla Corte Suprema. Ancora non era stato accusato di alcun reato. I suoi avvocati ribadivano la sua disponibilità ad essere interrogato dalla Ny a Londra, sottolineando che era stata lei a dargli il permesso di lasciare la Svezia. Suggerirono una struttura speciale a Scotland Yard solitamente utilizzata per tale scopo. Lei si rifiutò di venire.

Katrin Axelsson e Lisa Longstaff dell’organizzazione Donne Contro lo Stupro scrissero: “Le accuse contro [Assange] sono una cortina fumogena dietro la quale un certo numero di governi stanno cercando di reprimere WikiLeaks per aver audacemente rivelato al pubblico la loro pianificazione segreta delle guerre e delle occupazioni con i loro stupri, omicidi e distruzione … alle autorità importa così poco della violenza contro le donne da manipolare le accuse di stupro come vogliono. [Assange] ha chiaramente asserito di essere disponibile ad essere interrogato da parte delle autorità svedesi, in Gran Bretagna o tramite Skype. Perché stanno rifiutando questo passo essenziale per le indagini? Di che cosa hanno paura?”.

Questa domanda è rimasta senza risposta, mentre la Ny ha usato il Mandato d’Arresto Europeo, un prodotto drastico ed ora screditato della “guerra al terrore”, presumibilmente progettato per catturare terroristi e criminali organizzati. Il MAE ha abolito l’obbligo di fornire le prove di un crimine allo stato che ne fa richiesta. Più di mille MAE sono emessi ogni mese; solo pochi hanno qualcosa a che fare con potenziali accuse di “terrore”. La maggior parte sono emanati per reati banali, ad esempio per spese bancarie non pagate in tempo o per multe scadute. Molte delle persone consegnate per estradizione passano mesi in carcere senza alcuna accusa. C’è stata una scioccante serie di errori giudiziari che i giudici britannici hanno molto criticato.

Il caso Assange é stato finalmente presentato alla Corte Suprema del Regno Unito nel maggio del 2012. In una sentenza che ha confermato il Mandato d’Arresto Europeo – le cui inflessibili pretese avevano lasciato ai tribunali pochi spazi di manovra – i giudici scoprirono che i procuratori europei potevano emettere mandati di estradizione nel Regno Unito senza alcun controllo giurisdizionale, e persino contro il volere del Parlamento. Evidenziarono quindi che il Parlamento era stato “ingannato” dal governo Blair, ma la corte era divisa 5-2, e di conseguenza Assange fu condannato.

Tuttavia, il presidente della Corte Suprema, Lord Phillips, commise un errore. Applicò la Convenzione di Vienna all’interpretazione dei trattati, consentendo allo Stato di ignorare la lettera della legge. Come l’avvocato di Assange, Dinah Rose, QC, ha poi sottolineato, questo non valeva per il Mandato d’Arresto Europeo.

La Corte Suprema riconobbe questo errore cruciale solo quando si occupò di un altro appello contro il Mandato d’Arresto Europeo nel novembre del 2013. La decisione sul caso Assange era sbagliata, ma era troppo tardi per tornare indietro. Con l’estradizione im
minente, il procuratore svedese ha detto agli avvocati di Assange che Assange, una volta in Svezia, sarebbe stato immediatamente posto in una delle famigerate prigioni di custodia cautelare della Svezia.

La scelta di Assange era pesante: o l’estradizione in un paese che si era rifiutato di dire se lo avrebbe o no a sua volta estradato negli Stati Uniti, o cercare ciò che sembrava la sua ultima occasione di rifugio e salvezza. Appoggiato dalla maggior parte dell’America Latina, il coraggioso governo dell’Ecuador gli ha concesso lo status di rifugiato sulla base di prove documentate e della consulenza legale che faceva intendere la prospettiva di un’inedita e crudele punizione che lo avrebbe atteso negli Stati Uniti; che tale minaccia violava i suoi diritti umani basilari; e che il suo stesso governo in Australia lo aveva abbandonato perché colluso con Washington. Il governo laburista del primo ministro Julia Gillard aveva persino minacciato di confiscargli il passaporto.

