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150 STRONG: UN PERCORSO PER UN FUTURO DIVERSO

FONTE CLUB ORLOV

Capitalismo creativo, capitalismo etico, capitalismo altruista, capitalismo naturale, capitalismo verde, capitalismo distribuito e capitalismo democratico. Capitalismo 2.0?

Il capitalismo spesso è associato a tutta una serie di prefissi addolcenti, la cui stessa presenza indica che in esso ci sia qualcosa di sbagliato. Poi sentiamo anche altri tipi di prefissi: capitalismo clientelare e capitalismo sfrenato, che indicano che esso non venga applicato nel modo giusto.

Forse abbiamo bisogno del capitalismo Goldilocks: non troppo cattivo, con la giusta dose di buona volontà, solidarietà e regolamentazione pubblica, con una rete di sicurezza non troppo grande e non troppo piccola, e il resto…lasciato al libero mercato?

Oppure il capitalismo è vero capitalismo solo nel contesto di persone che siano davvero persone? Il sistema oscilla tra i poli del libertarismo e della democrazia sociale, seguendo la mutevole marea dell’opinione degli elettori. Alcuni capitalisti hanno più empatia rispetto ad altri nei confronti degli esseri umani, mentre ce ne sono altri avidi, egoisti e sempre pronti a tendere agguati e tranelli a spese degli altri; ed alcune tendenze sono inevitabili secondo il sistema di incentivi su cui esso è fondato.

E’ stato proprio quest’ultimo punto, il fatto cioè che con il sistema di incentivi operante i risultati sono inevitabili, a costituire il punto di partenza per un libro che ho scritto di recente dal titolo “150 STRONG: UN PERCORSO PER UN FUTURO DIVERSO, pubblicato da ClubOrlovPress. Nelle prossime settimane, diventerà una rubrica su Renegade Inc, con la presentazione di suoi estratti.

Sul tema degli incentivi, il libro esordisce con una nota dell’autore:

Questo libro nasce come risposta all’uso del termine “sostenibilità”, un concetto che ho incontrato per la prima volta durante i miei studi in ingegneria della sostenibilità: la progettazione e l’incorporazione nel commercio e nell’industria di pratiche rispettose dell’ambiente. Il concetto di sostenibilità si basa su questi principi:

Quando tagli un albero, piantane uno nuovo;

Bisogna fare il possibile per utilizzare gli scarti di un processo come risorsa energetica per un altro processo;

Chi inquina deve sostenere il costo delle sue azioni;

Indubbiamente tutte idee buone e logiche. Ma tentando di applicarle nel concreto, sorge un problema piuttosto significativo: il contesto più ampio in cui si tenta di applicarle, le riduce ad una farsa. Il nostro attuale sistema economico, che favorisce l’accumulo del profitto finanziario a breve termine, è fondamentalmente incompatibile con la sostenibilità. O, per usare un’espressione colloquiale colorata… è come “scorreggiare contro un tuono”.

Questo non significa che il profitto sia una cosa sbagliata. La creazione di un’eccedenza finanziaria, nella sua accezione più vera, è paragonabile ad un’oculata gestione domestica. Ma se utilizziamo la natura come modello, ci accorgiamo che il nostro attuale concetto di profitto sia diventato molto problematico.

L’accumulazione di un’eccedenza è un processo naturale: una pianta accumula l’eccesso di energie e nutrimento per poter produrre il frutto; un orso polare accumula grasso corporeo per poter sopravvivere all’inverno e al letargo; e i nostri antenati cacciatori facevano provviste di cibo per poter far fronte ai periodi di magra. Ma nella ricerca ossessiva e monotonica del profitto – presto e a ogni costo – in cui siamo attualmente impegnati, c’è molto poco di naturale e troppo poca sensibilità verso gli intricati meccanismi ambientali e sociali che ci sostengono.

La ragione di questo la si deduce da una semplice formula:

PROFITTO = REDDITO – SPESE

da cui si evidenzia che il tema del profitto e il “movente sostenibilità” sono diametralmente opposti: se le iniziative di sostenibilità fossero realmente applicate, ben oltre gli stretti ambiti della minimizzazione dei rifiuti e dell’utilizzo di nuove tecnologie, si avrebbe un profitto inferiore (per la riduzione dei consumi) e nuove spese (motivate dalle misure di contenimento).

Questo rapporto inverso tra profitto e sostenibilità è estremamente importante, ed è il giusto punto di partenza di ogni tentativo di affrontare i nostri attuali problemi ambientali su larga scala. Eppure viene universalmente ignorato nei circoli ufficiali e gli sforzi ufficiali per affrontare la sostenibilità non hanno praticamente alcuna copertura.

….

Nel nostro modo attuale di fare le cose, il conflitto tra profitto e sostenibilità si risolve attraverso la regolamentazione, in cui tutti devono rispettare alcune regole che fanno un po’ male alla redditività per evitare dei danni peggiori. E, in effetti, questo approccio ha prodotto dei buoni risultati: a Los Angeles l’aria è più pulita, stanno tornando i pesci nel Tamigi e molte grandi aree non edificate sono protette come parchi nazionali. Tuttavia, per varie ragioni, si tratta di un approccio errato che non gestisce bene la complessità; s’interrompe in presenza di diverse legislazioni tra i vari paesi; e funziona solo nell’ambito di un contesto sociale dove le leggi sono abitualmente rispettate e fatte rispettare.

Non appena si tenta di risolvere questi problemi, la sostenibilità diventa un argomento impraticabile: per affrontarlo a livello del quadro più generale, bisogna prima considerare il contesto economico e sociale di base, che è ancora una specie di tabù. Tuttavia, si assiste a una discussione allargata e continua sull’argomento, compresa la risposta positiva al libro di Naomi Klein: Questo Cambia TuttoCapitalismo vs. Clima (2014); e sembra che sia sempre più riconosciuto il bisogno di trovare delle alternative al nostro attuale sistema di vita.

Il messaggio centrale del libro è che siamo ciechi di fronte alla considerevole forza riconciliatrice del nostro attuale sistema, che è di per se negativa; ed è solo comprendendo questo che possiamo sperare di trovare un modo migliore di fare le cose: poiché qualsiasi altra cosa servirebbe a ben poco.

Nel tentativo di trovare un modo migliore per fare le cose, si sta prendendo in considerazione un sistema che si è dimostrato valido come forza riconciliante positiva, basato sul numero di Dunbar della biologia evolutiva, che fissa il limite massimo di esseri umani con cui una persona riesce a mantenere relazioni sociali efficaci: circa 150.

Fonte: http://cluborlov.blogspot.it

Link: http://cluborlov.blogspot.it/2016/04/150-strong-pathway-to-different-future.html

5.04.2016

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

Se volete leggere tutto il libro, è disponibile su Amazon.

Articolo pubblicato originariamente da Renegade Inc.:

http://renegadeinc.com/150-strong-a-pathway-to-a-different-future-serialisation/

Pubblicato da Davide