Home / ComeDonChisciotte / AAA CORRENTISTI ATTENZIONE: LE BANCHE ITALIANE SONO IN SOFFERENZA
11986-thumb.jpg

AAA CORRENTISTI ATTENZIONE: LE BANCHE ITALIANE SONO IN SOFFERENZA

DI VALERIO LO MONACO
ilribelle.com

Quasi 250 miliardi di sofferenze per i soli istituti del territorio italiano. Sentite puzza di bruciato? Avete ragione. Questa notizia (ora entreremo nei dettagli) si collega direttamente a quella che avevamo dato giorni addietro in merito alla decisione unilaterale all’Ecofin di includere i correntisti, cioè i depositanti, in eventuali salvataggi delle Banche in difficoltà (qui).

In quella circostanza si è stabilito il criterio secondo il quale, nel caso una Banca si trovi in situazioni di difficoltà e abbia bisogno di essere aiutata per non farla fallire, oltre agli azionisti e agli obbligazionisti, si andrà a prelevare anche nei conti correnti dei semplici depositanti.

A suo tempo, con una chiara e colpevole manipolazione giornalistica e comunicativa, i mezzi mainstream hanno veicolato la cosa puntando il tutto sul fatto che “sono salvi i conti correnti fino a 100 mila euro” che per ora – e sottolineiamo per ora – sarebbero garantiti. Rovesciando il messaggio, non hanno insomma comunicato il cuore della notizia: i conti correnti sono a rischio per salvare gli interessi privati dei proprietari delle Banche.

I ministri dell’Eurozona, con una decisione presa a notte fonda, hanno in quella circostanza sancito insomma una nuova norma contro ogni logica ed etica, anche prettamente commerciale: oltre a chi ha investito nelle Banche (azionisti, ad esempio) a coprire eventuali buchi da ora saranno anche tutti quelli che vi hanno semplicemente depositato i propri risparmi. Una rivoluzione copernicana che rende legge europea, di fatto, la procedura di bail-in applicata a suo tempo a Cipro. Cioè, in altre parole, il prelievo forzoso sui conti correnti. O, ancora più chiaramente, un furto.

A Cipro, in quella circostanza, oltre che un po’ di (vane) proteste dei locali e anche a livello estero, la cosa è comunque passata senza troppo clamore. O comunque senza la giusta rabbia che sarebbe dovuta esplodere. Un po’ di rancore, e poi si è voltato pagina ingoiando il rospo. L’esperimento è insomma perfettamente riuscito, e dunque ora si è proceduto a estenderlo al resto d’Europa.

La notizia che riportiamo oggi si situa pertanto in questo solco. Perché le sofferenze delle Banche italiane che stanno iniziando a venire fuori oggi sono ovviamente conosciute da tempo nelle stanze dei bottoni. E siccome le previsioni sono ulteriormente in peggioramento, la norma varata poche settimane addietro precede evidentemente ciò che sta per avvenire anche dalle nostre parti.

I dati. Per la Banche italiane continuano ad aumentare sia le sofferenze sia i crediti dubbi. Non solo, ai dati attuali si aggiunge anche la previsione del Fondo Monetario Internazionale secondo il quale tali sofferenze sono destinate ad aumentare nel prossimo imminente futuro. Il che è naturalmente ovvio: la recessione aumenta, gli immobili continuano a perdere valore, le aziende continuano a fallire e così le famiglie, e dunque le Banche faticano a rientrare di quanto hanno di esposizione.

Si parla, nello specifico, di valori compresi tra 120 e 135 miliardi. Ma la Banca d’Italia fa proiezioni ben peggiori e arriva tranquillamente a stimare sofferenze per 250 miliardi. Solo per ora, cioè solo con un conteggio effettuato alla fine di marzo 2013. Da allora a oggi le cose sono ulteriormente peggiorate e così sarà ancora nei prossimi mesi. Facile immaginare, dunque, che i prossimi dati comunicati saranno ben peggiori.

I dati sono relativi ai Nonperforming loans (Npl), di cui è persino inutile fare la traduzione. Sinteticamente: né più né meno di quel settore che ha scatenato la crisi dei subprime del 2007 negli Stati Uniti (ambito peraltro in procinto di esplodere nuovamente da quelle parti, come abbiamo visto ieri, qui). Malgrado la barzelletta degli stress test alle Banche europee, e malgrado il fatto che sia stato comunicato sino a oggi che gli istituti del Vecchio Continente erano immuni da tale rischio, oggi, anzi già da mesi, basti vedere i casi di Grecia e Spagna, ci sono dentro sino al collo.