Gareth Peirce, la famosa avvocatessa per i diritti umani che rappresenta Assange a Londra, ha scritto all’allora ministro degli esteri australiano, Kevin Rudd: “Data la portata della discussione pubblica, spesso fondata sulla base di falsi presupposti… è molto difficile tentare di garantirgli una qualsiasi presunzione di innocenza. Sul signor Assange ora incombono non una, ma due spade di Damocle di potenziale estradizione in due giurisdizioni differenti, a sua volta per due diversi presunti crimini, nessuno dei quali costituisce reato nel suo paese, e la sua sicurezza personale è a rischio in circostanze così politicamente motivate.”

È stato solo dopo aver contattato l’Australian High Commission a Londra che Peirce ha ricevuto un riscontro, che però non rispondeva a nessuno dei punti urgenti da lei sollevati. In un incontro a cui ho partecipato con lei, il console generale australiano, Ken Pascoe, incredibilmente affermò che sapeva “solo quello che ho letto sui giornali” circa i dettagli del caso.

Nel frattempo, la prospettiva di un grottesco errore giudiziario fu soffocata in una campagna infamante contro il fondatore di WikiLeaks. Attacchi meschini, altamente personali, feroci e disumani furono attuati nei confronti di un uomo non accusato di alcun crimine eppure sottoposto ad un trattamento che non sarebbe stato comminato neanche ad uno che dovesse essere estradato perché accusato di aver ucciso la propria moglie. Che la minaccia degli USA ad Assange fosse una minaccia per tutti i giornalisti, e per la libertà di parola, si perse nello squallore generale.

Sono stati pubblicati libri, progettati film e carriere mediatiche sono state avviate o rilanciate sull’onda di WikiLeaks, con il presupposto che attaccare Assange fosse lecito, e sapendo che lui era troppo povero per avviare cause giudiziarie. Con questa storia molti ci hanno fatto i soldi, spesso un sacco di soldi, mentre WikiLeaks ha lottato per la sopravvivenza. Il direttore del Guardian, Alan Rusbridger definì le informazioni divulgate da WikiLeaks – e pubblicate sul suo giornale – “uno dei più grandi scoop giornalistici degli ultimi 30 anni”. Queste notizie diventarono parte integrante dei suoi piani per aumentare il prezzo di copertina del suo giornale.

Senza neanche un soldo ad Assange o WikiLeaks, un libro promosso dal Guardian è diventato un redditizio film di Hollywood. Gli autori del libro, Luke Harding e David Leigh, hanno arbitrariamente descritto Assange come “persona insensibile e disturbata” e rivelato la password segreta che lui aveva dato al giornale come prova di fiducia e che serviva a proteggere un file digitale contenente i documenti dell’ambasciata USA. Con Assange intrappolato nell’ambasciata ecuadorena, Harding, fuori tra i poliziotti, gongolava sul suo blog che “sarà Scotland Yard a ridere per ultima”.

L’ingiustizia inflitta ad Assange è uno dei motivi per cui il Parlamento [inglese] ha riformato la legge sull’estradizione al fine di evitare l’uso improprio del MAE. Il drastico piglia-tutto usato contro di lui ora non può più ripetersi; accuse dovranno essere presentate, e “per interrogazione” non sarà più una ragione sufficiente per estradare una persona. “Il suo caso è stato vinto in tutto e per tutto” mi ha detto Gareth Peirce, “con questi cambiamenti nella legge il Regno Unito ha ora riconosciuto come corretto tutto quanto è stato sostenuto nel suo caso, eppure Assange non ne può avere alcun beneficio”. In altre parole, la modifica di questa legge inglese nel 2014 significa che Assange avrebbe vinto il suo caso e che non sarebbe stato costretto a cercare un rifugio.

