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A FIRENZE SUI PASSI DI MACHIAVELLI

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FIRENZE – E’ appena cominciato il 2014, e io sono qui, in una fredda serata piovosa a Piazza della Signoria a Firenze, e sto guardando una placca rotonda sul pavimento – ignorata da una folla di turisti cinesi – che ricorda che qui il 23 maggio 1498 fu impiccato e bruciato il monaco Savonarola, accusato di cospirazione contro la Repubblica Fiorentina.

E mi viene da pensare – come potrei non farlo – a Machiavelli, che aveva solo 29 anni in quel fatidico giorno e si trovava a pochi passi da dove sono io adesso. Chissà quali idee gli passavano per la mente.

Savonarola era un monaco domenicano che predicava in mezzo al popolo che lo aveva salutavato come il salvatore della repubblica. Fu lui che riscrisse la costituzione per dare il potere alla classe medio-bassa, stiamo parlando di un movimento (populista) molto rischioso, anche per quell’epoca.

Savonarola fece alleare Firenze con i francesi. Ma non aveva nessuna protezione forte, così il papa filo-spagnolo, Alessandro VI, impose dure sanzioni economiche che danneggiarono fortemente la classe mercantile fiorentina (una anticipazione secolare delle ”sanzioni degli americani contro i bazaaris iraniani”).

A dirla tutta Savonarola era quello che aveva predicato per il primo “falò delle vanità” nel quale le fiamme avevano bruciato parrucche, vasetti di belletti, profumi, libri con le poesie di Ovidio, di Boccaccio e di Petrarca, busti e dipinti di soggetti “profani” (tra cui – orrore degli orrori – alcuni dipinti di Botticelli), liuti, viole, flauti, sculture di donne nude, figure di divinità greche e, su tutto, una orribile effigie di Satana.

Alla fine, i fiorentini non ne potettero proprio più di quelle esagerazioni puritane e retrive del Savonarola – e una torbida condanna dell’Inquisizione papale mise fine a questa storia. Potrei anche immaginar di vedere qui il Machiavelli – con il suo famoso sorriso ironico – proprio dove il Savonarola aveva acceso il falò un anno prima di morire e dove ora stava bruciando lui stesso. Il verdetto : nella realpolitik non c’era posto per una “democrazia-di-Dio”. A Dio, del resto, nemmeno gliene importava niente della real-politik. Era solo la natura umana che poteva far soffiare il vento verso la libertà o verso la servitù.

Così ecco cosa successe in quel giorno del 1498 a Piazza della Signoria – lo stesso anno in cui morì Lorenzo il Magnifico e in cui Cristoforo Colombo attraversò l’Atlantico nel suo terzo viaggio per “scoprire” il Nuovo Mondo, ma fu anche il momento in cui nacque la teoria della politica occidentale nella mente del giovane Niccolò.

Studia l’umanità, ragazzo

Firenze è il primo stato nel mondo moderno, come spiega Jacob Burckhardt nel suo magistrale La civiltà del Rinascimento in Italia, assoggettata dal “meraviglioso spirito fiorentino che era, allo stesso tempo, intensamente critico e creativo nel campo dell’arte.”

I fiorentini impiegarono molto tempo per creare una tradizione patriottica e per arrivare ad una repubblica autonoma, un modo molto aristotelico secondo il quale “il fine dello Stato non è solo la vita della società, ma piuttosto una buona qualità della sua vita.” Una teoria molto coinvolgente, che chiede la partecipazione di tutti, completamente diversa dalla Repubblica di Platone, dove le regole venivano imposte dall’alto.

All’alba del 15° secolo, i fiorentini, quelli che leggevano Aristotele e che volevano celebrare la loro libertà civile e politica erano impegnati a cercare il modo con cui intarsiare – insieme alla tradizione del loro favoloso realismo pittorico ed alla passione per l’architettura classica – quel movimento che divenne noto come “Rinascimento”.

Perché il Rinascimento nacque a Firenze? Può spiegarcelo il Vasari: “L’aria di Firenze faceva sentire le menti spontaneamente libere e non le faceva più accontentare della mediocrità.” Cosa che aiutò molto fu l’istruzione che si concentrò sugli “studia humanitatis” – gli studi umanistici, proprio quelli che noi oggi, nel 21° secolo, vogliamo ignorare – sulla “storia” – per comprendere la grandezza dell’antica Grecia e di Roma – sulla “retorica”, sulla “letteratura greca e romana” – per migliorare l’eloquenza – e sulla “filosofia morale” – quella che ispiro l’Etica di Aristotele.

Machiavelli, nato nel 1469 – lo stesso anno in cui il giovane Lorenzo dei Medici, o Lorenzo il Magnifico, il nipote preferito dal nonno Cosimo, salì al potere dopo la morte del padre Piero – e visse la maggior parte della sua vita a Firenze sotto i Medici. Fu per questo che comprese la natura del gioco (truccato), per dirla con le parole di Francesco Guicciardini : Lorenzo era un “tiranno benevolo in una repubblica costituzionale”.