Non solo: il reale ammontare di tali sofferenze è, come per gli Stati Uniti allora, estremamente difficile da quantificare, proprio per la pratica dei derivati che è stata ed è utilizzata anche dalle nostre parti. Le Banche stesse sono ovviamente reticenti nel comunicare l’effettiva esposizione. Non si riesce, in altre parole, a quantificare i crediti inesigibili. O non li si vuole proprio quantificare: se lo si facesse e lo si rendesse pubblico, è facile immaginare cosa accadrebbe in Borsa. Ma tali sofferenze ci sono e sono ovviamente maggiori di quelle dichiarate.

Ubs, in una analisi dello scorso dicembre, ha spiegato chiaramente se non altro la dinamica e la tempistica di tale situazione. Il 70% dei crediti arenati delle Banche, cioè in sofferenza, diventano perdite conclamate nell’arco di 18/24 mesi, e anche i crediti “ristrutturati”, cioè tagliati, entrano in ogni caso nuovamente in sofferenza nell’arco di altri 18 mesi.

Ecco spiegato il motivo del credit crunch, di cui in Italia conosciamo bene l’entità: le Banche non prestano più perché ciò che hanno prestato, in buona parte, non viene restituito. Ed ecco il motivo per il quale con l’operazione di Ltro della Bce, cioè con il denaro offerto alla Banche da Draghi al misero interesse dell’1%, gli istituti hanno preferito investire in titoli di Stato a breve termine, pur con rendimenti bassi, invece di farlo arrivare all’economia reale.

Oggi l’Fmi si chiede esplicitamente se le Banche italiane hanno bisogno di un aiuto esterno per rimettere a posto i propri conti o meno. Ma si tratta, a ben vedere, di una domanda retorica. Ciò che è nascosto nelle righe di questa domanda per la quale esiste pacificamente già la risposta, è il fatto che tale aiuto arriverà anche dal furto perpetrato ai danni dei correntisti ignari, per ora, di ciò che sta accadendo, tutti presi, come siamo in Italia, a parlare di Imu, Iva e Kyenge…

Valerio Lo Monaco

www.ilribelle.com
16.07.2013

Per gentile concessione de “La Voce del Ribelle”

La Voce del Ribelle è un mensile – registrato presso il Tribunale di Roma,
autorizzazione N° 316 del 18 settembre 2008 – edito da Maxangelo
s.r.l., via Trionfale 8489, 00135 Roma. Partita Iva 06061431000
Direttore Responsabile: Valerio Lo Monaco
All rights reserved 2005 – 2008, – ilRibelle.com – RadioAlzoZero.net
Licenza SIAE per RadioAlzoZero n° 472/I/06-599
Privacy Iscrizione ROC – Registro Operatori della Comunicazione – numero 17509 del 6/10/2008

Pubblicato da Davide

  • Alessandra

    “..oltre agli azionisti e agli obbligazionisti, si andrà a prelevare anche dei conti correnti dei semplici depositanti…” ?????

    ma non diciamo baggianate!!!
    non è mai stato fatto (ne si sono mai sentite intenzioni di farlo) un prelievo sugli azionisti o obbligazionisti delle banche .
    Invece si è fatto (e si ha intenzione di farlo) SEMPRE E SOLO DAI CORRENTISTI !

  • Tonguessy

    Sono anni che si leggono articoli di imminente catastrofe. Nel 2011 (articolo preso a caso):
    “Quindi siamo sicuramente di fronte ad un vero e proprio scenario da Apocalisse finanziaria.”
    http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=9398

    Si citava anche la Unicredit pesantemente esposta ad est. Quindi nulla di nuovo. La politica fa schifo, le banche non sono da meno e qui siamo tutti intenti a organizzare la webrevolution mentre discutiamo di economia. Non è che ci sia qualcosa di stonato in tutto questo?

  • fernet

    Sicuramente saranno in molti ad avere ancora più di 100mila euro sul conto corrente.

  • Tao

    VERSO IL CROLLO DELLE BANCHE ITALIANE ( DEBITI PRIVATI E DEBITO PUBBLICO. L’ITALIA VERSO IL DEFAULT ? )

    Sappiamo quale sia stato il mantra con cui il pensiero unico neoliberista ha giustificato, con l’appoggio di destra e sinistra, di padroni e sindacalisti di ogni bandiera, le politiche di draconiana austerità e i tagli alla spesa pubblica: “lo stato è pieno di debiti mentre il privato è bello ed efficiente”.

