Home / ComeDonChisciotte / ASPETTA E SPERA

ASPETTA E SPERA

DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.it

Ho ascoltato e letto l’intervista concessa da Gianroberto Casaleggio (1) a Gianluigi Nuzzi, nell’ambito del festival letterario “Ponza d’autore” e ne sono rimasto favorevolmente colpito da un lato, perplesso dall’altro.

Nulla da eccepire sulla visione politica di Casaleggio, che è un idealista convinto, il quale sciorina una serie di propositi giustissimi (ed un po’ avveniristici, come la democrazia diretta, bellissima ipotesi ma poco realizzabile) sui quali, però – ascoltando attentamente – non pone limiti di tempo. “Sui tempi, poi…”Certo: noi tutti possiamo ragionevolmente presagire che alcuni risultati saranno un giorno raggiunti – dalla Rivoluzione Francese (o forse prima, dalla fine del Medioevo) un certo progresso delle idee e delle conoscenze c’è stato – ma, per quanto ne sappiamo, il tutto potrebbe avvenire fra tre secoli.

Si afferma che la circolazione dell’informazione è il catalizzatore dell’evoluzione storica: è certamente vero, però con tanti altri. Il reddito, lo stato sociale, la possibilità d’accedere effettivamente all’istruzione: la circolazione dell’informazione – come ho sostenuto – è un buon catalizzatore, ma ci vuole anche il resto. Un’epoca lascia il posto ad un’altra quando una serie “sufficiente” di dati lascia pendere la bilancia verso il cambiamento – che è sempre traumatico – ma a quel punto il percorso è segnato. Casaleggio puntualizza alcuni tratti del percorso, ne dimentica altri e, soprattutto, non ha elementi per stabilire i tempi, come noi tutti, del resto. Almeno, però, non ci abbandoniamo ai sogni.

Io stesso posso ipotizzare che il futuro energetico dell’umanità sarà un “tutto elettrico” – sotto varie forme – ma non posso presagire con la tecnologia odierna il futuro: oggi, lo sviluppo del fotovoltaico e dell’eolico dà buone speranze (ed anche qualche certezza) ma non posso prevedere quali forme di captazione avverranno in futuro. Perciò, mi limito all’analisi dell’oggi esistente e, anche in questo modesto “trend”, noto che il potere ha mezzi immensi per allungare a dismisura l’era dei fossili: sulla stampa sono comparse inchieste sull’ENEL in funzione “anti-rinnovabili” e la stessa cosa, probabilmente, la porta avanti l’ENI solo che sono più accorti.

Altrimenti, sarebbe difficile spiegare la nascita e la proliferazione di siti e gruppi “anti-eolico” dai nomi più strani, per fermare una risorsa energetica dalle possibilità illimitate.

Tornando a Casaleggio, se non lo ha letto, vorrei consigliargli quella che potremmo definire “opera omnia” nel campo del volgere delle epoche storiche: “L’autunno del Medio Evo” di Johan Huizinga, pubblicata nel 1919.

Nell’opera, l’autore sottolinea ad uno ad uno grandi eventi e modesti (all’apparenza) particolari che denotano da un lato l’aggrapparsi a temi e valori “certi” – quali, ad esempio, il senso del misticismo religioso, dell’etichetta, ecc – contrapposti al nuovo “désir de vivre” che la borghesia reclamava a gran voce.

Che, paradosso, negli stessi secoli già “tradiva” il concetto “internazionalista” dell’uomo medievale (si pensi, come esempio, ai canoni del gotico imperanti ovunque) per realizzare, in alcune realtà (Firenze, Venezia, poi le Fiandre, ecc) delle vere e proprie “avanguardie”. Contraddette, poi, da repentine retromarce o controriforme, in un gran pudding d’esperienze apparentemente contraddittorie.

Ma questo è il respiro della Storia, dei suoi tempi. In altre parole: “già lo sapevamo”.

Qual è il respiro del “mercatismo” (giusto per trovare un termine accettato da molti)?

Potremmo distinguere – solo per comodità d’analisi – i due “capitalismi” con un anno, ancora una volta un “89”, ossia il crollo dell’URSS, 1989: l’anno del mutamento dai vari capitalismi nazionali al modello globalizzato, nel quale la “sostanziale unitarietà delle borghesie” (per dirla con Marx) si mise all’opera, con i frutti che stiamo osservando.

Niente più ostacoli in Africa, milizie pagate e sorrette da Mosca, in Asia stesso discorso: si può dare il via – senza timori – al grande passo avanti cinese.

Vorrei ricordare un evento precedente, forse dimenticato dai più: lo sciopero generale (indetto dai sindacati) del 5 Novembre 1969. Qualcuno si domanderà: perché?

Poiché i giovani difficilmente potranno immaginare l’atmosfera – “l’aria” – pre-rivoluzionaria che si respirò in quel giorno: immaginate città senza un bar, una latteria, un negozio qualsiasi aperto…poi senza trasporti – inutile acuire l’udito per cercare il rumore di scambi, di un tram in arrivo – e, ovviamente, fabbriche e scuole rigidamente sprangate. Tutto fermo in un silenzio d’interrogazione, di sfida al potere, ma anche di richiesta di cambiamento: mica erano ancora giunti i tempi delle armi.