La decisione dell’Ecuador di proteggere Assange nel 2012 si trasformò in un importante affare internazionale. Nonostante la concessione dell’asilo politico sia un atto umanitario, e che il potere di farlo è goduto da tutti gli stati in base al diritto internazionale, sia la Svezia che il Regno Unito hanno rifiutato di riconoscere la legittimità della decisione dell’Ecuador. Fregandosene del diritto internazionale, il governo Cameron ha rifiutato di concedere ad Assange un passaggio sicuro in Ecuador. Per giunta, l’ambasciata dell’Ecuador è stata posta sotto assedio e il suo governo umiliato con una serie di ultimatum. Quando William Hague del Ministero degli Esteri ha minacciato di violare la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, avvertendo che avrebbe rimosso l’inviolabilità diplomatica dell’ambasciata e mandato la polizia a prendere Assange, l’indignazione di tutto il mondo ha costretto il governo a fare marcia indietro. Una notte, la polizia apparve alle finestre dell’ambasciata in un evidente tentativo di intimidire Assange e i suoi protettori.

Da allora, Julian Assange è stato segregato in una piccola stanza sotto la protezione dell’Ecuador, senza luce solare o spazio per esercizi fisici, circondato dalla polizia con l’ordine di arrestarlo a vista. Per tre anni, l’Ecuador ha continuato a comunicare al procuratore svedese che Assange è disponibile per essere interrogato presso l’ambasciata di Londra, e per tre anni [Marianne Ny] è rimasta irremovibile. Nello stesso periodo la Svezia ha interrogato quarantaquattro persone nel Regno Unito in relazione ad indagini di polizia. Il suo ruolo, e quello dello stato svedese, è evidentemente politico; e la Ny, che andrà in pensione tra due anni, deve assolutamente “vincere”.

Disperato, Assange ha contestato il mandato d’arresto nei tribunali svedesi. I suoi avvocati hanno citato i verdetti della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che [Assange] è stato sotto illegittima detenzione per un periodo di tempo indeterminato e che è stato virtualmente prigioniero per più a lungo di qualsiasi effettiva condanna al carcere potrebbe affrontare. Il giudice della Corte d’Appello concordava con gli avvocati di Assange: il pubblico ministero svedese aveva infatti mancato al suo dovere tenendo il caso in sospeso per anni. Un altro giudice ha emesso un rimprovero ufficiale al procuratore. Eppure lei ha continuato a sfidare la corte.

Lo scorso dicembre, Assange ha portato il suo caso alla Corte suprema svedese, che ha ordinato al superiore di Marianne Ny – il Procuratore Generale di Svezia Anders Perklev – di spiegare la situazione. Il giorno dopo la Ny ha comunicato, senza commenti, che aveva cambiato idea e che era pronta ad interrogare Assange a Londra.

Nella sua dichiarazione alla Corte Suprema, il Procuratore Generale ha fatto alcune concessioni importanti: ha concesso che la coercizione di Assange era stata “intrusiva” e che il periodo passato nell’ambasciata è stato di “dura prova” per lui. Ha anche ammesso che se la faccenda fosse mai giunta a processo e condanna in una corte svedese, Julian Assange avrebbe lasciato la Svezia molt
o tempo fa.

In una decisione contraddittoria, un giudice della Corte Suprema ha affermato che il mandato d’arresto avrebbe dovuto essere revocato. La maggioranza dei giudici ha stabilito che, dal momento che il pubblico ministero aveva ormai detto che sarebbe andata a Londra, gli argomenti di Assange erano diventati “accademici”. Ma la Corte ha dichiarato che avrebbe agito contro il pubblico ministero se lei non avesse improvvisamente cambiato idea. Giustizia capricciosa. Scrivendo sulla stampa svedese, un ex procuratore, Rolf Hillegren, ha accusato la Ny di aver perso totalmente la sua imparzialità e definito “anormale” la sua prestazione personale nel caso e ha chiesto la sua sostituzione.

Dopo aver detto che si sarebbe recata a Londra nel mese di giugno, la Ny non ci è andata, ma ha inviato un suo vice, sapendo che l’interrogazione non sarebbe stata legale in tali circostanze, tanto più che la Svezia non si era neanche preoccupata di ottenere l’approvazione dell’Ecuador per l’incontro. Allo stesso tempo, il suo ufficio fece una soffiata al tabloid svedese Expressen, che ha inviato il suo corrispondente da Londra ad aspettare “notizie” fuori dell’ambasciata dell’Ecuador. Le notizie erano che la Ny aveva cancellato l’incontro e che dava la colpa all’Ecuador per la confusione e di conseguenza ad un “non cooperativo” Assange – quando era vero il contrario.