    Per anni pochi, tra cui i sottoscritti, hanno contestato questa leggenda. Proprio mentre si svolgeva l’offensiva ideologica neoliberista i dati e i numeri raccontavano un’altra storia ma venivano occultati e truccati. Con la crisi sistemica partita dagli Stati Uniti e simboleggiata dal fallimento della grande banca d’affari Lehman Brothers, veniva alla luce che le economie occidentali avevano visto salire la curva dei debiti privati (aziende, banche, famiglie) molto più di quelli degli stati.

    Repetita Juvant: il tracollo finanziario del 2008, manifestatosi in terreno finanziario, era la spia di una crisi sistemica, che quindi veniva da molto lontano e aveva molteplici cause. In estrema sintesi: la oramai cronica sovrapproduzione di capitali, con conseguente caduta dei profitti, aveva causato lo spostamento di  enormi masse di capitale monetario nel settore finanziario, di qui il fenomeno del “capitalismo-casinò”. Ad ogni debito corrisponde un credito: la spinta all’indebitamento, facilitata da tassi d’interesse bassi, era funzionale ai creditori che, gestendo grandi masse di liquidità (denaro come forma pura del valore di scambio) dovevano farle fruttare prestandole.

    Comunque, la leggenda liberista che “lo stato è pieno di debiti mentre il privato è bello ed efficiente”, veniva condita alla amatriciana.
    Si ricorderanno Berlusconi e Tremonti che si facevano forti del fatto che in Italia il debito pubblico era sì alto ma a questo corrispondeva una bassa esposizione finanziaria del settore privato, e che le nostre banche scoppiavano di salute. In pochi contestammo questo racconto.
    E’ di particolare importanza, da questo punto di vista, il recentissimo studio compiuto dalla Haver Analytics, un consulente dei grandi investitori finanziari, che sull’esattezza dei numeri fanno affidamento.

    Questo studio ci dice che alla fine del 2012 la somma dei debiti di famiglie, imprese, istituzioni finanziarie (banche) e stato ha raggiunto il 400% del Prodotto Interno Lordo

    Di particolare interesse metodologico è che la Haver Analytics includa, nella stima del debito totale, anche quelli delle banche, un dato che Bankitalia non ha mai considerato nei suoi rapporti, poiché le banche non farebbero “che intermediare prestiti e non cambiano l’esposizione complessiva di un paese con se stesse”. Criterio evidentemente fallace visto che da tempo ormai quasi tutte le banche italiane dopo “le riforme”degli anni ’90 sono state trasformate in banche d’affari, esposte quindi non solo con le operazioni sui derivati, sui mercati finanziari globali. Infatti il debito italiano detenuto all’estero è circa un terzo di quel 400% del PIL. I dati a cui facciamo riferimento sono stati pubblicati da Federico Fubini su La Repubblica del 14 Luglio e solo parzialmente pubblicati dal quotidiano sulla sua edizione telematica (*)

    L’analisi di Fubini sui dati di Haver Analytics, per quanto descrittiva è importante. Discutibili ovviamente le sue conclusioni “minimaliste”. Noi da parte nostra ricaviamo da questi dati quel che andiamo da tempo ripetendo, che per quante contromisure la Bce possa mettere in atto, la tendenza in Italia è quella al default combinato di Stato e Banche, a maggior ragione perché non si intravvede la fine della recessione. Una tendenza che prima o poi, più prima che poi, dovrà esplodere in un collasso improvviso e catastrofico.

    Ecco quanto scrive Fubini:

    «Da quando l’Italia fu ammessa nell’euro nel 1998 all’inizio di quest’anno, il debito privato in Italia è salito di oltre il 130% del Pil.
    A dicembre 2012 gli oneri finanziari totali del paese (pubblici e privati) erano arrivati a 400,95% del Pil, mentre all’inizio del ’98 era al 264%. E’ su questa cifra che banche, imprese, stato e famiglie devono pagare un interesse reale che sale in proporzione a quanto scende il Pil,
    Cero, alcuni paesi, la Spagna, la Grecia, il Portogallo o anche l’Olanda, sono arrivati anche oltre. Ma l’Italia non era mai giunta a questo punto nella sua storia unitaria.
    Gli oneri finanziari che gravano su questa economia in contrazione da due anni sono di circa 6 mila miliardi: l’equivalente di circa 100 mila euro per abitante, neonati, ultra centenari e immigrati inclusi.
    Peraltro l’unico settore che dal ’98 ha aumentato la sua esposizione solo di poco è quello del quale ci si preoccupa di più: lo Stato.