Si domandava così, chiudendo le città nel silenzio, il capitalismo nell’apatia e la Televisione non poteva che passar oltre, dare la notizia e basta, senza fronzoli. La risposta – ne sono convinto: quello sciopero fece rabbrividire la classe politica dell’epoca – giunse nemmeno 40 giorni dopo: Piazza Fontana.

Da quel momento in poi, il copione prese a girare all’inverso: se ci fu un’Italia del dopoguerra – speranzosa, volonterosa, positiva, ridente – terminò in quei giorni, con una richiesta elusa ed una risposta agghiacciante.

Quello che avvenne dopo è storia nota: dallo stragismo a Gladio, in un tripudio di compromessi, accordi, ammonimenti, che avevano un solo centro. Via Veneto, l’ambasciata americana: nello scacchiere dell’epoca, l’Italia era troppo importante, con il Sovmedron (la flotta sovietica del Mediterraneo) ancorata in Libia, e gli USA scucivano sì i soldi, ma chiedevano precise contropartite.

In quella situazione – forse – il capitalismo poteva essere abbattuto in chiave nazionale: sempre riuscendo ad avere la meglio sulle diplomazie d’assalto dell’epoca, cosa che – puntualmente – non avvenne.

Oggi?

L’attuale forma internazionalizzata del capitalismo è molto diversa da quella dell’epoca: grazie alla “compressione” degli stati nazionali nel nome di strutture sopranazionali (vedi l’euro, ad esempio) può fregarsene altamente dei timori di “rivolte” nazionali.

La Grecia è stata demolita come nazione: eppure i greci hanno lottato come fiere – sono veramente la stirpe di Leonida – ma non solo non hanno ottenuto nulla, bensì ad ogni rivolta le burocrazie internazionali aumentavano il peso.

Così è stato, non certo con una simile virulenza, per gli spagnoli: osservando Casaleggio – quando “prevede” nei mesi prossimi (anche qui, quanti? Boh…) sollevazioni popolari o comunque “disordini e rivolte che la politica non potrà dominare”, per usare le sue stesse parole – mi sono chiesto se la sua non fosse una speranza. Abbiamo pressappoco la stessa età: certe antiche “istanze” sono tuttora presenti.

In alternativa alla “rivolta” poneva un grande mutamento della classe politica: il che, è come chiedere alla Chiesa Cattolica di mettere in dubbio la verginità della Madonna.

Ora, aprendo una parentesi, non vorrei che qualcuno non identificasse l’attuale mercatismo con la radice, se non proprio di tutti, della gran parte dei mali: se così è, lo invito caldamente a leggere altri autori.

Non fermatevi solo all’Italia – dove, comunque, esistono già i “campi schiavi” nei quali si raccolgono pomodori, angurie, meloni, ecc per pochi euro e senza uno straccio (almeno!) di supporto sanitario ed ambientale (bene fa il ministro Kienge ad andarli a scovare) – ma scendete a Sud: andate in Ciad a vedere cosa ha combinato Areva per acchiappare Uranio, andate nel delta del Niger devastato dalle compagnie petrolifere. E mi fermo qui.

Saltando a piè pari le velleità di Casaleggio chiediamoci: esiste la pur minima probabilità che la popolazione italiana si ribelli?

La risposta (anzi, le risposte) è no, senza ripensamenti. Perché? Poiché siamo un popolo di sconfitti, di depressi, di malinconici – ma non per l’8 Settembre! – per la frusta che ci hanno ammansito per anni, da Piazza Fontana in poi. Ti rialzi? Ecco un altro treno che salta, ecco un aereo che cade, ecco un traghetto che affonda. Ne vuoi ancora? Possiamo continuare all’infinito, sembra di sentirli ridacchiare.

L’Italia, se ci riflettete un attimo, è stata l’unica nazione a subire un simile trattamento: non c’è stato in Francia, Spagna, Germania, Austria, Benelux…niente…solo da noi. Nemmeno nei Balcani – che poi hanno pagato in un solo conto la “lontananza” dal Patto di Varsavia – sono andati giù così pesantemente.

Perché l’Italia aveva bisogno di un “trattamento speciale”: era, paradossalmente, più politicizzata degli altri Stati europei. Difatti, è l’unico Paese ad aver immaginato e creato un movimento popolare in grado d’entrare in Parlamento con il tappeto rosso, senza contare i decimali, alla grande.

Si dirà: la valvola di sfogo, l’unica alternativa possibile, è il M5S. Almeno, così sostiene Casaleggio nella sua candida purezza: nessun accordo con nessuno. Va bene così: prendiamolo per buono e continuiamo nella nostra analisi, lasciando alle rivoluzioni (digitali e non) il tempo di concretizzarsi.

Afferma di non credere nei sondaggi: nemmeno io ci credo troppo, ma saltare dal 18% al 38% non l’ho mai visto fare da nessuno. Anche qui, la Casta ha predisposto contromisure: da mesi, oramai, lo scenario politico è congelato.