La famiglia di Machiavelli non era ricca – ma completamente impregnata degli ideali dell’Umanesimo Civile. A differenza di Lorenzo, Machiavelli non ricevette una completa formazione umanistica, ma studiò il latino, i filosofi antichi e soprattutto gli storici – Tucidide, Plutarco, Tacito e Livio – le cui opere erano disponbili nelle biblioteche firentine. Fu così che Machiacelli vide negli eroi greci e romani quegli esempi di virtù, di coraggio e saggezza, che gli fecero comprendere quanto quel mondo fosse lontano dalla corruzione e dalla stupidità dei suoi contemporanei (potremmo dire la stessa cosa oggi, mezzo millennio più tardi).

Mentre Machiavelli era un aristotelico, Lorenzo era in un certo modo un platonico. In effetti Marsilio Ficino, il filosofo che guidava l’Accademia platonica, era un protetto di Cosimo e fu lui che introdusse il giovane Lorenzo a Platone e, anche se Lorenzo non era del tutto convinto delle sue teorie, le usò per i suoi scopi. E su questa base seppe ben mettersi in mostra – come quando fece installare lo spettacolare e bisessuale David di Donatello su un piedistallo nel cortile di Palazzo Medici e, avidamente, fece conoscere a tutto il mondo il filosofo più accreditato nella sua cerchia di amici, il focoso Pico della Mirandola, noto come “l’uomo che sapeva tutto ” – o almeno che conosceva tutto lo scibile umano conosciuto nel Rinascimento, dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453. –

E poi, solo un mese dopo che Savonarola era stato bruciato vivo, il piccolo, fervido uomo, dagli occhi e dai capelli neri, con la testa piccola e il naso aquilino – come lo descrisse il suo biografo Pasquale Villari “un osservatore molto acuto, con una mente molto pronta ” – cominciò il suo lavoro e, per 14 anni fu un fedele servitore della Restaurata Repubblica Fiorentina. Fu sempre in mezzo a missioni delicate in cui negoziò, tra gli altri, con Papa Giulio II, con il Re di Francia Luigi XII, con l’Imperatore Massimiliano I, e con il capriccioso, imprevedibile Cesare Borgia, il secondo figlio illegittimo di un uomo che sarebbe poi diventato papa Alessandro VI. Machiavelli fu a capo della politica estera di Firenze e, sicuramente, non fu il solito “espertone” che vediamo oggi seduto nei salotti televisivi.

“Satira” o “Libro parlante” ?

Quando mi sono seduto nella mia enoteca preferita di fronte al Palazzo Pitti per rileggermi Il Principe, ho potuto fare anche altre ricerche, perché è stato pubblicato un vero fiume di libri per la celebrazione dei 500° anni dalla scrittura del Principe di Machiavelli, libro che fu completato dopo quattro mesi di lavoro, alla fine del 1513. Il miglior libro uscito in questa occasione, che mi è capitato di leggere, è Il sorriso di Niccolò ( Editori Laterza ) di Maurizio Viroli, dove si mette in chiaro che Machiavelli non è mai stato un burattino dei Medici.

Prima di diventare Secondo Segretario di Cancelleria, a giugno del 1498, Machiavelli era certamente molto vicino a Lorenzo il Magnifico. Poco dopo il ritorno al potere dei Medici, dopo un periodo di esilio, invece Machiavelli fu incarcerato e sottoposto allo strappado – una forma di tortura che facevano i fiorentini legando le mani dietro la schiena, sollevando il corpo fino al soffitto con corda e carrucola, e lasciandolo ricadere a terra – non meno di sei volte ( lo saprà la CIA?). Ma malgrado tutto riuscì a sopravvivere e dopo essere stato rimasto a marcire per 22 giorni, fu lasciato uscire dalla sua cella della torre del Bargello nei primi mesi del 1513, grazie all’intervento di due suoi difensori nella famiglia Medici.

Negli ultimi anni della sua vita Machiavelli, sotto varie forme fu al servizio di papa Clemente VII, che era nientemeno che Giulio de Giuliano de’ Medici. Ma Machiavelli veramente non voleva essere al servizio dei Medici, ma soprattutto voleva che i Medici seguissero i suoi consigli.

Così uscì di prigione, impoverito ma non piegato, si ritirò nella sua piccola fattoria e si mise a scrivere. Il Principe è venuto fuori come una storia – non come una teoria politica – Rousseau lo bollò come una “satira”. Gramsci lo definì un “libro parlante” – la celebrazione di un principe utopistico “per mezzo di tanti appassionati, elementi mitici che prendono vita alla fine del libro, con l’invocazione di un principe che potesse esistere veramente”. Così Machiavelli, in effetti vedeva il mito di un fondatore, di un redentore di una repubblica libera – immaginando che il riscatto dello Stato sarebbe stato, al tempo stesso, anche il suo proprio riscatto, dopo essere stato privato del suo lavoro di Segretario solo con un laconico comunicato e poi essere accusato di cospirazione.