    A titolo di confronto, nella precedente crisi finanziaria italiana del 1992 la situazione si presentava diversa. Neanche la Banca d’Italia sembra aver conservato i dati precisi di quell’epoca. Ma mentre nel ’92 il debito pubblico era poco sopra il 120% del Pil, più o meno come oggi, il totale del debito finanziario privato (di famiglie, imprese, istituzioni finanziarie) non arrivava neanche all’80%. Oggi è oltre il 260%. Significa che il debito totale nell’economia, quello pubblico più quello privato, durante la crisi del ’92 era poco più della metà rispetto ad oggi.
    (…) I dati sulla storia anche recente del debito sono difficili da trovare. E i numeri sul presente cambiano, di molto, secondo come li si conta. Non è tanto il caso del debito dello Stato, né di quello delle famiglie che dal 1998 ad oggi è salito dal 24% al 51% del Pil e resta comunque basso nel confronto con altri paesi. Né è il caso delle banche e delle altre istituzioni finanziarie, il cui debito è cresciuto dal 37% del Pil del 1999 al 109% del 2012 (anche perché è cambiato il modo in cui gli istituti di credito operano sul mercato).
    E’ per le imprese invece che la situazione appare davvero complessa. La Banca d’Italia stima che il loro debito finanziario (soprattutto prestiti presi dalle banche e bond) fosse all’82% del Pil un anno fa. Haver Analytics include invece nel debito delle imprese anche i derivati e porta il dato al 117% del Pil a fine 2011: si tratta di un calcolo fatto per omogeneità fra paesi sulla base di ciò che la Federal Reserve Usa classifica come debito.
    Comunque la si stimi, l’esposizione delle imprese resta in forte accelerazione durante il primo decennio del secolo.
    L’aumento di circa il 30% del Pil (superiore all’aumento del debito pubblico) è anche frutto della scelta da parte degli imprenditori del debito come scorciatoia: prima della grande crisi un fido in banca o un bond costavano poco, appena più che in Germania; dunque meglio indebitarsi che quotarsi in borsa o affrontare i problemi di competitività. Nei primi dieci anni dell’euro le imprese hanno nascosto la loro sottocapitalizzazione accumulando debito, ma ora la musica anche si è fermata. Dal 2010 le aziende sono costrette a perseguire un’austerità privata ancora più dura di quella del governo, contribuendo a rinviare la ripresa e ad alimentare le sofferenze nei bilanci delle banche che hanno prestato loro negli anni con tassi a livelli quasi tedeschi.

    L’altra faccia della medaglia è invece il beneficio che un sistema indebitato per 6 mila miliardi può trarre da un calo dei tassi d’interesse: se il costo di finanziamento scendesse anche solo di 50-punti base (0,5%) su tutte le scadenze di debito, ciò libererebbe 30 miliardi per la crescita dell’economia. Una piccola riduzione dei tassi si tradurrebbe in una manovra espansiva da due punti di Pil.

    Difficile dire se ciò succederà presto. Certo, continuare a negare il problema del debito totale, quello che include banche e imprese, rischia di non portare il Paese molto lontano».

    Moreno Pasquinelli
    Fonte: http://sollevazione.blogspot.it
    Link: http://sollevazione.blogspot.it/2013/07/verso-il-crollo-delle-banche-italiane.html
    17.07.2013

    *http://www.repubblica.it/economia/2013/07/14/news/addio_al_tesoro_dei_privati_con_banche_famiglie_e_imprese_il_debito_totale_al_400_del_pil-62946619/?ref=HREA-1

  • ROE

    Non «Gli oneri finanziari che gravano su questa economia in contrazione da due anni sono di circa 6 mila miliardi:» bensì il debito complessivo sul quale maturano circa 280 miliardi (di euro ) di oneri finanziari l’anno.

  • pasquale50

    So di certo che L’unicredit è pesantemente esposta a est..quindi non solo leggenda

  • Jasone84

    “la recessione aumenta, gli immobili continuano a perdere valore, le aziende continuano a fallire e così le famiglie, e dunque le Banche faticano a rientrare di quanto hanno di esposizione.”

    Non è chiaro questo passaggio. Detta così Lo Monaco sembra sostenere che la recessione sia, diciamo, endogena e che le Banche ne soffrano tanto quanto imprese e famiglie. Il derivato era per Lo Monaco un male necessario? La massa monetaria creata negli anni ’90 e 2000 dal sistema bancario, sempre endogena?