Potete saltare di settimana in settimana, ma i risultati dei sondaggi cambiano poco: all’incirca il 33% ciascuno (alleati compresi) al PD ed al PdL, il 18% al M5S, il 7% a Monti, il 5% alla Lega. E non cambia nulla: i votanti sono circa il 60% e la platea d’astenuti sembra diventata uno zoccolo duro, sempre più insensibile ai richiami dell’ultima ora.

Così come, l’altro zoccolo duro – ossia chi ha un tornaconto nei partiti di governo – continuerà a votarli.

Vi siete accorti che il PD non batte ciglio, nonostante tutte le nefandezze che commette in questo strano “governo Berlusconi 5” mascherato? E perché? Non teme di perdere consensi? E il PdL, cosa teme?

Il PdL teme soltanto la débacle di Berlusconi: come avverrà – se per età o per una sentenza – non è dato sapere, ma il “partito aziendale” sa benissimo che il suo futuro, senza l’uomo di Arcore, è segnato.

Diverso è il caso del PD: il partito dalle “mille facce” sconta oggi la maggior distanza dal suo elettorato, eppure mostra di farsene non un baffo, ma più baffi. Perché?

Poiché sa bene di poter contare su un elettorato fedele: in parte per appartenenza familiare, ma in gran parte per convenienza. Cooperative, appalti, affari…perché il PD non vuole mollare sui rimborsi elettorali? Perché (come altri, nella politica locale) conta su quei soldi per le famose consulenze, che sono voti comprati che hanno cambiato nome.

In uno scenario dove vota poco più della metà degli elettori, ogni voto è più prezioso: vale quasi il doppio.

Così, se prendiamo le statistiche sulla ricchezza degli italiani – circa il 10% che possiede quasi la metà della ricchezza – ecco che il PdL (che, innegabilmente, difende i ceti più agiati) “salta” quasi al 20%. Se, poi, aggiungiamo il “sommerso” – mafie varie, ecc – ecco che il partito può superare quella soglia.

Alla quale si sommano gli sbandati di una destra che ha sbagliato tutto: oggi, rimangono gli alfieri – Storace e La Russa – auguri, ed i residuati padani.

Dall’altra parte, quasi identico scenario: il gruppo dei salariati, degli insegnanti, del pubblico impiego in genere è il serbatoio di voti del PD. Se non va bene il PD c’è sempre Vendola ad accoglierli: Rivoluzione Civile no, quella dava qualche grattacapo. Ed ecco che si arriva al 33%, ossia 20 persone su 100. Familiari compresi.

Il povero Monti, se seguiamo le cifre di questa analisi, non viene votato da più di 3-4 elettori italiani, a dimostrare che – almeno – le malefatte del duo Monti-Fornero sono state capite ed interiorizzate.

Il M5S – se non tirerà fuori un nuovo coniglio dal cappello, più nuovo e smacchiato con Perlana – difficilmente si schioderà dal 20% dei consensi, che lo condanna all’ignavia eterna. Eppure, i suoi parlamentari stanno lavorando bene, mostrano d’aver capito come appoggiare oppure negare il loro assenso alle varie proposta di legge che giungono nelle Commissioni. Il problema è che, un Grillo (l’altoparlante) oppure un Casaleggio (il libro), basta che aprano bocca per rovinare tutto.

Se dall’esterno non è possibile abbattere questo sistema – che si fa beffa della Costituzione, Presidente della Repubblica in primis – l’altra soluzione è cambiarlo dall’interno, ma non attraverso la via parlamentare, che non ha dato nessun frutto.

Cambiare la società nei suoi aspetti più reconditi, nei suoi comportamenti quotidiani…certo, ma questo richiede molto tempo, e noi campiamo male, sempre peggio. Ma non abbiamo non solo la forza, ma nemmeno l’occasione ed i mezzi per ribellarci: ci restano il Web e le tastiere. Domani a scontrarci con un battaglione di Carabinieri? Fattibile?

Che i tempi non siano più quelli di Huizinga (che, come storico, lavorò sul conosciuto, va ammesso) siamo d’accordo: forse la velocità del nostro tempo è maggiore di quella degli ultimi secoli del Medioevo, così come in Francia – in meno di un secolo – si passò dalla monarchia assoluta alla repubblica parlamentare.

Da questo, però – tanto per dare una speranza ai disperati – parlare di “sollevazioni popolari incontrollabili”, caro Casaleggio, ci sembra che tu stia esagerando: ne riparleremo fra qualche decennio o fra un secolo, non ci sono altre possibilità, oggi, se non continuare a lavorare su un lungo percorso di consapevolezza.

Chi vivrà, vedrà.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.it
Link: http://carlobertani.blogspot.it/2013/07/aspetta-e-spera.html
23.07.2013

(1) Vedi: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/20/casaleggio-partiti-sono-figure-arcaiche-futuro-e-democrazia-diretta-attraverso-rete/662110/



Pubblicato da Davide