E’ stata una benedizione rileggere Il Principe ed I Discorsi , che a quei tempi divennero una guida intellettuale e politica per tutti coloro che accarezzavano il sogno di una libertà repubblicana in Europa e nelle Americhe.

Nei Discorsi Machiavelli fonde Polibio e Aristotele. I Romani avevano scoperto che un grande impero è già condannato se non riesce a mantenere l’equilibrio aristotelico tra monarchia, aristocrazia e democrazia. Machiavelli fece un passo avanti e teorizzò : qualsiasi repubblica reale è destinata al fallimento. In una repubblica libera, come erano l’antica Grecia e Roma o come era Firenze prima dell’arrivo dei Medici, troppa prosperità, troppo successo facile, troppa avidità – troppi eccessi incontrollati – alterano il senso di responsabilità che deve animare l’uomo per poterlo migliorare ed arricchire (o fanno si che si dissolva nella compiacenza), piuttosto che salvaguardarla e metterla al servizio dello Stato.

Il vero marciume viene da dentro – non arriva da un potere esterno. Pensate alla fine dell’Unione Sovietica. Pensate l’attuale declino dell’impero americano. Ma anche gli “eccezionalisti”, quei commentatori mediocri, che non hanno mai avuto una visione de quadro nella sua completezza, come Leo Strauss che insegnava all’Università di Chicago negli anni ‘50, che spiegava che Machiavelli era “un maestro del male” .

E siccome il marcio cresce da dentro, è lì che il Principe interviene. E’ come in Last Man Standing – è molto lontano dalla figura idealizzata di un Re-filosofo o di un insegnante platonico.

Il Principe è il sovrano che strappa una società corrotta dal suo subdolo sistema autodistruttivo e la proietta indietro per tornare a sentire le vibrazioni della vita politica e il suo primato. ( Machiavelli pensava specificamente a qualcuno che potesse salvare l’Italia dagli invasori stranieri ma anche e dai propri governanti sordi, ciechi e muti).

E se il principe deve ricorrere alla violenza per difendere la repubblica, questo non deve mai essere gratuito, ma sempre subordinato ad una ben argomentata ragion di stato (il bombardamento del 2003 e l’occupazione dell’Iraq, ad esempio, non rispondono a questi criteri). Il Principe comunque non è un messia politico, piuttosto è una via di mezzo tra una volpe ( “per riconoscere le trappole “) e un leone ( “per spaventare i lupi”) . Oggi l’interprete più adatto sarebbe Vladimir Putin.

In quel giorno fatidico del maggio 1498, Machiavelli guardando il Savonarola, che stava bruciando, comprese quanto il fondamentalismo religioso sia incompatibile con una società sostenibile che possa anche raggiungere il successo politico e commerciale (nella Casa dei Principi Sauditi Il Principe non è mai entrato).

E’ così che Machiavelli ha ritratto quel muro di diffidenza che divide Etica e Scienza del Governo – come se dolessimo cercare su una cartina stradale di una piccola città qualle direzione dovremo prendere per garantirci il futuro dell’egemonia della civiltà occidentale.

E sempre più curioso pensare che la dinastia dei Medici respinse Il Principe, in quell’epoca, dopo tutto, quello era il manuale perfetto su come diventare un Padrino (politico) nel periodo Post -Rinascimentale e anche oltre. In parallelo, mi sono sempre chiesto che cosa avrebbero fatto i saggi cortigiani della dinastia dei Ming se avessero potuto leggere Il Principe. Probabilmente l’avrebbero imperialmente ignorato.

Ecco come ho celebrato l’anniversario del mezzo millennio de Il Principe, con buon qualche bicchiere di Brunello degustato in una osteria fiorentina, come si faceva agli inizi del 16° secolo, con lo spirito di un alto funzionario della distinta Repubblica fiorentina, che fu sbattuto fuori, esattamente come era entrato, povero, incorruttibile e con una dignità intatta.

Non riuscivo a sfuggire al suo sorriso ironico che gli muore sulle sue labbra e che nasconde a malapena il suo dolore – un sorriso che ci fa sentire che lui sapeva che stiamo solo interpretando una piccola parte nella commedia dell’Umanità, una parte piccola e in una commedia troppo umana.

Pepe Escobar è autore di Globalistan: How the Globalized World is Dissolving into Liquid War (Nimble Books, 2007), Red Zone Blues: a snapshot of Baghdad during the surge (Nimble Books, 2007), e Obama does Globalistan (Nimble Books, 2009). Nimble Books , 2009). Indirizzo e.mail: pepeasia@yahoo.com

Fonte : http://www.atimes.com

Link: http://www.atimes.com/atimes/World/WOR-01-140114.html

14.01.2014

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Pubblicato da Bosque Primario