Mentre si avvicina la data della prescrizione – 20 agosto 2015 – un altro capitolo di questa esecrabile storia sarà senza dubbio scritto, con Marianne Ny che tirerà fuori un altro coniglio dal suo cappello per beneficiarne commissari e pubblici ministeri a Washington. Forse niente di tutto questo dovrebbe sorprenderci. Nel 2008, una guerra contro WikiLeaks e Julian Assange è stata preventivata in un documento segreto del Pentagono preparato dal “Cyber Counterintelligence Assessments Branch”. Descriveva nei dettagli un piano per distruggere la sensazione di “fiducia” che è il “centro di gravità” di WikiLeaks. Questo avrebbe dovuto essere ottenuto con minacce di “denunce [e] procedimenti penali”. Lo scopo era di zittire e criminalizzare questa rara fonte di verità, la diffamazione il metodo per ottenerlo. Con questo scandalo che continua, la nozione stessa di giustizia è sminuita, insieme alla reputazione della Svezia, mentre l’ombra di minaccia dell’America ci sovrasta tutti.

John Pilger

Fonte: www.counterpunch.org

Link: http://www.counterpunch.org/2015/07/31/julian-assange-the-untold-story-of-an-epic-struggle-for-justice/

31.07.2015

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIANNI ELLENA

Per ulteriori importanti informazioni, cliccare sui seguenti link:

http://justice4assange.com/extraditing-assange.html

http://www.independent.co.uk/news/uk/crime/assange-could-face-espionage-trial-in-us-2154107.html

https://www.youtube.com/watch?v=1ImXe_EQhUI

https://justice4assange.com/Timeline.html

http://pdfserver.amlaw.com/nlj/wikileaks_doj_05192014.pdf

https://wikileaks.org/59-International-Organizations.html

https://s3.amazonaws.com/s3.documentcloud.org/documents/1202703/doj-letter-re-wikileaks-6-19-14.pdf

http://www.theguardian.com/media/2015/jul/23/julian-assange-ecuador-and-sweden-in-tense-standoff-over-interview?CMP=twt_gu

http://assangeinsweden.com/2015/03/17/the-prosecutor-in-the-assange-case-should-be-replaced

https://justice4assange.com/Prosecutor-cancels-Assange-meeting.html

Pubblicato da Davide

  • Neriana

    Io smetterei di dire……l’America, qui, la , su giu. 

    Il mondo è in ostaggio di un clan che si mette a capo delle nazioni per distruggerle, a capo della legalità per distruggerla, a capo della giustizia per distruggerla…a  capo dell’informazione per mistificarla.
    Non è l’America, ma il clan… che è polipesco peggio dell’Idra e sta insediato in ogni Nazione, vuoi che si chiama Monti, Obama, Renzi, Ny, Napolitano,  o Rasmussen , 
    Pero’ va bene cosi, noi persone alla fine ce ne freghiamo…. non ci sono milioni di persone all’ambasciata Equadoriana di Londra in difesa di Assange, non c’è un’interpellanza universale a chiedere perchè Marianne Ny ha ancora la nazionalità svedese avendo cosi tradito la democrazia. 
    Tutti aspettiamo che si l’altro ad arrabbiarsi a reagire…e questo nel migliore dei casi, altrimenti siamo vittime della sindrome di Stoccolma , rimanendo estasiati da chi cci toglie l’economia e la libertà di essere cittadini pensanti .
  • Veron

    Incredibile quanti cagnolini sono pronti a scodinzolare quando il Padrone alza la voce, e sembrano gareggiare a chi scodinzola più forte.

    Tempi duri ci attendono…
  • adriano_53

    splendido lavoro giornalistico di Pilger. Solo una cosa da precisare: la Svezia, ammesso che l’abbia mai avuto, non ha aspettato Assange per liquidare la propria patente di "caposaldo liberale".
    Il nobel per la pace ad Obama dice molto sulla flessibilità svede ai desiderata americani.